Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Annus horribilis – Parte quinta

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E’ ovvio che la situazione che si era venuta a creare non poteva durare all’infinito, nemmeno da parte mia: la tensione psicologica ed emotiva diventava via via più insostenibile, ed anche il mantenere una facciata di normalità davanti al resto del mondo, tanto più in una realtà come quella di un paesino di provincia dove tutti sapevano anche quando e quante volte andavi a fare la pipì in una giornata (uno dei motivi per cui odio i paesi). Decisi, quindi, che la stessa facciata di normalità sarebbe stata mantenuta anche davanti ai miei genitori, mentre mi sarei dato da fare per trovare una soluzione definitiva alla faccenda.

Dopo circa tre mesi di totale mutismo, una mattina mi alzai, scesi a fare colazione e, come se nulla fosse, sorrisi allegramente a mia madre e le diedi un bel bacione sulla guancia. La poveretta rischiò uno svenimento. Da quel momento, per quanto mi riguardava, tutto tornò alla normalità… almeno in apparenza, appunto. E dato che parlare di cose sconvenienti era a sua volta sconveniente, i miei non sollevarono MAI una domanda, un dubbio, un interrogativo, una questione su quanto fosse successo e perché. Cosa che, dal mio punto di vista, ovviamente non era altro che una conferma ed un peggiorare ulteriormente le cose.

Intanto, utilizzai la  nuova situazione per ottenere di poter di nuovo frequentare p. Luca al Monte dei Cappuccini senza dover ricorrere ad ulteriori sotterfugi. I miei pensarono che, probabilmente, almeno il potermi sfogare con qualcuno fosse di aiuto a mantenere un equilibrio psicofisico, quindi scelsero il minore dei mali e non mi fecero più problemi, almeno apparentemente. Di fatto, cercarono di tenermi ancora più d’occhio e sotto freno, ma non potevano peggiorare di molto la situazione rispetto a quello che già avevano fatto fino a quel momento, ed io ero più determinato, avevo di nuovo un obiettivo: entro fine anno me ne sarei andato di casa.

La prima volta che tornai da p. Luca avevo molto da raccontare, ma non era saggio specificare proprio tutto tutto… Non ci avrei fatto una gran bella figura, ed il mio scopo era quello di entrare assolutamente entro l’autunno in postulato, bypassando a bella posta tutta la trafila che prevedeva la frequentazione, sporadica ma anche abbastanza regolare allo stesso tempo, di una fraternità (con il termine “fraternità” si intende la comunità religiosa di frati che risiede in un convento; è un termine usato soprattutto in ambito francescano, perché il rapporto fraterno tra le persone è alla base della spiritualità di Francesco d’Assisi) e che verificasse la predisposizione o meno del candidato alla vita comunitaria. Esaltai, quindi, la parte che riguardava il soffocamento, il sospetto continuo, la paura dei miei genitori, glissando elegantemente sulle mie reazioni dell’ultimo periodo. Gli feci pressione, facendogli capire che più passava il tempo, più avrei rischiato di venire tagliato fuori da ogni forma di frequentazione del convento almeno fino al termine del percorso universitario che, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe protratto per i prossimi 5 anni. Decise di farmi parlare con la persona che avrebbe dovuto dare il suo assenso per ammettermi al postulato, il Provinciale (l’equivalente del Rettore per i Salesiani, ovvero la persona che aveva sotto la propria responsabilità un gruppo di conventi, denominato appunto “provincia”, che non necessariamente coincide con l’omologa geografica. Ad esempio, la Provincia Cappuccina di Torino comprendeva anche tutto il territorio del cuneese), p. Cesare.

Era un uomo di stazza robusta, come tutti i frati cappuccini dotato di una barbetta bianca che gli incorniciava il viso, ma che gli dava anche un’aria un po’ austera. Laddove p. Luca era più basso di me e relativamente giovane, superava di poco i 30 anni all’epoca, lui era oltre i 40 ma ne dimostrava di più, e fisicamente un po’ mi sovrastava. P. Luca vestiva in abiti civili, mentre p. Cesare non si separava mai dal saio d’ordinanza. Insomma, incuteva un certo timore reverenziale, almeno a me che lo vedevo per la prima volta. Ma quando voglio, so essere estremamente affabulatore, e sfoderai con lui tutto il mio vasto repertorio. Sorrisi, fui educato, ma senza essere servile o timido; dimostrai una certa cultura, ma senza dare l’impressione di essere uno spocchioso; parlai con serietà della situazione familiare, ma senza dare ad intendere di volerne fuggire, piuttosto buttando là con nonchalance un certo malcelato dispiacere per non poter seguire la mia vocazione perché impedito a farlo; evidenziai la mia precedente esperienza salesiana, sottolineando come, di fatto, avessi già avuto esperienza di vita comunitaria ed, al contempo, cosa mi avesse deluso in quell’ambito ed invece mi attirasse in quello francescano-cappuccino. Ce la misi davvero tutta.

Ma p. Cesare non era uno sprovveduto. Certamente aveva già parlato anticipatamente con p. Luca, era a sua volta una persona dotata di notevole cultura ed intelligenza ed ascoltava, sapendo andare molto al di là, nella comprensione, di quello che dicevano le semplici parole. Forse non ce l’avrei fatta a spuntarla… Forse, se paradossalmente non mi avesse dato, involontariamente ed inconsapevolmente, una grossa mano mio padre.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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