Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Amarcord: Summer graffiti

1 Commento

(Mi sono reso conto che, andando avanti con il blog, mi vengono alla mente ricordi che dovrebbero essere collocati temporalmente prima rispetto alle vicende che sto raccontando ora, un po’ perché la memoria, stimolata, li tira fuori a scoppio ritardato, un po’ perché amici che che li hanno condivisi e leggono il blog me li fanno notare. ho deciso, quindi, ogni tanto, di inserire dei post fuori logica temporale, recuperando qualcosa che non mi sono ricordato in tempo, e che indicherò con il termine “Amarcord” nel titolo. Visto che siamo alla fine dell’estate, inizio con qualcosa in tema)

Durante la mia infanzia, le estati coincidevano con la noia assoluta. Fino ai 7 anni ne trascorrevo una parte in montagna con mio padre, come raccontato precedentemente, ma da lì in poi si erano ridotte a coincidere con le 2 settimane che passavo al mare con mia madre, (vedi “Questo Piccolo Grande Amore”) ed il resto a casa, da solo. Il massimo del divertimento era andare in bicicletta, facendo il giro dell’isolato, in un carosello autistico, dove fingevo di essere un supereroe in sella ad un mezzo tecnologicamente eccezionale (una Graziella…), che avevo pomposamente chiamato Giuseppa (ok, nessun commento, abbiate pietà). Se si pensa che il modello a cui mi rifacevo in quel periodo era Paperinik, si capisce l’abisso di poraccitudine in cui ero caduto.

Con l’adolescenza, però, le cose un po’ cambiarono in meglio (e ci voleva DAVVERO poco). Intanto, cominciando a frequentare l’oratorio ed inserendomi in un gruppo di amici, avevo anch’io una parvenza di vita sociale; poi, i miei mi lasciavano un filo di indipendenza in più, niente di eccezionale, beninteso, ma perlomeno potevo stare alzato fino a tardi a guardare la televisione mentre loro andavano a letto, e già questo mi sembrava un traguardo di trasgressione ed emancipazione. Ma ricordo in particolare segnare un po’ un punto di non-ritorno, una presa di coscienza diversa dalle altre, pur nella sua assoluta, totale, banale normalità, l’estate dell’85.

Era l’anno in cui uscì “La Vita è Adesso” di Baglioni. Non mi era mai piaciuto, Baglioni. Troppo melenso, troppo sdolcinato, e poi TUTTE le mie amiche stravedevano per lui, i suoi capelli, la sua voce, i suoi capelli, le sue canzoni, i suoi capelli, il suo sorriso, i suoi capelli. Fu l’anno in cui, assente dalle scene da un po’, per il suo ritorno con un nuovo disco di inediti, i famosi capelli se li tagliò. La TRA-GE-DIA! Le mie amiche, prima ancora che uscisse l’album, erano devastate: sembrava che la capacità di cantare del Divo Claudio fosse direttamente proporzionale alla lunghezza del crine, un po’ come la forza per il biblico Sansone. Naturalmente, date le premesse non vedevo l’ora di sentire il suo nuovo lavoro per poterle prendere per i fondelli a sangue.

Le sue fans più sfegatate erano due sorelle, Stefania e Roberta, che abitavano in una casa con giardino, custodia di un piccolo castello che a Rivarolo viene chiamato “il Castellazzo”. Eravamo sdraiati lì fuori, il sole era caldo ma non troppo, loro in bikini per abbronzarsi, io vestito di tutto punto come sempre, perché è vero che i miei mi concedevano qualche libertà in più, ma era pur sempre disdicevole in paese stare in costume da bagno, anche in una proprietà privata. Ero prontissimo a dimostrare quanto fosse “da femmine” quel tipo di musica, che loro, che avevano comprato l’album il giorno dell’uscita e quindi lo conoscevano già a memoria, si ostinavano a decantare con tanto sospirare. Fecero partire il pezzo che dava il titolo al lavoro; e la sonorità mi avviluppò.

Mi avviluppò “La vita è Adesso” con il suo dare un senso al mio grigiore quotidiano; mi avviluppò “E Adesso la Pubblicità” che raccontava dei secoli di noia che vivevo anch’io; mi avviluppò “Notte di Note, Note di Notte” che dava voce a quell’anelito di silenziosa contemplazione che identificavo con la mia vocazione.

E pensai al senso di libertà che vivevo la sera, quando uscivo con gli amici e rincasavo, finalmente possessore della chiave di casa; o quando stavo alzato per guardare il Festivalbar con le sue musiche, le sue luci, le sue trasgressioni provinciali che mi sembravano così eccitanti; e ancora, nei pomeriggi in cui uscivo, dicendo che sarei andato in piscina a nuotare, mentre mi compravo un vasetto di Nutella, un Topolino e mi andavo a sdraiare su un prato, rincasando non prima di aver inumidito costume ed accappatoio perché mia madre non si insospettisse. Quella canzone ancora oggi racchiude in sè tutto questo, quel raro momento in cui hai una vita davanti, ne diventi improvvisamente consapevole, non sai ancora come sarà, ma sei certo che sarà piena e bellissima.

Sarebbero arrivate le delusioni, le sconfitte, i fallimenti; ma nel mio iPod “La Vita è Adesso” continua ad avere un suo angolo in cui mi  rifugio ogni tanto, per tornare là, sdraiato su un prato pieno di sole, quando sapevo con certezza che tutto sarebbe andato per il meglio.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

One thought on “Amarcord: Summer graffiti

  1. Se poi ci metti che si vocifera ancora oggi che quell’album non fosse neanche scritto da lui ma da un ragazzo pagato per scomparire!!!! Sarà vero? Non lo sarà? Mistero!

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