Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Parte seconda

Il viaggio a Medjugorie aveva lasciato strascichi su mia madre di cui non mi ero immediatamente reso conto. Aveva iniziato a ricercare il contatto con gruppi, persone, avvenimenti dove un presunto e deviato senso del miracolistico aveva preso il sopravvento su qualunque altra forma di spiritualità e religiosità. La frequentazione, fisica e/o telefonica, di movimenti mariani e non, in cui più si gridava al prodigio più si credeva di entrare in contatto con una qualche entità superiore era diventata, per lei, quasi una forma ossessiva. Non stupisce, quindi, che anche per quanto riguardava me ed i miei, per lei e mio padre, incomprensibili comportamenti nei confronti loro e delle scelte che LORO facevano, cercasse risposte presso elementi che avevano più a che fare con fattucchiere e approfittatori della creduloneria popolare che con la fede. Ma quali erano questi comportamenti che tanto creavano problema?

In contemporaea con quanto raccontato nel post precedente, dovetti sottopormi ad una visita per la colonna vertebrale. Non sono mai stato uno sportivo ne’ ho mai dato peso alla forma fisica, specie da bambino, anche in questo spinto dai miei genitori che ritenevano assolutamente più importante per il mio sviluppo di persona suonare il pianoforte piuttosto che frequentare le già di per sé superficiali lezioni di educazione fisica fin dalle elementari. Nel tempo, quindi, avevo sviluppato tutto un po’ di tutto: scoliosi, lordosi e cifosi, non a livelli patologici, ma sufficienti per farmi avere continui problemi posturali e conseguenti fastidi. Inoltre, la pratica quotidiana al pianoforte, di non meno di 2 ore giornaliere, con la posizione che richiedeva a schiena-spalle-braccia-mani, non mi aveva certo aiutato. Il dottore che mi visitò, quindi, mi prescrisse una serie di sedute di fisioterapia ed esercizi presso una struttura di Torino, dove mi dovevo recare due volte a settimana, alternando queste mattinate con quelle in cui dovevo frequentare l’Università. In sostanza, quindi, mi trovavo di nuovo a fare il pendolare ogni giorno, come era stato per gli 8 anni precedente, eccezion fatta per il periodo trascorso in comunità vocazionale.

Cosa c’entrava tutto questo con mia madre? Per due motivi principalmente. Intanto, approfittavo del mio essere a Torino per continuare ad andare al Monte dei Cappuccini da p. Luca. Non avevo messo da parte il mio intento di entrare a far parte dell’Ordine dei frati francescani, ovviamente, ed ero stato scioccamente così incauto da non nasconderlo ai miei genitori. Del resto, la frequentazione del Monte era l’unica boccata di aria fresca che avevo in quel periodo di oppressione che vivevo quotidianamente. Ma, e questo fu il vero problema, continuavo anche a vedere Marco L., quello che per primo mi aveva accompagnato da p. Luca e che non mi lasciava indifferente, diciamo così, a livello fisico, perché ormai di fatto viveva in convento, pur continuando a svolgere il proprio lavoro. Infatti, come era per i salesiani, anche per entrare nei frati Cappuccini si dovevano seguire delle tappe, che prevedevano alcuni periodi, più o meno lunghi in base alle possibilità personali (perché qui avevamo a che fare con persone adulte, non più con ragazzini incasellati in orari scolastici), trascorsi in convento per sperimentare la vita comune, per poi passare al cosiddetto “postulato”, dove invece si viveva per almeno un anno in fraternità in modo costante, per finire con il già conosciuto “noviziato”. Ovviamente, quindi, l’accoppiata “Monte dei Cappuccini-Marco L.” erano per me un richiamo irresistibile.

Richiamo che, secondo mia madre, mi allontanavano di nuovo da lei, che già scottata dall’esperienza salesiana era diventata sempre più ossessiva ed ossessionata. Un giorno mi sorprese al telefono proprio con Marco (nel secolo scorso non esistevano i cellulari, ahimè…) e scoppiò in una scenata isterica, come se stessi cospirando chissà quali nefandezze. Il tempo di rientrare dal lavoro mio padre e la sera stessa dopo cena, “Da domani non andrai più a Torino per la fisioterapia, ma solo per le lezioni all’Università. Tanto sappiamo gli orari (avevo l’obbligo di frequenza, quindi non potevo sgarrare), quindi da adesso in poi ti dedicherai solo allo studio. Non devi perdere tempo dietro ai frati o ad altro, se ne parlerà una volta che ti sarai laureato” fu la sentenza emessa.

Mi chiesi se fossero impazziti o cosa. Fui talmente scioccato da non riuscire a replicare praticamente nulla, guardandoli con bocca aperta ed occhi spalancati come mi trovassi in un horror di serie B. Non avevo via di scampo, perché non solo ero costretto a frequentare le lezioni, ma con me erano iscritte alla stessa facoltà delle ragazze con cui si seguivano insieme i corsi e che, soprattutto, erano figlie di amici di famiglia, da cui, quindi, i miei genitori potevano tranquillamente sapere se effettivamente frequentassi l’Ateneo o meno. Se già prima mi ero sentito in gabbia, adesso mi pareva di non avere più ossigeno per respirare, ed entrai in uno stato di agitazione costante.

“Per il momento non possiamo fare altro, tieni duro e fai come ti dicono, magari con il tempo, vedendo che stai tranquillo, anche i tuoi si rilasseranno ed allenteranno la tensione…” mi disse un pochissimo convinto p. Luca quando, disperato, gli raccontai della cosa. “Non capisco, non ce la faccio… Non posso continuare così, ormai sono quasi 3 mesi che andiamo avanti… Io non capisco cosa gli abbia detto questo Roberto C…” “ROBERTO C.?”

I miei genitori si erano lasciati sfuggire di essere andati da un presunto veggente della nostra zona, appunto tale Roberto C., e che era stato lui a suggerire loro di stringere la morsa nei miei confronti. Tale individuo, però, era ben conosciuto da p. Luca, che si era occupato di lui per conto della Curia vescovile, proprio per capire di che tipo di persona si trattasse. “Cerca di capire cos’ha detto su di te e poi fammelo sapere” fu quindi la sua richiesta. Niente di più facile.

La rabbia e la paura che covavo da tempo dentro di me non chiedevano altro che una scusa per trovare un violento sfogo, e questa fu la scintilla di uno scontro che volutamente cercai con mia madre. Cominciai, tornato a casa, ad urlare, volutamente, per liberarmi della tensione nervosa, per ferirla, per restituirle il male che mi stava facendo. Ma lei fece altrettanto, gridando che lei mi aveva voluto, era venuta a cercarmi in brefotrofio, e quindi “TU SEI MIO!”. Ed il famoso Roberto C., vedendo una foto che i miei gli avevano portato, aveva sentenziato che io ero gay, anche se non poteva dire se avessi già avuto esperienze sessuali o meno, e quindi di fare attenzione alle persone che frequentavo. Da qui, la proibizione assoluta di vedere Marco L., e già che c’eravamo anche p. Luca.

