Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Lingue, che passione!

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L’anno dell’asilo era passato senza infamia e senza lode, alcune malattie infantili le avevo fatte, con grande soddisfazione dei miei genitori (significava che sarei stato meno a casa nel periodo scolastico vero e proprio, tutto tempo guadagnato allo studio), le lezioni di pianoforte andavano a gonfie vele (frequentavo, in effetti, una insegnante che trascorreva più tempo a fare conversazione e dividere con me patatine, cioccolata, biscotti e quantaltro, che ad insegnarmi la nobile arte della musica… La cuccagna durò un paio d’anni, poi i miei genitori la sgamarono ed io cambiai maestro, ahimè). Eppure, mi rimaneva tanto tempo libero a disposizione (almeno secondo i miei: faccio notare che, frequentando una scuola privata -perché dall’asilo ero passato alle elementari sempre gestite dalle stesse religiose- terminavo le lezioni tutti i giorni alle 16), per cui perché non riempirlo con una bella scuola di lingua inglese?

Detto, fatto. I miei mi iscrissero alla gloriosa “British School”, con insegnanti madrelingua, per iniziare ad avvicinarmi all’inglese, la prima, nelle loro intenzioni, di una serie di lingue straniere da imparare in vista di una fulgida carriera… una fulgida carriera in… insomma, per una fulgida carriera di qualsiasi tipo le lingue sarebbero pur servite, no?! Intanto, questa ennesima eccezione agli orari scolastici (per frequentare pianoforte, una volta a settimana, e inglese, due volte a settimana, dovevo uscire da scuola prima degli altri) faceva storcere alle dolci suorine il baffuto naso, in quanto sembravo un privilegiato rispetto a tutt* gli/le altr* (privilegiato: sai che culo!). Inoltre, mentre i miei compagni una volta terminate le lezioni se ne andavano allegramente gli uni a casa degli altri e socializzavano, giocando e facendo i compiti insieme, io mi trovavo ancora una volta ad essere solo, senza contare che una volta terminate le lezioni di pianoforte ed inglese mi restavano ancora i compiti da fare. Però ero molto privilegiato.

Potete quindi ben immaginare l’entusiasmo con cui affrontai questo nuovo impegno culturale. Intendiamoci: gli insegnanti erano molto bravi, io poi avevo una maestra davvero simpatica e mi trovavo sostanzialmente bene. Ma capite che dovevo suonare almeno un’ora al giorno per imparare solfeggio ed esercitarmi al pianoforte tutte le settimane con pezzi nuovi; fare compiti e studiare per la scuola, che essendo parificata, prevedeva un esame di stato ogni anno per passare alla classe superiore; lo stesso valeva, ovviamente, anche per la scuola d’inglese, che al termine del ciclo annuale faceva sostenere esami interni per poter proseguire; e tutto questo alla tenera età di 7 anni. Insomma, prima o poi qualcosa doveva pure andare storto.

Il fattaccio avvenne al terzo anno della scuola di lingue. La mia insegnante venne sostituita da un giovane maschio baffuto, molto simpatico, che rideva spesso, ma aveva il piccolo, irrilevante difetto di non sapere spiccicare una-parola-una in italiano. Ora, va bene che di solito cercavano di farci parlare inglese tutto il tempo e la nostra lingua d’origine era utilizzata solo in caso di emergenza, ma proprio non poterla MAI usare per cercare di capire meglio le cose generava qualche difficoltà (almeno a me). All’epoca avevo 9 anni e il mio senso di responsabilità (oltre che la consapevolezza che per andare in quella scuola i miei genitori pagavano lire sonanti) era proporzionato all’età. Terminato l’anno e sostenuto l’esame di rito, il risultato fu: BOCCIATO! (ad essere precisi: rimandato. Ci sarebbe stato un esame di riparazione a settembre, che avrei superato e mi avrebbe permesso di passare comunque al livello successivo; ma questo, in quel momento, era irrilevante).

La tragedia che si scatenò fa impallidire i commediografi greci, e Romeo e Giulietta al confronto diventa un romanzo d’avventure. Nonna e zie materne mi circondarono consolandomi, accarezzandomi, baciandomi, maledicendo gli insegnanti che, naturalmente, con la loro incompetenza erano i veri colpevoli del mio fallimento. Mia madre scoprì strade e vicoli finora inesplorati e che non sapevo nemmeno esistessero per evitare le genitrici degli altri miei compagni. Credo di aver anche saltato qualche giorno a scuola (quella vera) per evitare domande inopportune delle altre mamme. E mio padre si chiuse in un cupo silenzio: la cena, quella sera, sembrava l’ultimo pasto di un condannato a morte.

In tutto questo, io ero beatamente tranquillo e non capivo proprio il perché di tutto quel subbuglio. Insomma, suonavo molto bene il pianoforte e ricevevo grandi complimenti a riguardo; a scuola (sempre quella vera) ero un gran secchione, tutti gli anni superavo l’esame di stato brillantemente; non vedevo proprio dove stava il problema di una rimandatura in inglese: avrei sostenuto l’esame a settembre e sarebbe finito tutto lì! Ma ormai avevo capito da tempo che gli adulti erano strani e si complicavano la vita inutilmente. Peccato che mio padre non fosse d’accordo con me. Pertanto, quando quella sera venne a sedersi sul divano per guardare la televisione, ed io, per fargli uno scherzo e farlo ridere, gli misi una appuntita matita sotto il sedere facendogli fare un salto alla Sara Simeoni, cominciò ad urlare come un forsennato, mandandomi bruscamente a letto gridando che ero in punizione fino a data da destinarsi e con mia madre che mi guardava con il suo tipico sguardo da “ma-come-fai-ad-essere-così-ingrato-con-noi-che-ti-vogliamo-tanto-bene-e-facciamo-tutto-questo-per-te” (Freud, mi leggi?). Ok, il gesto non era stato il più furbo che potessi fare, ma era a fin di bene, dopotutto.

Inutile dire che trascorsi l’estate a fare compiti di inglese tutti i giorni, rimediai l’esame a settembre, ma da allora mi rimase una cordiale antipatia verso ogni lingua che non fosse quella italiana (che continuavo ad amare moltissimo). Antipatia che si sarebbe manifestata anche in futuro davanti ai (a quel punto vani) tentativi di mio padre di farmi studiare anche francese e tedesco, nonché (ma qui la cosa si fece più complicata) in occasione dei miei approcci obbligati al latino e greco del liceo.

Le lingue per me furono veramente una passione, ma intesa in senso biblico, come quella di Cristo.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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