Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Time

Fin da piccolo, sono stato affascinato, forse anche un po’ ossessionato, dal concetto di “tempo” e, di conseguenza, dagli orologi.

Credo di avere avuto circa tre, quattro anni quando cercai per la prima volta di farmi insegnare a leggere quegli strani strumenti che gli adulti indossavano al polso. Il fatto, poi, che spesso coincidessero con dei gioielli mi attirava ancora di più (sono sempre stato attratto da tutto ciò che luccica, come una gazza ladra). In particolare, mia madre possedeva un orologio di oro bianco, con un bellissimo cinturino molto elaborato ed un quadrante talmente piccolo da renderlo quasi inutilizzabile; e, proprio perché così prezioso, lo teneva chiuso a chiave in un secretaire nell’ingresso di casa, la cui chiave era nascosta dentro una borsetta di pelle, a sua volta seppellita in fondo ad un cassetto… dello stesso secretaire! Insomma, una cosa che avrebbe trovato anche un ladro non vedente con le mani legate dietro la schiena, ma che ai miei genitori sembrava il massimo della sicurezza. Se lo avrebbe trovato un ladro, figuriamoci io; che, infatti, ogni tanto, di solito quando mia madre era impegnata in altro e sufficientemente distante da me, prendevo la famosa borsetta, estraevo la misteriosa chiave, aprivo l’inespugnabile secretaire e prendevo, rimirandolo come se fosse l’oggetto più bello del mondo, il (ai miei occhi) magico orologio. Mi sembrava di essere a volte Aladino che penetrava nella caverna dei 40 ladroni, a volte un mago che andava alla ricerca di un manufatto di ineguagliabile bellezza ed indicibili poteri. Per cercare di farmi desistere, mia madre spostava la preziosissima borsetta dal cassetto numero uno al cassetto numero due, alternativamente, rendendomi la vita tremendamente difficile (o perlomeno, così era convinta).

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Il primo orologio da polso che IO ebbi in regalo fu, come da prassi (era usanza ai miei tempi per tutt* i comunicandi), in occasione della mia prima Comunione. Era un Breil (“Breil? Ok!” recitava la pubblicità dell’epoca), ed a chi lo acquistava veniva regalata anche una tartarughina d’acqua (non ho mai capito cosa c’entrassero le tartarughine d’acqua con l’orologio: forse era impermeabile, ma sinceramente non ricordo); i parenti che me lo portarono avevano un negozio di orologi, e quindi tante, TANTE tartarughine, di cui sospetto volessero liberarsi il più velocemente possibile; per cui a me arrivò UN orologio e CINQUE rettilini, con grande sconcerto di mia madre e palese eccitazione di mio padre, che andò subito a comprare un acquario apposito, un cibo apposito, delle piantine acquatiche apposite, insomma tutto quello che poteva rendere felice la permanenza di quelle creaturine in casa Borgialli. Inutile dire che le sfortunate non durarono nemmeno una settimana; ma ricevettero un funerale sontuoso e colmo di lacrime (le mie) nel water del bagno principale di casa.

Ma quelli che mi eccitavano di più erano non gli orologi da polso, quanto quelli da tavolo o da parete che SUONAVANO! Questi non solo scandivano il tempo, entità misteriosa così legata alla vita ed ai suoi cicli, ma addirittura lo facevano con rintocchi solenni, come le campane, o con solo apparentemente allegri carillon, che in realtà chissà quali misteriosi messaggi segreti celavano nelle loro note. Due erano i protagonisti indiscussi di casa, in questo senso.

Il primo era un bellissimo (ai miei occhi) pendolo da parete, appeso proprio di fronte al famoso secretaire. Adoravo il battere di ogni ora, ed aspettavo con ansia di sentirne i rintocchi; un po’ meno i miei genitori, che lo ritenevano una gran rottura di scatole (anche perché i famosi rintocchi battevano pure di notte… Io non li sentivo, ho sempre goduto di un sonno profondo, loro sì). Infatti, un bel giorno smise di rintoccare, perché non più caricato; e, essendo troppo in alto per le mie manine, non potei evitare che cadesse in un oblio silenzioso. Il meccanismo, non più usato, si bloccò, e quando finalmente riuscii ad arrivare al quadrante mi accorsi che non oscillava più.

