Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Parte seconda

Il viaggio a Medjugorie aveva lasciato strascichi su mia madre di cui non mi ero immediatamente reso conto. Aveva iniziato a ricercare il contatto con gruppi, persone, avvenimenti dove un presunto e deviato senso del miracolistico aveva preso il sopravvento su qualunque altra forma di spiritualità e religiosità. La frequentazione, fisica e/o telefonica, di movimenti mariani e non, in cui più si gridava al prodigio più si credeva di entrare in contatto con una qualche entità superiore era diventata, per lei, quasi una forma ossessiva. Non stupisce, quindi, che anche per quanto riguardava me ed i miei, per lei e mio padre, incomprensibili comportamenti nei confronti loro e delle scelte che LORO facevano, cercasse risposte presso elementi che avevano più a che fare con fattucchiere e approfittatori della creduloneria popolare che con la fede. Ma quali erano questi comportamenti che tanto creavano problema?

In contemporaea con quanto raccontato nel post precedente, dovetti sottopormi ad una visita per la colonna vertebrale. Non sono mai stato uno sportivo ne’ ho mai dato peso alla forma fisica, specie da bambino, anche in questo spinto dai miei genitori che ritenevano assolutamente più importante per il mio sviluppo di persona suonare il pianoforte piuttosto che frequentare le già di per sé superficiali lezioni di educazione fisica fin dalle elementari. Nel tempo, quindi, avevo sviluppato tutto un po’ di tutto: scoliosi, lordosi e cifosi, non a livelli patologici, ma sufficienti per farmi avere continui problemi posturali e conseguenti fastidi. Inoltre, la pratica quotidiana al pianoforte, di non meno di 2 ore giornaliere, con la posizione che richiedeva a schiena-spalle-braccia-mani, non mi aveva certo aiutato. Il dottore che mi visitò, quindi, mi prescrisse una serie di sedute di fisioterapia ed esercizi presso una struttura di Torino, dove mi dovevo recare due volte a settimana, alternando queste mattinate con quelle in cui dovevo frequentare l’Università. In sostanza, quindi, mi trovavo di nuovo a fare il pendolare ogni giorno, come era stato per gli 8 anni precedente, eccezion fatta per il periodo trascorso in comunità vocazionale.

Cosa c’entrava tutto questo con mia madre? Per due motivi principalmente. Intanto, approfittavo del mio essere a Torino per continuare ad andare al Monte dei Cappuccini da p. Luca. Non avevo messo da parte il mio intento di entrare a far parte dell’Ordine dei frati francescani, ovviamente, ed ero stato scioccamente così incauto da non nasconderlo ai miei genitori. Del resto, la frequentazione del Monte era l’unica boccata di aria fresca che avevo in quel periodo di oppressione che vivevo quotidianamente. Ma, e questo fu il vero problema, continuavo anche a vedere Marco L., quello che per primo mi aveva accompagnato da p. Luca e che non mi lasciava indifferente, diciamo così, a livello fisico, perché ormai di fatto viveva in convento, pur continuando a svolgere il proprio lavoro. Infatti, come era per i salesiani, anche per entrare nei frati Cappuccini si dovevano seguire delle tappe, che prevedevano alcuni periodi, più o meno lunghi in base alle possibilità personali (perché qui avevamo a che fare con persone adulte, non più con ragazzini incasellati in orari scolastici), trascorsi in convento per sperimentare la vita comune, per poi passare al cosiddetto “postulato”, dove invece si viveva per almeno un anno in fraternità in modo costante, per finire con il già conosciuto “noviziato”. Ovviamente, quindi, l’accoppiata “Monte dei Cappuccini-Marco L.” erano per me un richiamo irresistibile.

Richiamo che, secondo mia madre, mi allontanavano di nuovo da lei, che già scottata dall’esperienza salesiana era diventata sempre più ossessiva ed ossessionata. Un giorno mi sorprese al telefono proprio con Marco (nel secolo scorso non esistevano i cellulari, ahimè…) e scoppiò in una scenata isterica, come se stessi cospirando chissà quali nefandezze. Il tempo di rientrare dal lavoro mio padre e la sera stessa dopo cena, “Da domani non andrai più a Torino per la fisioterapia, ma solo per le lezioni all’Università. Tanto sappiamo gli orari (avevo l’obbligo di frequenza, quindi non potevo sgarrare), quindi da adesso in poi ti dedicherai solo allo studio. Non devi perdere tempo dietro ai frati o ad altro, se ne parlerà una volta che ti sarai laureato” fu la sentenza emessa.