Quando, a metà tra lo sconvolto e il furioso, raccontai allo stesso frate quanto sopra (dopo aver raccontato ai miei non so più quale scusa per poter salire al Monte) “Strano”, disse lui guardandomi attentamente “Roberto è uno sfruttatore ed una persona sporca, ma ha delle innegabili capacità parasensoriali, e di solito quello che dice di una persona è vero…”. Certo che era vero, ma io non ne ero ancora consapevole, ed in quel momento non mi interessava affatto, anzi lo ritenevo la farneticazione di un pazzo che cercava solo (ed anche questo era assolutamente inoppugnabile) di sfruttare economicamente ed emotivamente i miei. E se di mia madre non mi stupivo, non riuscivo a capacitarmi di come mio padre, di solito assolutamente razionale e concreto, fosse caduto preda di simili deliri da streghe di paese.

Ma anche così non se ne usciva. Si stava avvicinando Natale, erano trascorsi ormai 3 mesi in un crescendo di vessazioni, sospetti, paure e rinfacciamenti reciproci tra me ed i miei e la situazione, con quella nuova rivelazione, era diventata emotivamente e psicologicamente insostenibile. Mancava davvero poco.


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Annus horribilis – Parte prima

La decisione che avevo preso non era stata indolore ne’ priva di conseguenze. Ero semplicemente sconvolto: cosa dovevo fare? Che direzione intendevo dare alla mia vita? Ero abbastanza certo di voler entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Cappuccini, ma non era una cosa immediata, ci sarebbe voluto almeno un anno prima che questo potesse realizzarsi: e nel frattempo?

Arrivavo da una Maturità che definire deludente è un eufemismo, da un anno di vita sia scolastico che in comunità vocazionale assolutamente pesanti, dal vedere infranto quello che pensavo fosse il mio progetto di vita da sempre. Volevo una scossa forte, poter fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, staccare completamente con il mio essere precedente e dare un taglio differente alle mie giornate. Mi sarei cercato un lavoro! Intendiamoci: non volevo certo rinunciare agli studi universitari, qualora non fossi entrato in convento (ed ormai non ero più certo di nulla), ma l’idea di rimettermi immediatamente a studiare dopo l’esperienza traumatica di Valsalice mi dava semplicemente la nausea ed un senso di rifiuto assoluto. Inoltre, mi rendevo conto di non sapere praticamente niente della vita, di essere sempre dipeso dai miei genitori, e sentivo l’esigenza di capire cosa volesse dire avere un lavoro con i suoi ritmi e le sue esigenze, e cosa significasse guadagnarsi uno stipendio. Non intendevo, quindi, cercare una sistemazione definitiva, ma un qualcosa di passaggio, tipo commesso o cameriere, che quindi potesse essere interrotto velocemente e senza conseguenze qualora la mia strada fosse andata verso l’Ordine Cappuccino o gli studi universitari.

“Domani andrai a Torino ad iscriverti all’Università”. Quella sera a cena rimasi ghiacciato. “No, io non voglio andare all’Università, non me la sento di ricominciare subito gli studi, mi fermo per un po’ poi ricomincio, devo staccare con la testa”. “Non dire sciocchezze! Tu non farai niente che non decida io! Sei a casa mia e finché starai sotto questo tetto farai quello che dico IO! TU farai l’Università e ti iscriverai a Giurisprudenza!” Il tono di mio padre era via via salito fino ad arrivare alla fase, che ben conoscevo, che non ammetteva nessuna possibilità di replica. E mia madre, che di solito in quei casi giocava il ruolo di intermediaria, rimase immobile, lo sguardo freddo chino sul cibo, continuando a mangiare come se nulla fosse. Era evidente che il mio destino era stato deciso congiuntamente, visto che l’idea del figlio avvocato era, come già ho accennato in precedenza, un chiodo fisso materno. Mi sentii soffocare. Se Università doveva essere, almeno che fosse Lettere o Filosofia, le mie due amate materie umanistiche. “Non dire scempiaggini” ribatte sprezzante mio padre quando provai almeno quel compromesso. “Sono materie inutili che non ti daranno da mangiare. Ho detto Giurisprudenza, e non si discute!”.

Smisi di mangiare, con stizza, ma non riuscii a replicare. Salii in camera e lasciai che il blocco che si era formato in gola si sciogliesse con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma sentendomi del tutto impotente, e quasi violentato. Sapevo che continuare ora sarebbe stata una battaglia persa in partenza, ed aspettavo di poter giocare le mie carte, ben poche peraltro, in un altro momento. Ma non sapevo che quello era solo l’inizio di un crescendo che avrebbe cambiato per sempre i rapporti tra me e la mia famiglia.


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Amarcord: In salute ed in malattia

Mio padre è sempre stato un uomo incapace di stare fermo. Proprio non concepiva l’idea di “riposo”, ed anche quando era in casa o rimaneva lo stretto indispensabile, per poi uscire e, nel caso non avesse altro da fare, cominciare a passeggiare per il paese (tanto qualcuno che conosceva lo avrebbe certamente incontrato, attaccando quindi bottone), o iniziava a fare dei “lavoretti” di varia natura, buttando nello sconcerto mia madre, vuoi perché, con tutta la buona volontà, mio padre di fatto era totalmente incapace nella sua manualità, vuoi perché aveva la capacità di sporcarsi e sporcare in qualunque parte del corpo e della casa, obbligando quindi la coniuge a passare e ripassare scopa e strofinacci.

Quando, era il periodo in cui frequentavo la quarta ginnasio, verso marzo, gli venne una tallonite, fu quindi impossibile fargli capire che non avrebbe dovuto sottovalutarla e stare un po’ fermo. E dire che aveva studiato medicina, da giovane… Stranamente, si fa per dire, la tallonite si trasformò presto in una flebite, e nemmeno quello fu sufficiente a tenerlo a freno, e la flebite, prevedibilmente, in una tromboflebite (cioè, si formò un coagulo di sangue nella gamba, che ostruiva i vasi sanguigni, con conseguente possibilità di embolia). “Devi assolutamente stare immobile! Non devi alzarti dal letto nemmeno per andare in bagno!” si allarmò il nostro medico di famiglia, peraltro suo carissimo amico.Certamente, come no…

Era il sabato santo del 1983 quando mio padre crollò in bagno, improvvisamente. Mia madre, avendo subito capito la situazione, chiamò immediatamente la guardia medica, ed anche il nostro dottore che, proprio in quanto amico da tempo, nonostante il giorno prefestivo, accorse immediatamente. Arrivò di gran carriera un’ambulanza, su cui caricarono mio padre, mia madre ed il suddetto dottore e che ripartì di corsa, destinazione l’ospedale di Ivrea, da cui noi dipendevamo (e distante circa 30km). “Appena posso ti faccio sapere qualcosa” butto lì mia madre correndo via, ed io rimasi in casa, da solo, senza avere avuto il tempo di capire bene cosa stesse succedendo. Ovviamente, all’epoca non ci si sognava nemmeno di cosa potesse essere un cellulare, quindi non mi rimase che restare in casa, in attesa di una eventuale telefonata sul fisso, che però non arrivava.