Il secondo era invece un orologio da tavolo: aveva un quadrante dorato con numeri romani, lancette elaborate ed un bel sole in metallo, anch’esso dorato, sulla cassa. Sembrava un piccolo campanile, non fosse per il fatto che non finiva a punta, ma con un’elegante calotta arrotondata. Lui suonava allo scoccare di un’ora precisa, come una sveglia, con un carillon dal suono delicato e la melodia un po’ triste, come dicesse “Tempus fugit, tempus fugit…” in una sorta di rassegnata malinconia. Fui io, in questo caso, l’artefice del suo silenzio: anche per lui i miei genitori avevano scelto l’oblio, smettendo di caricarlo, ma questo era decisamente più a portata di bimbo, perché posizionato su un mobile che ero in grado di raggiungere. Così, tentando di farlo rivivere, ne decretai la fine sforzando eccessivamente la molla che lo caricava, inconsapevole della delicatezza di quei misteriosi meccanismi. Sentii  una specie di “SPROING” e le lancette si fermarono. I miei genitori se ne accorsero solo diverso tempo dopo, proprio perché non se ne curavano più di tanto, e decisero di buttarlo via. Ma io non potevo permetterlo, e chiesi lacrimando di tenerlo, magari chiudendolo da qualche parte, ma con la speranza di poterlo far rivivere, un giorno. Così lo salvai, ma venne messo da parte, e gli anni passarono; prima io me ne andai di casa, poi mio padre si ammalò, infine anche mia madre si arrese all’incedere del tempo (sempre lui…) e dovetti farla ricoverare presso la casa di riposo di Rivarolo, finché venne a mancare lo scorso giugno.

Mentre mettevo a posto i suoi effetti personali, decidendo cosa tenere e cosa no, mi imbattei in lui, il piccolo orologio ormai fermo da decenni: e decisi che quello sarebbe stato ciò che avrei tenuto come ricordo; quello, e non altro. Sì, perché con tutti i cambiamenti, gli spostamenti, i traslochi, le trasformazioni che ho vissuto, mi sono abituato a non portarmi dietro nulla o quasi delle mie “vite” precedenti, se non uno, massimo due oggetti per volta, per me particolarmente significativi. Ecco che del periodo di Valdocco ho un’icona regalatami da Marco L., di cui ero inconsapevolmente innamorato; del convento ho tenuto il saio da francescano; del periodo in cui ero a Roma per laurearmi ho un crocifisso in tessere di mosaico d’oro regalatomi da un confratello croato a cui avevo corretto la tesi; e della casa in cui ho vissuto con mio padre e mia madre ho voluto tenere lui, l’orologio.

L’ho portato da un orologiaio, con poche speranze di vederlo rinascere. Ed invece “E’ il bilanciere che è rotto… Questi meccanismi sono piccoli, sottili come dei capelli… Ma ho un amico che ha dei pezzi di ricambio, lo chiamo e vediamo… – Sì, sì ciao. Senti ho un orologio così e cosà… Certo, certo… Aspetta che chiedo- Sarebbero 150 euro, è un po’ caro, per lei va bene? -Sì, sì il cliente dice che va bene, mandamelo pure- Allora la chiamo io quando è pronto, ok? Grazie, buona serata”

Quando entrate in casa mia (i/le pochissim* che possono farlo), lo vedete all’ingresso, sulla libreria. Ogni tanto lo faccio suonare, con quel carillon così delicato, e così malinconico… “Tempus fugit, tempus fugit…” sembra dire. Ma il tempo è come il sole, una ruota che gira. E, prima o poi, tutto torna; anche gli orologi dal passato.

 


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Siam tre piccoli fat(ic)ellin… Parte Terza: Andrea (ovvero il sottoscritto)

Dopo il periodo buio che aveva contraddistinto i primi mesi di convento (“Male Oscuro…”), i mesi trascorsero relativamente sereni, e veloci. La routine quotidiana si dipanava tra lavori manuali (diretti da fra Sergio, come già detto), un po’ di studio (equamente diviso tra p. Oreste, p. Marcello e p. Roby), attività più o meno sociali. Alcune cose mi piacevano di più, altre di meno.

Tra le attività manuali, una era il mio enorme spauracchio: cucinare. Ad onor del vero, dopo qualche settimana, divenne anche lo spauracchio di tutto il resto della fraternità, per cui venni spesso esonerato dall’ingrato compito… chissà perché. Anche in questo caso il responsabile ultimo era l’onnipresente fra Sergio, ma chi se ne occupava fattivamente era una cuoca, una gentilissima signora che veniva ogni mattina, domeniche e festivi esclusi ovviamente. Noi, ovvero Carlo, Danilo ed io, la affiancavamo una settimana a testa a rotazione, in modo da imparare a cucinare e preparare, di conseguenza, la cena (che poi di fatto voleva dire riscaldare quello che lei già ci lasciava pronto) ed i pranzi delle giornate in cui lei era a riposo. Incredibile, ma vero, in questo Carlo era meglio (o sarebbe più corretto dire, meno peggio) di me. Io proprio non riuscivo a farmela piacere, e quindi ottenevo risultati disastrosi.

