Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Elios, Anemos, Thanatos…

A parte quello che ho raccontato in precedenza (“Sim Sala Bim”), non ricordo quando e come mi prese la passione per magia, occultismo, parapsicologia e tutto ciò che in qualche modo fosse esoterico. Certamente, le storie di mitologia greca e romana, egiziana e vichinga, cinese e giapponese, le fiabe e le storie delle varie tradizioni che cominciai a leggere fin da bambino, spinto in questo anche da mio padre che li vedeva come mezzi per aumentare la mia cultura e non certo come quelle sirene ammaliatrici che si sarebbero rivelate alla mia mente, non potevano non influenzarmi. Sta di fatto che fin da quando avevo sette, otto anni cominciai a leggere testi decisamente poco adatti ad un bambino della mia età. Non so nemmeno più come me li procuravo: mio padre non aveva certamente questo genere di interessi, quindi trovarli nella sua biblioteca era escluso. Ricordo però che qualcuno me lo comprai nell’unica edicola che svolgeva anche il ruolo di piccola libreria del mio paese. Rotto, o meglio aperto visto che era di plastica e non di coccio, il porcellino che custodiva gli spiccioli che mia madre mi lasciava di resto quando andavo a prendere il pane al posto suo, mi recavo di nascosto, come un cospiratore, da quella stessa Vanda che da bambino salutavo con quel “Ciao, amore!” che tanto aveva imbarazzato mia madre (“Amor sacro ed amor profano”), raccomandandole di non dire niente a mio padre riguardo i miei acquisti peccaminosi.

In realtà, il mio interesse si sviluppò e trovò fonti con cui soddisfarsi soprattutto quando inizia a frequentare regolarmente Torino, quindi durante il periodo delle scuole medie, e potei quindi accedere a ben altri negozi e forniture. Torino, città magica per eccellenza, ancora oggi offre librerie, e non solo, specializzate esclusivamente in questo genere di argomenti, dove quindi avevo solo l’imbarazzo della scelta. E questa cadeva costantemente sui libri che mi davano accesso a tecniche pratiche, e non solo ad impianti teorici, per sviluppare doti più o meno proibite.

Sarebbe un errore pensare che fossero tutte ciarlatanate. Certo, cercando anche oggi qualcosa sull’argomento si trova di tutto, dalla riproduzione di testi classici, a manuali che promettono di ottenere amore, denaro e successo, come da copione più scontato, fino a giungere a scritti neopagani di correnti New Age più o meno conosciute, come la Wicca francese piuttosto che il druidismo. Si mescolano argomenti diversi: dalla magia, allo sviluppo delle doti paranormali, fino all’alchimia, citando fonti che spesso non c’entrano nulla o di cui si capisce poco, come il Talmud piuttosto che il Tantra, spaziando da Pitagora, ad Ermete Trismegisto, fino ad Aleister Crowley. Insomma, è facile fare un enorme pastrocchio di cose molto diverse tra loro, per storia, tradizione, mezzi utilizzati; ma che hanno tutta un comune denominatore: l’elevazione dell’uomo a qualcosa di superiore. Ed era questo che mi affascinava.

Naturalmente, in questo coacervo di elementi simile ad un minestrone, si trovano anche testi che, per chi ritiene questi argomenti qualcosa di più di passatempi da lettura dei fondi di caffè, danno informazioni reali e strumenti efficaci per ottenere un certo tipo di risultato. Non divulgherò nessun segreto iniziatico indicando quella che fu per me la prima, vera trilogia di libri che mi aiutò a comprendere meglio ciò che stavo cercando: l’Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di Ur, ed. Mediterranee. Da quella lettura cominciai a focalizzare meglio la mia ricerca, ed anche ad affinare alcune tecniche per sviluppare arti i cui insegnanti sono difficili da trovare.