Arrivò, molto più tardi, a notte fonda, mia madre, gli occhi rossi ed i capelli (cosa mai vista) scarmigliati. “E’ in terapia intensiva. E’ partito un embolo, che ha raggiunto i polmoni. La dottoressa ha detto che se passa la notte forse ce la fa, ma di non contarci…” E giù a piangere a dirotto. Io non sapevo che pesci pigliare, eppure non riuscivo a credere, dentro di me, che fosse giunto il momento di perdere mio padre. Ebbi ragione.

Rimase in terapia intensiva per una settimana, per altre tre nel reparto di medicina. Fu poi dimesso, ma le conseguenze si fecero sentire. La circolazione era compromessa, così come in parte l’apparato respiratorio e polmonare. Quella che si pensava si sarebbe risolta relativamente in fretta si rivelò invece essere una degenza lunga, molto lunga… Per diversi mesi mio padre rimase fermo a letto, con mia madre che lo seguiva ogni minuto per evitare che facesse altre stupidaggini, ed il suo nervosismo per l’essere costretto all’immobilità che cresceva esponenzialmente e si manifestava con scoppi di rabbia improvvisi. Ciononostante, però, la paura presa fu tanta, e nemmeno lui volle rischiare di nuovo la pelle anticipando le cose.

Non tornò più al lavoro. Aveva iniziato a lavorare molto giovane, e quello, insieme con la possibilità del prepensionamento dovuto a motivi di salute, lo convinsero a restare a casa e fare il pensionato. Da allora, naturalmente, dovette convivere con controlli costanti, l’assunzione continua di anticoagulanti per il sangue, una dieta rigorosa. Nonostante i disagi, però, ebbe una vita abbastanza tranquilla per altri 17 anni, quando si verificò un nuovo problema, questa volta ancora più grave e definitivo. Ma, naturalmente, ne parleremo un’altra volta.


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The end is just a little harder (cit.)

Dire che a casa, nel frattempo, la situazione era diventata pesante, è un eufemismo. Durante quei pochi giorni di assenza, ai miei genitori era ormai apparso in modo ineluttabile che entro pochissimo me ne sarei andato per entrare in noviziato. Mia madre sembrava costantemente sull’orlo di una crisi isterica, e mio padre oscillava tra il cercare di calmarla, una sorta di muta rassegnazione, un certo nervosismo ed una dose di orgoglio. Senza contare la gestione del “mondo intorno”. Ai miei parenti, nulla era stato detto: per quanto entrare tra i salesiani avesse ancora una certa allure aristocratica, ciononostante non corrispondeva certo alle prospettive che la mia famiglia si era fatta riguardo al mio futuro, dove la professione di avvocato sembrava essere già la meno peggio tra tutto quello che avrei potuto (dovuto…) scegliere; era quindi qualcosa che andava nascosto fino a quando non fosse più stato impossibile farlo. Gli amici a cui avevo comunicato la cosa, di contro, cominciavano a portare regali di saluto e fare le solite battute del caso, simpaticamente goliardiche; cosa che non faceva che peggiorare lo stato d’umore dei miei genitori.

Nel mezzo di questo piccolo tornado familiare c’ero io, che non sapevo più che pesci pigliare e come uscirne. Continuare sulla via salesiana mi sembrava sempre più improbabile, dopo il ritorno da Assisi, ma d’altra parte rinunciarvi ed annunciarlo a tutte le persone che credevano il contrario, genitori in primis, avrebbe significato generare reazioni il cui esito non ero in grado di prevedere. Fu con questo spirito assai confuso e depresso che mi recai da p. Luca, al Monte dei Cappuccini.

Quella volta, la consueta salita (non per nulla si chiama “Monte”) non fu per nulla piacevole. Avevo quasi paura di quello che p. Luca avrebbe potuto dirmi, e mentre camminavo si alternava la speranza di sentirmi rassicurare sul fatto che i miei dubbi fossero solo frutto dello sbandamento dell’ultimo minuto, con il timore di vedere invece distrutta la prospettiva per cui avevo sostanzialmente lottato interi anni ed il trovarmi, quindi, con un futuro tutto da ricostruire. Suonai al portone, mi annunciai ed entrai.

Come stai, come non stai, cominciai a raccontare dei due viaggi, Medjugorie ed Assisi. La misi sul ridere, la tirai per le lunghe, cercando di differire la sentenza finale. Dato che era da un po’ che non ci vedevamo, narrai anche di un incontro che si era svolto pochi giorni prima della fine dell’anno scolastico in comunità vocazionale tra tutti i prenovizi d’Italia, coloro, quindi, che sarebbero dovuti essere i miei compagni per l’anno successivo. In particolare, uno di loro mi aveva colpito, in parte per come si era presentato, in parte per motivi più… fisici… ma quest’ultimo aspetto evitai di specificarlo a p. Luca. Alla fine, era tanta la foga di convincimento che ci avevo messo, che mi ero quasi rassicurato da solo, pensando che, in fondo, forse, potevo ancora non cambiare nulla e proseguire verso il noviziato.

“Bene. Tutto questo è la cornice. Ma il quadro, che sei tu, come ci entra?” Ed ovviamente il mio mondo crollò.

Tornai verso casa, consapevole che ormai non avevo più possibilità di fuga. Dovevo comunicare la mia decisione prima di tutto ai miei, ed un istante dopo ai salesiani, ovviamente. E nessuna delle due cose sarebbe stata semplice.

In realtà, la seconda la giocai nel modo più vigliacco possibile. Chiesi di vedere quello che per diversi anni era stato il mio confessore, don Pellegrino, che in qualche modo si sentiva anche il mio mentore. Sorridendo, ed in maniera molto sbrigativa, gli comunicai piuttosto freddamente che no, non volevo più entrare in noviziato (mancavano TRE giorni alla cerimonia di ingresso ufficiale), avevo cambiato idea, ed avevo capito che la strada di don Bosco non faceva più per me. Il poveretto rimase, comprensibilmente, scioccato e “Capisco, hai avuto paura all’ultimo” mi disse, soffocando palesemente le lacrime. Non provai nemmeno a smentirlo: sarebbe stato molto più complicato, e probabilmente doloroso anche per lui, dirgli che no, non avevo affatto avuto paura, ma era realmente così, avevo capito, anche se con un certo ritardo, che quella davvero non era la mia strada. Non mi preoccupai di dirlo a nessun altro, nemmeno a chi prima di tutti avrebbe dovuto saperlo, l’Ispettore dei salesiani, lasciando l’ingrato compito al mio povero confessore. Mi girai, e per molti, moltissimi anni non rimisi mai più piede a Valdocco.

In casa fu tutto un altro paio di maniche. Ho rimosso il momento ed il modo in cui ho comunicato la decisione ai miei genitori, ma il lampo di trionfo negli occhi di mia madre e quell’espressione di “adesso non ti lascerò più andare via così facilmente” che immediatamente assunse, quelli no, non li ho dimenticati. Ed avrebbero segnato in modo definitivo il mio rapporto con lei e con mio padre, già decisamente logorato da tutto quello che era capitato in quegli ultimi anni. Ma sì, questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.


