Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

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I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.

Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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