A mia parziale di discolpa, bisogna dire che in una fraternità di 9 persone complessive, bisognava preparare almeno 4 tipi di pranzi o cene diversi: uno “normale”, uno senza sale per p. Marcello (che aveva problemi di circolazione), uno senza glutine per p. Oreste (che era celiaco), uno leggero per p. Dante (che soffriva di colite spastica nervosa)… Tutto questo mi creava uno stato di ansia e di confusione, per cui mettevo il sale dove non lo dovevo mettere, preparavo 8 dosi di pasta per celiaci ed 1 dose di pasta normale, infarcivo di spezie la carne di p. Dante… insomma, un casino. Anche la cuoca sapeva di questa mia negazione assoluta per l’arte culinaria. Un giorno, in un attimo di disattenzione, si ferì col coltello e cominciò a sanguinare; la vidi impallidire vistosamente, vacillare alcuni secondi, stringere i denti e continuare a lavorare. Solo alla fine della mattinata, quando ormai era tutto pronto, mi disse: “Io patisco alla vista del sangue, stavo per svenire, ma non potevo mica lasciarti da solo a preparare il pranzo…”. Da quel momento, per fortuna mia e della collettività, la preparazione del cibo non fu più una attività di mia competenza. Però, ho imparato a fare un arrosto che lèvati, proprio.

Altre volte, i disastri erano frutto di eccessiva fiducia nella competenza (discutibile) altrui. “Andate alla vasche” (una sorta di grossi pozzi dove veniva raccolta l’acqua piovana per irrigare l’orto) “e cominciate ad estirpare i rovi, io vi raggiungo appena finisco un altro lavoro”. “Cerrrto capo, trrranquillo”. Come si sarà capito, l’ordine impartito da fra Sergio riguardava me e Carlo… che ne sapeva di rovi quanto io di organi genitali femminili.

Arrivati in loco, ci guardammo intorno. L’unica cosa evidente che saltava agli occhi era una serie di piccoli fusti, flessibili come giunchi, legati ad un muro in pietra che delimitava l’area. “Sono cerrrtamente questi” dichiarò Carlo, che, diligentemente, si stava già chinando, armato di picchetto, per sradicare le terribili piante infestanti. “Carlo, ma non ti pare strano che siano legate al muro?” obiettai timidamente. “Ma no, è perrr non darrrr fastidio”. Ero sempre più perplesso. “Carlo, ma i rovi non dovrebbero avere le spine?” tentai ancora. “Meglio, è più facile estirrrparrrli” continuò imperterritamente e convintamente (cit.) il mio compagno di lavoro. Cedetti e cominciai a menar di falcetto a mia volta. E facemmo un ottimo lavoro: dove eravamo passati noi, di sicuro non sarebbe più cresciuto nulla. Eravamo ormai all’ultima superstite quando “ODDIO! LE MORE PER LA MARMELLATA!” gridò Sergio, come lo avessero ferito mortalmente al cuore. Carlo ed io, guardandoci smarriti, cominciammo ad arretrare elegantemente e velocemente, e mentre il povero frate si chinava per verificare se fosse possibile recuperare qualcosa (illuso: noi quando facevamo qualcosa, la facevamo bene, perbacco!), ce la demmo a gambe alla chetichella, cercando rifugio da p. Oreste che si fece una allegra (ma anche un po’ amara…) risata.

Una cosa su tutte, però, mi metteva profondamente a disagio. Il sabato sera, sempre a turno, uno di noi andava con p. Oreste al dormitorio parrocchiale di Pinerolo, che accoglieva persone senza fissa dimora. Poche, a dire il vero, non più di una manciata. Ma quelle poche per me erano già troppe. Era il mio primo, vero incontro col “diverso”, con qualcuno che era completamente altro da me. Sarebbe stato solo il primo di una serie di molti, con persone ed in ambienti più disparati, ma in quel momento mi spaventava. Vedere uomini sporchi, che non avevano alcuna cura di sé, incapaci di o indifferenti a qualsiasi forma di comunicazione (o quantomeno, a forme di comunicazione a me conosciute, perché p. Oreste riusciva perfettamente a rapportarsi con loro, e sembrava addirittura che la cosa gli facesse piacere), mi destabilizzava, e come di solito avviene con ciò che non si conosce, mi facevano un po’ paura, un po’ ribrezzo. Non capivo che a volte non siamo noi a decidere, ma è la vita che decide per noi, e se non siamo attenti, o semplicemente fortunati, possiamo venirne travolti. Lo avrei compreso a mie spese molto più avanti… ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta. Per il momento, con mio grande sollievo, questa incombenza non durò che una manciata di volte, perché Pinerolo è un paesone, in fondo, e situazioni di quel genere si presentavano sporadicamente.

