Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


Lascia un commento

Maria…

Fin da bambino, una delle famiglie che frequentavamo maggiormente era quella dei testimoni di nozze dei miei genitori. Ne ho accennato in un post precedente (“Questo piccolo grande amore – parte seconda”), ma finora non avevo mai parlato della loro nipote, mia coetanea nonché frequentatrice del famoso oratorio e relativo gruppo di amici (“Amici miei”): Maria.

La fanciulla ed io abbiamo sempre avuto un rapporto strano, di amore ed odio (quantomeno da parte sua, perché da parte mia più che altro era di indifferenza). Narra la leggenda (mia madre) che, quando ero piccolo, una volta fossimo a pranzo dai suddetti amici, e Maria ed io fossimo seduti vicini. Lei, gelosa delle attenzioni che in quanto ospite mi venivano riservate, mi morsicò il braccio; mia madre, ovviamente inferocita per l’affronto subito dal suo pargolo, la riprese duramente “Maria! Guai a te se fai ancora una cosa simile ad Andrea! Ti prendo a sberle!” e mentre lei, compunta, rispondeva con un pudico “Va bene…”, contemporaneamente cominciava a prendermi a calci sotto la tavola. Ecco, la nostra amicizia era così, simpatica ed affettuosa.

Non stupisce, quindi (in realtà io non ho mai capito come possa essere avvenuto, ma vabbè, su certe cose ammetto la mia totale stupidità), come lei, ad un certo punto, si fosse messa in testa che un giorno saremmo convolati a giuste nozze. Forse avrà pensato che, essendo tutti e due non esattamente dei potenziali partecipanti ai rispettivi concorsi di Miss Mondo e Mister Universo, non potessimo avere chances al di fuori l’uno dell’altra; oppure, essendo stati anche compagni all’inizio dello studio del pianoforte, che avessimo moltissimi interessi che ci accomunavano; di certo, lei era decisamente più maschiaccio di me, e non che ci volesse molto in realtà. Sta di fatto che in oratorio, piuttosto che nel gruppo di canto che animava le messe, piuttosto che in ogni possibile occasione, lei assumeva quell’atteggiamento da fidanzatina scazzata che avesse a che fare con un mezzo cerebroleso. Di sicuro, non c’era mai stata nessuna dichiarazione esplicita. Fino a quel momento.

Dovevo dire anche ai miei amici che sarei entrato in convento, e naturalmente non avevo nessuna intenzione di mentire al riguardo, anzi. Vivevo la cosa come un successo ed ero eccitato ed orgoglioso insieme, visto che questo passo mi avrebbe posto ad un livello diverso rispetto a tutti loro. Non riuscendo minimamente a trattenere il mio entusiasmo, quindi, lo comunicai prima di iniziare la messa durante la quale, come ogni domenica, noi avremmo cantato e Maria ci avrebbe accompagnato suonando (con esiti disastrosi, va detto) l’organo. Sapendo già tutto quello che era successo in precedenza col tentativo fallito della comunità vocazionale salesiana, i miei amici espressero la loro gioia e si congratularono con me per il passo importante che stavo per compiere. Iniziò la celebrazione, e noi accompagnammo il rito col canto, come da copione. Al termine, uscimmo sotto i portici antistanti la chiesa ed iniziammo a parlare, come facevamo sempre.

Rallenty. Maria esce, confusa tra la folla di persone che sciamano fuori dalla chiesa; si guarda intorno, quasi affannata; ci vede; a passo deciso, i pugni stretti e le nocche sbiancate, si avvicina al nostro gruppo, che la guarda meravigliato arrivare; la gonna si agita intorno alle gambe magre, spinta dalla camminata concitata; si fa largo, quasi spintonando chi mi sta intorno, e mi si para davanti; le labbra tremano, le lacrime sono trattenute a stento; trattengo il fiato.

“Andrvrea!” (sì, pizzica la erre…) “Ti sHei” (sì, pizzica anche la esse e questo la porta a sputacchiare un po’…) “innamorvrato di Qualcuno” (credo parli di Dio…) “con cui io non posHHso competervre! Ma rvricorvrdati che sHe cambiervrai idea io sHarvrò qui ad asHpettarvrti!”

Si gira, corre via singhiozzando, le spalle che sobbalzano un po’ per la corsa, un po’ per le lacrime. Campo lungo. Musica. Titoli di coda.