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Ma alcune strade sono pericolose, quando non si ha accanto qualcuno che ci aiuti a percorrerle. Una sera decisi di tentare una tecnica per vivere un’esperienza extracorporea. Si definisce così la capacità di “uscire” col proprio “corpo astrale”, o animo, psiche, io interiore, chiamatelo come volete, dal corpo fisico. Alcuni affermano che sia da questa capacità che deriva, ad esempio, il racconto dei poteri di bilocazione dei santi cristiani. Quando questo si realizza, si vede, generalmente da una posizione di altezza, come si stesse fluttuando, il proprio corpo sdraiato o seduto, come si fosse sdoppiati. Secondo alcune tradizioni, non tutte, il corpo astrale resta collegato con quello fisico tramite un sottile filo d’argento, che di solito esce dalla zona ombelicale, che qualora venisse troncato impedirebbe di rientrare su un piano “terreno”, condannando quindi la persona a restare per sempre su un piano “astrale”, viva eppure non viva allo stesso tempo.

Ma questa prospettiva non mi spaventava affatto: cosa sarebbe potuto accadermi di male? Mi preparai, fisicamente e mentalmente. Era sera, i miei dormivano nella stanza accanto ed io, sdraiato a letto, iniziai con le tecniche di respirazione che mi avrebbero dovuto portare ad uno stato di trance cosciente. Non era la prima volta che le utilizzavo, ed ero quindi abbastanza sicuro di me; questa volta avrei “solo” dovuto cercare di uscire dal mio corpo, liberando il mio io interiore.

Inspiro, espiro. Inspiro, espiro. Raggiungo quella parte di me in cui posso isolarmi dall’esterno. La mente col suo chiacchiericcio si ferma. Percepisco il mio corpo come qualcosa di diverso da me, una stanza dentro cui abito, ma dalla quale voglio uscire. Cerco di sollevarmi, pur rimanendo fisicamente sdraiato. Mi alzo, all’inizio molto lentamente, poi quasi all’improvviso con uno “snap”, come quando si riesce a sbucare da una fessura troppo stretta. Vedo il soffitto che mi viene incontro… no, sono io che sto aleggiando, mi giro, vedo una forma sul letto, mi riconosco… Un’ombra scura, improvvisa, compare alla mia destra, si avvicina al mio corpo, intuisco che in qualche modo lo vuole per sé, fare proprio, impedendomi di riprendermelo. Mi prende il terrore, è un attimo… e riapro gli occhi, ansimando, col cuore che batte all’impazzata, sdraiato nel letto.

Si potrà pensare alla digestione particolarmente pesante; oppure ad un brutto sogno. Ognuno è libero di credere ciò che vuole. Ma da quella sera, ogni capacità che potevo avere (e qualcuna l’avevo) fu improvvisamente inibita, come se il mio inconscio avesse messo un lucchetto a quelle parti di me che fino ad allora avevo cercato di sviluppare. Nel corso degli anni, ho avuto modo di conoscere persone che, se solo glielo avessi permesso, probabilmente avrebbero potuto sciogliere da quelle catene che mi ero autoinflitto. Ma non ho mai voluto lasciarglielo fare.

Ogni tanto leggo ancora libri di esoterismo: all’inizio ho venduto tutto quello che avevo, ma in parte ho poi ricostituito una piccola biblioteca, credo non potrò mai rinunciarvi del tutto. Mi ricordano quello che potremmo essere e che probabilmente abbiamo perso nel corso del tempo. Anche per questo, negli anni successivi, mi sono orientato verso una ricerca più indirizzata alla spiritualità, laddove alcune manifestazioni della mistica cristiana (basti pensare a Teresa d’Avila col suo “Castello Interiore” o Giovanni della Croce) sono molto simili, ma più “accettate” rispetto a quel tipo di esperienze. Ed anche la scuola di Yoga che avrei frequentato per diversi anni rientrava in quel filone di ricerca. Ma questa è un’altra storia, e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Male oscuro – Parte quarta

Ancora una volta, me la sarei dovuta cavare da solo. Ed ovviamente, visto che ero in un convento, instradato su un percorso che mi avrebbe dovuto portare a diventare frate cappuccino, convinto della mia vocazione francescana, decisi che l’unica cosa che mi avrebbe potuto aiutare in quel frangente sarebbe stata la meditazione.