Non riuscivo in nulla, allora? Assolutamente no. Divenni bravissimo a lavare i panni comuni (dopo un paio di lavatrici di esperimento, diciamo), le pulizie di casa erano la mia specialità ed i conigli, a cui portavo il cibo e pulivo le gabbie, mi volevano molto bene. E, ovviamente, al di là del successo fisico, in cui eccelleva Danilo, come abbiamo detto, la gestione del gruppo di giovani che ruotava intorno al convento alla fine fu totalmente appannaggio mio. Insomma, più passavano i mesi, più mi trovavo a mio agio in quella vita che avevo così tanto desiderato.

Ma era realmente quello che volevo? Si era rivelato ciò che avevo rincorso con così tanta fatica? E, soprattutto, la mia vita futura da frate si sarebbe dipanata tra cucina, orto e poco più? Mi sembrava un po’ riduttivo rispetto alle mie aspettative, ma sapevo di essere solo all’inizio: in fondo, il postulato prima ed il noviziato poi, sono due anni “particolari”, atipici. Bisognava vedere se la vita “reale” successiva sarebbe stata quella che io avevo voluto… ma, in fondo, cosa volevo davvero?

Anche per me, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a tutti questi interrogativi.


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Siam tre piccoli frat(ic)ellin… Parte Seconda: Carlo

Di Carlo ho già detto molto (“Hic Sunt Leones”). Con Danilo condivideva, oltre alla “erre” moscia, il carattere gioviale ed allegro, molto più del mio; con me, la famiglia e l’ambiente di provenienza, decisamente borghese e di estrazione culturale elevata. E, ovviamente, l’imbranataggine.

Volenteroso, disponibile, gentile fino ad essere affettato nel suo modo di fare, era di contro incredibilmente negato per tutto ciò che fosse manualità, persino più di me, che dalla mia avevo, perlomeno, l’età più giovane e quindi più pronta ad imparare (ma forse non si trattava nemmeno di età, semplicemente proprio di predisposizione). Del resto, non si poteva pensare che una persona di quarant’anni passasse senza colpo ferire dal ricoprire un posto di dirigente Iveco a spalare merda (in senso letterale, direi) nell’orto del convento.

A questo proposito, ricordo perfettamente un giorno in particolare: era primavera, faceva già abbastanza caldo, e la stazza di Carlo, non esattamente quella di una silfide, non aiutava a svolgere i lavori contadini che posso assicurare essere, per chi non vi è abituato, decisamente faticosi. Pensando forse di aiutarlo, oppure sapendo che era il più robusto dei tre, “Carlo, per favore, vai a prendere la carretta piena di letame che ho lasciato di sopra e portala qui”, ordinò Sergio. “Cerrrto, capo”, il malcapitato rispose.

L’orto del convento era, rispetto all’edificio principale, alcuni metri più in basso, e vi si arrivava attraverso un sentiero un po’ sdrucciolevole. “Ma si è perso?” Chiese Sergio a me e Danilo, dopo che Carlo era scomparso da un buon quarto d’ora. “Eccomi! Sto arrrivand…OH CAZZO!”.

Mi voltai appena in tempo per vedere la scena, come al rallenty: Carlo sta spingendo una carriola piena di letame… prende un buco per terra… la carriola si impianta improvvisamente… preso dalla discesa, tentando di non farla rovesciare, Carlo si inciampa… scivola… cade di pancia… e centra pienamente, con tutta la facciona, la carriola ed il suo contenuto. Il tempo riprende a scorrere normalmente, mentre Sergio, Danilo ed io scoppiamo a ridere, piegandoci in due come degli scemi (e anche un po’ bastardi, diciamolo).

“Sto bene, sto bene… Posso solo andarrre a darrrmi una rrrinfrrrescata, Serrrgio?” chiese, con tutto il suo imperturbabile aplomb Carlo. E già sapevamo che non lo avremmo più rivisto per tutta la mattina (perché, da buon ex-dirigente, quando poteva trovare una scusa per tagliare i lavori più fastidiosi, il nostro era bravissimo).

Che Carlo fosse accettato per entrare in noviziato, e quindi proseguire il percorso per giungere ai voti ed alla consacrazione religiosa, era cosa certa; ma sarebbe riuscito ad adattarsi ad una vita conventuale, decisamente diversa da quello del suo passato? La sua età non sarebbe stata un ostacolo alla lunga insormontabile? Come per Danilo, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a questo interrogativo.


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Siam tre piccoli frat(ic)ellin… Parte prima: Danilo

Danilo ed io eravamo come il giorno e la notte. Pratico e sanguigno lui, intellettualoide e timido io; bravissimo nei lavori manuali lui, tremendamente impedito io; libero e self-confident lui, impacciato e pieno di complessi io. Con queste premesse, non potevamo che sviluppare una sorta di reciproco senso di inferiorità: lui si sentiva a disagio nei miei confronti, perché io ero quello che “aveva studiato”, e pensava fossi il prediletto di p. Oreste per questa mia (presunta) cultura; io lo vedevo come tutto ciò che avrei voluto essere e non ero, sveglio, capace, attivo… e, soprattutto, SESSUALMENTE esperto.