I miei amici, che avevano trattenuto il fiato fino a quel momento increduli, scoppiano a ridere come dei pazzi. Io resto interdetto e non so se mi sento più divertito per il nonsense della cosa, più imbarazzato per la comica figura involontaria o più dispiaciuto per la sua reazione. Inutile dire che questo episodio è rimasto negli annali della storia del nostro gruppo, ed ancora oggi ogni tanto capita che lo rievochiamo. Maria, adesso, è sparita dal nostro sempre più decimato giro (si sa, la vita e le storie personali allontanano e cambiano rapporti e ritmi). Nel tempo ha iniziato a lavorare, poi ha lasciato il lavoro per entrare a sua volta in convento, tra le suore presso cui da bambino avevo frequentato le elementari. Non è mai arrivata a prendere i voti ed è uscita dopo un paio d’anni, tornando al lavoro che aveva lasciato. Ha avuto diverse vicissitudini sentimentali, e tra un fidanzamento e l’altro capitava che si rifacesse sentire, proponendo rimpatriate ed incontri che non sono mai avvenuti. Ho perso definitivamente i contatti con lei, unica donna che abbia mai pianto per il mio amore non corrisposto. Anche se in verità, sempre all’oratorio, altre due avevano fatto addirittura a botte per me… Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata (in un “Amarcord”) un’altra volta.


2 commenti

Annus horribilis – Parte terza

Gressoney_Saint_Jean_62_l

Con il famoso gruppo dell’oratorio quell’anno si decise di trascorrere Capodanno presso la casa alpina della diocesi di Ivrea, la Gino Pistoni a Gressoney. Una cosa breve: partenza il 30 dicembre e rientro il 3 gennaio, che per me sarebbe stata ancora più ridotta, in quanto, per qualche impegno familiare che non ricordo, sarei venuto via anticipatamente il giorno prima. Ma, se non altro, mi sarei risparmiato il rito che da sempre veniva consumato in quell’occasione, ovvero di trascorrere l’ultimo dell’anno mangiando come bovi presso una famiglia di amici, per rientrare a casa alle 00.05. Se c’era un’occasione in cui mi volevo risparmiare finti sorrisi ed il millantare che andasse tutto bene, era proprio quella.

Partimmo, quindi, allegramente (quantomeno i miei amici, io un po’ meno), armati di doposci (Gressoney è una nota località turistica invernale), giacconi, petardi ed eleganti abiti da sera per la festa del 31 dicembre, almeno per quello che era considerato il livello di eleganza della fine anni ’80, quindi in realtà agghiaccianti. C’era tutto il caravanserraglio descritto in altri post (“Amici miei – parte prima, seconda, terza”) ed oltre, perché si erano aggregati anche molti di quelli che frequentavano l’oratorio con minore assiduità di noi.

Trascorremmo l’ultima giornata dell’anno prendendo il sole per tentare di non avere un colorito più idoneo ad Halloween che al Capodanno (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…), facendo un po’ di sci, chi di pista chi, impedito come me, di fondo (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…) ed, arrivata la sera, preparandoci per il cenone (se di cenone possiamo parlare in una casa alpina gestita dalla diocesi… ma vabbè) ed agghindandoci a festa, quindi trattandosi della fine anni ’80 sempre in maniera agghiacciante (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…). Lo ammetto: non conservo nessun ricordo chiaro di quella serata; ho vaghi barlumi di fuochi d’artificio che illuminavano la neve, mentre noi tentavamo di far partire i nostri petardi mezzi congelati (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di brindisi e baci scambiati, con qualcuno che veniva preso in giro, e qualcunaltro che infilava la lingua in bocca al/alla fidanzato/a del momento (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di giochi di società, o forse di balli, il ricordo è ancora più confuso (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); ma in tutto ciò io ero estraniato, nervoso, con una rabbia crescente che sembrava essere stata stappata violentemente come il tappo dello spumante che stavamo bevendo e che molto più di quello mi confondeva, mi faceva bollire il sangue, mi saliva alla testa, mi annebbiava la vista… e pensavo rabbiosamente ai miei genitori.

Questa sensazione non mi abbandonò nemmeno il giorno dopo, gli altri smaltita la sbornia, io non la rabbia, che anzi cresceva, cresceva come una slavina che stava per spazzare non solo l’ultimo, ma anche gli anni precedenti. Andammo a pattinare sul ghiaccio, ridemmo, scherzammo, cademmo, ci rialzammo, ma in tutto questo era come se ci fossero due “me”: uno che partecipava alle iniziative con gli altri e provava a divertirsi, un altro che lo guardava distaccato, dall’esterno, come si trattasse di un qualcuno che già non esisteva più, ricordo di un passato che si ostinava a persistere, come una fata morgana, reale ed evanescente insieme. Una cosa emergeva su tutto, quella frase che mia madre mi aveva urlato in faccia solo poche settimane prima: “TU SEI MIO!”. Se nei confronti di mio padre avevo sempre provato un certo distacco e i nostri caratteri ed interessi erano così diversi da farmi sentire con assoluta certezza che non fosse il mio padre biologico, per mia madre avevo invece sempre avuto un attaccamento morboso, frutto e riflesso di quello che aveva lei per me, ed il cordone ombelicale che non c’era mai stato fisicamente era sempre stato presente, anche se invisibile, emotivamente. E quella frase, con tutto il sottinteso contenuto, l’aveva bruscamente reciso. Io non ero AFFATTO suo. Non lo ero in nessun modo, ne’ fisicamente, perché col corredo genetico di qualcun altro, ne’ emotivamente, perché ero davvero stanco di sentirmi castrato e di dover lottare per ogni singola decisione desiderassi prendere per me stesso ed il mio futuro.

