Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Maria…

Fin da bambino, una delle famiglie che frequentavamo maggiormente era quella dei testimoni di nozze dei miei genitori. Ne ho accennato in un post precedente (“Questo piccolo grande amore – parte seconda”), ma finora non avevo mai parlato della loro nipote, mia coetanea nonché frequentatrice del famoso oratorio e relativo gruppo di amici (“Amici miei”): Maria.

La fanciulla ed io abbiamo sempre avuto un rapporto strano, di amore ed odio (quantomeno da parte sua, perché da parte mia più che altro era di indifferenza). Narra la leggenda (mia madre) che, quando ero piccolo, una volta fossimo a pranzo dai suddetti amici, e Maria ed io fossimo seduti vicini. Lei, gelosa delle attenzioni che in quanto ospite mi venivano riservate, mi morsicò il braccio; mia madre, ovviamente inferocita per l’affronto subito dal suo pargolo, la riprese duramente “Maria! Guai a te se fai ancora una cosa simile ad Andrea! Ti prendo a sberle!” e mentre lei, compunta, rispondeva con un pudico “Va bene…”, contemporaneamente cominciava a prendermi a calci sotto la tavola. Ecco, la nostra amicizia era così, simpatica ed affettuosa.

Non stupisce, quindi (in realtà io non ho mai capito come possa essere avvenuto, ma vabbè, su certe cose ammetto la mia totale stupidità), come lei, ad un certo punto, si fosse messa in testa che un giorno saremmo convolati a giuste nozze. Forse avrà pensato che, essendo tutti e due non esattamente dei potenziali partecipanti ai rispettivi concorsi di Miss Mondo e Mister Universo, non potessimo avere chances al di fuori l’uno dell’altra; oppure, essendo stati anche compagni all’inizio dello studio del pianoforte, che avessimo moltissimi interessi che ci accomunavano; di certo, lei era decisamente più maschiaccio di me, e non che ci volesse molto in realtà. Sta di fatto che in oratorio, piuttosto che nel gruppo di canto che animava le messe, piuttosto che in ogni possibile occasione, lei assumeva quell’atteggiamento da fidanzatina scazzata che avesse a che fare con un mezzo cerebroleso. Di sicuro, non c’era mai stata nessuna dichiarazione esplicita. Fino a quel momento.

Dovevo dire anche ai miei amici che sarei entrato in convento, e naturalmente non avevo nessuna intenzione di mentire al riguardo, anzi. Vivevo la cosa come un successo ed ero eccitato ed orgoglioso insieme, visto che questo passo mi avrebbe posto ad un livello diverso rispetto a tutti loro. Non riuscendo minimamente a trattenere il mio entusiasmo, quindi, lo comunicai prima di iniziare la messa durante la quale, come ogni domenica, noi avremmo cantato e Maria ci avrebbe accompagnato suonando (con esiti disastrosi, va detto) l’organo. Sapendo già tutto quello che era successo in precedenza col tentativo fallito della comunità vocazionale salesiana, i miei amici espressero la loro gioia e si congratularono con me per il passo importante che stavo per compiere. Iniziò la celebrazione, e noi accompagnammo il rito col canto, come da copione. Al termine, uscimmo sotto i portici antistanti la chiesa ed iniziammo a parlare, come facevamo sempre.

Rallenty. Maria esce, confusa tra la folla di persone che sciamano fuori dalla chiesa; si guarda intorno, quasi affannata; ci vede; a passo deciso, i pugni stretti e le nocche sbiancate, si avvicina al nostro gruppo, che la guarda meravigliato arrivare; la gonna si agita intorno alle gambe magre, spinta dalla camminata concitata; si fa largo, quasi spintonando chi mi sta intorno, e mi si para davanti; le labbra tremano, le lacrime sono trattenute a stento; trattengo il fiato.

“Andrvrea!” (sì, pizzica la erre…) “Ti sHei” (sì, pizzica anche la esse e questo la porta a sputacchiare un po’…) “innamorvrato di Qualcuno” (credo parli di Dio…) “con cui io non posHHso competervre! Ma rvricorvrdati che sHe cambiervrai idea io sHarvrò qui ad asHpettarvrti!”

Si gira, corre via singhiozzando, le spalle che sobbalzano un po’ per la corsa, un po’ per le lacrime. Campo lungo. Musica. Titoli di coda.