Ho volutamente detto “meditazione” e non “preghiera”. Infatti, nell’anno che avevo trascorso in comunità vocazionale a Valdocco, avevamo partecipato ad una serie di incontri sulla preghiera, durante uno dei quali era stato presentato un libro: “Dio nel Silenzio”, di Gentili-Schnoller (ironia della sorte, quest’ultimo era un frate cappuccino, ma all’epoca io non lo sapevo). Era la fine degli anni ’80, e cominciava ad affacciarsi un po’ ovunque quello che sarebbe diventato il movimento New Age e che avrebbe coinvolto anche parte della Chiesa nella ricerca di una forma di spiritualità diversa, più legata all’esperienza intima e personale dell’individuo che a quella collettiva e liturgica della comunità. Il libro in questione affrontava e coniugava la tradizione, spesso ingessata, del cattolicesimo con le pratiche meditative e yogiche, più legate al mondo induista e buddhista, coniugando corpo e spirito in un “unicum” ed insegnando, quindi, posizioni fisiche che conciliassero l’atteggiamento meditativo, o esprimessero determinati sentimenti religiosi, insieme con tecniche di respirazione e di visualizzazione, che aiutassero ad entrare più in contatto con il proprio “io” interiore.

Non ero del tutto nuovo a simili esperienze: il mio amore per la “magia” e per tutto ciò che era in qualche modo occulto nasceva da lontano (“Sim Sala Bim”) e negli anni avevo letto diversi testi di esoterismo che, naturalmente, andavano verso tutt’altra direzione, ma in qualche modo usavano lo stesso linguaggio e le stesse tecniche. Fino ad allora, però, avevo dovuto accantonare quel testo, perché ritagliarsi uno spazio personale in comunità vocazionale era impossibile, visto che dormivamo in camerate da quattro, e quando ero tornato a casa, con tutti gli scombussolamenti che avevo vissuto, tutto questo era passato in secondo piano. Adesso era venuto il momento di riprendere quel libro in mano e vedere se poteva essermi utile per uscire dallo stato di prostrazione in cui mi trovavo.

Lo fu. E fu una scoperta. Il mio dualismo, tipicamente bilancino, di tensione tra corpo e mente, carnale e spirituale, ragione e sentimento, trovò in quella pratica quotidiana un punto di incontro ed una pacificazione. Cominciai, come si dice in gergo, a “praticare” quotidianamente (con questo termine si indica la “pratica”, appunto, della meditazione, specie in ambito orientale), la mattina in camera da solo; ma anche ad utilizzare le tecniche di respirazione e visualizzazione durante i momenti di preghiera comune; così come, spesso, addirittura mentre svolgevo attività che non richiedevano particolare attenzione (tipo estirpare le famose erbacce attorno agli altrettanto famosi fagiolini). Lentamente, riemersi.

La fraternità vide con favore questa evoluzione: dimostrava che ero quantomeno pronto ad affrontare la vita religiosa. Lo stesso Oreste, oltretutto, conosceva quel testo, e fu contento che lo utilizzassi, per di più gestendomi autonomamente. Dopo altri tre mesi di buio, potevo cominciare davvero a vivere appieno la mia esperienza in convento.

Tutto risolto, quindi? No: devo fare ancora due considerazioni. La prima: quel testo, o quantomeno quel modo di vivere la spiritualità, fu fondamentale per il mio percorso religioso, tanto che, molti anni dopo, quando venne il momento di scegliere la tesi con cui avrei conseguito la licenza in Teologia Spirituale alla Gregoriana, a Roma (per l’ordinamento scolastico italiano, l’equivalente di una Laurea in Lettere e Filosofia), decisi che il titolo con cui mi sarei presentato sarebbe stato “Aspetti psicofisici della meditazione profonda”; e, ancora prima di questo, ci sarebbe stato un pungo periodo, di almeno 5 anni, di intensa pratica yoga presso un Istituto, il Kuvalaiananda, di Torino. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

La seconda: la depressione è l’unica compagna di vita che non mi ha mai tradito. E’ sempre con me, silenziosa, ammantata nell’ombra del quotidiano, ma costantemente presente. Ci convivo. E’ un altro dei motivi per cui certi miei comportamenti risultano incomprensibili alle persone che mi stanno accanto. Ancora oggi, in alcuni momenti, mi chiudo, mi ripiego su me stesso, come una torre che crolla implodendo. E oggi come allora, la mia reazione è il mutismo. Certo, non così drastico, perché con la vita che svolgo non mi sarebbe neanche possibile. Ma con le persone che ritengo mi abbiano fatto del male semplicemente non parlo più. Sparisco lentamente, come l’immagine appannata in uno specchio che adagio adagio svanisce, e ci si chiede se in fondo sia mai stata reale. In qualche modo amo questo male oscuro, vivendo come in una Sindrome di Stoccolma che si ripete ciclicamente, e non credo riuscirò mai a liberarmene. Perché è vero che è da soli che si può trovare la forza per uscirne, ma è altrettanto vero che è negli occhi dell’altro che si scopre la propria dignità ed il meritare di essere amati esattamente per come si è. E io questo specchio ancora non l’ho trovato. E credo che questa storia non sarà più narrata un’altra volta.

