Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Dalle stalle alle stelle

Gli anni delle medie finalmente finirono, e si pose la necessità di decidere a quale scuola passare. Non che io avessi particolare voce in capitolo, naturalmente. Mio padre aveva iniziato, da giovane, a frequentare la facoltà di Medicina, che aveva poi dovuto interrompere dovendo portare a casa uno stipendio; questo obiettivo mai raggiunto, però, gli aveva lasciato sempre un senso di incompiutezza e di frustrazione, ed era quindi ovvio che SUO FIGLIO lo avrebbe in qualche modo dovuto riscattare.

D’altro canto, mia madre sognava un avvocato in famiglia; come la monaca di Monza, a cui la famiglia fin da piccola metteva in mano bambole vestite da suora per abituarla alla strada che era già stata scelta per lei, così a me, fin da quando avevo grosso modo 5 anni, lei non perdeva occasione di dire: “Hai proprio una parlantina da avvocato!”, frase che poteva essere declinata con tono scocciato, se frutto di una mia risposta a tono, od orgoglioso, se me ne uscivo con qualche affermazione in pubblico, generalmente con amici e/o parenti, che suscitava ammirate considerazioni su quanto fossi maturo per la mia età (in pratica, ragionavo da vecchio non avendo avuto modo di godermi la mia sacrosanta infanzia). Infine, i miei professori avevano dato l’ultima spinta alle già abbastanza sollecitate fantasie dei miei genitori: “Vostro figlio è troppo intelligente per non continuare gli studi! DEVE fare il Liceo, e che sia il Classico!” Ed amen, Classico fu.

Lo ammetto: in fondo, ero d’accordo anch’io, per diversi motivi. Intanto, amavo sempre profondamente gli studi letterari, molto più di quelli matematico-scientifici, quindi non avrei potuto pensare ad una strada diversa. Poi, questo significava trascorrere altri due anni a Valdocco, frequentando il biennio di Ginnasio, e quindi continuare a coltivare la mia idea di entrare prima o poi nella Congregazione Salesiana. Infine, avrei fatto un “salto sociale” nell’ambiente che mi avrebbe ripagato delle angherie subite negli anni precedenti.

Infatti, i ginnasiali erano da sempre visti come esseri superiori, ormai usciti dal periodo adolescenziale delle medie per tuffarsi in una vita ai nostri occhi già praticamente “adulta”; poi, mentre alle medie esistevano due sezioni, il ginnasio vedeva tutti confluire in un’unica classe: pertanto, parte dei miei compagni-aguzzini scelse altre strade e si tolse dai piedi, parte arrivò ex-novo dall’esterno, parte si unì a noi superstiti dall’altra sezione. Tutto questo rimescolamento mi portò ad avere nuove amicizie e finalmente una situazione “sociale” piacevole ed oserei dire diametralmente cambiata rispetto a prima.

Non avevo mai giocato a calcio (ovviamente…), ma sempre a “palla in quadrato”, una versione di “palla avvelenata”; passando al Ginnasio, divenni di fatto il responsabile del gruppetto di sfigat… volevo dire, di ragazzini delle medie che, per motivi diversi (e, in questo caso, la parola-chiave è “diversi” …), non aveva voglia di gettarsi un quella maschia mischia abituata a correre dietro una palla. A noi le palle piaceva lanciarcele, ed io ormai ero un esperto nel prendere pallonate in faccia (in senso lato e in senso fisico), quindi divenni una sorta di punto di riferimento per quei piccoli implumi in cui vedevo ripetersi un po’ l’esperienza che avevo vissuto io e da cui, da brava CandyCandy, cercavo in qualche modo di proteggerli.

Non facevo mistero del mio desiderio di diventare salesiano, quindi loro mi presero, piccoli ingenui, come punto di riferimento, cosa che fece salire il mio ego ad altezze mai sperimentate. Un giorno, a seguito di non ricordo nemmeno bene quale diatriba risolta, uno di loro mi guardò dal basso verso l’alto e tra l’adorante e il reverenziale mi disse: “Perché tu sarai davvero un bravo Salesiano!” In quel momento nel mio immaginario Madre Teresa di Calcutta impallidì rispetto a me, che già mi vedevo circonfuso di luce mistica ed osannato nella mia umile disponibilità.