I miei amici, che avevano trattenuto il fiato fino a quel momento increduli, scoppiano a ridere come dei pazzi. Io resto interdetto e non so se mi sento più divertito per il nonsense della cosa, più imbarazzato per la comica figura involontaria o più dispiaciuto per la sua reazione. Inutile dire che questo episodio è rimasto negli annali della storia del nostro gruppo, ed ancora oggi ogni tanto capita che lo rievochiamo. Maria, adesso, è sparita dal nostro sempre più decimato giro (si sa, la vita e le storie personali allontanano e cambiano rapporti e ritmi). Nel tempo ha iniziato a lavorare, poi ha lasciato il lavoro per entrare a sua volta in convento, tra le suore presso cui da bambino avevo frequentato le elementari. Non è mai arrivata a prendere i voti ed è uscita dopo un paio d’anni, tornando al lavoro che aveva lasciato. Ha avuto diverse vicissitudini sentimentali, e tra un fidanzamento e l’altro capitava che si rifacesse sentire, proponendo rimpatriate ed incontri che non sono mai avvenuti. Ho perso definitivamente i contatti con lei, unica donna che abbia mai pianto per il mio amore non corrisposto. Anche se in verità, sempre all’oratorio, altre due avevano fatto addirittura a botte per me… Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata (in un “Amarcord”) un’altra volta.


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Attento a ciò che chiedi, gli Dei potrebbero concedertelo… (Comunità Vocazionale salesiana: parte seconda)

Avevo finalmente raggiunto il mio Eldorado, la Terra Promessa, l’Isola Che Non C’è! Ed era solo il primo passo verso il coronamento dei miei sogni, ovvero realizzare la mia vocazione e diventare salesiano, ciò che desideravo e per cui mi preparavo da anni! Ma sarebbe stato veramente così? E soprattutto, com’era questa famosa e misteriosa Comunità Vocazionale? (Nota: si suggerisce di leggere le parti seguenti con il sottofondo di “Aria sulla Quarta Corda” di Bach e con la cadenza di Alberto Angela)

Intanto, in realtà la comunità era divisa in due: seguendo l’impostazione del Liceo Classico, prevedeva un primo “biennio” ed un successivo “triennio”. Potrà sembrare strano, ma queste due parti erano severamente divise tra loro ed interagivano poco o nulla. Un po’ come nei videogiochi, noi del triennio eravamo il “livello superiore”.

E, all’interno di questo olimpo, l’empireo era costituito dai “pre-novizi”. Il noviziato è un anno rigorosamente di 365 giorni per Diritto Canonico (nel senso che se per qualche motivo se ne fanno di meno bisogna recuperarli, un po’ come a scuola), che prepara alla professione religiosa vera e propria, quella cerimonia in cui si prendono i voti, per intenderci. I pre-novizi erano quelli che, ormai giunti all’ultimo anno di comunità, si preparavano ad accedere, appunto, al noviziato l’anno seguente. In sostanza, erano all’ultimo livello, un po’ dei super-sayan. Visti come persone che avevano ormai quasi raggiunto il risultato tanto agognato, erano guardati con un po’ di timore reverenziale dagli altri, e venivano loro affidati alcuni piccoli incarichi di responsabilità da parte dei salesiani che facevano da punto di riferimento al’interno della comunità. Una via di mezzo tra una setta ed il servizio militare, insomma.

Quindi, io, saltando tutti i passaggi precedenti, entravo immediatamente all’ultimo livello, e mi trovavo, come sempre nella mia vita direi, a cavallo tra due situazioni opposte: da una parte, non avendo mai fatto parte della comunità prima, non avevo nessuna dimestichezza con tutta quella quotidianità che invece era ormai normale per gli altri; dall’altra, non solo ero già un pre-novizio, ma, oltretutto, l’unico che frequentasse la Scuola per Eccellenza: il Liceo Classico. Inoltre, l’ingresso raccontato nel post precedente non mi aveva certo giovato, quindi mi trovai eccitato e spaesato allo stesso tempo.

Eravamo circa una dozzina di giovani virgulti, e di questi tre pre-novizi. Completavano il quadro i nostri due responsabili salesiani: un giovane, Piero, ed un sacerdote un po’ oltre la mezza età, d. Gianni. I due erano come il giorno e la notte: aaaaaaalto (non per nulla amava giocare a basket), spiccio nei modi, schietto il primo; bassino, un po’ impacciato, molto “old-style” il secondo. Inutile dire che avevano idee opposte sulla gestione del nostro gruppetto, ma essendo il vero “capo” tra i due il secondo, potremmo dire con un eufemismo che la gestione non era delle più giovanili, ecco. Il termine che userei è “castrante”.

