Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

De Senectute

1 Commento

(Nota: questo post non segue la normale cronicità delle mie vicende. E’ storia attuale, e lo scrivo per raccontare quello che mi sta succedendo ed il motivo principale per cui sono stato assente per un po’ di tempo dal blog.)

Arriveremo, ad un certo punto del blog, a tempo debito, a parlare di nuovo e più diffusamente di mio padre e mia madre. Ma per spiegare ciò che è successo di recente basti sapere che mio padre è morto 8 anni fa, dopo avene trascorsi più di 6 invalido al 100% mentalmente e fisicamente a causa di una idrocefalia, e che da allora mia madre ha vissuto da sola nella nostra casa di Rivarolo Canavese, paese distante da Torino, dove vivo io, circa 40km. Ha compiuto a marzo 85 anni, apparentemente ben portati (mia madre non ha una ruga ed ha un sacco di capelli. Io sto cominciando ad avere un sacco di rughe e nessun capello).

Già da un paio d’anni ha cominciato, però, ad avere alcuni problemi, legati a microischemie cerebrali: praticamente, all’improvviso, il suo cervello “si spegne” e lei cade per terra come un sacco di patate. Non è uno svenimento, che in qualche modo si capisce stia arrivando e permette di sedersi (so di cosa parlo, avendolo provato pure io, come descritto in “Svengooo…”); è qualcosa di imprevedibile, e di conseguenza pericoloso, visto che può capitare ovunque ed in qualunque momento.

L’ultimo episodio si è verificato lo scorso luglio, mentre era a casa, da sola. E’ capitombolata per terra e si è rotta una spalla. Ora, mia madre è la classica persona che deve trovarsi in punto di morte per andare dal dottore (e forse anche in quella circostanza lo evita…), per cui il fatto di avere un braccio al cui confronto il blu-puffo è un colore pallido e di non poterlo più muovere dal dolore, non ha minimamente intaccato la sua convinzione che non fosse necessario farsi visitare. Così come non le è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisare me o qualsiasi altro parente della cosa (forse consapevole del fatto che l’avremmo portata di corsa da un medico). Quando io, come tutte le sere, la chiamai al telefono, mi raccontò cosa fosse successo quasi “en passant”, come qualcosa di poco  rilevante. Naturalmente, essendo a 40km di distanza e senza auto, io non potei far altro che allertare una mia cugina della cosa, ma, essendo ormai sera inoltrata, fu solo il giorno dopo che questa la accompagnò al Pronto Soccorso. La diagnosi fu di frattura scomposta dell’omero, con conseguente tutore immobilizzante (impossibile, data l’età avanzato ed il versamento di sangue, operarla) e relativa impossibilità di restare da sola. Riuscimmo, con una incredibile dose di fortuna, a trovare un posto libero in una struttura per anziani nel suo stesso paese, vicino, quindi, ai suoi parenti: fratello, sorella, nipoti. Io cominciai, compatibilmente con gli impegni di lavoro, a fare la spola tra Torino e Rivarolo.

Cominciarono le inaspettate scoperte. Mia madre, che per me all’esterno era sempre uguale (nonostante mi fossi accorto che perdeva un po’ di memoria e di consapevolezza, ma ad 85 anni chi non lo fa?), si rivelò essere molto più svanita di quello che avevo pensato, o forse mi ero rifiutato di comprendere. Aveva iniziato ad essere incontinente, senza che mai me ne avesse fatto cenno, e a trascurare la pulizia, propria, degli effetti personali, della casa. Era evidente che, una volta terminato il periodo di riabilitazione, non sarebbe più potuta tornare in quella casa a vivere da sola. Come gestire la situazione?

Chi segue il mio blog, sa che ho un rapporto non facile con la mia famiglia, e con mia madre in particolare. Ma ho un rapporto anche peggiore con certi aspetti della vecchiaia per i quali ho un vero e proprio terrore. Sono un maniaco del controllo, e l’idea di non essere più autosufficiente (cosa capitata a mio padre) è per me inaccettabile. Il vedere mia madre iniziare a percorrere a sua volta questa strada mi ha lasciato spaventato ed impreparato. Forse, proprio per questo, non ho voluto vedere nel tempo le avvisaglie di ciò che stava capitando, fino a quando, come spesso succede in questi casi, l’ineluttabilità dei fatti non mi ha posto di fronte alla realtà con violenza. L’unica soluzione che mi è sembrata percorribile, vuoi per motivi economici, vuoi perché pensavo che, comunque, fosse ancora in grado di avere una certa dose di autosufficienza, è stata quella di prenderla in casa con me. Così, da metà settembre, la famiglia è stata composta da 2 uomini, 3 gatti, alcuni pesci rossi, e mia madre.