A tenermi con i piedi per terra ci pensava il mio nuovo amico, Donato. Arrivava dall’altra sezione delle medie, e per quanto possa sembrare strano non ci eravamo mai frequentati fino a quel momento. Vigeva, infatti, una sorta di separazione netta tra chi frequentava la “A” e chi la “B”, per cui difficilmente si stringeva amicizia al di fuori del proprio gruppo di appartenenza. Nel gran calderone ginnasiale, invece, ci scoprimmo e trovammo immediatamente simpatici e complementari, diventando praticamente inseparabili. Intendiamoci: non c’era nel nostro rapporto nessuna connotazione sessuale o che avesse anche la benché minima promiscuità. Semplicemente, io ero sempre il solito idealista, un po’ con la testa tra le nuvole, lui estremamente pragmatico, impetuosamente generoso; io mediatore, lui che non si faceva scrupolo di minacciare sonore scazzottate se qualcuno si comportava in modo che non ritenesse corretto; insomma, perfettamente bilanciati, anche fisicamente, essendo io magro ed allampanato e lui tracagnotto e ben piantato. Iniziò così un rapporto che durò anche durante il Liceo e si interruppe solo perché, come spesso capita, la vita ci condusse per strade diverse.

In buona sostanza, il periodo del Ginnasio fu certamente il più felice trascorso a Valdocco, ponendosi come una sorta di oasi tra il turbolento periodo delle Medie e quello che non sapevo ancora sarebbe stato lo sconvolgente, a livello di equilibri e dinamiche familiari, triennio del Liceo. Ma, lo sapete vero?, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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C’è tutto un mondo intorno

Come si sarà capito dai post precedenti, mia madre, che come già detto era (è…) un filo possessiva, decise di tenermi attaccato a sè il più possibile, e fosse dipeso da lei probabilmente avrei avuto anche un precettore privato che sarebbe venuto ad insegnare direttamente in casa. Ma, ovviamente, non essendo realistico, si pose in famiglia il problema dei problemi: mandarmi all’asilo o no???

Mia madre, è chiaro, era ferocemente per il “no”! Strapparmi dalle sue amorevoli braccia prima del dovuto (ovvero dell’inizio della scuola dell’obbligo)? Mai! Mio padre, invece, era molto più pragmatico: entrando in contatto con il mondo esterno (perché esisteva un mondo, là fuori), mi sarei certamente ammalato (ci sono quelle fastidiose malattie infantili che all’epoca non prevedevano ancora nessun tipo di vaccino); ammalandomi, avrei perso fondamentali giorni di frequenza scolastica (il fatto che io sapessi già leggere, scrivere e far di conto era irrilevante); pertanto, meglio anticipare il tutto durante un innocuo periodo all’asilo, piuttosto che mettere seriamente a rischio la mia formazione rimandando il ferale momento del morbillo a quando avessi frequentato le ben più importanti scuole elementari! Vinse mio padre.

Così, come una Raperonzolo qualunque, fui strappato dalla mia torre dorata e buttato nel mare magnum della convivenza (più o meno) civile: insomma, feci il mio bravo debutto in società. Nella fattispecie, la “società” in questione era composta da nanetti e nanette tre-cinquenni che frequentavano il locale asilo gestito da (ebbene sì, ancora loro…) suore. Lo dico qui una volta per tutte: io non ho mai frequentato una scuola pubblica (salvo un anno di università, facoltà di Giurisprudenza) in vita mia, perché mica potevi mischiarmi col volgo! Vabbè vabbè dover per forza andare a scuola, ma almeno che fossero scuole di un certo livello (padre dixit).

La scoperta del fatto che esistevano elementi viventi e senzienti della mia stessa età con cui potevo interagire e, finalmente, giocare, fu per me una vera e propria folgorazione. Ricordo chiaramente un giorno in cui mia madre (caso, notate bene, che durante il periodo della scuola dell’obbligo non si verificò MAI PIU’) disse, speranzosa: “Se non vuoi andare all’asilo e vuoi restare a casa con me, non ti ci porto, eh”. Strabuzzai gli occhi, incapace di credere a quello che stavo sentendo: potevo restare a casa?! “NO NO! CI VADO, CI VADO!” Fu la mia ingenua e sincera risposta. Povera mamma, delusa in ogni sua aspettativa (e ancora non sapeva che fossi gay, che sarei entrato in convento, che ne sarei anche uscito… Insomma, ho dovuto abituarla alle delusioni con una certa gradualità, ma cominciando fin da subito: i genitori vanno educati il prima possibile).