La giornata era scandita da preghiera (mattino, prima di cena, sera prima di andare a letto), scuola (ovviamente), studio (al pomeriggio), attività con gli studenti della scuola media e del Ginnasio, gli stessi che avevo frequentato anch’io fino a pochi anni prima (trascorrevamo la ricreazione con loro, a volte facendo animazione con chi non giocava a calcio; facevamo assistenza nei pomeriggi di studio; animavamo celebrazioni religiose; e via dicendo). Non mancavano momenti di “lavoro collettivo”, tipo la pulizia degli ambienti comuni. E, come in ogni caso di nonnismo che si rispetti, quando io arrivai e dovetti ricevere un incarico per la prima volta “Mi spiace”, mi sentii dire, “ma l’unico lavoro ancora da assegnare è la pulizia dei cessi, quindi dovrai occuparti di quello”. Bene, se il buongiorno si vede dal mattino…

I miei compagni. Noi tre pre-novizi, che saremmo dovuti essere particolarmente uniti, eravamo diversissimi: uno frequentava una scuola professionale, uno il Magistrale ed io il Classico, ed oggettivamente dei tre ero il più impedito. La mia atavica timidezza, nascosta dietro la solita facciata un po’ sfrontata ed altezzosa, mi faceva passare spesso e volentieri come uno stronzo. Degli altri più giovani, col senno di poi posso tranquillamente affermare che almeno cinque gay c’erano tutti (e no, non sono illazioni, perché uno ero io, per quanto inconsapevole, ed altri due il ho ritrovati in anni successivi… Di un altro paio sono ragionevolmente sicuro).

Insomma, un gruppetto composito. Al suo interno, due divennero i miei punti di riferimento, ovviamente per motivi del tutto opposti: Marco L. e Marco M. (lo so, si fossero chiamati Pinco e Pallo mi avrebbero reso le cose più facili, invece no). Marco M. divenne subito il mio Best Friend Forever: eravamo molto simili, con la testa immersa in voli pindarico-spirituali, ad esaltarci a vicenda sulla mistica, e le vite dei santi, e le esperienze psico-newage, e tutto ciò che di più etereo si possa immaginare… Non camminavamo, fluttuavamo ad un piede da terra, ridendo spesso, cantando e suonando (lui suonava ed io cantavo, tipo coro angelico).

Se lui era il mio alter-ego spirituale, Marco L. era la mia, e non solo mia, tentazione carnale. Sardo, folta barba e capelli neri, risata frequente e contagiosa, il più “anziano” tra noi (era entrato in comunità già vicino ai 30 anni, ed aveva iniziato a frequentare l’Istituto Magistrale) e quindi, ai miei occhi, con quel fascino di “uomo vissuto” che ovviamente nessun altro aveva. Naturalmente non ne ero consapevole, ma mi innamorai di lui come una pera matura. Credo che lui fosse perfettamente consapevole dell’effetto che suscitava in me ed in un altro paio di persone, e ci giocasse allegramente, facendomi volare in alto come una libellula quando parlavamo, giocavamo con gli sguardi, ci sentivamo complici, o precipitandomi nella depressione più nera quando più o meno consapevolmente mi ignorava.

Sì, sarebbe stato un anno certamente interessante… Ma lo racconteremo un’altra volta.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Questo piccolo grande amore (parte seconda)

Quel famoso nascondino mi rimediò un sonoro ceffone da parte di mia madre. La genitrice era facile alle sberle, che non aveva mai particolarmente lesinato. Capitò una volta, in casa di amici di famiglia, che, innervosita per non so quale motivo (avevo circa 4 anni), mi mollasse uno spataflone in faccia, facendomi ovviamente piangere. Il patriarca della famiglia ospite la guardò con occhi di fuoco: “Guai a te se lo rifai un’altra volta davanti a me!” fu la sua sdegnatissima reazione. Mia madre ammutolì, in quella casa fui sempre salvo, ma di norma quella regola altrove non valeva.

Anche quella sera non fece eccezione: ero stato lavato, cambiato e profumato come le lenzuola stese al sole, per la famosa passeggiata post-cena. Ma il gioco, le corse, l’eccitazione per aver conosciuto Eliana avevano creato un effetto-sudore per cui sembrava mi fossi immerso in mare completamente vestito. “Guarda come ti sei conciato! Non so chi mi trattenga dal darti una sberla!… Anzi, lo so: nessuno!” SCIAF. Sinceramente, me ne fregai altamente: che male può fare un ceffone il giorno in cui hai conosciuto il tuo primo, grande amore? Cambiati (di nuovo) i vestiti, finalmente uscimmo, ed è superfluo dire che alla passeggiata si unirono Eliana e la sua famiglia (ovvero certamente una madre, credo un fratellino e non ricordo chi altri).