La convivenza si è rivelata fin da subito molto più complessa del previsto. Intanto, pensavo che, anche lasciandola a casa da sola per pranzo, almeno fosse in grado di farsi scaldare qualcosa da mangiare. Ed invece no. Inoltre, si rivelò essere molto più confusa, quindi ingestibile, capricciosa, a volte anche aggressiva, di quello che avrei mai immaginato. La notte si alzava più volte, entrando all’improvviso in camera nostra mentre dormivamo e svegliandoci, accendendo e spegnendo continuamente le luci, andando in bagno nonostante le mettessi ogni sera il pannolone per l’incontinenza.

Già, il pannolone, questo sconosciuto. Intendiamoci: già io sono gay, quindi potete bene immaginare quale familiarità possa avere con le parti intime di una donna. Per di più, per (quasi) ogni maschio, la madre è una specie di essere asessuato; per cui, farle indossare ogni sera questo ammenicolo, oltretutto scomodissimo da gestire, è stata una delle cose più traumatiche che mi siano capitate negli ultimi anni. I miei tempi cominciarono ad essere scanditi in base ai suoi: tornavo il più possibile a casa per pranzo e, qualora non potessi farlo io, o cercava di esserci il mio compagno, o dovevo chiamare una signora che le scaldasse il cibo per farla mangiare. Diventò impossibile uscire la sera, dovendo attrezzarla e prepararla per la notte (e per lei le 21.00 era già tardi per andare a letto, salvo poi andare avanti ed indietro camera-bagno-salotto-bagno-camera-stanzaperfumare-bagno-camera per almeno un’ora). Tornare a casa non voleva più dire, dopo una giornata di lavoro, potersi fermare e rilassare, ma avere altro lavoro, ed un peso psicologico non indifferente, da gestire, senza più un minimo di privacy e di spazi personali. Ogniqualvolta stavo in camera per lavorare al pc (perché, ovviamente, anche la disposizione della casa è stata cambiata, per lasciarle una stanza personale dove stare), lei entrava ed usciva, entrava ed usciva, obbligandomi ad un certo punto a chiudermi dentro per non essere continuamente interrotto.

In questo lasso di tempo ho capito fondamentalmente due cose.

La prima, che il nostro tempo, rispetto probabilmente anche a poche decine di anni fa, non consente più la gestione di una persona anziana non autosufficiente in casa. I ritmi sono troppo veloci, troppo frenetici, anche quando si è a casa telefono-pc-impegni impediscono di seguire chi a questa corsa non può più stare dietro, e si vive quella che dovrebbe essere sempre considerata una persona, in realtà come un problema, un impedimento, un fastidio che non permette di stare dietro alla frenesia che ci accompagna.

La seconda, che in queste situazioni si è profondamente, inesorabilmente, crudelmente soli. I parenti, suo fratello, le sue nipoti, non sono venuti una volta a trovarla; i miei amici, reali o virtuali, non mi hanno chiesto una volta come stesse lei o come stessi io, se avessi bisogno di aiuto, se volessi anche solo parlare di quello che stava succedendo. La frase più gettonata del periodo, quando c’è stata una frase, è “Non ti chiamo perché non voglio disturbarti”. No, non mi chiami perché non TI vuoi disturbare; perché quel fastidio, quella paura che erano le mie, sono anche le tue. Perché in questo periodo in cui tutti, chi più chi meno, siamo sempre più “social-addicted”, in realtà è venuta a mancare quella rete di aiuto, attenzione e solidarietà che permettevano, una volta, di sopportare e gestire meglio situazioni come questa. Mi sono sentito abbandonato, e di conseguenza di-sperato (=senza speranza).

L’epilogo, per il momento, ieri. E’ stato dolorosamente evidente fin da subito che non ero nelle condizioni di poter gestire questa situazione, troppo complessa per due uomini che lavorano e devono fare i conti con orari ed impegni a volte non programmabili. Ho dovuto riportare mia madre nella stessa struttura da cui volevo a tutti i costi toglierla, raccontando la pietosa bugia di avere dei corsi di formazione che mi avrebbero tenuto lontano da Torino per alcune settimane (bugia, a dire il vero, solo parziale), e che quindi il ricondurla là sarebbe stato solo temporaneo. Ovviamente non sarà così.

Se da una parte sono razionalmente consapevole di non avere avuto alternative e che non avrei potuto seguirla come necessitava, dall’altra non riesco a superare il senso di frustrazione e di sconfitta che questa soluzione mi lascia addosso. Mi sembra di averla tradita, di non aver fatto abbastanza per lei, e che non si meritava, dopo una vita, di trascorrere in un’anonima struttura gli ultimi anni che le rimangono. Spero, e credo, che il tempo mi aiuterà a far pace con me stesso e con questa vicenda, ma non sarà subito. Anche per questo bisogno di scrivere di questo pezzo di vita presente. Ma qui non ci sarà un’altra storia e non verrà raccontata un’altra volta.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

One thought on “De Senectute

  1. quello che tu scrivi mi ha riportato alla mente una parte della mia vita e che ho vissuto con mia madre con altre modalità ma con analoga sofferenza avendola accompagnata verso una sua scelta lucida verso la fine della sua vita.

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