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Male oscuro – Parte terza

Non sai mai quando e come comincia di preciso. E’ un po’ un declinare lento, che diventa un giorno dopo l’altro una discesa più ripida, fino a trasformarsi in una slavina senza che tu te ne accorga; un non dare peso a tanti piccoli segnali: quel senso di malessere che “tanto poi passa”, una sorta di insoddisfazione generale, il sentirti sempre fuori posto, sempre sbagliato. Io adesso lo identifico con una specie di cappa nera, un drappo che scende davanti agli occhi dell’anima e del cuore, come il trovarsi costantemente dentro ad una stanza buia con la sensazione che non si riuscirà mai più a vedere una qualsiasi luce. Non serve a niente, quando si arriva a questo punto, la voce della ragione che dice che non ci sono motivi reali per sentirsi così; e le persone che ti stanno intorno, nel peggiore dei casi non capiscono e pensano che tu sia un ingrato che non sa apprezzare le cose che ha; oppure credono che tu viva in una sorta di menopausa (o andropausa) costante; nel migliore dei casi, ma sono rari, capiscono qual è il problema, ma non sanno come affrontarlo, e spesso fanno più male che bene con i loro rimedi-fa-da-te.

Ho sempre avuto una personalità molto sfaccettata e complessa, difficile da comprendere, anche perché ne mostro sempre e solo un tratto ad ogni persona che entra a far parte della mia vita, come una sorta di specchio spezzato o di puzzle i cui pezzi non combaciano mai. E quando qualcuno che è abituato a vedere un lato di me ne scopre un altro inaspettato, resta spiazzato, e non capisce come realtà così dissimili possano coesistere tra loro. E’ una sorta di schizofrenia psicologica. Credo nasca dal fatto che mi sono sentito spesso castrato e costretto, quindi, a cambiare il mio modo di essere in base alle circostanze.

Da bambino amavo mettermi al centro della scena, cercando probabilmente quelle attenzioni che nei primi mesi di vita, passati in brefotrofio, nessuno mi aveva potuto dare: mi piaceva fare imitazioni (Gatto Silvestro era il mio cavallo di battaglia), cantare, recitare poesie, raccontare ai bambini miei coetanei le favole che avevo letto. Ma lo stare tanto tempo da solo; il sentirmi spesso dire dai miei genitori “questo non si dice, questo non si fa, questo è sconveniente” in una litania castrante per essere sempre compìto, sempre perfetto, un piccolo Ken da esibire agli amici; il vivermi come “diverso” per le attività che svolgevo rispetto ai miei coetanei già alle elementari; tutto ciò mi portò progressivamente a trasformarmi da bambino allegro e “presente” ad introverso e ripiegato su se stesso, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l’accettazione e la manifestazione di un sé.

Forse fu tutto questo, unito a quanto trascorso negli ultimi due anni, a farmi cadere improvvisamente, quasi da un giorno all’altro, in uno stato depressivo. Come avevo fatto con i miei solo alcuni mesi prima, adesso, senza però più ne’ volerlo ne’ preventivarlo, precipitai in un mutismo assoluto. La faccia sempre scura, la fronte china ed aggrottata, la voglia di piangere costante, divennero il mio modo di presentarmi al mondo intorno e le mie compagne di vita quotidiane. I frati, ovviamente, non capivano cosa fosse successo, ma nemmeno intervennero più di tanto. Non dimentichiamo, infatti, che il Postulato è un periodo di prova, e se io avessi dimostrato di non essere in grado di superare quel momento di buio interiore, questo avrebbe significato che la vita religiosa non faceva per me.

