Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Forza, venite gente!

Forza_Venite_Gente1I miei sogni, e le mie decisioni, vacillavano. L’ormai evidente sfaldarsi della comunità, sotto le mani incapaci di d. Gianni, era un brutto colpo che facevo fatica ad assorbire, dopo l’idealizzazione che ne avevo fatto per anni. E come in tutti gli innamoramenti, più sei coinvolto, più sei deluso, più diventi una merda nel reagire alla delusione. Ma questo sarebbe avvenuto più avanti, perché la vendetta è pur sempre un piatto che va servito freddo. Al momento ero molto più destabilizzato dal fatto di non sapere più cosa volessi fare della mia vita.

Non era solo l’atmosfera che si era venuta a creare che mi aveva generato un’enorme confusione, ma soprattutto il rendermi conto che la vita salesiana, che stavo finalmente provando molto più da vicino, non era quello che cercavo realmente, non mi soddisfaceva. Vedevo i religiosi sempre di corsa, sempre impegnati, sempre presi da mille impegni: era un continuo organizzare attività con i ragazzi, seguirli, giocare con loro, farli studiare, inventarsi ogni giorno qualcosa di nuovo eppure sempre uguale a se stesso… Ma la spiritualità, una dimensione più di silenzio, che una parte di me comunque cercava, parevano del tutto assenti. I momenti di preghiera comunitari erano anch’essi pieni di musica, di canto, di parole e ben poco di ascolto. Qualcosa dentro di me stonava, ed ero insoddisfatto ed impaurito. Che dovevo fare?

Sono un Bilancia, la dualità fa parte del mio essere: sarà per questo che le cose mi capitano sempre a due a due, come le ciliegie? Mah… Sta di fatto che avvennero due episodi che avrebbero cambiato il corso della mia vita, e non è un’esagerazione.

Poco dopo la nostra esibizione per DonBosco2000 (vedi post precedente), a Torino tornò, perché già ci era stata in precedenza, la compagnia di Michele Paulicelli a ripresentare il suo musical: “Forza Venite Gente”, liberamente ispirato alla vita di s. Francesco d’Assisi. Chi non è gran frequentatore/trice degli ambienti ecclesiastici potrebbe non aver mai sentito nominare questo spettacolo, anche se alcuni anni fa è stato trasmesso in prima serata da RAI1 nella sua versione ufficiale, registrata sul piazzale della Basilica Superiore di s. Francesco ad Assisi. Ma chi, invece, ha bazzicato chiese, catechismi  e celebrazioni varie sa perfettamente di cosa parlo: è uno degli spettacoli più conosciuti, più riprodotti, più cantati in assoluto degli ultimi 30 anni. Potete farvene un’idea sul sito ufficiale (oltre che trovare infinite versioni su youtube):

http://www.forzavenitegente.it/

Intanto, era la prima volta che assistevo ad un musical, e già questo ero per me decisamente eccitante. Poi, il protagonista, nonché regista, creatore, produttore, compositore e qualunque altra cosa vi venga in mente, Paulicelli appunto, era un Francesco un po’ diverso dall’immagine iconografica a cui ero abituato: barba, capelli lunghi, un pezzo d’uomo (non certo un mingherlino come ci hanno sempre fatto credere che fosse il poverello d’Assisi), insomma, ESATTAMENTE il tipo di persona capace di attirare la mia attenzione… Ma questo arrivava più alla parte rettile (non E-rettile, birichin*…) del mio cervello: quello che arrivò al mio conscio fu un’esplosione di messaggi, di canti, balli, luci, uno stordimento esteriore ed interiore che mi lasciò eccitato, confuso ed incuriosito allo stesso tempo. E dato che non ho mezze misure, e quando qualcosa mi interessa mi ci butto a capofitto e ne faccio la mia principale occupazione per un periodo non precisato di tempo, iniziai a leggere qualunque cosa parlasse di Francesco e della sua spiritualità.

Fui ben felice, quindi, quando d. Gianni, sull’onda dell’interesse che il musical aveva suscitato in noi, decise di trasmettere una sera il famoso film di Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna”. Ora, credo non ci sia NESSUNO che non lo abbia mai visto almeno una volta. Ormai datato (non voglio ricordare che è del 1971, perché mi rende consapevole di quanto io sia vecchio…), ogni tanto viene ancora trasmesso, e non nego che OGNI-SINGOLA-VOLTA che lo vedo ancora piango come un vitello. Zeffirelli può piacere o meno, ma certo non si può negare che la sua capacità di fotografare paesaggi ed espressioni e creare attraverso esse impatti emotivi forti sia eccezionale. Almeno, per me lo fu.

