Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Annus horribilis – Parte quarta

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Dovevo rientrare un giorno prima rispetto ai miei amici dalla casa alpina: in teoria, avrei dovuto prendere un bus e raggiungere i miei che mi aspettavano alcuni paesi più in basso, per andare insieme a pranzo al ristorante. Piccola precisazione: la mia famiglia non è mai stata ricca. Mio padre aveva ereditato da mio nonno la casa dove abbiamo abitato per i miei primi 5 anni, poi, abbattuta una stalla a fianco dello stabile (mio nonno vendeva stoffe al mercato ed aveva un carretto trainato da un asino che, ahimè, non ho mai conosciuto), ha costruito una nuova abitazione per noi 3, affittando l’altra. A parte questo investimento patrimoniale,  ed un già in precedenza citato piccolissimo appezzamento di terra con delle betulle da taglio, non abbiamo mai avuto possedimenti, beni-rifugio, azioni o quant’altro. Facevamo parte di quel ceto medio che è stato praticamente spazzato via dalle varie crisi che si sono susseguite nel tempo, con la differenza che il poco che mio padre era riuscito a mettere da parte se n’era già andato in precedenza a causa della sua malattia e delle cure conseguenti… Ma ci arriveremo.

Tutto questo lungo preambolo per dire che il massimo dell’espressione della festa, per i miei genitori, era andare a mangiare al ristorante. A mio padre piaceva bere bene, era, al contrario di me, un discreto intenditore di vino; a mia madre, come già spiegato in altri post, essendo casalinga non sembrava vero, ogni tanto, di “mettere i piedi sotto la tavola”, come era solita dire, e farsi servire, invece di essere lei a farlo spadellando, apparecchiando, sparecchiando, lavando, pulendo (perché mio padre, anche per volontà materna che temeva i disastri potenziali, non muoveva un dito). Era un rito che si consumava in alcune occasioni specifiche dell’anno: per il compleanno di mio padre, mia madre e il di lei onomastico, che cadevano tutti nell’arco di un mese e mezzo e quindi venivano celebrati collettivamente intorno a metà marzo; l’anniversario di matrimonio congiunto all’onomastico di mio padre a giugno; il mio compleanno ed onomastico verso metà ottobre; e sporadicamente eventi eccezionali. Questo era uno di quelli, perché usciva dalla normale cadenza.

Dovevo prendere un bus, dicevo; ma non lo feci. La rabbia che era straripata violentemente nei giorni scorsi non era minimamente diminuita, anzi: l’idea di rivedere i miei mi dava un fastidio quasi fisico; pertanto, decisi di scendere da Gressoney fino al punto di ritrovo a piedi. Ora, è notorio che la rabbia sia sempre una cattiva consigliera; infatti, avendo ai piedi una sorta di stivaletti-doposci e dovendo fare a piedi un bel tratto di strada asfaltata in forte discesa, arrivai ad un certo punto con al posto delle estremità inferiori una massa di bolle e piaghe che mi facevano stringere i denti dal dolore. Un vero genio, insomma. Il che, naturalmente, non fece altro che accrescere ulteriormente il mio malanimo.

I miei, quando mi videro, attivarono la ormai nota modalità “ritrovamento-dopo-mesi-di-assenza-e-stenti-senza-di-loro”, come se fossero passati 3 anni e non 3 giorni da quando ero partito. Mi abbracciarono e baciarono; non ricambiai. Salimmo in auto e ci dirigemmo verso il ristorante, i miei parlavano ed ogni tanto mi rivolgevano qualche domanda; feci finta di non sentirli, guardando fuori dal finestrino. Entrammo, ci sedemmo al nostro tavolo, ordinammo, e di nuovo i miei mi chiesero com’era andata la breve (troppo breve, per me) gita; risposi a monosillabi, sottolineando il fatto che i miei amici erano ancora là ed io, come sempre, avevo dovuto esaudire i desideri altrui (i loro) e venire via prima. I miei si adombrarono, mio padre visibilmente stizzito, e cominciarono, come facevano sempre in situazioni simili, a parlare tra di loro escludendomi, convinti di farmi sentire in colpa e non capendo che, al contrario, era esattamente quello che volevo.

Tornammo a casa, mi infilai in camera e riemersi  a fine pomeriggio per suonare al pianoforte le mie due ore quotidiane di esercizi; per il resto, rimasi in silenzio. Cena, tentativi di conversazione da parte dei miei; silenzio. Ora di andare a dormire; silenzio. Mattina dopo, colazione; silenzio. Pranzo; silenzio. Cena; silenzio. Mi ero chiuso in un mutismo totale, assoluto. Cercavo di  non guardarli neppure, tanto era il fastidio che provavo anche solo alla loro vista. I miei inizialmente non capirono e si sentirono spaesati; poi si arrabbiarono; poi, soprattutto mia madre, cominciarono a preoccuparsi dell’evoluzione della cosa; e finalmente, quello che volevo, furono feriti, dolorosamente. Col senno di poi mi rendo conto della crudeltà che ebbi nei loro confronti, ma in quel momento ero del tutto incapace di affrontare la situazione diversamente. Tutto quello che avevo tentato fino ad allora era stato inutile, non ne potevo più ed ero ferito ed accecato dal dolore e dall’umiliazione che avevo vissuto a mia volta, tanto più forti quanto da parte loro inconsapevoli nonostante tutto.

“Ma che cosa ti abbiamo fatto?” ricordo che una sera scoppiò piangendo mia madre. “Adesso provate anche voi cosa vuol dire” fu la mia risposta. L’ultima per un bel po’, perché continuai nel mio mutismo assoluto per oltre 3 mesi. Mi limitavo ad aprire bocca nei momenti indispensabili, e per lo più con monosillabi, mentre, di contro, recitavo la parte del figlio perfetto, brillante e sorridente in pubblico, con amici, parenti e conoscenti. Sapevo perfettamente che i miei non avrebbero mai rivelato quello che stava avvenendo in casa, perché sarebbe stata un’onta per loro, e quindi avrebbero dovuto a loro volta continuare a recitare la parte della Famiglia Felice, e la dissociazione tra le due situazioni sarebbe stata per loro ancora più dolorosa. Ma in quel momento era tutto ciò che volevo, annebbiato da una specie di autodistruzione inconscia.

Sunshine-Family

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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