Sì, perché si presagiva, parlando, che non era arrivato al convento virgineo come il sottoscritto (aveva 3 anni più di me, quindi 23 all’epoca), anche se non è mai stato troppo esplicito con me al riguardo, probabilmente intuendo la mia imbranatagg… volevo dire, inesperienza in materia, e questo lo ammantava, ai miei occhi, di una allure un po’ maiala, che da un lato mi metteva a disagio, dall’altro lo rendeva (inconsciamente) tremendamente sexy.

Trovammo un equilibrio nei nostri caratteri mettendo insieme quello che ci mancava reciprocamente: in sostanza, io divenni la mente e lui il braccio (anche se, devo ammetterlo, era comunque lui il maschio Alpha -non che ci volesse molto eh- e quindi, spesso, imponeva le proprie idee comunque). Col tempo, saremmo diventati amici rispettandoci proprio per le nostre diversità.

In convento, per ovvie affinità, aveva sviluppato un rapporto di amore-antagonismo nei confronti di fra Sergio, che era quello che si occupava di stabilire e distribuire le mansioni pratiche quotidiane. Discutevano di impianti elettrici, lavori nell’orto, pulizie della casa, mentre io li guardavo come si guarda una specie estranea parlare un linguaggio sconosciuto… Inutile dire che questa loro complicità mi ingelosiva tantissimo, buttandomi, ogni tanto, nello sconforto e rischiando di farmi ripiombare in quella sorta di stato depressivo di cui avevo sofferto nelle prime settimane: con loro mi sentivo costantemente inadeguato, e i miei studi mi rendevo conto non servissero assolutamente a nulla.

Come ogni ambiente religioso che si rispetti, anche intorno al nostro convento sfarfalleggiavano alcuni/e giovani, più o meno insoddisfatti/e dell’oratorio locale, piuttosto che attratti/e dalla spiritualità francescana. I due che facevano la parte dei leoni con loro erano p. Roby ed, ovviamente, Danilo. Del primo, con quella sua aria da Obi Una Kenobi, gli occhi furbetti ed il carattere gioviale, abbiamo già detto (vedi “Holy (?) Night”), anche se le ragazze, al contrario delle più o meno attempate signore che frequentavano le messe festive, lo consideravano come un nonno burbero ed affettuoso. Il secondo, sa va sans dire, le attraeva invece col suo fascino sardo, la “erre” un po’ moscia, il suo fare da guascone… mentre io stavo a rosicare tantissimo. Non per le ragazze, beninteso (non capivo bene perché, ma in fondo non mi interessavano molto…), ma per quell’atteggiamento di sfrontata sicurezza che sapevo di non avere e che avrei pagato per riuscire ad ottenere, anche solo in parte.

Mi chiedevo, con atteggiamento un po’ stizzito, un po’ acidulo, se Danilo fosse realmente fatto per la vita conventuale, anche se era chiaro che non avrebbe avuto nessun ostacolo ad accedere al Noviziato… ma solo il tempo avrebbe potuto rispondere a questo interrogativo.


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Pride (In The Name of Love)

(E’ una settimana che è mancata mia madre; ed è una settimana che a Torino si è celebrato l’annuale Pride. Due cose che apparentemente non c’entrano nulla tra loro… o forse sì? Questo post non segue la normale cronologia, ma si sposta molti anni avanti rispetto all’ultimo: è da molto che ce l’ho in testa, ed ho voluto anticiparlo adesso)

Sono passati ormai alcuni anni da quando ho detto a mia madre di essere gay. Dopo lo sconcerto, le ripetute insistenze di “Devi farti curare, devi andare dallo psicologo!”, i vari rifiuti, si è finalmente abituata all’idea, ed ormai ha accettato la situazione: una cosa sinceramente per me impensabile, che mi ha stupito… In fondo, è pur sempre una donna di ottant’anni, che arriva dalla provincia!

Di solito vado a trovarla una volta a settimana, il sabato; ogni tanto, però, è lei a venire da me a Torino: la vive come fosse una piccola vacanza che si concede, con i suoi rituali eccitanti. Prende il bus, io la vado ad aspettare in stazione, a volte andiamo a casa mia, a volte no, facciamo due passi in centro, mangiamo qualcosa, la riaccompagno al bus e rientra a Rivarolo: piccoli, emozionanti diversivi che la distraggono dalla vita che conduce da quando mio padre è mancato (ovviamente ci arriveremo, nel blog)

Oggi decido di portarla da McDonald’s: lo aveva scoperto nel secondo viaggio che fece a Medjugorie. In quell’occasione andarono solo lei e mio padre (a me era bastata la prima esperienza!), ed una volta scesi dall’aereo in aeroporto (mio padre non poteva più farsi un viaggio in bus come la prima volta) avevano fame, trovarono l’hamburgeria più americana del mondo aperta e si innamorarono del McBurger: potenza delle salse capitaliste!

