Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Annus horribilis – Parte finale

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Era inutile rimandare ulteriormente il momento: avrei affrontato i miei genitori quella sera stessa. Volevo togliermi fin da subito il blocco dallo stomaco, anche se questo avrebbe significato vivere il poco più di un mese rimanente prima del mio ingresso in postulato in condizioni da tragedia greca.

“Ormai l’estate è finita, a Pinerolo sei andato, ti sei riposato, quindi è ora che ricominci a prepararti agli esami. Con sta storia dei frati riprenderai quando avrai finito l’università. Fino ad allora, non se ne parla più”. Se anche avessi avuto dei dubbi sull’opportunità o meno di aspettare a parlarne, contenuto e tono di mio padre me li aveva fugati. “Oggi ho parlato con p. Cesare”. Primo momento di gelo, evidentemente mio padre non se lo aspettava. “Ha detto che, se voglio, loro sono disponibili ad accettarmi in Postulato fin da subito”. Mia madre sbianca e mi guarda come fosse improvvisamente una statua di cera. “Ho risposto che per me va bene, entrerò il primo di ottobre”.

Fu come se fosse esploso un ordigno nucleare. Piatti e bicchieri schizzarono per aria e tutto il tavolo tremò, mentre mio padre batteva i pugni, paonazzo e digrignando i denti dalla rabbia, e “NO! TU SEI MIO FIGLIO E FARAI QUELLO CHE DICO IO! FINCHE’ SARAI IN QUESTA CASA SONO IO CHE DECIDO! TU LI’ NON CI ANDRAI! MIO FIGLIO NON ANDRA’ IN GIRO SCALZO COME UN MENDICANTE! SE PROPRIO RELIGIOSO DEVI ESSERE, ALMENO CHE SIA UN ORDINE DECENTE, COME I GESUITI! I CAPPUCCINI NO!”. Mia madre cominciò a piangere, mordendosi un labbro, poi, come di solito faceva in circostanze simili, corse in bagno e vi si chiuse dentro.

“Dimentichi un particolare. Io sono maggiorenne, se me ne voglio andare me ne vado, e tu non puoi trattenermi. Finché vivo sotto questa casa devo fare quello che vuoi tu, ma io non vivrò più sotto questa casa. Quindi il discorso finisce qui”. Le mie parole, ma soprattutto il tono con cui le pronunciai, furono come ghiaccio che cadeva spezzandosi a terra. Vi misi dentro tutta la rabbia, l’umiliazione, la paura che avevo vissuto in quei mesi. Le caricai di tutto il dolore che volevo far vivere ai miei genitori, restituendo moltiplicato quello che avevo vissuto io nell’ultimo anno. Volevo che soffrissero. Mi alzai, uscii dalla cucina e me ne andai.

Se la cosa importante per mio padre era il livello “sociale” da esibire, e quindi la scelta dei Cappuccini, da lui ritenuti il peggio del peggio dal punto di vista di prestigio, era uno smacco inaccettabile, per mia madre il punto era che me ne sarei andato e li avrei lasciati. Tutta la sua vita non avrebbe più avuto un senso, dato che lei aveva fatto girare la propria intera esistenza intorno al fatto di essere, appunto, madre. Anche il rapporto con mio padre aveva assunto una sua ragion d’essere in funzione di questa visione del proprio ruolo e, paradossalmente, il mio allontanarmi, oltre al peggiorare della situazione di salute di mio padre, l’avrebbe aiutata negli anni successivi a recuperarlo in un modo nuovo. Ma in quel momento non poteva saperlo nessuno di noi.

Mio padre, che evidentemente non aveva ancora imparato la lezione, pensò di passare al livello successivo, come nei videogiochi. Dopo aver scritto al p. Provinciale dei Cappuccini, p. Cesare appunto, decise di scrivere al Vescovo. Solo che sbagliò obiettivo. Infatti, nell’ambito della vita religiosa il Vescovo non ha alcuna giurisdizione ne’ autorità, se non per quanto riguarda la gestione della propria diocesi. In sostanza, se un convento è ANCHE parrocchia, allora in quel caso il Vescovo può ovviamente dire la sua, almeno per quello che riguarda la pastorale, la catechesi, ecc ecc. Ma in tutto ciò che riguarda la vita INTERNA di una qualunque casa di religiosi, maschile o femminile che sia, l’unico ad avere autorità decisionale è l’Ordine di appartenenza, nei suoi vari gradi. Oltretutto, il Monte dei Cappuccini si trova a Torino, e quindi ricade sotto la diocesi del capoluogo piemontese. Il Postulato, d’altro canto, era a Pinerolo, a sua volta sede vescovile. E mio padre, che ovviamente non aveva agganci ne’ presso la Curia torinese, ne’ presso quella pinerolese, scrisse all’unica realtà dove pensava di avere qualche chance di essere considerato, quella sotto cui rientrava il nostro paese, Rivarolo: la diocesi di Ivrea. Che, per un usare un francesismo, non c’entrava assolutamente un cazzo. Quindi il vescovo, con una lettera molto gentile, sostanzialmente comunicò all’amato genitore che lui non poteva farci niente, perché non ne aveva l’autorità ne’ a livello di competenza, ne’ a livello di territorialità. In sostanza, lo mandava a… quel paese (ma molto educatamente eh).

Il problema principale, a questo punto, era quello di comunicare quest’onta alla collettività di amiciparenticonoscenti. E, dato che la ruota del karma gira, come io avevo ingannato i miei mentendo su voti scolastici e scelte di vita, adesso i miei si sarebbero trovati nelle condizioni di dover ingannare, per non vivere una vergogna per loro inaccettabile di fronte a tutti, chiunque mi conoscesse. Semplicemente, io sparii. Senza entrare troppo nel merito del dove, come, quando e perché, improvvisamente io me ne dovetti andare da Rivarolo per seguire dei non meglio precisati studi in una non meglio precisata città per un non meglio precisato periodo di tempo. Immagino che questa versione lasciasse molti punti oscuri in chi se la sentiva propinare, ma naturalmente io non ebbi mai modo di vedere come fosse gestita da parte dei miei. Certo è che, due anni dopo, d’improvviso il parentame fu inondato di santini del sottoscritto in saio che annunciavano gioiosamente dell’ingresso nella vita religiosa con la formale funzione religiosa durante la quale avrei preso i voti. Con tutto il comprensibile sconquasso che questa nuova, improvvisa ed inaspettata versione avrebbe generato.

Ma questo era ancora molto in là da venire; io, invece, che non dovevo ne’ volevo fingere (anzi…) avrei dato il lieto annunzio ai miei amici e a mia zia. Con esiti… che vedremo.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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