Non avevo potuto decidere o meno di imparare a leggere a 3 anni, di cominciare a suonare il pianoforte a 5, di andare a scuola privata di inglese a 7, di fare il pendolare da Rivarolo a Torino a 10, di rinunciare alla comunità vocazionale a 14, di andare all’Università a seguire una facoltà che odiavo a 20. Non avevo avuto voce in capitolo in nulla, mai. E ne presi consapevolezza con una rabbia che stava rischiando di sfociare nell’odio. No, se c’era una cosa che potevo affermare con certezza, era di non essere figlio loro. Perché non sei genitore quando dai da mangiare, un’istruzione ed un tetto sulla testa a qualcuno; lo diventi quando questo qualcuno viene accompagnato da te su quella strada che è la sua, e sua soltanto, e tu lo aiuti ad essere la persona che è destinato che sia. Solo allora sei un genitore; ed i miei non lo erano. Avevano fatto quello che erano stati in grado di fare, certamente. Ma il senso di perdita di mia madre quando non era riuscita a portare avanti le sue gravidanze, il sentirsi inadeguata ed in qualche modo incompleta come donna e come moglie per il fatto di non avere un figlio, ed il desiderio di mio padre di vederla felice erano tutte cose che erano venute prima di me, ed in qualche modo avevano giustificato la mia presenza in quella famiglia, e tutte le scelte che nonostante me, e non per me, erano state fatte.

In quel 1 gennaio di molti anni fa si consumò, in una innevata vallata alpina, il mio commiato definitivo alla famiglia Borgialli. Non fisicamente, perché avrei trascorso ancora alcuni mesi in quella casa; non legalmente, perché certo non potevo rinnegare la mia storia di 20 anni; ma esistenzialmente, perché da lì in poi cominciai a pensare a me stesso solo in quanto tale, e non come ad un qualcuno “facente parte di”. Molto tempo dopo mi sarei anche riconciliato con questa parte di me; ma sarebbe stata una fase che sarebbe arrivata ad anni di distanza, quando le parti si sarebbero invertite ed in qualche modo da figlio sarei diventato genitore ed i miei da genitori, figli. Ma è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


Lascia un commento

The end is just a little harder (cit.)

Dire che a casa, nel frattempo, la situazione era diventata pesante, è un eufemismo. Durante quei pochi giorni di assenza, ai miei genitori era ormai apparso in modo ineluttabile che entro pochissimo me ne sarei andato per entrare in noviziato. Mia madre sembrava costantemente sull’orlo di una crisi isterica, e mio padre oscillava tra il cercare di calmarla, una sorta di muta rassegnazione, un certo nervosismo ed una dose di orgoglio. Senza contare la gestione del “mondo intorno”. Ai miei parenti, nulla era stato detto: per quanto entrare tra i salesiani avesse ancora una certa allure aristocratica, ciononostante non corrispondeva certo alle prospettive che la mia famiglia si era fatta riguardo al mio futuro, dove la professione di avvocato sembrava essere già la meno peggio tra tutto quello che avrei potuto (dovuto…) scegliere; era quindi qualcosa che andava nascosto fino a quando non fosse più stato impossibile farlo. Gli amici a cui avevo comunicato la cosa, di contro, cominciavano a portare regali di saluto e fare le solite battute del caso, simpaticamente goliardiche; cosa che non faceva che peggiorare lo stato d’umore dei miei genitori.

Nel mezzo di questo piccolo tornado familiare c’ero io, che non sapevo più che pesci pigliare e come uscirne. Continuare sulla via salesiana mi sembrava sempre più improbabile, dopo il ritorno da Assisi, ma d’altra parte rinunciarvi ed annunciarlo a tutte le persone che credevano il contrario, genitori in primis, avrebbe significato generare reazioni il cui esito non ero in grado di prevedere. Fu con questo spirito assai confuso e depresso che mi recai da p. Luca, al Monte dei Cappuccini.

Quella volta, la consueta salita (non per nulla si chiama “Monte”) non fu per nulla piacevole. Avevo quasi paura di quello che p. Luca avrebbe potuto dirmi, e mentre camminavo si alternava la speranza di sentirmi rassicurare sul fatto che i miei dubbi fossero solo frutto dello sbandamento dell’ultimo minuto, con il timore di vedere invece distrutta la prospettiva per cui avevo sostanzialmente lottato interi anni ed il trovarmi, quindi, con un futuro tutto da ricostruire. Suonai al portone, mi annunciai ed entrai.

Come stai, come non stai, cominciai a raccontare dei due viaggi, Medjugorie ed Assisi. La misi sul ridere, la tirai per le lunghe, cercando di differire la sentenza finale. Dato che era da un po’ che non ci vedevamo, narrai anche di un incontro che si era svolto pochi giorni prima della fine dell’anno scolastico in comunità vocazionale tra tutti i prenovizi d’Italia, coloro, quindi, che sarebbero dovuti essere i miei compagni per l’anno successivo. In particolare, uno di loro mi aveva colpito, in parte per come si era presentato, in parte per motivi più… fisici… ma quest’ultimo aspetto evitai di specificarlo a p. Luca. Alla fine, era tanta la foga di convincimento che ci avevo messo, che mi ero quasi rassicurato da solo, pensando che, in fondo, forse, potevo ancora non cambiare nulla e proseguire verso il noviziato.

