Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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…Maddalena

Mio padre aveva due sorelle.

Rosina aveva un lieve disturbo mentale. Niente di particolarmente evidente, semplicemente un po’ di ritardo nella capacità di apprendere le cose e di parola. Però narra la leggenda (sempre mia madre, again) che sia stata la prima persona a cui ho sorriso quando, una volta adottato, sono arrivato a casa, mentre fino a quel momento ero stato abbastanza ingrugnito. Le volevo bene, proprio perché essendo un’anima semplice mi sembrava a sua volta una bimba solo un po’ cresciuta nel fisico, ma non nel carattere. Purtroppo, morì quando io avevo solo 7 anni, improvvisamente. E’ di fatto la prima esperienza della scomparsa di una persona cara che ho, perché è vero che era già venuto a mancare mio nonno paterno, ma quando questo accadde io avevo solo 4 anni ed i miei ricordi al riguardo sono molto sfumati.

Rimase Maddalena, per tutti Lena. Viveva, ormai sola, in 3 stanze nella casa a fianco, all’interno dello stesso cortile su cui si affacciava la nostra. Zitella impenitente, probabilmente per il carattere non proprio mansueto (e forse anche quel filo di baffi che ha sempre avuto fece la sua parte…), semplicemente mi adorava, essendo il suo unico nipote. Da quando ho memoria, ogni giorno, dopo pranzo (o, quando andavo a scuola tutto il giorno, dopo cena), scendevo da lei. Ci facevamo compagnia come solo bambini ed anziani  sanno farsi (e per me lei è sempre stata anziana, perché essendo ancora più vecchia di mio padre, l’ho sempre vissuta come tale, anche quando probabilmente era “appena” cinquantenne… ma si sa che per i bambini dopo i vent’anni si apre il mondo della geriatria); seduti sul suo divano un po’ rovinato, costantemente ricoperto da una qualche trapunta di colori indecifrabili, guardavamo la tv, e più il programma era strappalacrime, più lei lo amava, pur non essendo affatto portata alla commozione, anzi. Grazie a lei ho conosciuto tutte, e dico TUTTE, le telenovelas brasiliane degli anni ’80, dove la parte della regina la faceva “Andrea Celeste”, che lei adorava incondizionatamente. Stavamo lì, io capendo poco perché non molto interessato, lei “Zitto, zitto!” ogni tanto, nei momenti più importanti, e comunque sgranocchiando caramelle o cioccolata, perché era golosa come me e con me condivideva queste piccole gioie quotidiane che, proprio perché giustificate dalla presenza del nipote, le sembravano meno peccaminose. Era il nostro Piccolo Mondo Antico, fatto di riti, pettegolezzi di paese, biscotti e tamarindo.

Con lei non aveva senso mentire riguardo la mia partenza per il convento; ma sapevo che non sarebbe stato facile, quindi lasciai questo momento per ultimo. Scesi anche quel giorno da lei, e come sempre fui accolto dal suo bacio un po’ pungente, per via dei peletti ispidi che facevano capolino dal mento, ed umido. “Sai, c’è una cosa che devo dirti” non me l’ero sentita di sedermi sul divano come se fosse un giorno qualunque, e stavo un po’ in bilico sull’orlo di una sedia. “Tra due giorni me ne vado a Pinerolo, entro in convento, dai frati Cappuccini”. Si ferma, mentre sta liberando la tavola apparecchiata con un solo piatto, un solo bicchiere, un solo paio di posate. “E… quando torni? Quanto stai via?” Non ha capito, o vuole far finta di non aver capito. “Beh, a Pinerolo un anno… Poi, se tutto va bene, entrerò in Noviziato, che non ho capito dove si trova, ma dura anche quello un anno, poi non so dove mi mandano… Però per Natale, Pasqua, ste cose lì torno qualche giorno!”. “Beh, se sei contento… sono contenta anch’io per te!” Mi dice, cercando di sorridere. E non c’è più molto da dire. Le sorrido di rimando, la abbraccio e le dò il solito bacio. Mi accompagna alla porta e “Ogni giorno lo passavo aspettando che tu scendessi…” E per la prima, ed ultima, volta la vidi piangere; la porta si chiuse. Prima di risalire dai miei, mi fermai nell’ingresso, dove mia madre non poteva vedermi ne’ sentirmi; e piansi a mia volta.

