Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Attento a ciò che chiedi, gli Dei potrebbero concedertelo… (Comunità Vocazionale salesiana: parte prima)

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Riprendiamo da dove eravamo realmente rimasti: Valsalice, liceo, voti a picco.Una simile situazione era INACCETTABILE per i miei genitori, che non potevano credere all’improvvisa trasformazione in asino del loro fino a quel momento studiosissimo figlio. Non poteva essere che colpa della fatica, dell’andare avanti ed indietro ogni giorno sulla tratta Rivarolo-Torino-Rivarolo, delle levatacce mattutine… Restava un’unica soluzione per evitare un preannunciato disastro alla Maturità: farmi restare, in quell’ultimo anno di studi, tutta la settimana a Torino, permettendomi di vivere in quella comunità vocazionale che da tempo ormai avevo archiviato come miraggio irraggiungibile.

La faccia di mia madre quando i miei genitori mi annunciarono la ferale decisione somigliava a quella di qualcuno che avesse appena avuto un incontro ravvicinato con la mitologica Medusa, oltretutto venendo colto nel momento in cui si stava sforzando di andare al gabinetto: impietrita, occhi socchiusi, faccia tiratissima, capelli dritti, pugni serrati, labbra talmente sottili da essere quasi inesistenti, voce sibilante (ok, le statue non parlano, ma mia madre era piena di risorse inaspettate): “sia-chiaro-che-si-tratta-solo-di-una-soluzione-necessaria-per-migliorare-i-tuoi-risultati-in-vista-della-maturità-e-comunque-tornerai-a-casa-tutti-i-fine-settimana”. Naturalmente, viste le circostanze, non mi diedi a gesti di gioia inconsulta e mi limitai ad un “certamente, mamma”, a capo chino, novello questuante vestito di sacco e col capo cosparso di cenere; anche se, forse, le urla ed i “SI’, FANCULO, SIIIIIII!!!!!!!” che si sentirono provenire dalla mia camera praticamente in tutta la via quando salii, poterono far venire ai miei genitori qualche dubbio su come l’avessi REALMENTE presa.

Il giorno in cui i miei mi accompagnarono, finalmente, per il mio primo ingresso in comunità, la scena che si presentava ad uno spettatore esterno era una via di mezzo tra l’arrivo di un principe arabo e la sepoltura funeraria di un antico faraone egizio. Mia madre, che alternava la parte di una prefica in lacrime a quella di un generale che passa in rassegna le truppe e gli alloggi in cui avrebbe dovuto soggiornare il suddetto principe, sembrava dimenticare che eravamo comunque a una quarantina di chilometri di distanza, che non sarei partito per la Legione Straniera, e che ci saremmo rivisti dopo cinque giorni; e mio padre, che alla fine doveva essere il principale artefice di quel disastro di decisione, non osava nemmeno avvicinarsi troppo, per timore di (ulteriori) reazioni isteriche, e sorridendo impacciato ripeteva: “Ma sì, stai tranquilla, andrà tutto bene…” “Tu non capisci!”  “Su, amore, non fare così…” “TU-NON-CAPISCI!!!!!” “Va bene, amore, ho capito, ma…” “NO!!!!! TU!!!!! NON!!!!! CAPISCI!!!!!”. Non nomino nemmeno la quantità abnorme di valigie, vestiti, generi alimentari di sopravvivenza, ammenicoli varii (“E la nostra foto da mettere sul comodino???”) che ci portammo appresso, da meravigliarsi che non ci fosse una spedizione di sherpa apposita. E che, oltretutto, per metà tornò da dove era venuta, visto che “i miei appartamenti” consistevano in un letto in una camerata insieme ad altri 5, separati solo da una tenda, con un minuuuuuscolo armadio in ferro stile militare che poteva accogliere proprio solo lo stretto indispensabile (“e TU dormirai QUI????????!!!!!!!!!!!!!”). Il bagno, ca va sans dire  in comune, rischiò seriamente di far svenire mia madre (e, sinceramente, anche un po’ me, che cominciavo ad avere serie perplessità…).

Quando finalmente i miei se ne andarono, tirammo tutti un sospiro di sollievo, soprattutto i salesiani che avrebbero avuto la responsabilità di accudire un siffatto personaggio (me). Certo, non era la prima volta che dovevano gestire situazioni familiari delicate, ma credo che mia madre sia riuscita a spostare l’asticella un po’ più in alto rispetto a quanto erano stati abituati fino a quel momento.

Iniziò così il mio ultimo anno di studi in vista della Maturità ed il mio primo, ed unico, essendo alla fine del ciclo liceale, anno in quella comunità vocazionale su cui tanti sogni avevo fatto. Ma i sogni, si sa, son desideri, e possono trasformarsi in incubi, quando si scontrano con la dura realtà. Ed anche questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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