Credo di aver guardato tutto il film con la bocca aperta, il fazzoletto in mano ed il labbro tremulo, mentre il mio BFF (BestFriendForever) Marco M. mi guardava con aria alquanto preoccupata (naturalmente avevo già condiviso con lui tutte le mie incertezze per il futuro ed eravamo entrambi seriamente preoccupati, come solo gli adolescenti che vivono le emozioni al 200 per 100 possono essere). Francesco bello ed impossibile; Francesco malato e depresso; Francesco alla ricerca di se stesso; Francesco con genitori oppressivi che non lo capiscono; Francesco che ha un’illuminazione divina come Paolo sulla via di Damasco; Francesco eroico, che lascia tutto, contro tutti; Francesco umile, ma con un bel po’ di gente che lo segue; Francesco che arriva fino al Papa per ricevere da lui la vera consacrazione davanti a se stesso ed al mondo; Francesco che canta… quello non era Francesco, ERO IO (eccetto la parte del bello ed impossibile, ovviamente)!

Un “transfert” in piena regola, da manuale, solo che io non lo sapevo. In quel momento sapevo solo di aver deciso che tipo di vita e di spiritualità desideravo seguire: quella francescana. No, il mondo salesiano, ormai era evidente, non faceva per me; ma a chi mi sarei dovuto rivolgere, dove dovevo andare? I salesiani li conoscevo praticamente da sempre, avevo trascorso ormai 8 anni della mia vita a contatto con loro, a scuola prima ed ora in comunità, mentre dei francescani non sapevo nulla, nemmeno a chi rivolgermi per avere un aiuto.

Come il cacio sui maccheroni, come un angelo caduto dal cielo (cit. Nada), assolutamente a fagiUolo, arrivò Marco L., il barbuto ed ormonato sardo, quello insomma che non era la spiritualità la parte di me che stimolava… Ma il suo apporto fa parte di qualcosa che racconteremo un’altra volta (ma non fatevi strane illusioni…).


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Attento a ciò che chiedi, gli Dei potrebbero concedertelo… (Comunità Vocazionale salesiana: parte seconda)

Avevo finalmente raggiunto il mio Eldorado, la Terra Promessa, l’Isola Che Non C’è! Ed era solo il primo passo verso il coronamento dei miei sogni, ovvero realizzare la mia vocazione e diventare salesiano, ciò che desideravo e per cui mi preparavo da anni! Ma sarebbe stato veramente così? E soprattutto, com’era questa famosa e misteriosa Comunità Vocazionale? (Nota: si suggerisce di leggere le parti seguenti con il sottofondo di “Aria sulla Quarta Corda” di Bach e con la cadenza di Alberto Angela)

Intanto, in realtà la comunità era divisa in due: seguendo l’impostazione del Liceo Classico, prevedeva un primo “biennio” ed un successivo “triennio”. Potrà sembrare strano, ma queste due parti erano severamente divise tra loro ed interagivano poco o nulla. Un po’ come nei videogiochi, noi del triennio eravamo il “livello superiore”.

E, all’interno di questo olimpo, l’empireo era costituito dai “pre-novizi”. Il noviziato è un anno rigorosamente di 365 giorni per Diritto Canonico (nel senso che se per qualche motivo se ne fanno di meno bisogna recuperarli, un po’ come a scuola), che prepara alla professione religiosa vera e propria, quella cerimonia in cui si prendono i voti, per intenderci. I pre-novizi erano quelli che, ormai giunti all’ultimo anno di comunità, si preparavano ad accedere, appunto, al noviziato l’anno seguente. In sostanza, erano all’ultimo livello, un po’ dei super-sayan. Visti come persone che avevano ormai quasi raggiunto il risultato tanto agognato, erano guardati con un po’ di timore reverenziale dagli altri, e venivano loro affidati alcuni piccoli incarichi di responsabilità da parte dei salesiani che facevano da punto di riferimento al’interno della comunità. Una via di mezzo tra una setta ed il servizio militare, insomma.

Quindi, io, saltando tutti i passaggi precedenti, entravo immediatamente all’ultimo livello, e mi trovavo, come sempre nella mia vita direi, a cavallo tra due situazioni opposte: da una parte, non avendo mai fatto parte della comunità prima, non avevo nessuna dimestichezza con tutta quella quotidianità che invece era ormai normale per gli altri; dall’altra, non solo ero già un pre-novizio, ma, oltretutto, l’unico che frequentasse la Scuola per Eccellenza: il Liceo Classico. Inoltre, l’ingresso raccontato nel post precedente non mi aveva certo giovato, quindi mi trovai eccitato e spaesato allo stesso tempo.