Due giorni dopo partii. La mia vita in quella casa era davvero finita.


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Annus horribilis – Parte quarta

Dovevo rientrare un giorno prima rispetto ai miei amici dalla casa alpina: in teoria, avrei dovuto prendere un bus e raggiungere i miei che mi aspettavano alcuni paesi più in basso, per andare insieme a pranzo al ristorante. Piccola precisazione: la mia famiglia non è mai stata ricca. Mio padre aveva ereditato da mio nonno la casa dove abbiamo abitato per i miei primi 5 anni, poi, abbattuta una stalla a fianco dello stabile (mio nonno vendeva stoffe al mercato ed aveva un carretto trainato da un asino che, ahimè, non ho mai conosciuto), ha costruito una nuova abitazione per noi 3, affittando l’altra. A parte questo investimento patrimoniale,  ed un già in precedenza citato piccolissimo appezzamento di terra con delle betulle da taglio, non abbiamo mai avuto possedimenti, beni-rifugio, azioni o quant’altro. Facevamo parte di quel ceto medio che è stato praticamente spazzato via dalle varie crisi che si sono susseguite nel tempo, con la differenza che il poco che mio padre era riuscito a mettere da parte se n’era già andato in precedenza a causa della sua malattia e delle cure conseguenti… Ma ci arriveremo.

Tutto questo lungo preambolo per dire che il massimo dell’espressione della festa, per i miei genitori, era andare a mangiare al ristorante. A mio padre piaceva bere bene, era, al contrario di me, un discreto intenditore di vino; a mia madre, come già spiegato in altri post, essendo casalinga non sembrava vero, ogni tanto, di “mettere i piedi sotto la tavola”, come era solita dire, e farsi servire, invece di essere lei a farlo spadellando, apparecchiando, sparecchiando, lavando, pulendo (perché mio padre, anche per volontà materna che temeva i disastri potenziali, non muoveva un dito). Era un rito che si consumava in alcune occasioni specifiche dell’anno: per il compleanno di mio padre, mia madre e il di lei onomastico, che cadevano tutti nell’arco di un mese e mezzo e quindi venivano celebrati collettivamente intorno a metà marzo; l’anniversario di matrimonio congiunto all’onomastico di mio padre a giugno; il mio compleanno ed onomastico verso metà ottobre; e sporadicamente eventi eccezionali. Questo era uno di quelli, perché usciva dalla normale cadenza.

Dovevo prendere un bus, dicevo; ma non lo feci. La rabbia che era straripata violentemente nei giorni scorsi non era minimamente diminuita, anzi: l’idea di rivedere i miei mi dava un fastidio quasi fisico; pertanto, decisi di scendere da Gressoney fino al punto di ritrovo a piedi. Ora, è notorio che la rabbia sia sempre una cattiva consigliera; infatti, avendo ai piedi una sorta di stivaletti-doposci e dovendo fare a piedi un bel tratto di strada asfaltata in forte discesa, arrivai ad un certo punto con al posto delle estremità inferiori una massa di bolle e piaghe che mi facevano stringere i denti dal dolore. Un vero genio, insomma. Il che, naturalmente, non fece altro che accrescere ulteriormente il mio malanimo.

I miei, quando mi videro, attivarono la ormai nota modalità “ritrovamento-dopo-mesi-di-assenza-e-stenti-senza-di-loro”, come se fossero passati 3 anni e non 3 giorni da quando ero partito. Mi abbracciarono e baciarono; non ricambiai. Salimmo in auto e ci dirigemmo verso il ristorante, i miei parlavano ed ogni tanto mi rivolgevano qualche domanda; feci finta di non sentirli, guardando fuori dal finestrino. Entrammo, ci sedemmo al nostro tavolo, ordinammo, e di nuovo i miei mi chiesero com’era andata la breve (troppo breve, per me) gita; risposi a monosillabi, sottolineando il fatto che i miei amici erano ancora là ed io, come sempre, avevo dovuto esaudire i desideri altrui (i loro) e venire via prima. I miei si adombrarono, mio padre visibilmente stizzito, e cominciarono, come facevano sempre in situazioni simili, a parlare tra di loro escludendomi, convinti di farmi sentire in colpa e non capendo che, al contrario, era esattamente quello che volevo.

