Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Piccoli falsari crescono

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Valsalice aveva alle proprie spalle una storia importante, e questa storia ne condizionava anche certe prassi un po’ discutibili, a mio modesto parere. Ad esempio, mentre tutto il resto del mondo divideva l’anno scolastico in quadrimestri, noi eravamo rimasti fermi ai trimestri. Non solo: giusto per mettere ancora più sotto pressione i già abbastanza spremuti studenti, a metà trimestre veniva mandato alle famiglie il “pagellino informativo”, con la media dei voti raggiunta fino a quel momento. E’ chiaro che, parlando di un periodo di circa un mese e mezzo, capitava spesso e (non) volentieri che questa “media” fosse data, in realtà, da un voto solo (la nostra classe era formata da venti persone, interrogarci tutti richiedeva il suo tempo), magari da un’unica interrogazione orale, e quindi non fosse proprio molto attendibile. Ma questo era irrilevante agli occhi dei nostri genitori, o quantomeno dei miei.

I miei orari, poi, erano ulteriormente peggiorati: se prima partivo da casa alle 7 per tornare alle 19, ma avendo già sbrigato compiti, studiato ed addirittura esercitatomi al pianoforte (perché a Valdocco parte del pomeriggio era dedicato allo studio, appunto), adesso partivo alle 6.40 (Valsalice era dall’altra parte della città e mi ci voleva molto più tempo per raggiungerla) e tornavo alle 15 (non avevamo il tempo pieno), mangiavo, studiavo con l’abbiocco prevedibile da post-pranzo, interrompevo verso le 18, suonavo il pianoforte per almeno un paio d’ore, cenavo e crollavo a letto. Aggiunto al disagio che vivevo in quell’ambiente scolastico, non c’era da stupirsi che i miei voti ricordassero più il “Viaggio al centro della terra” di Verne che non il “Dalla terra alla luna” del medesimo autore. Vivevo, quindi, la consegna dell’odiato pagellino con un’ansia ed una rabbia difficilmente esprimibili.

All’inizio del secondo anno decisi che non potevo continuare così, ed avevo un’unica soluzione possibile davanti: no, non migliorare i risultati scolastici, falsificare il pagellino! Ero relativamente tranquillo sul fatto che la cosa sarebbe passata liscia: non era un documento ufficiale come la pagella trimestrale, i miei genitori non partecipavano mai agli incontri con gli insegnati, vista la distanza e gli orari di ricevimento, ed avrei potuto migliorare i disastrosi voti prima della fine del trimestre, allineandoli a quelli “presunti”. Con pazienza certosina ed una precisione che nemmeno gli amanuensi medievali, trasformai l’insufficienza cronica di Greco in qualcosa di più accettabile. Non andai oltre con altre materie, perché non si deve mai esagerare nella vita.

Chiaramente, passare improvvisamente da un 4 ad un 6 di Greco scritto era quantomeno inaspettato, e mio padre e mia madre rimasero notevolmente sorpresi della cosa; giustificai l’incredibile miracolo adducendolo ad un cambiamento momentaneo di docente: nel mio racconto il buon (si fa per dire) “Callistos” si era infortunato (in fondo aveva una certa età…) ed aveva quindi ceduto la cattedra al più incline alla sufficienza professore di Latino. L’eventuale ritorno alla mia solita media sarebbe poi stato motivato dal rientro in ruolo dell’odiato insegnante. Se non altro, il momento dell’ennesima umiliazione contornata da urla paterne sulla mia ingratitudine e pigrizia era stato rimandato. O così credevo.

Un giorno il “Callistos” a termine lezione mi chiese di fermarmi. “Ieri è venuto tuo padre a colloquio” ed il mondo mi crollò addosso. Ma cxxxo, mio padre mai, e dico MAI, in tutta la mia vita scolastica era andato a colloquio con gli insegnanti, e proprio quella volta doveva scegliere per farlo? “Mi ha detto che è contento che tu sia migliorato di Greco scritto: devi dirmi qualcosa?” Sgamato. Ho sempre pensato che, di fronte all’evidenza, negare sia inutile, oltre che autolesionista, meglio tentare una via più vicina ad una parvenza di pentimento, per provare a suscitare compassione nell’interlocutore. Spiattellai quindi il mio piano ingegnoso (oddio, ingegnoso mica tanto). “Ho capito. Si può sbagliare, ma l’importante è assumersi la responsabilità di quello che si è fatto: tu adesso andrai dai tuoi genitori e racconterai tutto quello che è successo”. Certo, come no, facevo prima ad autodiseredarmi. “Promesso”, mentii spudoratamente, consapevole che la china diventava sempre più pericolosamente in discesa. Passò circa una settimana, durante la quale tenni,soprattutto durante le lezioni di Greco, un profilo il più basso possibile, fino a che “Hai fatto quello che mi avevi promesso?” mi chiese il “Callistos”. “Certamente!” squillai, fissandolo dritto negli occhi, per dare ancora maggior forza alla mia affermazione. “Bravo!” chiuse lui, sorridendo; e per me la cosa finiva lì. Per me, appunto.

Un pomeriggio rientrai a casa, e trovai mia madre ad aspettarmi sulle scale. “Che cos’hai fatto!?” chiese, labbra tremolanti e sguardo a metà tra il furente ed il basito. “Perché? Che è successo?” chiesi, già immaginano la disastrosa risposta. “Ci ha chiamati il professore di Greco. Ci ha detto di averti dato una insufficienza, e che tu hai cambiato il voto sul pagellino. Non oso pensare cosa dirà papà! Perché lo hai fatto?” (Perché odio quel posto? Odio quelle persone? Odio questi ritmi? Perché vi interessa solo sapere come vado a scuola, ma di come sto non vi sognate nemmeno di chiedermelo? Perché sono stufo di dover corrispondere alle vostre aspettative, che tanto non raggiungo mai perché per voi c’è sempre qualcuno migliore di me?) “Non volevo darvi un dispiacere…” (Vile, sei un vile). Quella sera mio padre fu, fortunatamente, completamente silenzioso, un po’ per la vergogna che provava nei confronti dell’Istituto, un po’ perché, probabilmente, si rendeva conto di non riconoscere più quella persona che gli stava davanti e che mai avrebbe pensato potesse fare una cosa simile.

Tornato in classe, non feci parola di tutto questo con il “Callistos”, ne’ lui sollevò più la questione con me. Ma qualcosa si era definitivamente rotto, nei confronti della scuola, dei miei genitori, e si stava pericolosamente incrinando anche nella mia convinzione di voler a tutti i costi entrare nella Congregazione Salesiana, la cui immagine ideale corrispondeva sempre meno a quella reale che mi trovavo quotidianamente davanti. Ma si faceva anche sempre più strada non la voglia, ma proprio la necessità fisica di andare via da una casa che sentivo ogni giorno che passava sempre meno mia.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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