“Bene. Tutto questo è la cornice. Ma il quadro, che sei tu, come ci entra?” Ed ovviamente il mio mondo crollò.

Tornai verso casa, consapevole che ormai non avevo più possibilità di fuga. Dovevo comunicare la mia decisione prima di tutto ai miei, ed un istante dopo ai salesiani, ovviamente. E nessuna delle due cose sarebbe stata semplice.

In realtà, la seconda la giocai nel modo più vigliacco possibile. Chiesi di vedere quello che per diversi anni era stato il mio confessore, don Pellegrino, che in qualche modo si sentiva anche il mio mentore. Sorridendo, ed in maniera molto sbrigativa, gli comunicai piuttosto freddamente che no, non volevo più entrare in noviziato (mancavano TRE giorni alla cerimonia di ingresso ufficiale), avevo cambiato idea, ed avevo capito che la strada di don Bosco non faceva più per me. Il poveretto rimase, comprensibilmente, scioccato e “Capisco, hai avuto paura all’ultimo” mi disse, soffocando palesemente le lacrime. Non provai nemmeno a smentirlo: sarebbe stato molto più complicato, e probabilmente doloroso anche per lui, dirgli che no, non avevo affatto avuto paura, ma era realmente così, avevo capito, anche se con un certo ritardo, che quella davvero non era la mia strada. Non mi preoccupai di dirlo a nessun altro, nemmeno a chi prima di tutti avrebbe dovuto saperlo, l’Ispettore dei salesiani, lasciando l’ingrato compito al mio povero confessore. Mi girai, e per molti, moltissimi anni non rimisi mai più piede a Valdocco.

In casa fu tutto un altro paio di maniche. Ho rimosso il momento ed il modo in cui ho comunicato la decisione ai miei genitori, ma il lampo di trionfo negli occhi di mia madre e quell’espressione di “adesso non ti lascerò più andare via così facilmente” che immediatamente assunse, quelli no, non li ho dimenticati. Ed avrebbero segnato in modo definitivo il mio rapporto con lei e con mio padre, già decisamente logorato da tutto quello che era capitato in quegli ultimi anni. Ma sì, questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.


Lascia un commento

Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-2)

Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-04-_-_Miracle_of_the_Crucifix

Ed infatti, in due giorni, vedemmo davvero TUTTO: Basilica Inferiore, Basilica Superiore, Cripta, Basilica di s. Chiara, Basilica di s. Rufino, Basilica della Porziuncola, le Carceri (così chiamate perché Francesco ed i suoi seguaci vi si “incarceravano”, nel senso che trascorrevano dei lunghi periodi di eremitaggio), tempio di Minerva (trasformato in chiesa di s. Maria), chiesa di s. Stefano (poco conosciuta ai più, frequentata molto dai tedeschi, che sono soliti cantarvi i Vespri), chiesa di s. Damiano. Insomma, una roba che se non si diventa atei per l’eccesso di religiosità lì, non lo si diventa più.

E camminammo per ogni vicolo, strada, sentiero (per salire fino alla Rocca medievale, perché volevamo non vedere anche la Rocca medievale? Certo che no, era indispensabile fare un salto alla Rocca medievale), prato, scala e chi più ne ha più ne metta. L’amicizia di Marco fu messa a dura, durissima prova, mentre io saltellavo qua e là, come un uccello che si posasse di fiore in fiore, una specie di colibrì impazzito che non sapeva più dove andare a succhiare il nettare. Se non si fosse capito da questi esempi, continuavo a cinguettare e la mia vena pseudo-poetica aveva raggiunto livelli da allarme rosso.

 Crocifisso-di-san-Damiano.jpgLa basilica, Inferiore e Superiore, e la Cripta, che ne era di fatto il fondamento e dove si trova letteralmente incastonata in una colonna la bara di Francesco, mi affascinarono. E del resto, è impossibile per chiunque restare indifferente all’esplosione artistica che le contraddistingue, tra immagini giottesche ed affreschi tardo medioevali. Ma quella che mi colpì di più fu la chiesa di s. Damiano. La storia francescana vuole che fosse lì che Francesco ricevette il famoso invito “Va’ e ripara la mia chiesa” dal crocifisso omonimo, invito inteso da lui prima in senso letterale, tanto che come un muratore qualunque si mise di buona lena a restaurare quella chiesetta fatiscente, e solo successivamente compreso nella sua realtà, cioè indicando con “chiesa” non l’edificio fisico, ma la struttura ecclesiale dell’epoca.