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Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-2)

Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-04-_-_Miracle_of_the_Crucifix

Ed infatti, in due giorni, vedemmo davvero TUTTO: Basilica Inferiore, Basilica Superiore, Cripta, Basilica di s. Chiara, Basilica di s. Rufino, Basilica della Porziuncola, le Carceri (così chiamate perché Francesco ed i suoi seguaci vi si “incarceravano”, nel senso che trascorrevano dei lunghi periodi di eremitaggio), tempio di Minerva (trasformato in chiesa di s. Maria), chiesa di s. Stefano (poco conosciuta ai più, frequentata molto dai tedeschi, che sono soliti cantarvi i Vespri), chiesa di s. Damiano. Insomma, una roba che se non si diventa atei per l’eccesso di religiosità lì, non lo si diventa più.

E camminammo per ogni vicolo, strada, sentiero (per salire fino alla Rocca medievale, perché volevamo non vedere anche la Rocca medievale? Certo che no, era indispensabile fare un salto alla Rocca medievale), prato, scala e chi più ne ha più ne metta. L’amicizia di Marco fu messa a dura, durissima prova, mentre io saltellavo qua e là, come un uccello che si posasse di fiore in fiore, una specie di colibrì impazzito che non sapeva più dove andare a succhiare il nettare. Se non si fosse capito da questi esempi, continuavo a cinguettare e la mia vena pseudo-poetica aveva raggiunto livelli da allarme rosso.

 Crocifisso-di-san-Damiano.jpgLa basilica, Inferiore e Superiore, e la Cripta, che ne era di fatto il fondamento e dove si trova letteralmente incastonata in una colonna la bara di Francesco, mi affascinarono. E del resto, è impossibile per chiunque restare indifferente all’esplosione artistica che le contraddistingue, tra immagini giottesche ed affreschi tardo medioevali. Ma quella che mi colpì di più fu la chiesa di s. Damiano. La storia francescana vuole che fosse lì che Francesco ricevette il famoso invito “Va’ e ripara la mia chiesa” dal crocifisso omonimo, invito inteso da lui prima in senso letterale, tanto che come un muratore qualunque si mise di buona lena a restaurare quella chiesetta fatiscente, e solo successivamente compreso nella sua realtà, cioè indicando con “chiesa” non l’edificio fisico, ma la struttura ecclesiale dell’epoca.

Ed io, potevo forse essere da meno? Osteggiato dai miei genitori, come Francesco dai suoi, non ero quindi così simile a lui? Non aspettavano anche me grandi gesta, e la povertà tanto cara al poverello, appunto, di Assisi non era forse un richiamo che anch’io dovevo seguire? Ma non potevo certo farlo in una realtà così diversa come quella salesiana! Quelle 48h, quindi, mi vedevano alternare momenti di euforico entusiasmo a deliri misticheggianti, a transfert idealizzati (Andrea-Francesco-Andrea), a sconforto per il casino che tutto questo causava nella mia testa, consapevole che i tempi per decidere che fare si erano ormai ridotti all’osso. Mancava meno di un mese, infatti, a quella che sarebbe dovuta essere la data di ingresso in noviziato. In fondo, probabilmente sapevo già quale sarebbe dovuto essere l’epilogo, ma dopo anni di attesa e vagheggiamenti sulla mia futura vita salesiana, non era così semplice prenderne consapevolezza e, soprattutto, accettarne le conseguenze.

Il treno che ci riportava a casa mi vide, quindi, decidere di giocare l’ultima carta che mi rimaneva: sarei andato da p. Luca (vedi post “Se qualcosa si muove in mezzo alle gambe…”) e ne avrei parlato ancora con lui, che dopo tutti quei mesi di frequentazione assidua ormai mi conosceva abbastanza per darmi un’indicazione su cosa fare. Mancava davvero poco alla fine di tutto.

P.S.: sarei tornato molte volte ad Assisi, in alcuni anni più o meno ogni mese sarei stato lì. Ed ogni volta era come la prima: la amo incondizionatamente. E’ uno di quei posti che, appena ci vai, senti improvvisamente di poter chiamare in qualche modo “casa”, perché ti comunica un senso di pace e di serenità che non trovi altrove. L’ultima volta che l’ho vista fu dopo il terribile terremoto del 1997: in quel periodo stavo terminando i miei studi a Roma (ci arriveremo… molto più avanti) ed avvertii persino a così grande distanza le scosse che rischiarono di distruggerla. Quando la vidi mi venne da piangere. Essendo frate, potevo entrare abbastanza facilmente al Sacro Convento, altrimenti di solito non accessibile a visitatori esterni, e lo vidi aperto in due come una mela, con una spaccatura che attraversava dal soffitto fino a terra il meraviglioso refettorio medioevale, le cui dimensioni sono esattamente identiche, ovviamente in orizzontale, a quelle del campanile della Basilica. Così come mi fu permesso, nonostante l’ingresso fosse ancora vietato a chiunque per motivi di sicurezza, di affacciarmi alla Basilica Superiore, vedendo pezzi di affreschi giotteschi rovinosamente a terra. Da quando lasciai la vita francescana, 3 anni dopo, ad oggi non ci sono più tornato. E’ come se fosse un pezzo della mia vita che non desidero condividere con altri, perché troppo intimo e personale. Ma mi manca moltissimo rivederla, e so che presto o tardi, e spero presto, vi tornerò.


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Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-1)

Assisi-skyline.jpgQuando dovetti preparare il (mini) viaggio ad Assisi, non esisteva ancora internet (*un attimo di silenzio luttuoso pensando a quanto sono vecchio… grazie*), quindi fu tutto un susseguirsi di ricerche, telefonate, tentativi di prenotazione, disdette per almeno una decina di giorni. Alla fine, riuscii a trovare una camera per 2, me ed il fido Marco M., per 3 notti a fine agosto. Non stavo più nella pelle. Non ricordo nemmeno come fossi riuscito a convincere i miei genitori, se giocando sul loro senso di colpa per come mi avevano giudicato nel post-Maturità; o se sul loro senso di colpa per le 2 settimane trascorse tra bus, santuari, bus, apparizioni, bus, grotte, bus; o se sul loro senso di colpa per il fatto che presto mi avrebbero lasciato andare da solo in Noviziato (o almeno, così erano convinti); di sicuro, giocai su uno dei loro sensi di colpa.

Per raggiungere Assisi, non avendo un’auto a disposizione (io non avevo voluto prendere la patente e Marco era di un anno più giovane di me ed ancora non avrebbe potuto averla comunque), fummo costretti a prendere il treno, o meglio i treni, e scodellarci circa 8 ore di viaggio (sì, all’epoca non esisteva nemmeno il FrecciaRossa… Non che le cose siano cambiate granché, comunque). Credo che ad un certo punto Marco mi avrebbe volentieri buttato giù da un finestrino, visto la mia eccitazione crescente man mano che ci avvicinavamo alla meta. Lui ad Assisi era già stato in una delle classiche gite scolastiche pseudo-culturali, quindi ogniqualvolta vedevo una collina con una qualche forma di costruzione sulla cima “E’ quella? E’ quella?” gridavo, saltellando sul sedile; “No, non è quella…” ripeteva rassegnato lui, sprofondando nel sedile. Finalmente, verso metà pomeriggio, arrivammo.