Mi chiesi se fossero impazziti o cosa. Fui talmente scioccato da non riuscire a replicare praticamente nulla, guardandoli con bocca aperta ed occhi spalancati come mi trovassi in un horror di serie B. Non avevo via di scampo, perché non solo ero costretto a frequentare le lezioni, ma con me erano iscritte alla stessa facoltà delle ragazze con cui si seguivano insieme i corsi e che, soprattutto, erano figlie di amici di famiglia, da cui, quindi, i miei genitori potevano tranquillamente sapere se effettivamente frequentassi l’Ateneo o meno. Se già prima mi ero sentito in gabbia, adesso mi pareva di non avere più ossigeno per respirare, ed entrai in uno stato di agitazione costante.

“Per il momento non possiamo fare altro, tieni duro e fai come ti dicono, magari con il tempo, vedendo che stai tranquillo, anche i tuoi si rilasseranno ed allenteranno la tensione…” mi disse un pochissimo convinto p. Luca quando, disperato, gli raccontai della cosa. “Non capisco, non ce la faccio… Non posso continuare così, ormai sono quasi 3 mesi che andiamo avanti… Io non capisco cosa gli abbia detto questo Roberto C…” “ROBERTO C.?”

I miei genitori si erano lasciati sfuggire di essere andati da un presunto veggente della nostra zona, appunto tale Roberto C., e che era stato lui a suggerire loro di stringere la morsa nei miei confronti. Tale individuo, però, era ben conosciuto da p. Luca, che si era occupato di lui per conto della Curia vescovile, proprio per capire di che tipo di persona si trattasse. “Cerca di capire cos’ha detto su di te e poi fammelo sapere” fu quindi la sua richiesta. Niente di più facile.

La rabbia e la paura che covavo da tempo dentro di me non chiedevano altro che una scusa per trovare un violento sfogo, e questa fu la scintilla di uno scontro che volutamente cercai con mia madre. Cominciai, tornato a casa, ad urlare, volutamente, per liberarmi della tensione nervosa, per ferirla, per restituirle il male che mi stava facendo. Ma lei fece altrettanto, gridando che lei mi aveva voluto, era venuta a cercarmi in brefotrofio, e quindi “TU SEI MIO!”. Ed il famoso Roberto C., vedendo una foto che i miei gli avevano portato, aveva sentenziato che io ero gay, anche se non poteva dire se avessi già avuto esperienze sessuali o meno, e quindi di fare attenzione alle persone che frequentavo. Da qui, la proibizione assoluta di vedere Marco L., e già che c’eravamo anche p. Luca.

Quando, a metà tra lo sconvolto e il furioso, raccontai allo stesso frate quanto sopra (dopo aver raccontato ai miei non so più quale scusa per poter salire al Monte) “Strano”, disse lui guardandomi attentamente “Roberto è uno sfruttatore ed una persona sporca, ma ha delle innegabili capacità parasensoriali, e di solito quello che dice di una persona è vero…”. Certo che era vero, ma io non ne ero ancora consapevole, ed in quel momento non mi interessava affatto, anzi lo ritenevo la farneticazione di un pazzo che cercava solo (ed anche questo era assolutamente inoppugnabile) di sfruttare economicamente ed emotivamente i miei. E se di mia madre non mi stupivo, non riuscivo a capacitarmi di come mio padre, di solito assolutamente razionale e concreto, fosse caduto preda di simili deliri da streghe di paese.