Ed io, potevo forse essere da meno? Osteggiato dai miei genitori, come Francesco dai suoi, non ero quindi così simile a lui? Non aspettavano anche me grandi gesta, e la povertà tanto cara al poverello, appunto, di Assisi non era forse un richiamo che anch’io dovevo seguire? Ma non potevo certo farlo in una realtà così diversa come quella salesiana! Quelle 48h, quindi, mi vedevano alternare momenti di euforico entusiasmo a deliri misticheggianti, a transfert idealizzati (Andrea-Francesco-Andrea), a sconforto per il casino che tutto questo causava nella mia testa, consapevole che i tempi per decidere che fare si erano ormai ridotti all’osso. Mancava meno di un mese, infatti, a quella che sarebbe dovuta essere la data di ingresso in noviziato. In fondo, probabilmente sapevo già quale sarebbe dovuto essere l’epilogo, ma dopo anni di attesa e vagheggiamenti sulla mia futura vita salesiana, non era così semplice prenderne consapevolezza e, soprattutto, accettarne le conseguenze.

Il treno che ci riportava a casa mi vide, quindi, decidere di giocare l’ultima carta che mi rimaneva: sarei andato da p. Luca (vedi post “Se qualcosa si muove in mezzo alle gambe…”) e ne avrei parlato ancora con lui, che dopo tutti quei mesi di frequentazione assidua ormai mi conosceva abbastanza per darmi un’indicazione su cosa fare. Mancava davvero poco alla fine di tutto.

P.S.: sarei tornato molte volte ad Assisi, in alcuni anni più o meno ogni mese sarei stato lì. Ed ogni volta era come la prima: la amo incondizionatamente. E’ uno di quei posti che, appena ci vai, senti improvvisamente di poter chiamare in qualche modo “casa”, perché ti comunica un senso di pace e di serenità che non trovi altrove. L’ultima volta che l’ho vista fu dopo il terribile terremoto del 1997: in quel periodo stavo terminando i miei studi a Roma (ci arriveremo… molto più avanti) ed avvertii persino a così grande distanza le scosse che rischiarono di distruggerla. Quando la vidi mi venne da piangere. Essendo frate, potevo entrare abbastanza facilmente al Sacro Convento, altrimenti di solito non accessibile a visitatori esterni, e lo vidi aperto in due come una mela, con una spaccatura che attraversava dal soffitto fino a terra il meraviglioso refettorio medioevale, le cui dimensioni sono esattamente identiche, ovviamente in orizzontale, a quelle del campanile della Basilica. Così come mi fu permesso, nonostante l’ingresso fosse ancora vietato a chiunque per motivi di sicurezza, di affacciarmi alla Basilica Superiore, vedendo pezzi di affreschi giotteschi rovinosamente a terra. Da quando lasciai la vita francescana, 3 anni dopo, ad oggi non ci sono più tornato. E’ come se fosse un pezzo della mia vita che non desidero condividere con altri, perché troppo intimo e personale. Ma mi manca moltissimo rivederla, e so che presto o tardi, e spero presto, vi tornerò.


Lascia un commento

Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-1)

Assisi-skyline.jpgQuando dovetti preparare il (mini) viaggio ad Assisi, non esisteva ancora internet (*un attimo di silenzio luttuoso pensando a quanto sono vecchio… grazie*), quindi fu tutto un susseguirsi di ricerche, telefonate, tentativi di prenotazione, disdette per almeno una decina di giorni. Alla fine, riuscii a trovare una camera per 2, me ed il fido Marco M., per 3 notti a fine agosto. Non stavo più nella pelle. Non ricordo nemmeno come fossi riuscito a convincere i miei genitori, se giocando sul loro senso di colpa per come mi avevano giudicato nel post-Maturità; o se sul loro senso di colpa per le 2 settimane trascorse tra bus, santuari, bus, apparizioni, bus, grotte, bus; o se sul loro senso di colpa per il fatto che presto mi avrebbero lasciato andare da solo in Noviziato (o almeno, così erano convinti); di sicuro, giocai su uno dei loro sensi di colpa.

Per raggiungere Assisi, non avendo un’auto a disposizione (io non avevo voluto prendere la patente e Marco era di un anno più giovane di me ed ancora non avrebbe potuto averla comunque), fummo costretti a prendere il treno, o meglio i treni, e scodellarci circa 8 ore di viaggio (sì, all’epoca non esisteva nemmeno il FrecciaRossa… Non che le cose siano cambiate granché, comunque). Credo che ad un certo punto Marco mi avrebbe volentieri buttato giù da un finestrino, visto la mia eccitazione crescente man mano che ci avvicinavamo alla meta. Lui ad Assisi era già stato in una delle classiche gite scolastiche pseudo-culturali, quindi ogniqualvolta vedevo una collina con una qualche forma di costruzione sulla cima “E’ quella? E’ quella?” gridavo, saltellando sul sedile; “No, non è quella…” ripeteva rassegnato lui, sprofondando nel sedile. Finalmente, verso metà pomeriggio, arrivammo.