Tornammo a casa, mi infilai in camera e riemersi  a fine pomeriggio per suonare al pianoforte le mie due ore quotidiane di esercizi; per il resto, rimasi in silenzio. Cena, tentativi di conversazione da parte dei miei; silenzio. Ora di andare a dormire; silenzio. Mattina dopo, colazione; silenzio. Pranzo; silenzio. Cena; silenzio. Mi ero chiuso in un mutismo totale, assoluto. Cercavo di  non guardarli neppure, tanto era il fastidio che provavo anche solo alla loro vista. I miei inizialmente non capirono e si sentirono spaesati; poi si arrabbiarono; poi, soprattutto mia madre, cominciarono a preoccuparsi dell’evoluzione della cosa; e finalmente, quello che volevo, furono feriti, dolorosamente. Col senno di poi mi rendo conto della crudeltà che ebbi nei loro confronti, ma in quel momento ero del tutto incapace di affrontare la situazione diversamente. Tutto quello che avevo tentato fino ad allora era stato inutile, non ne potevo più ed ero ferito ed accecato dal dolore e dall’umiliazione che avevo vissuto a mia volta, tanto più forti quanto da parte loro inconsapevoli nonostante tutto.

“Ma che cosa ti abbiamo fatto?” ricordo che una sera scoppiò piangendo mia madre. “Adesso provate anche voi cosa vuol dire” fu la mia risposta. L’ultima per un bel po’, perché continuai nel mio mutismo assoluto per oltre 3 mesi. Mi limitavo ad aprire bocca nei momenti indispensabili, e per lo più con monosillabi, mentre, di contro, recitavo la parte del figlio perfetto, brillante e sorridente in pubblico, con amici, parenti e conoscenti. Sapevo perfettamente che i miei non avrebbero mai rivelato quello che stava avvenendo in casa, perché sarebbe stata un’onta per loro, e quindi avrebbero dovuto a loro volta continuare a recitare la parte della Famiglia Felice, e la dissociazione tra le due situazioni sarebbe stata per loro ancora più dolorosa. Ma in quel momento era tutto ciò che volevo, annebbiato da una specie di autodistruzione inconscia.

Sunshine-Family


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Annus horribilis – Parte terza

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Con il famoso gruppo dell’oratorio quell’anno si decise di trascorrere Capodanno presso la casa alpina della diocesi di Ivrea, la Gino Pistoni a Gressoney. Una cosa breve: partenza il 30 dicembre e rientro il 3 gennaio, che per me sarebbe stata ancora più ridotta, in quanto, per qualche impegno familiare che non ricordo, sarei venuto via anticipatamente il giorno prima. Ma, se non altro, mi sarei risparmiato il rito che da sempre veniva consumato in quell’occasione, ovvero di trascorrere l’ultimo dell’anno mangiando come bovi presso una famiglia di amici, per rientrare a casa alle 00.05. Se c’era un’occasione in cui mi volevo risparmiare finti sorrisi ed il millantare che andasse tutto bene, era proprio quella.

Partimmo, quindi, allegramente (quantomeno i miei amici, io un po’ meno), armati di doposci (Gressoney è una nota località turistica invernale), giacconi, petardi ed eleganti abiti da sera per la festa del 31 dicembre, almeno per quello che era considerato il livello di eleganza della fine anni ’80, quindi in realtà agghiaccianti. C’era tutto il caravanserraglio descritto in altri post (“Amici miei – parte prima, seconda, terza”) ed oltre, perché si erano aggregati anche molti di quelli che frequentavano l’oratorio con minore assiduità di noi.

