Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Le Baccanti

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Un ultimo, importante impegno mi/ci separava dagli esami di fine anno: la festa di Maria Ausiliatrice, il 24 maggio. In ordine di importanza, in tutto l’anno, era certamente il principale, perché coinvolgeva non solo noi della comunità vocazionale ed il mondo salesiano, ma l’intera città. A Torino, infatti, il mondo maschile si divide, per lo più, in torinisti e juventini (poi ci sono i gay come me, una gran fetta devo dire, a cui presumibilmente del calcio l’unica cosa che interessa sono i calciatori e poi ancora, ma questo è un altro discorso); il mondo femminile, invece, perlomeno quello legato ad una certa religiosità e non necessariamente, anche se verrebbe da pensarlo, agée, si divide in fans della Madonna Consolata e della Madonna Ausiliatrice, appunto.

“Come”, si dirà, “non sono la stessa cosa, la medesima Madonna?” La fate facile. Infatti, se il Dio cristiano è Uno e Trino, Maria, che è pur sempre una donna, si è moltiplicata, e come alcune esponenti del genere femminile collezionano scarpe o vestiti, lei colleziona appellativi. Sono infiniti, spesso legati a delle caratteristiche (Ausiliatrice, cioè “colei che aiuta”, è una di queste) o a luoghi specifici (la Madonna di Lourdes, per esempio, rientra in questa seconda categoria); ed ognuno di essi, normalmente, ha accanite fans, pronte a difendere con le unghie e con i denti l’assoluto primato della “LORO” Madonna rispetto alle altre. Torino, appunto, ne ha addirittura due, ognuna con la sua festa cittadina e la propria processione.

MARIA AUSILIATRICE2Si può quindi immaginare come fosse un momento importante per noi giovani aspiranti salesiani, anche se il nostro ruolo, diversamente dalla festa di s. Giovanni Bosco (vedi post “Baby, I’m a Star!”), non era di veri e propri protagonisti, ma piuttosto di supporter alle varie iniziative. Tra queste, le due principali, perché culmine di tutto un mese di preparazione, erano la veglia di preghiera notturna e la succitata processione. Fulcro di entrambe era la statua della Vergine, a cui prima venivano elevate preghiere durante la notte e poi portata in pompa magna la sera successiva. Parlo al passato perché quella fu l’unica volta che vissi di persona questo tipo di esperienza, quindi non posso essere certo che le cose si svolgano ancora così, anche se ne non ho motivo di dubitarne.

A noi più “vecchi” toccava l’onere/onore di stare accanto alla famosa statua, circondata da alcune transenne protettive, durante parte della veglia notturna. “Vedrai”, mi dicevano, gli occhi brillanti di eccitazione, i miei compagni che avevano già vissuto questa esperienza gli anni precedenti “è bellissimo, molto toccante!”. Essendo il primo anno che vi prendevo parte, non capivo bene il perché di quella nostra presenza, ma il mio interrogativo durò pochissimo, il tempo di entrare in chiesa e prendere posizione.

La statua era letteralmente assediata, circondata da donne di tutti i tipi, le estrazioni sociali (almeno a vederle) e le età, che incuranti delle preghiere che dal pulpito un qualche celebrante invitava a recitare, si sbracciavano, spingendosi fino all’inverosimile, cerando di far toccare al simulacro della Vergine gli oggetti più diversi, ma soprattutto immaginette della stessa Ausiliatrice. Eravamo noi, officianti di quel rito a metà strada tra superstizione atavica ed ingenua religiosità popolare, a svolgere da filtro osmotico, girando su noi stessi senza soluzione di continuità, come dervisci impazziti, al ritmo di mano-immaginetta-statua-mano-mano-rosario-statua-mano e via di seguito, incessantemente, un oceano di braccia sbracciate verso di noi e bocche aperte in una litania continua ed incomprensibile. Mi sentivo il sangue salire alla testa, e come in un baccanale moderno fui preso anch’io da una frenesia eccitata, sentendomi sacerdote di un rito che non riguardava più l’Ausiliatrice, ma si rifaceva a qualcosa di ben più primordiale, istintivo.

“Basta, ragazzi, è ora che veniate via, è molto tardi e domani sarà una giornata impegnativa”. D. Gianni era improvvisamente comparso accanto a noi, superando non so come quell’oceano implorante. “No, non possiamo smettere, chi continuerà senza di noi???” mi sentii dire affannato, eccitato, come se fosse qualcun altro a parlare e non io, di solito così distaccato, così razionale. “Non vi preoccupate, ci pensiamo noi”. E, non ricordo proprio in che modo, ci ritrovammo in camerata, il sangue ancora pulsante e caldo, ma con la testa ormai svuotata, con quella sensazione di sbornia da smaltire. Mi svegliai dopo poche ore di sonno (in effetti, eravamo andati via verso le 2 del mattino) e pensai che non avrei mai più voluto vivere una cosa del genere: non mi riconoscevo in quel tipo di religiosità, e l’essermene lasciato trascinare, perdendo il controllo di cui ero sempre andato molto fiero (e che avevo sempre usato come un’armatura il più impenetrabile possibile) mi infastidiva e quasi me ne vergognavo davanti a me stesso. In effetti, il mio modo di vivere la spiritualità da lì in poi sarebbe stato molto diverso, ma in quel momento l’unica cosa impellente che mi si presentava da affrontare era l’esame di maturità: tutto il resto, le mie decisioni, confusioni, interrogativi, doveva aspettare ed essere affrontato un’altra volta.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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