Arrivammo sì, ma alla stazione, che dista quasi 5km dalla città che, appunto, è su una collina, quindi tutta in salita. “Prendiamo il bus”, suggerì la voce dell’intelligenza. “Sei matto? E’ vicinissima! E non voglio perdermi nemmeno un istante per godermi il paesaggio!” rispose la voce del fanatismo (inutile specificare a chi dei due appartenessero le voci, vero?). E vinse quest’ultima… purtroppo per i miei piedi, che nei successivi 3 giorni ebbero vesciche che manco le piaghe d’Egitto. Ma non mi importava, quello che contava era essere finalmente nella città del mio amato Francesco (il santo, intendo).

Chiunque sia stato ad Assisi, lo sa. La città si apre, guardandola mentre si arriva dalla pianura, arroccandosi sulla collina, quasi come una Minas Tirith medioevale. Sulla sinistra spiccano la grande Basilica inferiore che si affaccia a strapiombo sulla vallata, circondata dal Sacro Convento dei frati Conventuali, e la meravigliosa Basilica superiore, che guarda la collina di fronte a sé, come un benevolo guardiano di pietra. Sulla destra si snoda la città vera e propria, rimasta quasi intatta nelle sue forme medioevali, e i cui mattoni rossi creano un contrasto cromatico con il verde della terra umbra che vi fa perdere il cuore. Il mio lo persi immediatamente.

Persi anche una buona parte di cervello, evidentemente, perché cominciai letteralmente a saltellare per la strada, cinguettando (sì, esatto, cinguettando…) e cantando senza sosta. Va bene che Francesco si definiva “il giullare di Dio”, ma la cosa mi stava decisamente sfuggendo di mano. Marco da una parte non smetteva più di ridere, dall’altra sembrava un po’ preoccupato. “Calmati, dai, smettila” continuava a ripetere, inutilmente, tra una risata e l’altra. Lo salvò l’arrivo presso la nostra sistemazione e la conseguente cena (perché la mia geniale idea di arrivare a piedi, oltre a farci perdere un paio di volte, ci aveva fatti arrivare tardissimo rispetto a quando eravamo scesi dal treno). Quando, finalmente, andammo a dormire, faticai a prendere sonno, nonostante la giornata decisamente pesante, pregustando la visita che mi aspettava nei giorni seguenti. Avrei visto tutto, TUTTO, T-U-T-T-O.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-3)

Il traghetto fendeva le onde, mentre il sole sorgeva all’orizzonte. Gli schizzi d’acqua formavano dei piccoli arcobaleni ai lati dello scafo, ed il cielo passava dal nero della notte ad un rosa tenue, fino ad un rosso acceso, scintillando riflesso sulle acque del mare. Avevo ceduto il mio posto in cabina ad una compagna di viaggio, dormendo quindi, si fa per dire, su una poltrona, ed ora ero affacciato alla balaustra del ponte godendomi un attimo di tranquillità e di solitudine. Tra poco saremmo attraccati al porto di Dobrovnich e quel momento sarebbe scomparso, ma per ora era mio, solo mi…”PINAAAAAAAAA! Dov’è Andrea? PINAAAAAAAAA!” Ok, quel momento ERA scomparso.

Arrivammo a Dubrovnich, sbarcammo i bus, sbrigammo le veloci pratiche doganali e senza quasi accorgercene eravamo già in viaggio, diretti verso Medjugorie. Avevo avuto modo, durante il tragitto, di scoprire che, a sentire loro, più o meno tutti i nostri compagni di viaggio avevano avuto meravigliosi quanto incredibili episodi di visioni private della Madonna (intendo proprio della Vergine, non era una interiezione), colloqui interiori che nemmeno s. Teresa d’Avila ed altre amenità simili. In particolare la nostra guida, un baffuto signore di una certa età, chiamava la Madonna “la mamma”, commuovendosi alle lacrime ogniqualvolta la citava… e la citava molto di frequente…, lasciando intravvedere un rapporto con lei così intimo da far invidia anche a Gesù Cristo. Del resto, ebbi modo di riscontrare che il suo rapporto con lo spirito di-vino era realmente stretto, e questo certamente aiutava. Dato che, come ho accennato in precedenza, si era ancora relativamente agli inizi di quello che sarebbe diventato un baraccone spiritual-mediatico, non c’erano ancora strutture alberghiere in grado di accogliere i pellegrini, quindi avremmo tutti soggiornato in case di privati, loro graditi ospiti (paganti). Noi, cioè i miei genitori, Marco M. ed io, più una coppia composta da padre e figlia, avremmo alloggiato presso una certa Drakna (con grande sconcerto di mio padre e mia madre, che credo pensassero, da bravi provinciali mai usciti dall’Italia se non per andare, una sola volta anni prima, a Lourdes, di trovarsi in una capanna di frasche, stile tribù dell’Africa più profonda).

In realtà, nonostante la nostra guida ci avesse preventivamente avvertito che “purtroppo molti hanno capito che così si fanno i soldi e quindi cercano di approfittarne… Bisogna capirli, e non farsi distrarre dalla spiritualità del luogo, che è tutta un’altra cosa!” (ma dai…?!), Drakna si rivelò essere una donn(on)a gentilissima, molto disponibile, accogliente, che non capiva un’acca di italiano e quindi, quando si creavano le ovvie incomprensioni del caso, rideva con una risata squillante e gioiosa. Ho di lei un ottimo ricordo.

Non altrettanto dei giorni di permanenza. Si passava dalla solita messa quotidiana (in italiano, perché è vero che si era ancora agli inizi, ma ci si era già organizzati per scandire tutte le ore del giorno con celebrazioni in ogni lingua), agli immancabili rosari, alle interviste E-SCLU-SI-VE con i veggenti (che duravano con un tempo cronometrato perché, essendo E-SCLU-SI-VE, li vedevano correre al gruppo successivo allo scadere dei minuti concessi). Era tutto un florilegio di sorrisi, sospiri, pianti e gare a chi avesse visto il prodigio più rilevante. Sì, perché non si poteva, proprio non-si-poteva, tornare da Medjugorie senza essere stati testimoni di almeno UN prodigio. E c’era anche una specie di classifica, che andava dal vedere la statua della Madonna sbattere gli occhi, all’ostia consacrata assumere un colore od una luce particolari, fino al classico e più ricercato di tutti, il sole che si muoveva danzando nel cielo. Credo che mia madre sia riuscita a collezionarli tutti, lei che aveva sempre impedito a me, da bambino, di completare anche la più piccola raccolta di figurine… Com’è ingiusta la vita!

Il clou lo raggiungemmo il 5 di agosto. Sì, perché ci spiegarono che la Madonna, sempre lei, aveva raccontato che quel giorno ricorreva il suo compleanno. E va bene che è la Beata Vergine, va bene che è stata Assunta in cielo in corpo e spirito, ma rimane pur sempre una donna, perbacco! E quale donna non vuole che le venga offerto un fiore, una poesia, un canto, insomma un cadeaux per il proprio compleanno? Quindi, il 5 agosto ci sarebbe stata una “apparizione pubblica”, che non significava che noi tutti avremmo visto la Madonna (anche se molti dei presenti mi sembrava che una certa dimestichezza con la maria l’avessero, ad essere sinceri), ma che avremmo potuto assistere all’apparizione che si svolgeva ogni giorno, ad un’ora ben precisa, davanti ai veggenti, che di norma era rigorosamente privata e solo in rarissime occasioni, e questa sarebbe stata una di quelle, si mostravano al pubblico durante l’evento.