Trascorremmo l’ultima giornata dell’anno prendendo il sole per tentare di non avere un colorito più idoneo ad Halloween che al Capodanno (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…), facendo un po’ di sci, chi di pista chi, impedito come me, di fondo (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…) ed, arrivata la sera, preparandoci per il cenone (se di cenone possiamo parlare in una casa alpina gestita dalla diocesi… ma vabbè) ed agghindandoci a festa, quindi trattandosi della fine anni ’80 sempre in maniera agghiacciante (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…). Lo ammetto: non conservo nessun ricordo chiaro di quella serata; ho vaghi barlumi di fuochi d’artificio che illuminavano la neve, mentre noi tentavamo di far partire i nostri petardi mezzi congelati (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di brindisi e baci scambiati, con qualcuno che veniva preso in giro, e qualcunaltro che infilava la lingua in bocca al/alla fidanzato/a del momento (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di giochi di società, o forse di balli, il ricordo è ancora più confuso (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); ma in tutto ciò io ero estraniato, nervoso, con una rabbia crescente che sembrava essere stata stappata violentemente come il tappo dello spumante che stavamo bevendo e che molto più di quello mi confondeva, mi faceva bollire il sangue, mi saliva alla testa, mi annebbiava la vista… e pensavo rabbiosamente ai miei genitori.

Questa sensazione non mi abbandonò nemmeno il giorno dopo, gli altri smaltita la sbornia, io non la rabbia, che anzi cresceva, cresceva come una slavina che stava per spazzare non solo l’ultimo, ma anche gli anni precedenti. Andammo a pattinare sul ghiaccio, ridemmo, scherzammo, cademmo, ci rialzammo, ma in tutto questo era come se ci fossero due “me”: uno che partecipava alle iniziative con gli altri e provava a divertirsi, un altro che lo guardava distaccato, dall’esterno, come si trattasse di un qualcuno che già non esisteva più, ricordo di un passato che si ostinava a persistere, come una fata morgana, reale ed evanescente insieme. Una cosa emergeva su tutto, quella frase che mia madre mi aveva urlato in faccia solo poche settimane prima: “TU SEI MIO!”. Se nei confronti di mio padre avevo sempre provato un certo distacco e i nostri caratteri ed interessi erano così diversi da farmi sentire con assoluta certezza che non fosse il mio padre biologico, per mia madre avevo invece sempre avuto un attaccamento morboso, frutto e riflesso di quello che aveva lei per me, ed il cordone ombelicale che non c’era mai stato fisicamente era sempre stato presente, anche se invisibile, emotivamente. E quella frase, con tutto il sottinteso contenuto, l’aveva bruscamente reciso. Io non ero AFFATTO suo. Non lo ero in nessun modo, ne’ fisicamente, perché col corredo genetico di qualcun altro, ne’ emotivamente, perché ero davvero stanco di sentirmi castrato e di dover lottare per ogni singola decisione desiderassi prendere per me stesso ed il mio futuro.

Non avevo potuto decidere o meno di imparare a leggere a 3 anni, di cominciare a suonare il pianoforte a 5, di andare a scuola privata di inglese a 7, di fare il pendolare da Rivarolo a Torino a 10, di rinunciare alla comunità vocazionale a 14, di andare all’Università a seguire una facoltà che odiavo a 20. Non avevo avuto voce in capitolo in nulla, mai. E ne presi consapevolezza con una rabbia che stava rischiando di sfociare nell’odio. No, se c’era una cosa che potevo affermare con certezza, era di non essere figlio loro. Perché non sei genitore quando dai da mangiare, un’istruzione ed un tetto sulla testa a qualcuno; lo diventi quando questo qualcuno viene accompagnato da te su quella strada che è la sua, e sua soltanto, e tu lo aiuti ad essere la persona che è destinato che sia. Solo allora sei un genitore; ed i miei non lo erano. Avevano fatto quello che erano stati in grado di fare, certamente. Ma il senso di perdita di mia madre quando non era riuscita a portare avanti le sue gravidanze, il sentirsi inadeguata ed in qualche modo incompleta come donna e come moglie per il fatto di non avere un figlio, ed il desiderio di mio padre di vederla felice erano tutte cose che erano venute prima di me, ed in qualche modo avevano giustificato la mia presenza in quella famiglia, e tutte le scelte che nonostante me, e non per me, erano state fatte.

