Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

La domenica, andando alla messa… (Amici Miei: parte prima)

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La mia vita non si svolgeva solo tra casa e scuola, ovviamente. Facendo il pendolare e partendo alle 7 del mattino per tornare alle 19, mi restava molto tempo libero (…!). Continuavo a frequentare le lezioni di pianoforte il sabato pomeriggio, e mi esercitavo almeno un paio d’ore tutti i giorni, saltando alcune ricreazioni a scuola; il lunedì sera partecipavo alle prove di canto della corale del mio paese; la domenica mattina, prima che cominciasse la messa, iniziavo le prove col coro che avrebbe accompagnato la celebrazione, per alcuni anni limitandomi a cantare ed insegnare nuovi brani sacri da eseguire, successivamente anche accompagnandolo (molto male, a dire la verità) suonando l’organo (“Ma come molto male”, direte voi, “se suonavi il pianoforte da anni?” Car* lettori/trici, io tanto amavo il pianoforte, quanto detestavo l’organo in chiesa, e tanto amavo suonare per me stesso e pochi intimi, quanto odiavo farlo in pubblico… Quindi le mie performances domenicali facevano oggettivamente schifo). Il pomeriggio della domenica, invece, veniva trascorso in oratorio, con le stesse persone che formavano il gruppo canterino del mattino e che componevano, di fatto, il mio gruppo di amici.

Infatti, dei miei compagni delle elementari era rimasta unica superstite (non nel senso di unica ancora viva, ma unica che ancora frequentavo…) Anna; quelli delle medie erano, ovviamente, tutti a Torino, così come quelli del Ginnasio. Per cui, tutte le nuove amicizie che avevo intrapreso erano all’ombra del locale campanile con oratorio annesso. Non ricordo come avessi iniziato a frequentare l’ambiente, forse era stata la stessa Anna ad introdurmici, visto che non solo lei, ma anche il fratello andavano a trascorrere le domeniche pomeriggio in quei locali un po’ polverosi, ma accoglienti, almeno ai nostri occhi, tra classiche partite di calciobalilla, pingpong, le prime sigarette (e non solo quelle…) fumate sul ballatoio ed i primi amori che iniziavano, come in una classica cartolina da cittadina di provincia.

Il gruppo era alquanto variegato. Anna, appunto, era mia coetanea e ci frequentavamo ormai da anni. Ci si vedeva spesso in giro per il paese, tanto che molti, anche tra i miei parenti, pensavano che ci fosse tra noi qualcosa di più di una semplice amicizia: la cosa ci faceva ridere, e quindi non facevamo assolutamente nulla per smentirla, anzi, in fondo veniva comodo anche a noi: io potevo continuare a pensare ai miei intenti vocazionali senza che zii e zie impiccioni cominciassero a fare domande, mentre lei poteva frequentare chi realmente le interessava, coperta dall’apparente frequentazione affettuosa con me. Dotata di una voce squillante e di una altrettanto squillante risata, era soprannominata “la Neta” (storpiatura del nome “Anna” in piemontese).

Suo fratello Carlo era di 3 anni più vecchio di noi. Me lo ricordavo alle elementari, in un grande stanzone dove ci ritrovavamo tutti man mano che arrivavamo prima che iniziassero le lezioni; aveva imparato a lavorare all’uncinetto (!) ed ho ancora presente la sua immagine sferruzzante intento a preparare una tovaglia da regalare in occasione della festa della mamma; ovviamente, quando lo rividi in oratorio era cresciuto, in altezza e soprattutto in larghezza, e proprio per la sua stazza ricevette (da me) l’appellativo di “Tatone”, in quanto il suo carattere tranquillo e un po’ schivo strideva un po’ con la stazza imponente. In seguito al gruppo si sarebbe aggiunta Monica, che sarebbe diventata la sua compagna ed ormai lo sopporta da più di 20 anni, santa donna.

Carlo formava un quartetto quasi inseparabile con Luca, Flavio M. ed Adriano. Il primo era il classico “vecchio saggio” del gruppo, quello posato, anche un po’ secchione (ebbene sì, PERSINO più di me!), fidanzato storico di Stefania (che sarebbe diventata poi sua moglie): non aveva un soprannome, al contrario di lei, che, essendo molto piccola di statura, era chiamata “Ciripiri”. Il secondo non è mai stato chiamato per nome, ma sempre “Chetto”, diminuitivo del cognome: fidanzato con la sorella di Stefania (ovviamente) Roberta (ebbene sì, anche loro diventeranno marito e moglie), era per stazza molto simile a Carlo. Il terzo era il vero titolare del famoso organo della chiesa; era anche titolare dell’organo di Silvia, che avrebbe impalmato alcuni anni più tardi, ed il più scanzonato tra tutti noi, quello che affettuosamente definirei “bulletto”, ma non in senso offensivo, quanto di atteggiamento nei confronti della vita.