Eravamo circa una dozzina di giovani virgulti, e di questi tre pre-novizi. Completavano il quadro i nostri due responsabili salesiani: un giovane, Piero, ed un sacerdote un po’ oltre la mezza età, d. Gianni. I due erano come il giorno e la notte: aaaaaaalto (non per nulla amava giocare a basket), spiccio nei modi, schietto il primo; bassino, un po’ impacciato, molto “old-style” il secondo. Inutile dire che avevano idee opposte sulla gestione del nostro gruppetto, ma essendo il vero “capo” tra i due il secondo, potremmo dire con un eufemismo che la gestione non era delle più giovanili, ecco. Il termine che userei è “castrante”.

La giornata era scandita da preghiera (mattino, prima di cena, sera prima di andare a letto), scuola (ovviamente), studio (al pomeriggio), attività con gli studenti della scuola media e del Ginnasio, gli stessi che avevo frequentato anch’io fino a pochi anni prima (trascorrevamo la ricreazione con loro, a volte facendo animazione con chi non giocava a calcio; facevamo assistenza nei pomeriggi di studio; animavamo celebrazioni religiose; e via dicendo). Non mancavano momenti di “lavoro collettivo”, tipo la pulizia degli ambienti comuni. E, come in ogni caso di nonnismo che si rispetti, quando io arrivai e dovetti ricevere un incarico per la prima volta “Mi spiace”, mi sentii dire, “ma l’unico lavoro ancora da assegnare è la pulizia dei cessi, quindi dovrai occuparti di quello”. Bene, se il buongiorno si vede dal mattino…

I miei compagni. Noi tre pre-novizi, che saremmo dovuti essere particolarmente uniti, eravamo diversissimi: uno frequentava una scuola professionale, uno il Magistrale ed io il Classico, ed oggettivamente dei tre ero il più impedito. La mia atavica timidezza, nascosta dietro la solita facciata un po’ sfrontata ed altezzosa, mi faceva passare spesso e volentieri come uno stronzo. Degli altri più giovani, col senno di poi posso tranquillamente affermare che almeno cinque gay c’erano tutti (e no, non sono illazioni, perché uno ero io, per quanto inconsapevole, ed altri due il ho ritrovati in anni successivi… Di un altro paio sono ragionevolmente sicuro).

Insomma, un gruppetto composito. Al suo interno, due divennero i miei punti di riferimento, ovviamente per motivi del tutto opposti: Marco L. e Marco M. (lo so, si fossero chiamati Pinco e Pallo mi avrebbero reso le cose più facili, invece no). Marco M. divenne subito il mio Best Friend Forever: eravamo molto simili, con la testa immersa in voli pindarico-spirituali, ad esaltarci a vicenda sulla mistica, e le vite dei santi, e le esperienze psico-newage, e tutto ciò che di più etereo si possa immaginare… Non camminavamo, fluttuavamo ad un piede da terra, ridendo spesso, cantando e suonando (lui suonava ed io cantavo, tipo coro angelico).

Se lui era il mio alter-ego spirituale, Marco L. era la mia, e non solo mia, tentazione carnale. Sardo, folta barba e capelli neri, risata frequente e contagiosa, il più “anziano” tra noi (era entrato in comunità già vicino ai 30 anni, ed aveva iniziato a frequentare l’Istituto Magistrale) e quindi, ai miei occhi, con quel fascino di “uomo vissuto” che ovviamente nessun altro aveva. Naturalmente non ne ero consapevole, ma mi innamorai di lui come una pera matura. Credo che lui fosse perfettamente consapevole dell’effetto che suscitava in me ed in un altro paio di persone, e ci giocasse allegramente, facendomi volare in alto come una libellula quando parlavamo, giocavamo con gli sguardi, ci sentivamo complici, o precipitandomi nella depressione più nera quando più o meno consapevolmente mi ignorava.

Sì, sarebbe stato un anno certamente interessante… Ma lo racconteremo un’altra volta.


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Dalle stalle alle stelle

Gli anni delle medie finalmente finirono, e si pose la necessità di decidere a quale scuola passare. Non che io avessi particolare voce in capitolo, naturalmente. Mio padre aveva iniziato, da giovane, a frequentare la facoltà di Medicina, che aveva poi dovuto interrompere dovendo portare a casa uno stipendio; questo obiettivo mai raggiunto, però, gli aveva lasciato sempre un senso di incompiutezza e di frustrazione, ed era quindi ovvio che SUO FIGLIO lo avrebbe in qualche modo dovuto riscattare.