Il cortiletto interno della scuola dove avrei frequentato asilo ed elementari

Il cortiletto interno della scuola dove avrei frequentato asilo ed elementari

Una piccola rivincita, però, mia madre la ebbe. Sin da quando avevo tre anni, mio padre iniziò a farmi ascoltare dischi, che collezionava affettuosamente, con brani di musica classica. Appena riuscii ad arrivare con le braccine abbastanza in alto da raggiungere il piatto, imparai a metterli da solo e a farli suonare quando volevo. Il mio preferito era Vivaldi con le sue “Quattro Stagioni”: lo ascoltavo fino alla nausea (di mia madre, che ogni tanto nascondeva il disco pur di non farmelo suonare più). Quando iniziai ad andare all’asilo, non si sa bene perché e percome, ai miei genitori venne in mente che mica potevo limitarmi a fare come tutti gli altri bambini: leggere, giocare, mangiare e dormire. No, io dovevo anche imparare a suonare uno strumento musicale, che si sa, nella vita può sempre servire! Generosamente, da parte loro, interpellato sulla scelta dello strumento in questione (su quella di imparare a suonare no, non fui interpellato, era un “si fà”, punto), mi venne spontaneo scegliere il violino, così amato nelle musiche vivaldiane ascoltate per tanto tempo. Ma lo strumento preferito di mia madre era il pianoforte. Inutile dirvi cosa iniziai a strimpellare a cinque anni, vero? In tutta onestà, il nostro sodalizio (mio e del pianoforte) fu lungo ed intenso: continuai a suonarlo fino ai 20 anni, con più che discreti risultati. Ad un certo punto, si pose anche la possibilità di andare al Conservatorio, ma si fecero altre scelte. Quando entrai in convento, fui costretto ad interrompere la mia attività artistica (si sa, il pianoforte non è esattamente uno strumento tascabile), ed ora ho perso ogni manualità. Quando torno a casa ci guardiamo (lui è ancora lì, in salotto) e ci sorridiamo complici, come due amanti che non fanno più l’amore ma il cui sentimento è rimasto immutato nel tempo.

Con l’asilo si concluse un primo, breve ciclo di vita, ed iniziò un nuovo pezzo di strada, come la nostra mai dimenticata CandyCandy che ad un certo punto dovette lasciare l’amata Casa di Pony. Ma (indovinate un po’) questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta (nel prossimo post… coming soon).


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Di cugini e scottanti rivelazioni…

Nello scorso post ho raccontato di essere stato adottato, come la nostra eroina Candy. Ma mentre lei era consapevole fin dall’inizio di essere una povera, piccola orfana, io l’ho appreso solo ad un certo punto: come, dove, quando? Questo nuovo articolo darà risposta a questi scottanti interrogativi che, lo so, non vi hanno fatto dormire la notte!

Ero molto piccolo, avrò avuto 3, 4 anni al massimo, e i miei genitori parlavano di un qualche amico di famiglia che aveva avuto un bimbo; come sempre si fa in queste occasioni, si sprecavano i commenti su chi somigliasse: al papà, alla mamma, alla nonna in carriola… Sorse spontanea da parte mia la domanda: “E quando sono nato io, la gente a chi diceva che assomigliavo?” (ok, non ricordo le parole esatte, il senso era quello, adesso non è che possiamo pretendere proprio proprio una citazione letterale!). Risposta, imbarazzata: “A tuo cugino Giovanni…”

A MIO CUGINO GIOVANNI???????

Ora, io non credo di avere un’intelligenza superiore (ok, lo ammetto, non è vero, SO di avere un’intelligenza superiore, un test psicoattitudinale ha riscontrato un QI di 138 quando la media è di 110, ma non volevo farlo pesare, ecco, in fondo -molto in fondo- sono modesto), ma anche se ero un bambino piccolo qualcosa non mi quadrava: TUTTI gli altri somigliavano ad uno dei genitori, io a mio CUGINO (che, diciamocela tutta, mi stava pure un po’ antipatico).

