Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-4)

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Man mano che ci avvicinavamo a s. Giovanni Rotondo, dove avremmo soggiornato per 2 notti, mio padre si dimostrava sempre più insofferente. Del resto, era comprensibile: vuoi mettere l’idea di tornare a Rivarolo e raccontare come il viaggio lo avesse provato? Come si fosse sentito male ed avesse stoicamente resistito, finché il dolore non avesse preso il sopravvento? E come, MIRACOLOSAMENTE, tutto questo fosse avvenuto proprio mentre eravamo nei pressi di uno degli ospedali più famosi d’Italia, fondato nientepopodimeno che da padre Pio in persona? E quindi eccolo là “Pina… sto male…”, con la classica voce da sto-morendo-ma-non-voglio-farvelo-pesare-però-sto-morendo-tanto, con mia madre che, di conseguenza “Oddio! Gino, stai male? Stai male, Gino? Ma dimmi, stai male? Ma come stai, Gino? MA PARLA! Oddio, Gino sta male…” e giù a stare peggio di lui.

Morale della favola: mentre tutto il resto del gruppo prendeva posto in albergo, noi prendevamo posto in ospedale, con mio padre accompagnato all’interno su una sedia a rotelle, immagine del crocifisso, però seduto, e mia madre della Veronica, però che si asciugava il proprio, di volto, dal sudore per lo spavento. Ovviamente, non era assolutamente nulla, un semplice calo di pressione dovuto probabilmente al caldo. Poi, perché i medici lo dicessero praticamente ridendo, lo lascio alla vostra libera interpretazione. L’importante era che mio padre avesse avuto la Sua Grande Avventura da raccontare una volta tornato a casa, che naturalmente si sarebbe arricchita via via di particolari sempre più drammatici.

Archiviata la pratica-ospedale, potemmo dedicarci completamente alla pratica-padre Pio (che all’epoca non era ne’ santo ne’ beato). Visitammo le stanze in cui aveva vissuto, in cui aveva pregato, in cui era stato tentato dal dimonio (cito testualmente), fino ad arrivare alle sue miracolosamente mantenute vestigia (in realtà alla statua di cera che le racchiudeva, ma fu tutto un fiorire di “Uhhhh! Ohhhh! E’ un miracolo! Se non è l’opera divina questa…!”, anche se a me sfuggiva cosa potesse fregare a Dio di mantenere o meno integro il corpo di un vecchio barbuto, ma che fossi un miscredente ormai si era capito). Ma il colpo di scena doveva ancora arrivare. “Io” esordì la nostra guida, ovviamente un canuto frate cappuccino “sono l’ultimo dei figli spirituali di padre Pio ancora in vita. E lui mi disse che avrei potuto trasmettere l’essere suoi figli spirituali anche a tutti coloro che lo avessero invocato come padre. Quindi, se voi volete, da adesso siete tutti figli e figlie spirituali di padre Pio!”.

Svenimenti, commozioni, lacrime a profusione, sventolare di fazzoletti per evitare il mancamento… ed offerte a pioggia, naturalmente. Che poi, a quel punto, l’unicità della figliolanza di padre Pio del canuto frate mi sembrava un filo essere venuta meno, ma poco importa, come ho già detto che io fossi un miscredente eccetera eccetera. E dopo questa specie di inseminazione eterologa spirituale che ci aveva resi tutti figli e figlie spirituali del (futuro) santo cappuccino, partimmo per l’ultima tappa del viaggio, monte s. Angelo con il santuario dedicato a s. Michele Arcangelo, sul Gargano. Una curiosità. Sono 3 i santuari dedicati a s. Michele Arcangelo: il succitato, quello della Sacra di S. Michele in Piemonte ed il famosissimo Mont S. Michel in Francia. Ebbene, la distanza tra il primo ed il secondo e tra il secondo ed il terzo è esattamente identica (1000km), ed i 3 sono posti su una linea retta immaginaria, che se prolungata si congiunge con Gerusalemme. All’epoca non conoscevo questa particolarità, ma l’atmosfera del luogo, finalmente, mi colpì.

Anche qui non mancavano alcune caratteristiche, diciamo così, folcloristiche, prima fra tutte la presunta impronta che l’Arcangelo stesso avrebbe lasciato schiacciando il demonio durante una delle loro infinite lotte mistiche, orma ovviamente ben visibile e molto simile a quella di un bambino. Così come, nell’immancabile negozio di ricordi (che, come sempre, mi attirò come il fuoco una falena), una presenza infinita di rosari i più diversi dedicati a tutte le specie conosciute (conosciute…?) di angeli. Ma il santuario, di fatto scavato all’interno di una grotta, aveva un’aura di calma, di serenità, di raccoglimento che fino a quel punto, in tutto il resto del viaggio, mi era mancata. Ma, soprattutto, scoprii che era stato meta di pellegrinaggio di s. Francesco, che aveva lasciato disegnato il proprio simbolo, il Tau (lettera greca che ricorda la croce, da non confondersi col Tao, che è tutta un’altra cosa), su una delle rocce della grotta stessa.

Eccolo là, il segno che IO aspettavo. Alla fine di quella serie interminabile di soli che ballavano, madonne che piangevano (e quante ne avevo tirate giù io, di madonne), frati che si autoconservavano, un banale, semplice disegno, come quello che fanno i bambini per dire “sono stato qui”, mi richiamò alla decisione che dovevo prendere, ed in fretta, riguardo al mio futuro. Ed improvvisamente seppi anche quale sarebbe stato il credito che avrei riscosso nei confronti dei miei genitori per quelle due settimane infinite: sarei andato ad Assisi, là dove Francesco aveva vissuto, ed anch’io, come lui, avrei ascoltato quello che il Signore aveva da dirmi! E come Francesco aveva il fido frate Leone con sè, io avrei avuto il fido Marco M. ad accompagnarmi!

Fu con questa immagine a metà tra il mistico e l’eroico che mi ronzava negli occhi, entusiasmandomi ogni minuto di più, che tornai verso Torino, preparandomi a sciogliere finalmente i dubbi che non mi avevano dato tregua da quasi un anno. La mia estate non era ancora finita.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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