D’altro canto, mia madre sognava un avvocato in famiglia; come la monaca di Monza, a cui la famiglia fin da piccola metteva in mano bambole vestite da suora per abituarla alla strada che era già stata scelta per lei, così a me, fin da quando avevo grosso modo 5 anni, lei non perdeva occasione di dire: “Hai proprio una parlantina da avvocato!”, frase che poteva essere declinata con tono scocciato, se frutto di una mia risposta a tono, od orgoglioso, se me ne uscivo con qualche affermazione in pubblico, generalmente con amici e/o parenti, che suscitava ammirate considerazioni su quanto fossi maturo per la mia età (in pratica, ragionavo da vecchio non avendo avuto modo di godermi la mia sacrosanta infanzia). Infine, i miei professori avevano dato l’ultima spinta alle già abbastanza sollecitate fantasie dei miei genitori: “Vostro figlio è troppo intelligente per non continuare gli studi! DEVE fare il Liceo, e che sia il Classico!” Ed amen, Classico fu.

Lo ammetto: in fondo, ero d’accordo anch’io, per diversi motivi. Intanto, amavo sempre profondamente gli studi letterari, molto più di quelli matematico-scientifici, quindi non avrei potuto pensare ad una strada diversa. Poi, questo significava trascorrere altri due anni a Valdocco, frequentando il biennio di Ginnasio, e quindi continuare a coltivare la mia idea di entrare prima o poi nella Congregazione Salesiana. Infine, avrei fatto un “salto sociale” nell’ambiente che mi avrebbe ripagato delle angherie subite negli anni precedenti.

Infatti, i ginnasiali erano da sempre visti come esseri superiori, ormai usciti dal periodo adolescenziale delle medie per tuffarsi in una vita ai nostri occhi già praticamente “adulta”; poi, mentre alle medie esistevano due sezioni, il ginnasio vedeva tutti confluire in un’unica classe: pertanto, parte dei miei compagni-aguzzini scelse altre strade e si tolse dai piedi, parte arrivò ex-novo dall’esterno, parte si unì a noi superstiti dall’altra sezione. Tutto questo rimescolamento mi portò ad avere nuove amicizie e finalmente una situazione “sociale” piacevole ed oserei dire diametralmente cambiata rispetto a prima.

Non avevo mai giocato a calcio (ovviamente…), ma sempre a “palla in quadrato”, una versione di “palla avvelenata”; passando al Ginnasio, divenni di fatto il responsabile del gruppetto di sfigat… volevo dire, di ragazzini delle medie che, per motivi diversi (e, in questo caso, la parola-chiave è “diversi” …), non aveva voglia di gettarsi un quella maschia mischia abituata a correre dietro una palla. A noi le palle piaceva lanciarcele, ed io ormai ero un esperto nel prendere pallonate in faccia (in senso lato e in senso fisico), quindi divenni una sorta di punto di riferimento per quei piccoli implumi in cui vedevo ripetersi un po’ l’esperienza che avevo vissuto io e da cui, da brava CandyCandy, cercavo in qualche modo di proteggerli.

Non facevo mistero del mio desiderio di diventare salesiano, quindi loro mi presero, piccoli ingenui, come punto di riferimento, cosa che fece salire il mio ego ad altezze mai sperimentate. Un giorno, a seguito di non ricordo nemmeno bene quale diatriba risolta, uno di loro mi guardò dal basso verso l’alto e tra l’adorante e il reverenziale mi disse: “Perché tu sarai davvero un bravo Salesiano!” In quel momento nel mio immaginario Madre Teresa di Calcutta impallidì rispetto a me, che già mi vedevo circonfuso di luce mistica ed osannato nella mia umile disponibilità.

A tenermi con i piedi per terra ci pensava il mio nuovo amico, Donato. Arrivava dall’altra sezione delle medie, e per quanto possa sembrare strano non ci eravamo mai frequentati fino a quel momento. Vigeva, infatti, una sorta di separazione netta tra chi frequentava la “A” e chi la “B”, per cui difficilmente si stringeva amicizia al di fuori del proprio gruppo di appartenenza. Nel gran calderone ginnasiale, invece, ci scoprimmo e trovammo immediatamente simpatici e complementari, diventando praticamente inseparabili. Intendiamoci: non c’era nel nostro rapporto nessuna connotazione sessuale o che avesse anche la benché minima promiscuità. Semplicemente, io ero sempre il solito idealista, un po’ con la testa tra le nuvole, lui estremamente pragmatico, impetuosamente generoso; io mediatore, lui che non si faceva scrupolo di minacciare sonore scazzottate se qualcuno si comportava in modo che non ritenesse corretto; insomma, perfettamente bilanciati, anche fisicamente, essendo io magro ed allampanato e lui tracagnotto e ben piantato. Iniziò così un rapporto che durò anche durante il Liceo e si interruppe solo perché, come spesso capita, la vita ci condusse per strade diverse.

In buona sostanza, il periodo del Ginnasio fu certamente il più felice trascorso a Valdocco, ponendosi come una sorta di oasi tra il turbolento periodo delle Medie e quello che non sapevo ancora sarebbe stato lo sconvolgente, a livello di equilibri e dinamiche familiari, triennio del Liceo. Ma, lo sapete vero?, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.