“Allora, mamma, ti va bene McDonald’s? Te lo ricordi, no?” “Sì sì, va bene…” La vedo perplessa. “Sicura? Non mi sembri molto convinta… Possiamo cercare qualcos’altro, se vuoi, anche se a quest’ora non tutto è già aperto” Per mia madre, l’UNICA ora per pranzare sono le 12 SPAC-CA-TE. “No no, a me piace, ma… non hanno una minestrina?” “Da McDonald’s??????” Vabbè, è ovvio che non si ricorda granché bene di cosa si tratta…

Archiviato il capitolo hamburger, ci avviamo verso la stazione del bus, manca ancora un po’ prima che parta, quindi ci sediamo ad aspettarlo. “Sai, Andrea, c’è una cosa che non ho ben capito” (Oddio… quando comincia così, viene fuori qualche problema…) “Dimmi”. “Ecco, tu sei gay, no? Ti piacciono gli uomini, no?” (E adesso perché sta tirando fuori sto discorso?) “Eeeehhh… sì, diciamo di sì…” (Teniamoci sul vago… Ma sto bus quando arriva?) ” E allora pensavo…” (Oddio… ODDIO…) “Come funziona tra un uomo e una donna lo so, no, perché ho vissuto con papà” (NON CI CREDO… NON STA SUCCEDENDO DAVVERO!!!!) “Ma tra due uomini, hai capito, no, quella cosa, come funziona, perché io mica l’ho mai capit””GUARDA MAMMA IL BUS CORRI CHE LO PERDIAMO CI SENTIAMO STASERA CIAO CIAO UN BACIONE CIAO A PRESTO!!!!”

Spingo velocemente mia madre su per gli scalini del bus, non aspetto nemmeno che chiuda la porta e scappo, un po’ ansimante, con un colore tale che chi mi avesse visto avrebbe certamente pensato che mi ero sparato una intera pianta di peperoncino piccante! E mentre torno a casa, e ripenso al rapporto non proprio semplice che mia madre ed io abbiamo avuto negli anni, non posso non pensare che davvero “Amor Omnia Vincit”: quell’amore che fa superare ad una madre le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri limiti, per arrivare a paure insicurezze e limiti del proprio figlio.

Tutto questo mi è tornato alla mente al Pride della settimana scorsa: ho visto molte famiglie, o forse le ho notate di più degli anni precedenti, con bambini piccoli, ma già in età tale da capire, che spiegavano ai loro figli perché erano lì, il valore dell’amore indipendentemente da sesso e genere, il rispetto e l’apertura verso chi è “diverso” da loro. Ed ho pensato che, probabilmente, sarebbe piaciuto anche a mia madre, che avevo accompagnato nel suo ultimo viaggio il giorno prima, essere lì, in mezzo a tutti quei colori, quella musica e quella gioia.

Tutt* noi, prima o poi, ci troviamo a dover “rivelare” qualcosa di noi ai nostri genitori: la prima scappatella, di fumare, di essere gay/lesbiche, di aver mentito, di essere innamorati; ed abbiamo sempre paura del rifiuto, di non essere capit*, accettat*, di essere giudicat*. E, a volte, preferiamo tacere, per paura; impedendo così a loro di crescere nell’amore verso di noi, ed a noi stess* di scoprire che forse non li conosciamo come crediamo.

Ciao, mamma, se oggi sono “orgoglioso” è anche grazie a te (e comunque no, non le ho mai spiegato “come funziona tra due uomini”).

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Holy (?) Night

Francesco d’Assisi era un uomo molto concreto. Aveva bisogno di vedere, di toccare, in un impeto che univa spiritualità e carnalità. Per questo, per il desiderio di “vedere con i propri occhi” la nascita del Bambino di Betlemme, decise di mettere in scena una rappresentazione “reale” di quella notte. E creò il primo presepe (oltretutto, vivente). Per questo, il Natale è forse la festività più sentita tra i francescani, con un’intensità anche superiore alla Pasqua. E sempre per questo, la Messa di mezzanotte ha un’importanza fondamentale, è un po’ il culmine ed il principio allo stesso tempo di tutto un anno. Oreste decise che quell’anno la Messa di mezzanotte sarebbe stata officiata da p. Roby, che quindi avrebbe anche tenuto la predica sul Vangelo della Natività.