Arrivammo sì, ma alla stazione, che dista quasi 5km dalla città che, appunto, è su una collina, quindi tutta in salita. “Prendiamo il bus”, suggerì la voce dell’intelligenza. “Sei matto? E’ vicinissima! E non voglio perdermi nemmeno un istante per godermi il paesaggio!” rispose la voce del fanatismo (inutile specificare a chi dei due appartenessero le voci, vero?). E vinse quest’ultima… purtroppo per i miei piedi, che nei successivi 3 giorni ebbero vesciche che manco le piaghe d’Egitto. Ma non mi importava, quello che contava era essere finalmente nella città del mio amato Francesco (il santo, intendo).

Chiunque sia stato ad Assisi, lo sa. La città si apre, guardandola mentre si arriva dalla pianura, arroccandosi sulla collina, quasi come una Minas Tirith medioevale. Sulla sinistra spiccano la grande Basilica inferiore che si affaccia a strapiombo sulla vallata, circondata dal Sacro Convento dei frati Conventuali, e la meravigliosa Basilica superiore, che guarda la collina di fronte a sé, come un benevolo guardiano di pietra. Sulla destra si snoda la città vera e propria, rimasta quasi intatta nelle sue forme medioevali, e i cui mattoni rossi creano un contrasto cromatico con il verde della terra umbra che vi fa perdere il cuore. Il mio lo persi immediatamente.

Persi anche una buona parte di cervello, evidentemente, perché cominciai letteralmente a saltellare per la strada, cinguettando (sì, esatto, cinguettando…) e cantando senza sosta. Va bene che Francesco si definiva “il giullare di Dio”, ma la cosa mi stava decisamente sfuggendo di mano. Marco da una parte non smetteva più di ridere, dall’altra sembrava un po’ preoccupato. “Calmati, dai, smettila” continuava a ripetere, inutilmente, tra una risata e l’altra. Lo salvò l’arrivo presso la nostra sistemazione e la conseguente cena (perché la mia geniale idea di arrivare a piedi, oltre a farci perdere un paio di volte, ci aveva fatti arrivare tardissimo rispetto a quando eravamo scesi dal treno). Quando, finalmente, andammo a dormire, faticai a prendere sonno, nonostante la giornata decisamente pesante, pregustando la visita che mi aspettava nei giorni seguenti. Avrei visto tutto, TUTTO, T-U-T-T-O.


Lascia un commento

Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-3)

Il traghetto fendeva le onde, mentre il sole sorgeva all’orizzonte. Gli schizzi d’acqua formavano dei piccoli arcobaleni ai lati dello scafo, ed il cielo passava dal nero della notte ad un rosa tenue, fino ad un rosso acceso, scintillando riflesso sulle acque del mare. Avevo ceduto il mio posto in cabina ad una compagna di viaggio, dormendo quindi, si fa per dire, su una poltrona, ed ora ero affacciato alla balaustra del ponte godendomi un attimo di tranquillità e di solitudine. Tra poco saremmo attraccati al porto di Dobrovnich e quel momento sarebbe scomparso, ma per ora era mio, solo mi…”PINAAAAAAAAA! Dov’è Andrea? PINAAAAAAAAA!” Ok, quel momento ERA scomparso.

Arrivammo a Dubrovnich, sbarcammo i bus, sbrigammo le veloci pratiche doganali e senza quasi accorgercene eravamo già in viaggio, diretti verso Medjugorie. Avevo avuto modo, durante il tragitto, di scoprire che, a sentire loro, più o meno tutti i nostri compagni di viaggio avevano avuto meravigliosi quanto incredibili episodi di visioni private della Madonna (intendo proprio della Vergine, non era una interiezione), colloqui interiori che nemmeno s. Teresa d’Avila ed altre amenità simili. In particolare la nostra guida, un baffuto signore di una certa età, chiamava la Madonna “la mamma”, commuovendosi alle lacrime ogniqualvolta la citava… e la citava molto di frequente…, lasciando intravvedere un rapporto con lei così intimo da far invidia anche a Gesù Cristo. Del resto, ebbi modo di riscontrare che il suo rapporto con lo spirito di-vino era realmente stretto, e questo certamente aiutava. Dato che, come ho accennato in precedenza, si era ancora relativamente agli inizi di quello che sarebbe diventato un baraccone spiritual-mediatico, non c’erano ancora strutture alberghiere in grado di accogliere i pellegrini, quindi avremmo tutti soggiornato in case di privati, loro graditi ospiti (paganti). Noi, cioè i miei genitori, Marco M. ed io, più una coppia composta da padre e figlia, avremmo alloggiato presso una certa Drakna (con grande sconcerto di mio padre e mia madre, che credo pensassero, da bravi provinciali mai usciti dall’Italia se non per andare, una sola volta anni prima, a Lourdes, di trovarsi in una capanna di frasche, stile tribù dell’Africa più profonda).