In quel 1 gennaio di molti anni fa si consumò, in una innevata vallata alpina, il mio commiato definitivo alla famiglia Borgialli. Non fisicamente, perché avrei trascorso ancora alcuni mesi in quella casa; non legalmente, perché certo non potevo rinnegare la mia storia di 20 anni; ma esistenzialmente, perché da lì in poi cominciai a pensare a me stesso solo in quanto tale, e non come ad un qualcuno “facente parte di”. Molto tempo dopo mi sarei anche riconciliato con questa parte di me; ma sarebbe stata una fase che sarebbe arrivata ad anni di distanza, quando le parti si sarebbero invertite ed in qualche modo da figlio sarei diventato genitore ed i miei da genitori, figli. Ma è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Di cugini e scottanti rivelazioni…

Nello scorso post ho raccontato di essere stato adottato, come la nostra eroina Candy. Ma mentre lei era consapevole fin dall’inizio di essere una povera, piccola orfana, io l’ho appreso solo ad un certo punto: come, dove, quando? Questo nuovo articolo darà risposta a questi scottanti interrogativi che, lo so, non vi hanno fatto dormire la notte!

Ero molto piccolo, avrò avuto 3, 4 anni al massimo, e i miei genitori parlavano di un qualche amico di famiglia che aveva avuto un bimbo; come sempre si fa in queste occasioni, si sprecavano i commenti su chi somigliasse: al papà, alla mamma, alla nonna in carriola… Sorse spontanea da parte mia la domanda: “E quando sono nato io, la gente a chi diceva che assomigliavo?” (ok, non ricordo le parole esatte, il senso era quello, adesso non è che possiamo pretendere proprio proprio una citazione letterale!). Risposta, imbarazzata: “A tuo cugino Giovanni…”

A MIO CUGINO GIOVANNI???????

Ora, io non credo di avere un’intelligenza superiore (ok, lo ammetto, non è vero, SO di avere un’intelligenza superiore, un test psicoattitudinale ha riscontrato un QI di 138 quando la media è di 110, ma non volevo farlo pesare, ecco, in fondo -molto in fondo- sono modesto), ma anche se ero un bambino piccolo qualcosa non mi quadrava: TUTTI gli altri somigliavano ad uno dei genitori, io a mio CUGINO (che, diciamocela tutta, mi stava pure un po’ antipatico).

E fu a questo punto che venne la rivelazione: mia madre mi disse che loro, i miei genitori, mi avevano fortemente voluto, avevano scelto PROPRIO ME tra tanti bambini, mi avevano preso e portato a casa. Domanda da parte mia: “Un po’ come si sceglie la roba al supermercato?” E qui, qualsiasi genitore un minimo scafato avrebbe capito, da questo interrogativo tutto rivolto allo shopping, che proprio proprio tendenze etero forse non le avevo. Ma erano gli anni ’70 e i genitori erano ancora molto ingenui, all’epoca. Infatti mia madre, un poco stranita, mi rispose: “Eh, più o meno sì…” “E perché non avete comprato anche un altro bambino oltre a me? Costava troppo? Perché io da solo mi annoio!” TAAAC! Ecco come ti ribalto immediatamente un potenziale complesso edipico (“ti abbiamo PROPRIO voluto”) con l’innesto di un senso di colpa da manuale (“mi fate sentire da solo”): Freud, la mia famiglia ti fa una pippa! Dal germoglio di queste dinamiche psico-genitorial-affettive si dipaneranno eventi che Beautiful lèvati, proprio! Ma questa è un’altra storia, e la dovremo raccontare un’altra volta (lo so, l’ho già detto, ma è una citazione che mi piace molto, e in qualche modo devo pure invogliarvi a seguirmi ancora, no?)