Completava il gioco delle coppie l’abbinamento Flavio V., lui sì chiamato col suo nome, ed Antonella, da lui soprannominata “la Tenera”; lui alto, lei piccola; lui piemontese, lei calabrese; lui alla mano, lei che si atteggiava ad essere un po’ snob. Naturalmente anche loro convoleranno anni dopo a giuste nozze, ma resta ancora oggi nelle nostre memorie epica la volta in cui dovevamo decidere dove andare una domenica pomeriggio: tutti si pensava di andare in montagna, a passeggiare nei pressi di un orrido, senonché lei, sguardo terreo, occhi spalancati, lanciò il suo grido di dolore: “FLAAAA! Ma io non sono vestita da orrido! Sono vestita da pub!” “La Tenera ha detto pub!” venne in soccorso l’intrepido cavaliere… e pub fu.

Completavano l’allegra brigata Paolo R., Paolo D. Angelo e Fabio. Il primo lo conoscevo di vista da anni. Veniva spesso a messa anche durante i giorni feriali, come me, ed io che servivo messa lo vedevo venire a fare la comunione… ma non capivo mai se fosse un ragazzo o una ragazza! Aveva lineamenti vagamente androgini, e la voce tipicamente chioccia della preadolescenza con cui diceva “Amen” ricevendo l’ostia non mi aiutava a definirne il sesso: capii solo frequentandolo gli anni successivi che era un (u)omo. Il secondo era il bello del gruppo: capelli neri ricciolini, intelligente, un po’ schivo, suonava, frequentando il Conservatorio, il flauto traverso, e formava un inseparabile duo con il terzo, Angelo. Inseparabile, quantomeno, fino a quando non litigarono furiosamente anni dopo, guarda caso a causa di una ragazza. Quanto più Paolo era raffinato ed elegante, tanto più Angelo era il Pippo della situazione. Si sforzava di essere il migliore in qualsiasi cosa, con risultati spesso esilaranti, essendo alquanto goffo (ma GUAI a dirglielo!). Fabio, che fu uno degli ultimi ad arrivare in pianta stabile, è sostanzialmente indescrivibile: dotato di uno spirito caustico e sarcastico che adoro, lui ed io formiamo la coppia della sfiga, perché quando siamo insieme accade sempre qualche disastro. Famoso per le sue braccine corte, casa sua divenne una sorta di “oratorio numero due”, luogo di ritrovo e sede di lunghe chiacchierate notturne.

Intorno a quella corte dei miracoli andarono e venirono molte altre persone, ma quello era di fatto lo zoccolo duro. Con alcuni di loro ci si vede ancora, nonostante la vita ci abbia fatto intraprendere strade molto diverse e ci siano stati anni in cui siamo rimasti a lungo separati.

Poi, ovviamente, c’ero io. Il mio soprannome derivò da una gustosa scenetta che ebbe come protagoniste, oltre al sottoscritto, la Neta e la Tenera. Tutti sapevano che desideravo intraprendere la carriera ecclesiastica, e giustificavano così la mia totale mancanza di attrazione per il gentil sesso. Un giorno, eravamo appoggiati alla ringhiera del balcone in oratorio, misi il braccio intorno alle spalle di Anna, che magra non era, ed era dotata anche lei, come l’oratorio, di un balcone sufficientemente sviluppato: la mano cadde LI’… Nessuno di noi due ci fece minimamente caso, ma la Tenera sì. “Il frate (che ero io) tocca le tette ad Anna!” ansimò scandalizzata. “Perché, sei gelosa? Se vuoi le tocco anche a te” risposi, e con estrema nonchalanche le strizzai il seno a mò di ventosa. Lei con uno strillo corse dentro, i maschi cominciarono tutti a ridere e qualcuno venne fuori con un “Hai visto frà clitoride? Mica scemo!” E da qual momento divenni (e continuo tuttoggi a restare) frà Clito.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

2 thoughts on “La domenica, andando alla messa… (Amici Miei: parte prima)

  1. .. se ricordo bene, in ambienti torinesi (lèggasi Valdocco) eri chiamato Cigallo… ma non ricordo l’origine se non da più storpiature del tuo cognome…

  2. Sai che non me ne ricordavo nemmeno più? 😀 Sì, da Borgialli divenni Borgigallo, poi Gigallo e Cigallo…

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