In realtà, nonostante la nostra guida ci avesse preventivamente avvertito che “purtroppo molti hanno capito che così si fanno i soldi e quindi cercano di approfittarne… Bisogna capirli, e non farsi distrarre dalla spiritualità del luogo, che è tutta un’altra cosa!” (ma dai…?!), Drakna si rivelò essere una donn(on)a gentilissima, molto disponibile, accogliente, che non capiva un’acca di italiano e quindi, quando si creavano le ovvie incomprensioni del caso, rideva con una risata squillante e gioiosa. Ho di lei un ottimo ricordo.

Non altrettanto dei giorni di permanenza. Si passava dalla solita messa quotidiana (in italiano, perché è vero che si era ancora agli inizi, ma ci si era già organizzati per scandire tutte le ore del giorno con celebrazioni in ogni lingua), agli immancabili rosari, alle interviste E-SCLU-SI-VE con i veggenti (che duravano con un tempo cronometrato perché, essendo E-SCLU-SI-VE, li vedevano correre al gruppo successivo allo scadere dei minuti concessi). Era tutto un florilegio di sorrisi, sospiri, pianti e gare a chi avesse visto il prodigio più rilevante. Sì, perché non si poteva, proprio non-si-poteva, tornare da Medjugorie senza essere stati testimoni di almeno UN prodigio. E c’era anche una specie di classifica, che andava dal vedere la statua della Madonna sbattere gli occhi, all’ostia consacrata assumere un colore od una luce particolari, fino al classico e più ricercato di tutti, il sole che si muoveva danzando nel cielo. Credo che mia madre sia riuscita a collezionarli tutti, lei che aveva sempre impedito a me, da bambino, di completare anche la più piccola raccolta di figurine… Com’è ingiusta la vita!

Il clou lo raggiungemmo il 5 di agosto. Sì, perché ci spiegarono che la Madonna, sempre lei, aveva raccontato che quel giorno ricorreva il suo compleanno. E va bene che è la Beata Vergine, va bene che è stata Assunta in cielo in corpo e spirito, ma rimane pur sempre una donna, perbacco! E quale donna non vuole che le venga offerto un fiore, una poesia, un canto, insomma un cadeaux per il proprio compleanno? Quindi, il 5 agosto ci sarebbe stata una “apparizione pubblica”, che non significava che noi tutti avremmo visto la Madonna (anche se molti dei presenti mi sembrava che una certa dimestichezza con la maria l’avessero, ad essere sinceri), ma che avremmo potuto assistere all’apparizione che si svolgeva ogni giorno, ad un’ora ben precisa, davanti ai veggenti, che di norma era rigorosamente privata e solo in rarissime occasioni, e questa sarebbe stata una di quelle, si mostravano al pubblico durante l’evento.

Per partecipare a questo avvenimento, salimmo tutti sulla cime del Podbrdo, il monte dove sarebbe apparsa la Vergine la prima volta ai veggenti, salita non priva di qualche disagio per le persone più anziane, in quanto il sentiero, all’epoca, era roccioso e molto terroso. Erano circa le 19, ed il gruppo complessivo di persone era decisamente nutrito, proprio perché da molte parti si era arrivati in concomitanza con questa data apposta per festeggiare il radioso genetliaco. I 7 veggenti erano al centro del cerchio formato dai pellegrini, e recitavano con noi il rosario. Ad un certo punto, sincronizzati come la nazionale di ginnastica artistica, caddero simultaneamente in ginocchio, lo sguardo rivolto verso una roccia e le labbra a muoversi, ma questa volta silenziosamente. Intorno, manco a dirlo, un silenzio tombale. Sorridevano, e sembrò che uno ad uno parlassero, ascoltando qualcosa rivolto a loro e a loro soli. Poi sollevarono ulteriormente la testa, come a seguire qualcosa che si alzava nell’aria, mentre tutto intorno, all’improvviso cominciò a risuonare gioioso… TANTI AUGURI A TEEEEEEE! Volevo morire.

Scendemmo, inutile dirvi con quale eccitazione tra i membri di tutto il gruppo (e tralascio per decenza la descrizione di mia madre). Il giorno dopo saremmo partiti per tornare in Italia ed affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, S. Giovanni Rotondo prima e la visita al Santuario dell’arcangelo Michele poi. Le mie perplessità erano andate sempre più aumentando, e mi chiedevo una volta di più se tutto questo, che era così simile a quanto avevo già vissuto a Valdocco (vedi post “Le Baccanti”) era realmente quello che volevo per me e la mia vita da lì a poco. Carico di dubbi, salii sul bus, mi imbarcai sul traghetto che ci avrebbe condotti a Taranto e lasciai Medjugorie. Non vi sarei mai più tornato, contrariamente ai miei genitori che, folgorati sulla via di Damasco, vi avrebbero fatto altri due viaggi. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.