Ora, come ho già scritto precedentemente (“Andreino pane e vino – Parte prima”), Oreste aveva un enorme timore reverenziale nei confronti di p. Roby, che era stato il suo formatore molti anni addietro. E l’anziano frate lo sapeva benissimo, e mascherava dietro un viso da angelico nonnetto, che ti guardava con occhioni mielati e dolci tipo gatto di Shreck, una notevole furbizia ed una grande voglia di fare quello che voleva senza che nessuno lo potesse fermare. Anche per questo, godeva di un nutrito stuolo di fans, perlopiù signore di mezza-ed oltre- età, che arrivavano a pendere dalle sue labbra con una sorta di estatica venerazione (della quale il vecchio saggio si beava serenamente. Girava sempre con una boccetta di profumo in tasca perché “non voglio puzzare da vecchio”, diceva, con una concessione a frivolezze civettuole che nessuno avrebbe mai sospettato). Carlo, Danilo ed io aspettavamo quindi quella celebrazione con grande curiosità.

Le prime avvisaglie che avrebbero dovuto mettere in allarme Oreste ci furono la sera del 24 a cena, poche ore prima della famosa Messa. “Di cosa parlerai nella predica, Roby?” chiese l’ignaro guardiano del convento; “Mah, niEnte di che…” fu la risposta, con una “E” marcatamente piemontese. E non ci fu più verso di fargli uscire una sola parola dalla bocca, anzi “Mi vado a preparare”, si scusò, alzandosi molto anticipatamente da tavola; e se ne andò, lasciando un Oreste che cominciava a chiedersi se non avesse commesso un errore.

La piccola cappella del convento non poteva contenere molte persone, e proprio per quello i primi “aficionados” cominciarono ad arrivare verso le h.22.00, per non rischiare di dover rimanere fuori. L’ambiente si riempì molto velocemente, ed io rimasi una volta di più meravigliato dell’affetto che circondava la piccola fraternità cappuccina di Pinerolo. Verso le 23.00 iniziammo con una serie di letture e meditazioni tratte dalle cosiddette “Fonti Francescane”, che avrebbero dovuto prepararci alla celebrazione eucaristica vera e propria. A mezzanotte la Messa iniziò.

P. Roby sembrava aver avuto una crisi mistica. Pur basso di statura, camminava come se fosse mezzo metro alzato da terra, gli occhi rivolti verso l’alto (ma che avevano ben bene guardato in giro nella sala, per inquadrare immediatamente il numero ed il tipo di persone presenti…), l’aria umile ed ispirata insieme. Tutto filò liscio fino alla lettura del Vangelo, terminata la quale ci sedemmo per ascoltare la predica.

Silenzio.

Silenzio.

Ancora silenzio.

Oreste iniziò ad agitarsi nervosamente sulla sedia, mentre Roby, appoggiato al leggio da cui era stato proclamato il Vangelo ormai almeno un minuto prima, teneva la testa china sul petto, come a trovare la forza di proferire parola. Di contro, nella cappella non volava una mosca: tutti (e tutte…) erano col fiato sospeso.

“Quando l’angelo Gabriele fece il suo annuncio a Maria e le disse che sarebbe diventata la madre di Gesù” (finalmente aveva cominciato, Oreste si rilassò) “e lei lo disse in giro, nessuno le credette. Pensate: un paese piccolo, dove tutti si conoscono… Una ragazza giovane, non sposata…” (questa predica stava prendendo una piega un po’ strana) “Cosa volete che dicessero? Non potevano che pensare che Maria fosse una poco di buono…” (Oreste sollevò la testa) “Una dai facili costumi…” (Oreste si agitò sulla sedia) “Insomma, una puttXXa” (Oreste sbiancò. Nessuno fiatava. Si sarebbe sentito cadere un ago per terra. Roby aveva appena dato della, diciamo poco di buono, alla Vergine nella predica della Messa di mezzanotte. Io non sapevo se scoppiare a ridere vedendo le facce sconvolte dei frati in primis, ma anche di buona parte delle signore-bene di Pinerolo, o se pensare a come arginare il disastro incombente. Sì, perché mica era ancora finita, la predica).

“E quindi, quando nacque Gesù, cosa pensate che dicessero?” (Oreste stava per avere una sincope) “Guardate, quello è un figlio di puttXXa!”

Pausa di silenzio. Roby aveva gli occhi al cielo, serafico come se avesse appena recitato un PadreNostro; Oreste era terreo, i (pochi) capelli in testa dritti come se avesse messo le dita in una presa di corrente; Marcello, la testa reclinata sul petto, non capivo se per lo sconforto, l’orrore, o semplicemente perché si era addormentato (ogni tanto gli capitava); Sergio gli occhi strabuzzati fuori dalle orbite. La platea era ghiacciata.

“E perché Gesù si è adattato a questa situazione? A queste offese? Perché ha esposto sua madre a questi insulti?” (la voce di p. Roby si era fatta più decisa, più vibrante, e si alzava mano a mano, gli occhi non più rivolti verso l’alto, ma con un severo cipiglio ben piantati vero le persone di fronte a lui). “Per elevare noi, che siamo un po’ tutti figli di puttXXa, al suo stesso livello. Si è fatto uno di noi, perché NOI potessimo diventare come LUI, FIGLI-DI DIO!!!!”