Per partecipare a questo avvenimento, salimmo tutti sulla cime del Podbrdo, il monte dove sarebbe apparsa la Vergine la prima volta ai veggenti, salita non priva di qualche disagio per le persone più anziane, in quanto il sentiero, all’epoca, era roccioso e molto terroso. Erano circa le 19, ed il gruppo complessivo di persone era decisamente nutrito, proprio perché da molte parti si era arrivati in concomitanza con questa data apposta per festeggiare il radioso genetliaco. I 7 veggenti erano al centro del cerchio formato dai pellegrini, e recitavano con noi il rosario. Ad un certo punto, sincronizzati come la nazionale di ginnastica artistica, caddero simultaneamente in ginocchio, lo sguardo rivolto verso una roccia e le labbra a muoversi, ma questa volta silenziosamente. Intorno, manco a dirlo, un silenzio tombale. Sorridevano, e sembrò che uno ad uno parlassero, ascoltando qualcosa rivolto a loro e a loro soli. Poi sollevarono ulteriormente la testa, come a seguire qualcosa che si alzava nell’aria, mentre tutto intorno, all’improvviso cominciò a risuonare gioioso… TANTI AUGURI A TEEEEEEE! Volevo morire.

Scendemmo, inutile dirvi con quale eccitazione tra i membri di tutto il gruppo (e tralascio per decenza la descrizione di mia madre). Il giorno dopo saremmo partiti per tornare in Italia ed affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, S. Giovanni Rotondo prima e la visita al Santuario dell’arcangelo Michele poi. Le mie perplessità erano andate sempre più aumentando, e mi chiedevo una volta di più se tutto questo, che era così simile a quanto avevo già vissuto a Valdocco (vedi post “Le Baccanti”) era realmente quello che volevo per me e la mia vita da lì a poco. Carico di dubbi, salii sul bus, mi imbarcai sul traghetto che ci avrebbe condotti a Taranto e lasciai Medjugorie. Non vi sarei mai più tornato, contrariamente ai miei genitori che, folgorati sulla via di Damasco, vi avrebbero fatto altri due viaggi. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-2)

Il bus che avremmo dovuto prendere partiva presto… MOLTO presto. E quindi, quando arrivammo alla fermata di ritrovo a Torino, mio padre era già scoglionato (cosa assolutamente nella norma, dato il suo carattere così accondiscendente). Il bus in questione, poi, era a 2 piani, ed era la prima volta che tutta la famiglia Borgialli ne vedeva uno: potete quindi immaginare la mia eccitazione ed il mio non pensarci nemmeno mezzo secondo per decidere che noi saremmo assolutamente saliti al piano superiore! Quasi tutti gli altri compagni di viaggio, che ovviamente non conoscevamo, erano già seduti. Non li conoscevamo, ho scritto? Durò poco.

“Pina! Ma siamo in una piccionaia!” risuonò l’entusiastico (si fa per dire) commento paterno, con la voce discreta che lo contraddistingueva. “Zitto, Gino!” sussurrò, ormai inutilmente, l’imbarazzata madre. Ecco, la conoscenza, almeno per quanto riguardava la nostra simpatica famigliola, era bella che fatta. Da quel momento, mio padre divenne il punto di riferimento per tutto il gruppo, guida compresa, che si sbellicava ai suoi racconti, si inteneriva ascoltando della sua malattia (ops, non ne ho parlato… rimedierò con un “Amarcord”), si indignava quando parlava di politica. Sì, perché mio padre tanto era compagnone e simpatico in pubblico, quanto diventava serioso ed a volte aggressivo (con la voce) in famiglia. Mi chiedo da chi abbia potuto prendere io, almeno nel voler essere appariscente…

Comunque, a me la cosa in fondo stava benissimo: laddove mio padre avesse catalizzato attorno a sè, e di riflesso a mia madre, l’attenzione, io sarei stato più libero di farmi i fatti miei, almeno per quello che avrebbe potuto essere in una “gita” in bus che sarebbe durata poco meno di 2 settimane. Infatti, il tragitto era un vero e proprio tour: scendendo verso Ancona, da dove saremo partiti, ci dovevamo fermare alla Basilica di Loreto. Al ritorno, poi, era prevista una tappa a s. Giovanni Rotondo di ben 3 giorni, per visitare, oltre ai luoghi di p. Pio, anche Monte s. Angelo, con il santuario di s. Michele. Insomma, una vagonata di quel tipo di religiosità per cui stravedevo, proprio. Nel mezzo, Medjugorie, appunto, dove ci saremo fermati 5 giorni. Ovviamente, fin da quel momento cominciai a pensare a cosa chiedere come contrappasso per farmi risarcire dai miei genitori per quel girone dantesco in cui mi ero venuto a trovare.

Il santuario della Madonna di Loreto non mi piacque particolarmente. Lo trovai enorme e ben poco predisposto alla preghiera ed alla meditazione. Ovviamente, ancora non potevo sapere che vi sarei tornato molte volte, in seguito, una volta diventato frate cappuccino, proprio perché retto dal medesimo Ordine di cui avrei fatto parte anch’io. Marco M., invece, che era molto più “mariano” di me (nel senso che aveva una predilezione per tutto ciò che riguardava la Madonna, e si interessava di ogni santuario, ogni racconto, ogni leggenda, ogni fuffa possibile), rimase affascinato da tutta quella “grandeur” ed ogni angolo, ogni colonna, ogni cero erano suoi. E meno male che avevo voluto ci accompagnasse per non sentirmi troppo immerso in religiosate da comari! Non ci fermammo molto, in fondo: giusto il tempo di una Messa, e di un rosario, e di una predica da hoc di uno dei frati cappuccini, e del racconto di come la casa di Maria (quella VERA, eh!) fosse stata trasportata dagli angeli e deposta PROPRIO LI’, e dell’immancabile visita al negozio di chincaglieria religiosa (quella, almeno, gradita anche a me). Insomma, dopo quel primo, lunghissimo pomeriggio volevo già morire.

Ma la delusione maggiore arrivò al porto di Ancona, dove ci saremmo imbarcati su un traghetto che, durante la notte, ci avrebbe portati a Dubrovnich (o Ragusa che dir si voglia), in Croazia: il bus a due piani NON ENTRAVA! Con le lacrime agli occhi dovetti abbandonare il posto che mi ero conquistato con tanto amore nella piccionaia, e trasbordare in un dei due bus sostitutivi che avremmo dovuto usare da quel momento in poi. No, decisamente Medjugorie si stava facendo odiare sempre di più.


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Un piatto servito freddo

Archiviata la pratica “Maturità”, c’era ancora qualche conticino in sospeso che dovevo regolare prima di lasciare Valdocco: d. Gianni.

