Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Ne resterà soltanto uno

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Le settimane correvano veloci verso la fine dell’anno scolastico, quindi verso il mio esame di  maturità, quindi verso una decisione definitiva che doveva essere presa: noviziato salesiano o no? Continuare il percorso che avevo difeso con le unghie e con i denti o cambiare? E, in questo caso, indirizzarmi verso i cappuccini o meno?

Quello che era stato il mio primo colloquio con p. Luca, a cui ovviamente erano seguiti molti altri a scadenza praticamente settimanale, era stato decisamente accantonato dal mio conscio: era EVIDENTE che si era trattato di un suo modo di mettermi alla prova e che io l’avevo BRILLANTEMENTE superato, insistendo nel continuare a frequentarlo e dimostrandogli che la mia vocazione religiosa era vera, chiara e salda! Solo, non ero ancora sicuro di quale indirizzo dovessi seguire…

Soprattutto, dopo che i miei genitori, volenti o nolenti, avevano cominciato a considerare come ineluttabile il mio ingresso in noviziato, l’idea di dover ricominciare da capo, convincendoli a questo punto a farmi frequentare UN’ALTRA comunità, quella francescana, che per di più non si trovava nemmeno a Torino, mi spaventava non poco. Infatti, l’aver vissuto tra i salesiani per un anno non serviva a nulla, qualora avessi voluto entrare in un Ordine religioso diverso, ed avrei quindi dovuto rifare tutta la trafila: un altro anno minimo di comunità, questa volta tra i cappuccini, a cui sarebbe succeduto, se tutto fosse andato bene, il noviziato. Con l’aggravante, appunto, che l’equivalente di quello che avevo fatto a Valdocco con i salesiani, per i cappuccini si trovava in un paese distante una quarantina di chilometri da Torino, che diventavano un’ottantina rispetto a dove risiedevano i miei, con tutte le complicazioni del caso. Insomma, avevo le idee più confuse che mai.

In quel periodo il nostro formatore, Piero, stava per prendere i voti definiti. Mettetevi comod*, che questa volta una spiegazione è d’obbligo: i tre voti sono povertà (che non ha bisogno di spiegazioni), castità (nemmeno) ed obbedienza (al proprio superiore). Solo i religiosi si impegnano a viverli, perché si tratta di una scelta. Diverso, invece, per i sacerdoti, che non prendono i voti, ma fanno delle “promesse”: di celibato (che è un po’ diverso dalla castità…) e di obbedienza (al proprio vescovo). Non si parla di povertà perché, mentre i religiosi vivono in comunità e sono da questa economicamente supportati (e dipendenti), i sacerdoti in un certo qual senso devono “badare a loro stessi”, e quindi hanno necessità di gestire il denaro in modo autonomo. Ora, i voti, proprio perché sono una scelta e non una imposizione (come invece le promesse dei sacerdoti, a cui la Chiesa in sostanza dice: “Se vuoi essere un mio ministro, ti obbligo a sottostare a queste regole”), non sono subito definitivi: è obbligatorio per Diritto Canonico prendere i voti per un periodo temporaneo, non inferiore a tre anni e non superiore a sei (che possono, in casi particolari, arrivare fino ad un massimo di nove). Si ha, quindi, il tempo di tornare sui propri passi, qualora ci si renda conto che si è presa proprio una bella cantonata. Altrimenti, terminato questo periodo, si prendono quelli che dovrebbero essere voti definitivi, per la vita (parola-chiave: dovrebbero… come si vedrà molto più avanti). Fine delle spiegazioni, molto veloci (ma non illudetevi, che probabilmente ci torneremo sopra)

Ora, Piero era arrivato a quest’ultima fase, che per un religioso è l’equivalente di un matrimonio per una coppia, con tutto quel che ne consegue: feste, balli, canti, frizzi e lazzi annessi (ma senza festa di addio al celibato/nubilato): insomma, si invitano parenti, amici, conoscenti, c’è una celebrazione importante in chiesa, a cui segue l’immancabile momento mangia-e-bevi (abbondantemente). Tutta la comunità, quindi, fu coinvolta nella preparazione di questo evento, ed un ruolo più di primo piano lo avemmo noi tre prenovizi. Al culmine del rito, una volta fatta la promessa definitiva, Piero, in un santuario di Maria Ausiliatrice gremito di gente, disse: “A settembre altri tre ragazzi entreranno in noviziato per prendere i voti come io ho fatto oggi. Vi chiedo di pregare per loro e di accompagnarli in questo cammino” Luci, motore, azione: partimmo con un canto, Pippo, PierD. e lo stesso Piero a suonare, io a cantare, folla in silenzio, commozione a gogò.

Ma i tre, poche settimane dopo, scesero a due: Pippo comunicò, a d. Asti prima e a noi tutti immediatamente dopo, di aver deciso di interrompere il percorso vocazionale e che non sarebbe più entrato in noviziato a settembre. Restavamo PierD. ed io. Ora, che un prenovizio decida pochi mesi prima di non entrare più in noviziato è un fatto oltre che abbastanza raro a verificarsi, anche molto deprimente per tutti, responsabili della comunità in primis. Ovvio, quindi, che le aspettative e le pressioni su noi due superstiti aumentassero ulteriormente.

Poco prima dell’arrivo degli esami di fine anno scolastico, ci fu un incontro tra tutti coloro che sarebbero entrati in noviziato a settembre. Sì, perché mica eravamo solo noi tre (anzi, noi due): il noviziato era unico per tutta Italia, quindi ci saremmo ritrovati con persone che fino a quel momento non avevamo mai visto ne’ conosciuto, provenienti da ogni regione. Ma eravamo noi quelli che arrivavano da Valdocco, la culla, il luogo di nascita della Congregazione Salesiana, dove d. Bosco, il nostro fondatore, aveva vissuto, operato ed iniziato la sua opera! Quindi, venivamo guardati con una certa invidia ed ammirazione dagli altri, perché da sempre la nostra comunità era ritenuta la prima inter pares. Ancora pressioni ed aspettative.

Ed ancora un caduto: anche PierD., a pochi giorni dall’inizio degli esami, comunicò ad un ormai attonito e terrorizzato d. Asti che nemmeno lui sarebbe entrato in noviziato a settembre. Ne resterà soltanto uno (cit.), e quell’uno ero io: come potevo, a questo punto, tirarmi indietro? Come potevo deludere le aspettative dell’intera comunità vocazionale? Senza contare che, in fondo in fondo, l’idea un po’ non mi dispiaceva: sarei stato l’unico superstite di Valdocco, un punto di riferimento per tutto il noviziato, accolto, una volta terminato l’anno, con tutti gli onori del caso quando fossi tornato. Ero sempre più frastornato e sballottato dagli eventi e dai miei stati d’animo. Ma gli esami erano ormai alle porte e tutto il resto doveva necessariamente passare in secondo piano.

E quindi sarà raccontato un’altra volta.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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