Silenzio.

Silenzio.

“Amen. Preghiamo”.

Ovazione. Cioè, non ci fu nessun battimani, nessuna ola, niente; ma l’entusiasmo era assolutamente palpabile, come un’ondata adorante che si spostava dall’assemblea verso il piccolo, anziano frate. Che se ne accorgeva, eccome se se ne accorgeva. Oreste, intanto, era uscito un attimo, credo a bere un bicchiere d’acqua ed asciugarsi il sudore.

Al termine della celebrazione, come di consueto, la fraternità si spostò tutta alla porta, in modo da salutare man mano le persone che uscivano. Inutile dire che le lacrime di commozione, i commenti adoranti, i quasi svenimenti, ovviamente femminili, si sprecavano mentre si stringevano le mani di p. Roby (noi eravamo lì, ma praticamente era come non ci fossimo, invisibili, mentre occhi, parole di elogio, complimenti erano tutti per lui). E mentre, sorriso umile e sguardo pudico, ricambiava con apparente imbarazzo, Roby mi guardò, sogghignando sottecchi, e mi fece l’occhiolino.

E fu Buon Natale.


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Amarcord: Gira e spera, Spera e gira, Quel che vuoi si avvererà

Fermo immagine: un pomeriggio qualunque di un giorno qualunque, nel cortile di casa. Ho 10 anni e frequento la quinta elementare (vedi post “C’è tutto un mondo intorno”). La camere delle suore da cui vado a scuola si affacciano proprio su casa mia, e vedo la mia maestra ogni tanto affacciarsi alla finestra.

Ho un lungo straccio nero attaccato al collo, che mi ricade sulle spalle come un mantello, tenuto fermo da una spilla da balia; in mano una specie di bastoncino di legno; i pantaloncini e le pantofoline ai piedi, giro su me stesso come una piccola trottola, mentre il cane, Boby, saltella ed abbaia felice. La maestra, dalla sua camera, mi guarda, un attimo, poi scompare.

Cambio scena: giorno successivo, scuola. Durante un intervallo, la maestra mi prende da parte (era molto brava, si chiamava suor Attilia, sorrideva sempre, le piaceva farci cantare e ci aveva insegnato a memoria l’Inno d’Italia, cosa per cui la ringrazierò tutta la vita) e mi dice: “Ti ho visto ieri, in cortile, da solo… Mi hai fatto tanta pena…” e mi carezza la guancia, con un sorriso un po’ mesto.

Nuovo flash: la sera, casa. Mia madre sta preparando la cena, mio padre, come sempre, deve ancora rientrare dal lavoro. Le racconto quello che mi ha detto la maestra. Mia madre si ferma, si gira come una furia, con gli occhi infuocati e “Come si permette di dire che mio figlio le fa pena??? Le fa pena per cosa, poi??? Pensa che siamo cattivi genitori??? Pensa che non sono capace di badare a mio figlio??? DOMANI VADO DALLA DIRETTRICE!”.

Come sempre accade tra adulti e bambini, nessuno aveva capito niente. Suor Attilia aveva visto un bimbo solo, giocare senza nessuno, con uno straccio legato attorno al collo. Mia madre aveva visto la sua stessa esistenza, quella di genitrice, criticata e messa in discussione.

Ma in realtà io ero un grande e potente mago, che con la sua bacchetta magica ed il suo mantello incantato sfidava il possente drago che stava per divorare il mondo! Così come altre volte diventavo il Principe del Paese dell’Arcobaleno,  che distribuiva felicità a tutti coloro che soffrivano per le ingiustizie della vita; oppure il signore della Terra dei Fiori, il cui potere nascosto teneva in vita il pianeta; il coraggioso pilota di un enorme robot, che salvava il mondo dall’invasione dei cattivi; un affascinante ladro, che rubava ai poveri per dare ai ricchi; un cantante dalla voce fatata, una bambola che prendeva vita, un, un, un…

Poi la vita è trascorsa. Il mantello è diventato prima un saio, poi una giacca con cravatta, poi la cuffia di un servizio clienti, poi il giubbotto che mi accompagna sui treni che prendo. E la bacchetta magica si è trasformata in un rosario, una 24 ore, uno zaino, una serie di testi contrattuali che sono il mio pane quotidiano. Ma da qualche parte quel bambino è ancora lì, a girare su se stesso come un trottola, convinto di salvare il suo piccolo mondo, o almeno di poterlo rendere un po’ migliore di quello che è. Lo proteggo e lo nascondo, perché non voglio che venga ancora frainteso. E finché crederà che si può ancora fare qualche magia, probabilmente ci riuscirà.

Auguri per i tuoi 48 anni, ragazzino. Non stancarti di girare.