Gli esiti a dir poco disastrosi della sua gestione della comunità vocazionale non potevano certo passare inosservati: non solo di 3 prenovizi ne era rimasto solo 1 (io), ma diversi ragazzi avevano già anticipato che non sarebbero tornati, con la ripresa dal nuovo anno scolastico, in comunità. Insomma, una debacle su tutta la linea. Non stupisce, quindi, che il suo diretto superiore, chiamato dai salesiani “ispettore” (nel senso che è a capo di una ispettoria religiosa, composta da un certo numero di comunità), decidesse, prima della chiusura estiva, di fare una verifica sul perché ed il percome di ciò che stava capitando, colloquiando privatamente ed individualmente ciascuno di noi.

Ora, ci sono 2 considerazioni da fare. La prima: io ho sempre avuto un rapporto difficile con l’autorità, che ho sempre vissuto, specie da ragazzo, con una specie di complesso edipico, in cui il figlio (io) doveva prima o poi uccidere il padre del momento. Con d. Gianni questa situazione si era particolarmente accentuata, perché le sue paure, le sue insicurezze, i suoi tradizionalismi mal si adattavano alla mia personale visione di una comunità e di una impostazione vocazionale. A mia parziale discolpa, va detto detto che un po’ tutti la pensavamo così, cominciando dal suo diretto collaboratore, quel Piero che aveva preso i voti solo poco tempo prima (vedi post precedenti), fino all’ultimo arrivato in comunità vocazionale (che, incidentalmente, ero sempre io).

La seconda: un po’ per carattere (sono pur sempre un Bilancia, il segno dell’arte della diplomazia), un po’ per la mia storia personale, fin da piccolo la ricerca di approvazione degli altri, l’inconscia richiesta di amore ed ammirazione, mi hanno portato a sviluppare una notevole capacità di convincimento delle persone, meglio nota come “paraculaggine”. Ho capito presto che usare le parole giuste, il tono di voce adatto, il linguaggio del corpo idoneo, porta facilmente a poter manipolare chi si ha davanti. E’ un’arte che ho affinato col tempo e con lo studio di tecniche di comunicazione, ma che o c’è o non c’è. E io, modestamente, c’è!

Non dovetti nemmeno cospirare più di tanto con i miei compagni di comunità, perché alcuni di loro erano già di per sè sufficientemente incarogniti nei confronti di d. Gianni, in particolare noi, magnifici 3 (io, Marco M. e Marco L.). Quando venne il mio turno di colloquio con l’Ispettore provinciale, quindi, sfoderai tutto il mio armamentario di contrizione dispiaciuta, mista a sguardi modesti e pudichi, ad un atteggiamento di (falsa) vergogna e ad un (altrettanto falso) maldestro tentativo di difendere comunque quello che, dalle mie parole e descrizioni, risultava assolutamente indifendibile: la condotta, il modo di fare, di rapportarsi e la gestione della comunità di d. Gianni. Ero pur sempre l’unico prenovizio rimasto, e le mie parole avevano un certo peso. Come un altrettanto peso avevano le opinioni di Marco M., da sempre considerato un po’ la punta di diamante della comunità vocazionale per le sue (innegabili) molte doti.

Fu persino troppo facile. Quando lasciai definitivamente la comunità vocazionale per tornare a casa, in vista del periodo estivo che mi separava dall’ingresso in Noviziato, non mi sorprese sapere che l’anno successivo d. Gianni sarebbe stato trasferito in un’altra casa salesiana ed avrebbe ceduto a qualcun altro la responsabilità di rimettere insieme i cocci del suo disastro gestionale. La cosa, però, ormai non mi riguardava più, mentre pensavo a cosa fare a settembre e, più nell’immediato, a come riprendermi da un anno e dalla chiusura di un ciclo di studi decisamente traumatici.


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Maturità, t’avessi preso altrove…

Ed arrivò. Temuto ed atteso nello stesso tempo, finalmente l’esame di maturità (avevo sempre pensato che fosse un po’ pomposo chiamarlo così) , come un ingranaggio ben oliato, si mise in moto. Ho detto ben oliato? Mmmhhh… Noi, pur essendo uno dei Licei più rinomati di Torino, eravamo pur sempre un Istituto retto da religiosi, il che ci rendeva un pochino anomali nel panorama culturale cittadino; e questa anomalia, o meglio le sue possibili conseguenze, si manifestarono subito.

Avremmo sostenuto gli esami “in coppia” con un altro liceo, l’Alfieri, e se i nostri insegnanti si vantavano (abbastanza a sproposito, dal mio punto di vista, come raccontato in precedenza) del loro metodo pedagogico ispirato ai “sani principi della Chiesa” (…!), i nostri compagni/concorrenti, invece, arrivavano da quello che era considerato l’emblema della laicità torinese. Poco sarebbe importato, se non fosse che la Commissione, ed in particolare il suo Presidente, fecero immediatamente capire verso chi andavano le loro preferenze culturali ed ideologiche: non a noi. I nostri insegnanti, ed in particolare il membro di Commissione interno, capirono subito che aria tirava, ed erano seriamente preoccupati.

Ma questo saremmo venuti a saperlo solo successivamente. Al momento, nessuno volevo darci ulteriori preoccupazioni, vista la nostra normalissima agitazione da “notte prima degli esami”. E proprio la sera precedente l’inizio, seduti a tavola come in un consiglio di amministrazione, affrontammo la questione con i miei genitori, ansiosissimi.

“Parliamoci chiaro” esordii “il primo scritto è Greco, ed ho sempre avuto voti bassissimi: questa prova è praticamente persa” Mi sembrava di essere Napoleone che pianificava l’attacco definitivo con le sue truppe “Per quanto riguarda Italiano, però, non mi preoccupo minimamente, è ovvio” In tutta la mia vita infatti, come credo di aver scritto precedentemente, non avevo mai preso un voto inferiore al 7 in questa materia, la mia preferita, e di fatto potevo tranquillamente definirmi “brillante” al riguardo. “Visto che sarà anche quello che porterò all’orale, insieme con Filosofia, non arriverò certamente al massimo punteggio, ma credo che me la potrò cavare bene”. I miei genitori assentirono: LORO FIGLIO, cioè il sottoscritto, NON POTEVA fallire, perché LORO FIGLIO, sempre io, era TROPPO INTELLIGENTE per avere una prova deludente.

Alla prima prova scritta, Greco appunto, scoprimmo che il professore che avrebbe corretto i nostri lavori era non vedente ed avrebbe trascritto in braille tutti i lavori tramite una macchina apposita. La cosa lì per lì mi fece sorridere: se già le mie traduzioni erano penose di per sé, chissà cosa sarebbe venuto fuori da una simile trasposizione! Affrontai, quindi, la prima giornata con una certa sollevata rassegnazione: non puntavo affatto su un buon risultato, quindi mi impegnai sì, ma senza nemmeno preoccuparmi troppo. Quando terminai, mi guardai in giro: insieme con l’altro Istituto, eravamo in totale 83 cristiani, e vidi 82 teste chine sui fogli, le biro che scrivevano forsennatamente, ma soprattutto i vocabolari che sembravano voler prendere il volo, da quanto venivano sfogliati. Mi sentii un po’ in imbarazzo: che figura avrei fatto a consegnare per primo se poi il risultato sarebbe stato così deludente? La Commissione poteva pensare che avevo preso il tutto un po’ troppo sottogamba… Al diavolo: non avevo voglia di stare lì a leggere e rileggere quello che avevo scritto, tanto non lo avrei cambiato comunque. Mi alzai, con una certa sfrontatezza, e di fronte agli sguardi stralunati dei miei compagni, che ben conoscevano le mie capacità di traduttore, consegnai il mio lavoro. Andata.