Intendiamoci: non voglio dire che, come i miei genitori prima, anche la fraternità adesso mi ignorasse; cercavano di interagire nella normale quotidianità, come se il problema non esistesse; ogni tanto, con delicatezza, Dante mi chiedeva “Non stai bene?”; dimostravano la loro presenza nei fatti; ma non affrontammo mai direttamente la situazione, ne’ ci furono approcci medici o psicologici per gestirla. Credo che questo modo di fare sia al contempo uno dei vantaggi, ma anche uno dei grandi limiti, della formazione della vita religiosa, almeno per quanto ho avuto modo di viverla io. E’ un vantaggio, perché non punta il dito accentuando un disagio; ma corre sul filo pericoloso del far finta di nulla, del non affrontare mai seriamente un problema, specie quando questo, paradossalmente trattandosi di un ambiente religioso, investe la sfera dell’intimo di una persona. Sarebbe avvenuto così anche quando, diversi anni dopo, avrei affrontato la presa di consapevolezza riguardante la mia omosessualità, e sarebbe stato, di fatto, il motivo principale della mia uscita dalla vita religiosa. Ma questa è un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Male oscuro – Parte seconda

La casa di Lucia era una specie di baita in una valle del pinerolese. Non era lontana dalla città, ma di fatto sembrava di essere in un altro mondo. Entrammo in una stanza avvolta in una semioscurità, che sembrava più piccola di quello che realmente fosse per il gran numero di persone, uomini e donne, che vi erano seduti. Sembrava una via di mezzo tra la sala di attesa di un medico e l’antro di una fattucchiera.

“Venite, venite!” disse una voce al di là di una tenda un po’ malconcia. “Non vi dispiace se faccio passare prima loro, vero?” e nessuno osò obiettare. Come avesse capito che eravamo entrati Sergio ed io, non lo so. Certo era che lei ed il giovane frate si conoscevano, e lui aveva un certo qual timore reverenziale nei confronti della donna. Lucia dimostrava più della sua età, che pure ad uno sguardo attento si poteva intuire: vestita come un montanaro, con abiti maschili, camicione a quadri, pantaloni sformati di velluto, l’unico vezzo che aveva, se di vezzo vogliamo parlare, era una specie di foulard che le teneva raccolti i capelli. La pelle del viso sembrava quasi cuoio, arrossata dal sole e con un non so che di lucido, non dato da sporcizia, ma dalla lunga esposizione all’aria aperta e dalla totale mancanza di trucco o cosmetici. Non sapevo definirla, e soprattutto non capivo perché Oreste avesse voluto che andassi da lei.

“Che è successo? Oh, fammi vedere, fammi vedere” Non ero ancora entrato e già mi tastava con delicatezza la caviglia, innaturalmente gonfia ed ingrossata. “E’ caduto da un muretto e ha piegato male il piede” stava spiegando Sergio, in un misto tra italiano e piemontese; “E all’ospedale hanno detto che devono operarlo, altrimenti zoppicherà per sempre”. “Ma va, ma va! Operarlo, operarlo! Sempre a pensare ad operare quando le cose si possono risolvere molto più semplicemente! Guarda qua, che ti insegno”. E cominciò a fasciarmi la caviglia, dopo avermi applicato uno strano impiastro banchiccio. “Devi fasciarla in questo modo, con le bende incrociate, in modo da tenerla assolutamente ferma. E l’impacco lo devi mettere ogni giorno fresco, meglio la sera, così penetra bene durante la notte”. Le mani passavano con sicurezza e velocità da sotto la pianta del piede fino a metà polpaccio, sovrapponendo le parti della benda come i lacci di un sandalo alla schiava. Poteva anche sembrare un po’ squinternata, ma di certo si vedeva che sapeva di cosa stesse parlando e che aveva una manualità da professionista. In effetti, Lucia era un’infermiera diplomata, che aveva coniugato la normale scienza medica con lo studio di rimedi naturali; grazie al suo diploma, poteva avere uno “studio” senza incorrere in denunce di esercizio abusivo della professione, e si dedicava, spesso gratuitamente, a chi i professionisti non se li poteva permettere.

