Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato

Male oscuro – Parte quarta

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Ancora una volta, me la sarei dovuta cavare da solo. Ed ovviamente, visto che ero in un convento, instradato su un percorso che mi avrebbe dovuto portare a diventare frate cappuccino, convinto della mia vocazione francescana, decisi che l’unica cosa che mi avrebbe potuto aiutare in quel frangente sarebbe stata la meditazione.

Ho volutamente detto “meditazione” e non “preghiera”. Infatti, nell’anno che avevo trascorso in comunità vocazionale a Valdocco, avevamo partecipato ad una serie di incontri sulla preghiera, durante uno dei quali era stato presentato un libro: “Dio nel Silenzio”, di Gentili-Schnoller (ironia della sorte, quest’ultimo era un frate cappuccino, ma all’epoca io non lo sapevo). Era la fine degli anni ’80, e cominciava ad affacciarsi un po’ ovunque quello che sarebbe diventato il movimento New Age e che avrebbe coinvolto anche parte della Chiesa nella ricerca di una forma di spiritualità diversa, più legata all’esperienza intima e personale dell’individuo che a quella collettiva e liturgica della comunità. Il libro in questione affrontava e coniugava la tradizione, spesso ingessata, del cattolicesimo con le pratiche meditative e yogiche, più legate al mondo induista e buddhista, coniugando corpo e spirito in un “unicum” ed insegnando, quindi, posizioni fisiche che conciliassero l’atteggiamento meditativo, o esprimessero determinati sentimenti religiosi, insieme con tecniche di respirazione e di visualizzazione, che aiutassero ad entrare più in contatto con il proprio “io” interiore.

Non ero del tutto nuovo a simili esperienze: il mio amore per la “magia” e per tutto ciò che era in qualche modo occulto nasceva da lontano (“Sim Sala Bim”) e negli anni avevo letto diversi testi di esoterismo che, naturalmente, andavano verso tutt’altra direzione, ma in qualche modo usavano lo stesso linguaggio e le stesse tecniche. Fino ad allora, però, avevo dovuto accantonare quel testo, perché ritagliarsi uno spazio personale in comunità vocazionale era impossibile, visto che dormivamo in camerate da quattro, e quando ero tornato a casa, con tutti gli scombussolamenti che avevo vissuto, tutto questo era passato in secondo piano. Adesso era venuto il momento di riprendere quel libro in mano e vedere se poteva essermi utile per uscire dallo stato di prostrazione in cui mi trovavo.

Lo fu. E fu una scoperta. Il mio dualismo, tipicamente bilancino, di tensione tra corpo e mente, carnale e spirituale, ragione e sentimento, trovò in quella pratica quotidiana un punto di incontro ed una pacificazione. Cominciai, come si dice in gergo, a “praticare” quotidianamente (con questo termine si indica la “pratica”, appunto, della meditazione, specie in ambito orientale), la mattina in camera da solo; ma anche ad utilizzare le tecniche di respirazione e visualizzazione durante i momenti di preghiera comune; così come, spesso, addirittura mentre svolgevo attività che non richiedevano particolare attenzione (tipo estirpare le famose erbacce attorno agli altrettanto famosi fagiolini). Lentamente, riemersi.

La fraternità vide con favore questa evoluzione: dimostrava che ero quantomeno pronto ad affrontare la vita religiosa. Lo stesso Oreste, oltretutto, conosceva quel testo, e fu contento che lo utilizzassi, per di più gestendomi autonomamente. Dopo altri tre mesi di buio, potevo cominciare davvero a vivere appieno la mia esperienza in convento.

Tutto risolto, quindi? No: devo fare ancora due considerazioni. La prima: quel testo, o quantomeno quel modo di vivere la spiritualità, fu fondamentale per il mio percorso religioso, tanto che, molti anni dopo, quando venne il momento di scegliere la tesi con cui avrei conseguito la licenza in Teologia Spirituale alla Gregoriana, a Roma (per l’ordinamento scolastico italiano, l’equivalente di una Laurea in Lettere e Filosofia), decisi che il titolo con cui mi sarei presentato sarebbe stato “Aspetti psicofisici della meditazione profonda”; e, ancora prima di questo, ci sarebbe stato un pungo periodo, di almeno 5 anni, di intensa pratica yoga presso un Istituto, il Kuvalaiananda, di Torino. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

La seconda: la depressione è l’unica compagna di vita che non mi ha mai tradito. E’ sempre con me, silenziosa, ammantata nell’ombra del quotidiano, ma costantemente presente. Ci convivo. E’ un altro dei motivi per cui certi miei comportamenti risultano incomprensibili alle persone che mi stanno accanto. Ancora oggi, in alcuni momenti, mi chiudo, mi ripiego su me stesso, come una torre che crolla implodendo. E oggi come allora, la mia reazione è il mutismo. Certo, non così drastico, perché con la vita che svolgo non mi sarebbe neanche possibile. Ma con le persone che ritengo mi abbiano fatto del male semplicemente non parlo più. Sparisco lentamente, come l’immagine appannata in uno specchio che adagio adagio svanisce, e ci si chiede se in fondo sia mai stata reale. In qualche modo amo questo male oscuro, vivendo come in una Sindrome di Stoccolma che si ripete ciclicamente, e non credo riuscirò mai a liberarmene. Perché è vero che è da soli che si può trovare la forza per uscirne, ma è altrettanto vero che è negli occhi dell’altro che si scopre la propria dignità ed il meritare di essere amati esattamente per come si è. E io questo specchio ancora non l’ho trovato. E credo che questa storia non sarà più narrata un’altra volta.

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Autore: hygbor

Lettore compulsivo di fumetti, utente compulsivo di tecnologia, curioso compulsivo di luoghi/ persone: solo x il lavoro non ho particolare interesse compulsivo! Nato il 15/10/1968, per citare il titolo di un film "Una Splendida Annata"! Sono stato adottato, ho scoperto di essere gay, ho vissuto in convento come frate cappuccino per 11 anni... Diciamo che non mi sono annoiato

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