Fatto sta che, quando incominciai ad andare all’asilo (a 5 anni, prossimamente su questi schermi), già sapevo di essere stato adottato, cosa questo significasse, che questo mi rendeva in qualche modo diverso dagli altri e, di conseguenza, me ne vantavo con chiunque mi capitasse a tiro! I miei compagnucci erano tutti figli naturali (per quel che se ne sapeva), ma IO ero un figlio adottato! Vuoi mettere la soddisfazione?! Tiè, famiglie banali!


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Era una notte buia e tempestosa… (cit.)

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Mio padre, mia madre ed il sottoscritto all’arrivo in casa Borgialli nel marzo 1969: ero BELLISSIMO!

Non è vero, erano le 8.30 del mattino (dicono i certificati). Vi ho fregat*, ma ho sempre desiderato scrivere almeno una volta nella vita quella frase!

Non so che tempo facesse, se era davvero buio e tempestoso: ero un filo impegnato a nascere… Però il giorno lo so! Era il 15 ottobre del 1968, anno di rivoluzioni, contestazioni, erbe e figli dei fiori (e qualcosa, non so però se delle contestazioni o delle erbe, deve essermi rimasto nei geni), e l’equilibrato ed elegante segno della Bilancia si univa ad un po’ oscuro ed intrigante Scorpione in ascendente e ad un sacco di pignolissimi altri astri in Vergine per dare forma (e che forma!) al sottoscritto (Paolo Fox, mi leggi?).

Credo che il procedimento della nascita mi abbia lasciato un po’ traumatizzato: uscire da quel buco strano deve essere stato davvero brusco, se negli anni non ci ho mai più voluto rientrare in nessun modo (oooohhhh, diranno in molt*, cosa intenderà dire? E’ una sottile ed allusiva indicazione per dirci che è gay? Sciogliete pure ogni dubbio, car* lettori/trici, lo è, lo è). Ma deve aver traumatizzato anche la donna che mi ha fatto nascere, visto che si premurò immediatamente di dichiararmi adottabile: del resto, non volevo essere come CandyCandy, trovatella abbandonata sull’uscio della Casa di Pony?

Io fui lasciato non credo proprio sull’uscio, ma certamente nel brefotrofio di Torino, ed ebbi anch’io, come la mia bionda icona (no, non Madonna o Lady Gaga, sempre CandyCandy) la mia suor Maria: pare, infatti, da racconti successivi, che ci fosse una suorina a cui mi ero affezionato, ricambiato (CandyCandy, come TUTT* sanno, crebbe cresciuta da suor Maria, appunto, e da miss Pony, da cui il nome dell’omonima casa… perché lo sapevate TUTT*, vero???). Mi sembra OVVIO, per la legge dell’imprinting, che anni dopo io decidessi di intraprendere la strada religiosa, entrando in convento (tranquill*, non sono diventato una suora, sono diventato un frate): ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta (cit.); ci arriveremo in un post futuro, adesso mica posso saltare a piè pari 20 anni di vita!

Tornando a bomba, rimasi in quel luogo per i miei primi sei mesi, finché non giunsero quelli che sarebbero diventati i miei genitori. Per mia madre fui una folgorazione! Racconta che, quando tornò a casa da mia nonna dopo avermi visto la prima volta, disse (in piemontese, ma lo tradurrò in italiano corrente): “E’ proprio BRUTTO! Ha la testa schiacciata, gli occhi strabici e il naso storto, ma a me piace tanto!” La povera nonna, davanti alla descrizione di cotanta beltà, guardò mia madre con un lieve sconcerto, e rispose: “Certo che se è così brutto… O_O Ma se a te piace, deve essere tuo figlio”. E fu così che il 12 marzo 1969 feci il mio trionfale ingresso in casa Borgialli. Per la cronaca: quando mia nonna mi vide, finalmente, per poco non prendeva a sberle mia madre, dicendole: “Ma sei TU brutta, non lui!!!” Amore di nonna, sono soddisfazioni!

Che fine fece la suorina del brefotrofio? Non ne ho la più pallida idea, so solo che quando i miei genitori  mi portarono via non la degnai di uno sguardo, pare offendendola profondamente: stronzetto fin da piccino!

(To be continued…)