“L’impacco è bianco d’uovo montato a neve, che serve a far uscire l’ematoma, a cui aggiungi (non ricordo quale erba aromatica da cucina

Forse non tutti sanno che Pinerolo è praticamente la “strada di ingresso” alle cosiddette “valli Valdesi”, ovvero il luogo dove i discepoli di Valdo, eretico quasi contemporaneo di Francesco d’Assisi, si rifugiarono e trovarono scampo dopo sanguinose persecuzioni da parte della Chiesa. Io li avevo sempre solo sentiti nominare, e come tutti i bravi cattolici osservanti avevo sempre pensato a loro, come a tutti i protestanti, come a degli esseri che in qualche modo dovevano per forza essere diversi da “noi”. Fu quello, perciò, il primo episodio in cui venni a contatto con una “diversità” rispetto a ciò che ero. E’ un episodio stupido, apparentemente insignificante, ma proprio per questo lasciò in me un riflesso profondo: è stato, nella sua banalità, una delle consapevolezze più importanti della mia vita.

Ma in quel momento non potevo ancora saperlo, e tornavo a casa, cioè in convento, con la mia fasciatura e la sicurezza che il lunedì non sarei andato in ospedale per farmi operare. Per circa un mese la mia caviglia rimasi bloccata dai bendaggi ed ogni giorno Sergio si dedicò all’impiastro (le bende, invece, imparai presto a sistemarmele da solo). Posso garantire che, a distanza di anni, cammino perfettamente e non ho mai zoppicato nemmeno una volta.

Probabilmente, però, questa fu la classica goccia che fece traboccare un vaso pieno di stanchezza, tensioni, emozioni tenute a freno troppo a lungo. Improvvisamente, senza rendermene minimamente conto, caddi in una forma depressiva che non avevo mai vissuto in vita mia, nemmeno nei miei momenti peggiori e di maggiore difficoltà. Ed il mio carattere mostrò uno dei suoi lati più oscuri.

 


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Male oscuro – Parte prima

La febbre che mi aveva colto in occasione dell’arrivo dei miei genitori (“Annus horribilis: – Appendice: trasmutazione”) era, in realtà, solo l’ultima di una lunga serie di disavventure che mi avevano colto dal mio arrivo a Pinerolo.

Pochi giorni dopo l’inizio della mia vita in Postulato, stavo tornando in convento dopo essere stato in città a svolgere non so più quale commissione. Come ho detto altrove, il convento si trova su una collina, quindi stavo salendo diretto verso la fraternità, quando una fitta improvvisa, lancinante, mi fece piegare in due, completamente senza fiato. Fortunatamente non ero solo, ed il ragazzo che era con me, uno di quelli che frequentava occasionalmente il convento, mi sorresse; facevo davvero fatica a respirare, perché ogni tentativo di dilatare i polmoni mi causava un dolore insopportabile. Mi spaventai.

Mi sedetti, e dopo circa cinque minuti di attesa riuscii a regolarizzare la respirazione ed a rialzarmi; accompagnato come un vecchio, le braccia del mio compagno a sostenermi, arrivai non senza un notevole sforzo in convento, dove venne immediatamente chiamato il medico. La diagnosi fu “forte infiammazione alla cartilagine intercostale”, anche se non si riusciva a capire a cosa fosse dovuta, e soprattutto come mai si fosse manifestata così all’improvviso e con tale virulenza. Mi toccò un ciclo di iniezioni di cortisone. Ora, io sono TERRORIZZATO dalle iniezioni. Da bambino avevo sofferto, e forse questo ne era in qualche modo un’eredità, di problemi di respirazione, tanto che per tre-quattro anni ero andato anche d’inverno al mare in Liguria con mia madre, per respirare aria salmastra. Mi ero quindi dovuto sottoporre già all’epoca sia ad iniezioni, che a frequenti inalazioni di aerosol, e il ricordo era tutt’altro che piacevole. Fu quindi una soluzione alquanto spiacevole quella che fui costretto a subire, senza contare l’imbarazzo di stare col culo all’aria davanti ad uno sconosciuto, che nella fattispecie era fra Sergio, proprio agli inizi del mio periodo conventuale. L’amabile frate in questione, peraltro, sembrava divertirsi un mondo a punzecchiare il mio deretano, e non perdeva occasione per ricordarmi, con una punta di sadismo, l’appuntamento quotidiano con la siringa. Furono 2 settimane molto lunghe. (Per inciso, quello delle infiammazioni cartilaginee è un problema che ho ancora adesso, e si ripresenta quasi ogni inverno). Inutile dire che i miei genitori non ne seppero mai nulla, perché credo che mia madre, per la preoccupazione, avrebbe preteso una stanza in convento, se non addirittura un letto direttamente in camera mia.