Il giorno dopo, prova di Italiano. Se per il Greco ero stato sorprendentemente più sollevato di quello che pensassi, sapendo già come sarebbe andata a finire, per questa proprio non mi preoccupavo. Il Commissario, con un forte accento siciliano, ci lesse le tracce, ed io decisi, pur sapendo che era un po’ rischioso, di buttarmi su quella di carattere generale. Sapevo che era di solito la meno apprezzata, perché le altre permettevano di dare una valutazione non solo sull’esposizione, ma anche sulla cultura dei candidati, ma proprio per quello le evitai: volevo evidenziare la mia conoscenza della lingua, dei termini ed il mio stile di scrittura, perché risaltasse quanto amassi e maneggiassi la nostra lingua. Questa volta non consegnai per primo, anzi: mi presi tutto il tempo per rimaneggiare, limare, impreziosire il testo, che alla fine fu di oltre sei pagine. Mi alzai abbastanza stanco, certamente più del giorno prima, ma anche molto più soddisfatto.

Il primo dei due Istituti che avrebbe affrontato le prove orali sarebbe stato l’Alfieri: avevamo diversi giorni, quindi, prima che arrivasse il nostro turno. Il nostro membro di Commissione interno ne approfittò per aggiornarci un po’ sulla situazione e darci qualche consiglio. “Su 83 persone, solo 5 hanno avuto la sufficienza nella prova scritta di Greco” ci disse un pomeriggio, mentre passeggiavamo sotto il colonnato del cortile. Ora, io sapevo di essere già perso in partenza, ma il dato era comunque quello di una vera e propria ecatombe: il nostro scoramento era assoluto. “Ma anche la prova di Italiano potrebbe riservare delle sorprese” Sbaglio, o nel dirlo aveva guardato me? “Quindi, vi consiglio di prepararvi al meglio, e magari di andare ad assistere agli orali dell’altro Istituto, in modo da capire qual è il metodo di interrogazione e le cose su cui vogliono puntare”. Ce ne andammo senza sapere cosa pensare. Tutte le nostre previsioni sembravano essere saltate come fuochi d’artificio. Decidemmo di trovarci il primo giorno delle prove orali per capire come si sarebbero messe le cose.

“E mi sa dire, signorina, in che data avvenne tutto questo?” Il barbuto Presidente di Commissione stava interrogando personalmente una maturanda dell’Alfieri (ebbene sì, noi eravamo un Liceo solo maschile, ma le ragazze esistevano, e pure loro si sottoponevano agli esami di Maturità!) “Beh, no… Ihihihihihihih… Ma non ci si può mica ricordare tutto, no?… Ihihihihihihih…” (GIURO che non sto inventando). “Eheheheheheh… Certo che no, signorina. Vada, vada pure, grazie” Era una mia impressione o le aveva fatto l’occhiolino? A giudicare dalle facce alcune basite, altre sconcertate, qualcuna divertita dei miei compagni no, non era una mia impressione. Ascoltammo qualche altro candidato, e sinceramente l’impressione che ne avemmo fu di una preparazione a dir poco approssimativa. Ora, come avrete letto nei post precedenti, io non sono affatto tenero nei confronti di Valsalice, dei suoi insegnanti e dei loro metodi; ma una cosa era certa: il nostro livello di studio era ottimo, ed in particolare alcuni miei compagni erano davvero bravi. Quelli dell’Alfieri ce li saremmo mangiati in insalata, e la Commissione non avrebbe potuto che prenderne atto. Mi sentivo molto più tranquillo.

Fui uno degli ultimi a passare, a causa del sorteggio dell’iniziale del cognome da cui iniziare che non mi aveva favorito. Era una calda mattinata di luglio, ed io mi presentai con la mia giacca, ma concedendomi il primo bottone della camicia sbottonato, lasciando a casa la cravatta. Prima di iniziare, il professore di Greco dava la propria valutazione sul compito scritto, evidenziando gli errori commessi. Mi preparai e sorrisi tra me e me.

“Bene, la sua prova è sufficiente” Calò un silenzio di tomba. Il sangue mi salì alla testa e sentii che stavo diventando paonazzo (tanto lui era non vedente e non poteva accorgersi dell’effetto delle sue parole). Mi sembrò di vedere, come avessi avuto gli occhi sulla nuca, i compagni che erano venuti ad assistere, anche se ormai per loro gli esami erano finiti, allibire e agitarsi. Improvvisamente tutto era praticamente finito, e quel pomeriggio sarei potuto tornare a casa dai miei genitori a dire loro che sì, LORO FIGLIO era DAVVERO intelligente!

“Invece abbiamo ritenuto la prova di Italiano IN-SUF-FI-CIIIIIII-ENTE”. Il pesante accento siciliano mi rimbombava improvvisamente nelle orecchie, che cominciarono a ronzare. Come prima avevo sentito il sangue schizzare alla testa, adesso improvvisamente mi sembrò che tutto cominciasse a girare e per un attimo pensai che sarei svenuto. “Sì sì, tranquillo! Non proprio insufficiente! Cinque e mezzo, cinque al sei!” La mano del mio membro interno, seduto irritualmente di fianco a me, si strinse sul mio braccio, e mi riportò alla realtà. Ero senza parole, ed il mio esame doveva ancora iniziare. E dovevo farlo proprio con quell’incompetente, quell’individuo che aveva osato dare a me, A M-E!, la prima insufficienza di Italiano in tutta la mia carriera scolastica, dall’asilo fino a quel momento! Gli avrei dimostrato con chi aveva a che fare.

“Che poesia ci PRE-SIIIIIIIIIIII-ENTA?” (Razza di imbecille che non sa nemmeno parlare) “A Silvia, di Leopardi” (Te la faccio pagare, brutto stronzo) “Cominci, la DE-CLA-MI” (A quelli dell’Alfieri le avevi fatte leggere, però. Pensi che non me la ricordi, idiota?) Non solo comincia a recitarla, ma la interpretai, la recitai come un attore consumato, alzando ed abbassando il tono di voce, inasprendolo ed addolcendolo a seconda dei versi, come dovessi tessere un incantesimo che trasformasse quel cinque in un dieci e lode. Mi fermò a metà, ed io lo guardai con un odio palese. Se ne accorse, eccome se se ne accorse, e lo ricambiò. Ma interruppe anche l’interrogazione, e mi fece quindi passare alla professoressa di Filosofia. Da quanto ci aveva detto il nostro membro interno, lei era la più ben disposta nei nostri confronti, e non si accanì ulteriormente con me: dopo cinque minuti avevo finito, ero uscito, non mi ero fermato a parlare con nessuno, quasi scappando via, con le lacrime di nervoso e di rabbia che mi scendevano dagli occhi senza che potessi fare niente per fermarle. L’unica cosa che volevo era finire con quell’incubo e vedere a quale risultato mi avrebbe portato. Ma dovevo aspettare una settimana per saperlo.