E fu a questo punto che venne la rivelazione: mia madre mi disse che loro, i miei genitori, mi avevano fortemente voluto, avevano scelto PROPRIO ME tra tanti bambini, mi avevano preso e portato a casa. Domanda da parte mia: “Un po’ come si sceglie la roba al supermercato?” E qui, qualsiasi genitore un minimo scafato avrebbe capito, da questo interrogativo tutto rivolto allo shopping, che proprio proprio tendenze etero forse non le avevo. Ma erano gli anni ’70 e i genitori erano ancora molto ingenui, all’epoca. Infatti mia madre, un poco stranita, mi rispose: “Eh, più o meno sì…” “E perché non avete comprato anche un altro bambino oltre a me? Costava troppo? Perché io da solo mi annoio!” TAAAC! Ecco come ti ribalto immediatamente un potenziale complesso edipico (“ti abbiamo PROPRIO voluto”) con l’innesto di un senso di colpa da manuale (“mi fate sentire da solo”): Freud, la mia famiglia ti fa una pippa! Dal germoglio di queste dinamiche psico-genitorial-affettive si dipaneranno eventi che Beautiful lèvati, proprio! Ma questa è un’altra storia, e la dovremo raccontare un’altra volta (lo so, l’ho già detto, ma è una citazione che mi piace molto, e in qualche modo devo pure invogliarvi a seguirmi ancora, no?)

Fatto sta che, quando incominciai ad andare all’asilo (a 5 anni, prossimamente su questi schermi), già sapevo di essere stato adottato, cosa questo significasse, che questo mi rendeva in qualche modo diverso dagli altri e, di conseguenza, me ne vantavo con chiunque mi capitasse a tiro! I miei compagnucci erano tutti figli naturali (per quel che se ne sapeva), ma IO ero un figlio adottato! Vuoi mettere la soddisfazione?! Tiè, famiglie banali!


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Era una notte buia e tempestosa… (cit.)

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Mio padre, mia madre ed il sottoscritto all’arrivo in casa Borgialli nel marzo 1969: ero BELLISSIMO!

Non è vero, erano le 8.30 del mattino (dicono i certificati). Vi ho fregat*, ma ho sempre desiderato scrivere almeno una volta nella vita quella frase!

Non so che tempo facesse, se era davvero buio e tempestoso: ero un filo impegnato a nascere… Però il giorno lo so! Era il 15 ottobre del 1968, anno di rivoluzioni, contestazioni, erbe e figli dei fiori (e qualcosa, non so però se delle contestazioni o delle erbe, deve essermi rimasto nei geni), e l’equilibrato ed elegante segno della Bilancia si univa ad un po’ oscuro ed intrigante Scorpione in ascendente e ad un sacco di pignolissimi altri astri in Vergine per dare forma (e che forma!) al sottoscritto (Paolo Fox, mi leggi?).

Credo che il procedimento della nascita mi abbia lasciato un po’ traumatizzato: uscire da quel buco strano deve essere stato davvero brusco, se negli anni non ci ho mai più voluto rientrare in nessun modo (oooohhhh, diranno in molt*, cosa intenderà dire? E’ una sottile ed allusiva indicazione per dirci che è gay? Sciogliete pure ogni dubbio, car* lettori/trici, lo è, lo è). Ma deve aver traumatizzato anche la donna che mi ha fatto nascere, visto che si premurò immediatamente di dichiararmi adottabile: del resto, non volevo essere come CandyCandy, trovatella abbandonata sull’uscio della Casa di Pony?

Io fui lasciato non credo proprio sull’uscio, ma certamente nel brefotrofio di Torino, ed ebbi anch’io, come la mia bionda icona (no, non Madonna o Lady Gaga, sempre CandyCandy) la mia suor Maria: pare, infatti, da racconti successivi, che ci fosse una suorina a cui mi ero affezionato, ricambiato (CandyCandy, come TUTT* sanno, crebbe cresciuta da suor Maria, appunto, e da miss Pony, da cui il nome dell’omonima casa… perché lo sapevate TUTT*, vero???). Mi sembra OVVIO, per la legge dell’imprinting, che anni dopo io decidessi di intraprendere la strada religiosa, entrando in convento (tranquill*, non sono diventato una suora, sono diventato un frate): ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta (cit.); ci arriveremo in un post futuro, adesso mica posso saltare a piè pari 20 anni di vita!

