Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Questo piccolo grande amore (parte prima)

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Ogni anno, d’estate, andavamo al mare, mia madre ed io. Mio padre non lo sopportava, quindi ci accompagnava in auto, poi tornava a casa, e veniva due settimane dopo a riprenderci. Sì, perché vi trascorrevamo 15 giorni, per giustificare i quali mia madre diceva sempre: “Io lavoro come una negra (all’epoca non c’era il politically correct n.d.r.) tutto l’anno, almeno per 2 settimane voglio mettere i piedi sotto la tavola e non fare nulla!”. Tutti i torti non li aveva, ma non era del tutto vero che non facesse nulla: si portava dietro una montagna di valigie con cambi di vestiti praticamente quotidiani, soprattutto per me, che venivo esibito come fossi una specie di Barbie gigante; quindi, la sera, in camera, lavava gli indumenti necessari, soprattutto l’intimo, e (non sia mai che io indossassi un paio di mutande stropicciate!) la mattina li stirava. Comunque, almeno non cucinava e trascorreva le giornata sulla spiaggia, alternando mezzorapancia-mezzoraschiena-mezzoralatodestro-mezzoralatosinistro.

Personalmente ODIAVO quelle settimane. Ero molto pallido di carnagione, e lo stare al sole mi era impossibile, causandomi fortissimi eritemi (soprattutto da bambino; col tempo, per fortuna, il problema è rientrato, ma ancora oggi, nei primi giorni di esposizione, devo mettere creme con protezione asbesto). Naturalmente, il non avere avuto molti amici da bambino, i continui scherzi a cui ero sottoposto nel periodo delle medie, l’amore per la lettura ed i fumetti, non mi rendevano particolarmente intraprendente nel cercare di giocare con gli altri bambini villeggianti; quindi, la mia timidezza nel tempo era aumentata e trascorrevo le giornata sotto l’ombrellone, annoiandomi come non mai (in prima media avrei imparato finalmente a nuotare, ma la mia miopia non mi invogliava comunque ad entrare in acqua: ero praticamente una talpa vagante). Andavamo ogni anno presso una pensione a Bellaria-Igea Marina, convenzionata con l’azienda per cui lavorava mio padre. Ma quell’anno, avevo terminato la seconda media, non ricordo per quale motivo decidemmo di spostarci a Riccione. Fu lì che avvennero due passaggi di vita fondamentali per me e la mia crescita personale.

Erano ormai passati i primi 3 giorni, e come sempre io non avevo ancora fatto amicizia con nessuno. Ormai preadolescente, trascorrevo comunque le giornate e i dopocena attaccato alle gonne materne, come un disadattato sociale qualunque. Mia madre , ormai lo sappiamo tutt*, era molto gelosa e possessiva, ma in certi momenti si rompeva le palle pure lei di avermi appiccicato addosso, oppure era semplicemente imbarazzata dal fatto che SUO FIGLIO non socializzasse con gli altri, come invece facevano tutti i pargoli delle altre coppie presenti. Quella sera si era deciso di fare due passi dopo cena insieme con alcune persone conosciute nei giorni scorsi, ma non subito, pertanto mia madre, vedendo che i miei coetanei stavano giocando, urlando, scorazzando come faceva qualsiasi ragazzino della mia età a parte me, mi invitò ad unirmi a loro (tradotto: a togliermi dai coglioni, mentre lei fumava come un turco con le amiche).

Guardavo in disparte un gruppetto che giocava a nascondino, ovviamente senza pensare minimamente di avvicinarmi; ma una ragazzina di un paio d’anno più grande di me se ne accorse, e si avvicinò. “Perché non giochi anche tu?” “Perché non oso, non conosco nessuno” “Ho capito, sei timido, vero? Anch’io lo ero, sai? (Ok, mi stava raccontando una balla stratosferica, era ovvio! Si era avvicinata senza conoscermi, parlava come fossimo amici da una vita e dava l’impressione di essere tutto, meno che timida) Sai come ho fatto? Mi sono detta: -Conto fino a 3 e mi butto!- Funziona, eh! Provaci, vedrai che col tempo andrà sempre meglio! Intanto EHI, VOI LAGGIU’, FATE GIOCARE A NASCONDINO ANCHE IL MIO AMICO?”

L’insegnamento del contare fino a 3 e buttarsi è stata una delle cose più importanti di tutta la mia vita. Mi ha salvato in situazioni dalle quali non avrei sinceramente saputo uscire, mi ha reso una persona più forte e sicura, ed ha tirato fuori quel lato estremamente sociale del mio carattere che anni di inibizione rischiavano di far scomparire per sempre. Non ricordo nemmeno come si chiamasse quella ragazza, ma è stata una delle insegnanti fondamentali del mio percorso come persona (e, lo ammetto, a volte uso questo metodo ancora adesso).

Ma in quel momento non potevo certo saperlo: ero impegnato a diventare rosso come un peperone, mentre un gruppetto di perfetti sconosciuti si avvicinava, capeggiati da una delle figlie del gestore della pensione presso cui alloggiavamo. “Vuoi giocare con noi, allora?” “Eh, se volete…” “Sì, sì, va bene, solo che deve ancora uscire dal nascondiglio quella scema che non ha capito che abbiamo finito questo giro (tecnicamente il giro finiva se e quando la scema usciva e veniva presa o faceva un liberitutti, ma era chiaro che le due non si amavano, e comunque quella era la figlia del capo della struttura, mica potevo contraddirla). STREGHETTAAAA??? ESCI FUORI! DOVE SEI? STREGHETTAAAA??!!”

Uscì. Uscì, con il suo vestitino bianco e rosa con gonnellina larga anni ’60. Uscì, con i suoi capelli biondo cenere. Uscì, con le sue gambe magre, dritte e affusolate. Uscì, circondata dalla luce del tramonto, il chiacchericcio dei villeggianti che improvvisa spariva e tutto intorno che si fermava. Uscì, ed il mio cuore le andò incontro: era la persona più bella che avessi mai visto. “(Unoduetre) Ciao, io mi chiamo Andrea…” “Io sono Eliana, ciao (è timida anche lei, si vede!)” “(Unoduetre) Posso giocare con voi?” “Certo… vuoi che ti faccia vedere dove nasconderci?” “(Unoduetre) Sì sì!”E scappammo via, guardandoci di sottecchi, emozionati ed imbarazzati, non capendo come mai, noi due timidini, mai incontrati fino a quella sera, ci sentissimo come ritrovati dopo un’eternità.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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