I giorni seguenti fummo logicamente inseparabili. In spiaggia eravamo insieme; a pranzo e cena eravamo insieme; a giocare eravamo insieme; solo a dormire non andavamo insieme, ma sinceramente non ci passava nemmeno per la testa: eravamo entrambi ancora troppo giovani e, diciamocelo, imbranati per pensare ad altro che non fosse il tenersi teneramente mano nella mano come i fidanzatini di Peynet, scambiandoci sguardi che causavano carie e, nei casi più disperati, coma diabetici dato l’elevatissimo tasso di zuccherosità presente, abbassando lo sguardo, le gote rosse, salvo poi cercarci immediatamente di nuovo con gli occhi, come avessimo paura che l’uno o l’altra potesse sparisse improvvisamente.

Una sera andammo al cinemino all’aperto locale: trasmettevano un inguardabile e famosissimo, ancora oggi, tra noi nerd, b-movie di Spiderman (http://www.ubcfumetti.com/mag/spidermovies.htm), ma ovviamente per noi il titolo in sé non era importante: ciò che contava era che andassimo al cinema insieme. Naturalmente “insieme” significava con tutte le rispettive famiglie, che per me comprendeva solo mia madre, per lei anche gli altri di cui sopra: non fosse mai che nelle nostre giovani menti preadolescenziali (e soprattutto negli organi più a sud dei cervelli) sorgessero strani impeti e voglie! Ad un certo punto, avvicinandoci allo spazio dove si sarebbe trasmessa la pellicola, lei tirò fuori dalla sua borsettina un paio di occhiali. UN-PAIO-DI-OCCHIALI, capite? “Ma sei miope anche tu?” chiesi meravigliato “Eh, sì…” rispose un po’ imbarazzata. Uccellini cominciarono a cantare, campanelli a suonare a festa ed io mi sentii la persona più felice della terra: era miope! Come ME! Era un chiaro segno del destino (l’ennesimo) che fossimo fatti l’uno per l’altra, ed il fatto che al mondo ci fosse qualche altro milione di persone miopi era un dettaglio del tutto irrilevante, che non scalfiva minimamente la nostra convinzione.

Ma, come recita De Andrè a proposito di Marinella, “come le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Non Eliana, naturalmente, ma la nostra storia d’amore eterna, che tanto eterna non poteva essere. Già le passioni estive hanno di solito vita breve, ma qui si parlava di 2 settimane di mare e, per di più, lei partì prima di me. Sì, essendo arrivata già da alcuni giorni quando noi iniziammo il nostro periodo, naturalmente ad un certo punto dovette andare via. Ed il mio mondo crollò. Quella mattina non andammo in spiaggia, per salutarla. In effetti, non ci salutammo affatto, perché eravamo entrambi muti, continuando a tenerci per mano come se quel gesto potesse improvvisamente interrompere il corso dei minuti che scorrevano inesorabilmente verso la sua partenza. Continuavo a guardare la sua auto che si riempiva di valigie, come se fossi immerso in una boccia di cristallo che si riempiva d’acqua, togliendomi il respiro. “Scrivimi…” supplicai. “Scrivimi…” implorò. “Su, su, vi scriverete e resterete in contatto” garrularono in coro le nostre madri. Poi l’auto partì, lei girata verso di me sul sedile posteriore, le mani schiacciate contro il lunotto, mentre io piangevo tutte le mie lacrime senza riuscire ad emettere un singhiozzo, lasciandole semplicemente scorrere lungo le guance. Degli ultimi 5 giorni di vacanza non serbo più alcun ricordo.

Finì anche per noi il periodo di mare, venne mio padre a riprenderci ed io cercai di recuperare i cocci del mio giovane cuore spezzato tornando a casa. Trascorsero alcune settimane, e nessuno mi scrisse. “Perché non le scrivi tu?” suggerì un giorno mia madre. “Non oso…” fu la prevedibile risposta. Purtroppo, in questo caso la regola dell’unduetremibutto non funzionava; e dentro di me ero sicuro che la stessa situazione si stava consumando chilometri più in là, in quel di Verona: la conoscevo troppo bene, per non sapere che non avrebbe mai avuto il coraggio di prendere, lei per prima, in mano una penna. L’estate finì, venne l’autunno, ricominciò la scuola e come tutte le piccole grandi delusioni d’amore giovanile anche questa passò. Ma mai, mai  venne dimenticata; ed ancora oggi, ogni tanto, mi chiedo dove sia Eliana, cosa stia facendo, se è felice; e, soprattutto, cosa sarebbe successo se, invece di un ragazzino timido, un intraprendente scrittore avesse avuto il coraggio di prendere in mano quella penna e mantenere i contatti col suo primo, piccolo grande amore, l’unico amore eterosessuale che abbia mai vissuto in vita mia.