Il secondo evento fu anche più fastidioso. Era trascorso meno di un mese da questo episodio, e stavamo lavorando nell’orto. Come ho accennato in precedenza (“Andreino pane e vino – Parte seconda”) una delle principali attività della giornata era la cura del grande orto (un centinaio di metri quadrati) dove venivano coltivate le verdure più diverse. Del mio scarso, per non dire nullo, amore per la vita bucolica già si sa; della mia imbranataggine si può facilmente immaginare.

Quel giorno, Sergio (sempre lui) mi aveva incaricato di estirpare delle erbacce infestanti che si erano abbarbicate tra le crepe di un muretto che costeggiava parte del perimetro dell’orto; ero quindi salito sul medesimo, guanti per proteggere le mani, stivalacci ai piedi, e stavo tirando con tutte le mie forze un rovo che non voleva saperne di sradicarsi. Una delle pietre su cui poggiavo si smosse, persi l’equilibrio e caddi all’indietro, da un’altezza di mezzo metro; tanto bastò. Piegai malamente il piede, impacciato dagli stivali di gomma, sentii un forte dolore e subito un battito pulsante nella caviglia, che via via premeva sempre di più contro la calzatura. Sfilai, faticosamente, la stessa e feci appena in tempo, perché immediatamente il collo del piede si gonfiò tanto da non poter più essere infilato nello stivale.

Inutile dire che non potevo camminare, quindi lo stoico Sergio (che credo non avesse mai visto un simile concentrato di incapacità in tutta la sua esistenza) mi prese letteralmente in braccio e mi portò in casa. Oreste, che aveva spesso l’atteggiamento da chioccia, si preoccupò istantaneamente, e volle che fossi accompagnato senza aspettare oltre in ospedale. Questa volta il responso fu “lesione ai legamenti”, ed assoluta necessità di operare urgentemente la caviglia. “Torni lunedì” (era un venerdì) “e la ricovereremo d’urgenza, bisogna operare subito, il rischio è che lei resti zoppo per tutta la vita!” fu il rassicurante discorso che il medico ci fece al termine della visita. “E se io non venissi…?” buttai lì. Mi guardò come si guarda una persona che, sotto evidente stato di shock, non sa quello che dice. “Ma non scherziamo!” Ed uscimmo.

Dato che la situazione con i miei genitori era ancora nella fase “gelo” (tutto questo si svolse prima del loro ravvedimento sulla via di Damasco), Oreste era semplicemente terrorizzato dal responso che gli aveva riportato Sergio. Avrebbe dovuto per forza informare i miei della situazione, e certamente la prospettiva non era particolarmente piacevole. “E se lo facessimo vedere da Lucia?” propose Sergio. “Sì, sì, portalo da Lucia! Magari lei riesce a fare qualcosa!” decise Oreste. E Lucia fu.


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Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.


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Hic Sunt Leones

Era una soleggiata mattina del 1° Ottobre 1988 quando, accompagnato da una coppia di genitori con espressioni più simili a quelle che si hanno seguendo un carro funebre che nel vedere il proprio figlio realizzare un’aspirazione, entrai nel convento di Pinerolo per iniziare ufficialmente il mio anno (ma sarebbe stato uno solo…?) di Postulato.

Non riuscivo a distinguere chiaramente le mie emozioni, travolto da un misto di eccitazione, paura, speranza, determinazione, timore, rivalsa, dispiacere. Conoscevo tutto del convento, avendovi trascorso una decina di giorni solo poche settimane prima (“Andreino Pane e Vino”), ma era come vi entrassi per la prima volta, e guardandomi intorno mi pareva quasi di non riconoscerlo. Perché un conto è stare in un luogo sapendo che è un passaggio transitorio, per quanto più o meno lungo, un conto è avere la consapevolezza che quella sarà la tua vita da lì in poi.