Tornando a bomba, rimasi in quel luogo per i miei primi sei mesi, finché non giunsero quelli che sarebbero diventati i miei genitori. Per mia madre fui una folgorazione! Racconta che, quando tornò a casa da mia nonna dopo avermi visto la prima volta, disse (in piemontese, ma lo tradurrò in italiano corrente): “E’ proprio BRUTTO! Ha la testa schiacciata, gli occhi strabici e il naso storto, ma a me piace tanto!” La povera nonna, davanti alla descrizione di cotanta beltà, guardò mia madre con un lieve sconcerto, e rispose: “Certo che se è così brutto… O_O Ma se a te piace, deve essere tuo figlio”. E fu così che il 12 marzo 1969 feci il mio trionfale ingresso in casa Borgialli. Per la cronaca: quando mia nonna mi vide, finalmente, per poco non prendeva a sberle mia madre, dicendole: “Ma sei TU brutta, non lui!!!” Amore di nonna, sono soddisfazioni!

Che fine fece la suorina del brefotrofio? Non ne ho la più pallida idea, so solo che quando i miei genitori  mi portarono via non la degnai di uno sguardo, pare offendendola profondamente: stronzetto fin da piccino!

(To be continued…)


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Perché c’è una CandyCandy in ciascun* di noi…

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“TERENCE! TEEEEREEEENCEEEEE!!!!!!!”

Ho il ricordo di CandyCandy (che non starò a presentare, chi non la conosce??? Ma per i/le poch*, basta andare, per esempio, qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Candy_Candy) che, appoggiata ad un molo, chiama il suo amato che svanisce su una nave nella nebbia… Magari questa scena non esiste, ormai sono passati un… po’… di anni, ma se non esiste ESATTAMENTE così, ce ne sono certamente migliaia di simili: in fondo, per metà della serie, Candy piange, rincorrendo Terence.

Quello che conta è che, guardando quella scena (sempre che esista, appunto…), tra me e me, giovine fanciullo appena entrato nell’adolescenza e nei bollori che la contraddistinguono (e no, non sto pensando a QUEL GENERE di bollori, birichin* che mi state leggendo… mi riferisco proprio al sommovimento che caratterizza ogni parte della vita adolescenziale, dai brufoli, ai primi peli, alle paturnie esistenziali, ecc ecc), pensavo: “Come vorrei avere anch’io una vita avventurosa come quella di Candy!”

Piccolo ingenuo! Ancora non conoscevo il detto degli antichi, che recita più o meno “Attento a ciò che chiedi, perché gli dèi potrebbero concedertelo”… Appunto: ecco il perché di questo spazio. No, non voglio raccontarvi la storia di CandyCandy, ma se è venuta voglia a Dante “nel mezzo di cammin di (sua) vita” di scrivere, perché non dovrebbe venire anche a me? Che sono, meno di Dante?!

Avrei voluto scrivere un libro, ma… chi ne ha voglia, in fondo? Richiede troppo tempo, dedizione e regolarità, tutte cose che io non ho (sono un simpatico Bilancia, amante della pigrizia in tutte le sue svariate forme); senza contare lo sbattimento del cercare un editore, con conseguenti porte sbattute in faccia, delusioni, amarezze e chi più ne ha più ne metta (l’ottimismo non è una delle mie virtù, se non si fosse capito).

Ecco invece la meravigliosa opportunità di un blog: lo legge chi vuole, magari nessuno, ma intanto io ci posso scrivere su, affidandovi quello che voglio, quando voglio, come voglio… Insomma, totally freedom! Ergo, questo spazio nasce con l’intento di raccontarmi, per fare un po’ il punto della situazione a 45 anni (sarà un effetto della crisi di mezza età, suppongo! Brutta bestia l’andropausa), e magari far ridere un po’ qualcun*.

Benvenuto blog, vediamo quanta strada faremo insieme…