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Amor sacro ed amor profano

Avevo iniziato l’asilo, avevo iniziato a suonare il pianoforte, volevamo non iniziare anche a servire Messa? Ovviamente no. Del resto, era abbastanza scontato come passaggio, andando all’asilo in un istituto religioso ed essendo i miei genitori ferventi cattolici praticanti. Devo dire che, come accennato nei post precedenti, il senso del sacro mi affascinava: il rituale, le vesti, quell’atmosfera rigorosa e mistica insieme esercitavano su di me, tenero fanciullo incuriosito da tutto ciò che sapeva in qualche modo di “magico”, un’attrazione irresistibile. L’odore dell’incenso che mi piaceva, il vedere il parroco della mia città (rigorosamente chiamato da tutti “il prevosto”, un appellativo che non capivo ma aveva un sentore di ieratico distacco da noi, comuni mortali) guardato con un misto di timore reverenziale e disagio, il desiderio di essere in qualche modo “diverso” da tutti, mi convinsero: come un Grisù qualsiasi un giorno dissi ai miei: “Diventerò prete!”

Per esercitarmi, cominciai a pretendere che mia madre, quando mi comprava le patatine San Carlo (ebbene sì, già all’epoca ne ero uno dei più fedeli fans e consumatore), me le imboccasse dicendo “Il corpo di Cristo”, come se stessi assumendo un’ostia… Lo so, la cosa è vagamente blasfema, ma omnia munda mundis (tutto è puro per i puri), quindi ai miei occhi di bambino del tutto lecita e comprensibile (non ho idea di che ne pensasse mia madre, ma ricordo che questa richiesta era sempre soddisfatta con un considerevole imbarazzo). Insomma, avevo preso la mia decisione e camminavo senza timore verso questo irrevocabile obiettivo.

Senonché, scoprii con un certo stupore che, andando all’asilo ed avendo ormai scoperto l’esistenza delle femmine (vedi post precedenti), tutti i nostri amiciparenticonoscenti si aspettassero, per qualche motivo a me ignoto, che con almeno una di queste io mi fidanzassi. “E la fidanzatina non ce l’hai?” era ormai la frase con cui CHIUNQUE iniziava una conversazione con me, accompagnando la domanda con un sorrisino tra il divertito ed il complice. E chi ero io per deludere le aspettative di così tante persone? Decisi che avrei avuto non una, non due, ma TRE fidanzatine ufficiali!

Rosa era una bella bimba con capelli neri e ricci, timida e gentile; Elena la figlia di un dottore (ok, state pensando tutt* alle tre civette… maialini!) amico di mio padre, capelli castani e magrolina; Egle la più bella, ai miei occhi, con capelli biondi, portati “alla maschietta” (cioè corti corti e per nulla femminili… chissà come mai era la mia preferita, eh?!). Certo, questa situazione trigama mal si conciliava con la mia vocazione precocemente sacerdotale O_O.

Ma perché limitare a loro le mie galanti avances? Ricordo un giorno in cui, con mia madre (povera donna, sempre a lei capitavano), passeggiavamo sotto i portici del paese, ed incontrammo lui, “il prevosto”. “CIAO!” salutai garrulo. “Andrea, non si dice ciao al parroco!” mi riprese scandalizzata mia madre. “Ma tra colleghi ci diamo del tu” risposi io, che mi stavo già portando avanti col lavoro, o la vocazione che dir si voglia. Come faceva mia madre a non capire una simile banalità… Tempo una decina di metri e si incrociò una bionda signora, Vanda, che gestiva l’edicola del paese (e che conoscevo molto bene perché vendeva i fumetti di cui andavo tanto ghiotto). “Ciao, amore!” fu il mio entusiasta saluto. Lei rise allegra, mentre mia madre cercava faticosamente di uscire dalla buca sottoterra in cui era sprofondata per l’imbarazzo.

Che dire? Sono del segno zodiacale della Bilancia, e le decisioni non sono mai state il mio forte, nemmeno da bambino.