1 Commento

Amarcord: Summer graffiti

(Mi sono reso conto che, andando avanti con il blog, mi vengono alla mente ricordi che dovrebbero essere collocati temporalmente prima rispetto alle vicende che sto raccontando ora, un po’ perché la memoria, stimolata, li tira fuori a scoppio ritardato, un po’ perché amici che che li hanno condivisi e leggono il blog me li fanno notare. ho deciso, quindi, ogni tanto, di inserire dei post fuori logica temporale, recuperando qualcosa che non mi sono ricordato in tempo, e che indicherò con il termine “Amarcord” nel titolo. Visto che siamo alla fine dell’estate, inizio con qualcosa in tema)

Durante la mia infanzia, le estati coincidevano con la noia assoluta. Fino ai 7 anni ne trascorrevo una parte in montagna con mio padre, come raccontato precedentemente, ma da lì in poi si erano ridotte a coincidere con le 2 settimane che passavo al mare con mia madre, (vedi “Questo Piccolo Grande Amore”) ed il resto a casa, da solo. Il massimo del divertimento era andare in bicicletta, facendo il giro dell’isolato, in un carosello autistico, dove fingevo di essere un supereroe in sella ad un mezzo tecnologicamente eccezionale (una Graziella…), che avevo pomposamente chiamato Giuseppa (ok, nessun commento, abbiate pietà). Se si pensa che il modello a cui mi rifacevo in quel periodo era Paperinik, si capisce l’abisso di poraccitudine in cui ero caduto.

Con l’adolescenza, però, le cose un po’ cambiarono in meglio (e ci voleva DAVVERO poco). Intanto, cominciando a frequentare l’oratorio ed inserendomi in un gruppo di amici, avevo anch’io una parvenza di vita sociale; poi, i miei mi lasciavano un filo di indipendenza in più, niente di eccezionale, beninteso, ma perlomeno potevo stare alzato fino a tardi a guardare la televisione mentre loro andavano a letto, e già questo mi sembrava un traguardo di trasgressione ed emancipazione. Ma ricordo in particolare segnare un po’ un punto di non-ritorno, una presa di coscienza diversa dalle altre, pur nella sua assoluta, totale, banale normalità, l’estate dell’85.

Era l’anno in cui uscì “La Vita è Adesso” di Baglioni. Non mi era mai piaciuto, Baglioni. Troppo melenso, troppo sdolcinato, e poi TUTTE le mie amiche stravedevano per lui, i suoi capelli, la sua voce, i suoi capelli, le sue canzoni, i suoi capelli, il suo sorriso, i suoi capelli. Fu l’anno in cui, assente dalle scene da un po’, per il suo ritorno con un nuovo disco di inediti, i famosi capelli se li tagliò. La TRA-GE-DIA! Le mie amiche, prima ancora che uscisse l’album, erano devastate: sembrava che la capacità di cantare del Divo Claudio fosse direttamente proporzionale alla lunghezza del crine, un po’ come la forza per il biblico Sansone. Naturalmente, date le premesse non vedevo l’ora di sentire il suo nuovo lavoro per poterle prendere per i fondelli a sangue.

Le sue fans più sfegatate erano due sorelle, Stefania e Roberta, che abitavano in una casa con giardino, custodia di un piccolo castello che a Rivarolo viene chiamato “il Castellazzo”. Eravamo sdraiati lì fuori, il sole era caldo ma non troppo, loro in bikini per abbronzarsi, io vestito di tutto punto come sempre, perché è vero che i miei mi concedevano qualche libertà in più, ma era pur sempre disdicevole in paese stare in costume da bagno, anche in una proprietà privata. Ero prontissimo a dimostrare quanto fosse “da femmine” quel tipo di musica, che loro, che avevano comprato l’album il giorno dell’uscita e quindi lo conoscevano già a memoria, si ostinavano a decantare con tanto sospirare. Fecero partire il pezzo che dava il titolo al lavoro; e la sonorità mi avviluppò.

Mi avviluppò “La vita è Adesso” con il suo dare un senso al mio grigiore quotidiano; mi avviluppò “E Adesso la Pubblicità” che raccontava dei secoli di noia che vivevo anch’io; mi avviluppò “Notte di Note, Note di Notte” che dava voce a quell’anelito di silenziosa contemplazione che identificavo con la mia vocazione.

E pensai al senso di libertà che vivevo la sera, quando uscivo con gli amici e rincasavo, finalmente possessore della chiave di casa; o quando stavo alzato per guardare il Festivalbar con le sue musiche, le sue luci, le sue trasgressioni provinciali che mi sembravano così eccitanti; e ancora, nei pomeriggi in cui uscivo, dicendo che sarei andato in piscina a nuotare, mentre mi compravo un vasetto di Nutella, un Topolino e mi andavo a sdraiare su un prato, rincasando non prima di aver inumidito costume ed accappatoio perché mia madre non si insospettisse. Quella canzone ancora oggi racchiude in sè tutto questo, quel raro momento in cui hai una vita davanti, ne diventi improvvisamente consapevole, non sai ancora come sarà, ma sei certo che sarà piena e bellissima.

Sarebbero arrivate le delusioni, le sconfitte, i fallimenti; ma nel mio iPod “La Vita è Adesso” continua ad avere un suo angolo in cui mi  rifugio ogni tanto, per tornare là, sdraiato su un prato pieno di sole, quando sapevo con certezza che tutto sarebbe andato per il meglio.