P. Oreste era uscito nel cortile antistante il convento, sorridendo, e “Benvenuto! Benvenuto!” mi abbracciava come mi vedesse tornare dopo una lunga e sofferta assenza. C’erano anche Marcello e Roby, di DanDe e Sergio non ricordo con esattezza; quello che ricordo con certezza è che uscirono coloro che sarebbero stati i miei compagni per diversi anni a venire: Danilo e Carlo.

Danilo lo avevo già conosciuto, e quindi fu una faccia non solo familiare, ma amica, che mi fece sentire un po’ meno solo e più tranquillo. Carlo, al contrario, era ancora un perfetto sconosciuto, e mi lasciò perplesso. Di stazza che più che robusta sarebbe corretto definire “panciuta”, era evidentemente più in là negli anni di me e Danilo, tanto che inizialmente, complice anche l’immancabile barba brizzolata, lo scambiai per un frate che ancora non mi fosse stato presentato. “Ciao carrrissimo! Io sono Carrrlo!” Oltre a pizzicare la “erre” (non come Maria, in modo molto più aristocratico…), aveva modi di fare un po’ affettati, formali e vagamente snob, almeno all’inizio. Figlio unico di una famiglia della borghesia torinese, suo padre prima e lui stesso poi avevano lavorato a livello dirigenziale in Iveco. Si era sposato, aveva ricevuto l’annullamento del matrimonio, e dopo diversi anni di quella che lui definiva “ricerca”, era approdato al Monte dei Cappuccini prima e, di conseguenza, a Pinerolo poi, che frequentava nei we assiduamente da almeno un anno, un anno e mezzo. La sua ammissione al Postulato, vista la sua storia personale decisamente anomala, era stata più lunga e più “vagliata”, ma alla fine ce l’aveva fatta anche lui. Aveva esattamente 20 anni più di me, e quindi iniziava questa nuova parte della vita a 40 anni (paradossalmente, era più vecchio di un anno anche di Oreste, che sarebbe stato il nostro superiore). Dotato di grande cultura e curiosità, aveva sì questo modo di fare un po’ aristocratico, ma lo coniugava con un carattere estremamente gioviale e compagnone, creando un mix estremamente divertente, e molto spesso involontariamente esilarante, che lo facevano benvolere proprio da tutti. Paradossalmente, legai molto di più con lui che con Danilo, anche perché l’amore per lo studio e per tutto ciò che era “umanistico” ci univa dandoci lo spunto per lunghe chiacchierate. E’ stata una delle poche persone più grandi di me con cui non sono entrato in una sorta di competizione edipica, perché non sono mai riuscito a proiettare su di lui l’idea di una figura paterna: era un fratellone maggiore, quello che avevo sempre desiderato fin da bambino e che non avevo mai potuto avere. Ma, ovviamente, in quel momento non potevo ancora sapere tutto ciò, e gli strinsi la mano con un misto di curiosità e perplessità.

“Hic sunt Leones!” esclamò un entusiasta p. Roby. Il Postulato, infatti, non aveva accolto nessuno negli ultimi due anni, e avere adesso addirittura tre persone che entravano era una grande gioia per tutti, ma soprattutto per lui, che nella formazione e nell’accompagnamento delle “nuove leve” aveva investito gran parte della vita conventuale. Non poteva sapere, e nemmeno noi, che di tre ne sarebbe rimasto solo uno, proprio quello che più di tutti aveva faticato per essere ammesso e sembrava il più improbabile del gruppo. Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta. Adesso, mentre il portone si chiudeva alle nostre spalle, si apriva un capitolo completamente nuovo della mia vita.

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Un momento: e i miei genitori? Labbra serrate, pugni stretti “Se ci vuoi sentire, chiamaci” avevano sibilato, indicando chiaramente che LORO non si sarebbero fatti vivi. Non ci credevo molto, ma mi sbagliavo, avrebbero mantenuto la loro promessa. Si girarono, salirono in auto e se ne andarono, senza nemmeno mettere piede in convento, proprio mia madre che fino ad allora aveva severamente ispezionato ogni camera in cui avrei dovuto soggiornare. Non salutarono nessuno dei frati, determinati a non avere nulla a che fare con quel branco di poveracci contadinotti, indegni di mischiare la loro quotidianità con la mia. Avrebbero mantenuto per oltre due mesi questo atteggiamento, ma anche la torre apparentemente più fortificata è destinata a capitolare, prima o poi. Sarebbe successo anche a loro.