Ma anche così non se ne usciva. Si stava avvicinando Natale, erano trascorsi ormai 3 mesi in un crescendo di vessazioni, sospetti, paure e rinfacciamenti reciproci tra me ed i miei e la situazione, con quella nuova rivelazione, era diventata emotivamente e psicologicamente insostenibile. Mancava davvero poco.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-4)

Man mano che ci avvicinavamo a s. Giovanni Rotondo, dove avremmo soggiornato per 2 notti, mio padre si dimostrava sempre più insofferente. Del resto, era comprensibile: vuoi mettere l’idea di tornare a Rivarolo e raccontare come il viaggio lo avesse provato? Come si fosse sentito male ed avesse stoicamente resistito, finché il dolore non avesse preso il sopravvento? E come, MIRACOLOSAMENTE, tutto questo fosse avvenuto proprio mentre eravamo nei pressi di uno degli ospedali più famosi d’Italia, fondato nientepopodimeno che da padre Pio in persona? E quindi eccolo là “Pina… sto male…”, con la classica voce da sto-morendo-ma-non-voglio-farvelo-pesare-però-sto-morendo-tanto, con mia madre che, di conseguenza “Oddio! Gino, stai male? Stai male, Gino? Ma dimmi, stai male? Ma come stai, Gino? MA PARLA! Oddio, Gino sta male…” e giù a stare peggio di lui.

Morale della favola: mentre tutto il resto del gruppo prendeva posto in albergo, noi prendevamo posto in ospedale, con mio padre accompagnato all’interno su una sedia a rotelle, immagine del crocifisso, però seduto, e mia madre della Veronica, però che si asciugava il proprio, di volto, dal sudore per lo spavento. Ovviamente, non era assolutamente nulla, un semplice calo di pressione dovuto probabilmente al caldo. Poi, perché i medici lo dicessero praticamente ridendo, lo lascio alla vostra libera interpretazione. L’importante era che mio padre avesse avuto la Sua Grande Avventura da raccontare una volta tornato a casa, che naturalmente si sarebbe arricchita via via di particolari sempre più drammatici.

Archiviata la pratica-ospedale, potemmo dedicarci completamente alla pratica-padre Pio (che all’epoca non era ne’ santo ne’ beato). Visitammo le stanze in cui aveva vissuto, in cui aveva pregato, in cui era stato tentato dal dimonio (cito testualmente), fino ad arrivare alle sue miracolosamente mantenute vestigia (in realtà alla statua di cera che le racchiudeva, ma fu tutto un fiorire di “Uhhhh! Ohhhh! E’ un miracolo! Se non è l’opera divina questa…!”, anche se a me sfuggiva cosa potesse fregare a Dio di mantenere o meno integro il corpo di un vecchio barbuto, ma che fossi un miscredente ormai si era capito). Ma il colpo di scena doveva ancora arrivare. “Io” esordì la nostra guida, ovviamente un canuto frate cappuccino “sono l’ultimo dei figli spirituali di padre Pio ancora in vita. E lui mi disse che avrei potuto trasmettere l’essere suoi figli spirituali anche a tutti coloro che lo avessero invocato come padre. Quindi, se voi volete, da adesso siete tutti figli e figlie spirituali di padre Pio!”.

Svenimenti, commozioni, lacrime a profusione, sventolare di fazzoletti per evitare il mancamento… ed offerte a pioggia, naturalmente. Che poi, a quel punto, l’unicità della figliolanza di padre Pio del canuto frate mi sembrava un filo essere venuta meno, ma poco importa, come ho già detto che io fossi un miscredente eccetera eccetera. E dopo questa specie di inseminazione eterologa spirituale che ci aveva resi tutti figli e figlie spirituali del (futuro) santo cappuccino, partimmo per l’ultima tappa del viaggio, monte s. Angelo con il santuario dedicato a s. Michele Arcangelo, sul Gargano. Una curiosità. Sono 3 i santuari dedicati a s. Michele Arcangelo: il succitato, quello della Sacra di S. Michele in Piemonte ed il famosissimo Mont S. Michel in Francia. Ebbene, la distanza tra il primo ed il secondo e tra il secondo ed il terzo è esattamente identica (1000km), ed i 3 sono posti su una linea retta immaginaria, che se prolungata si congiunge con Gerusalemme. All’epoca non conoscevo questa particolarità, ma l’atmosfera del luogo, finalmente, mi colpì.

Anche qui non mancavano alcune caratteristiche, diciamo così, folcloristiche, prima fra tutte la presunta impronta che l’Arcangelo stesso avrebbe lasciato schiacciando il demonio durante una delle loro infinite lotte mistiche, orma ovviamente ben visibile e molto simile a quella di un bambino. Così come, nell’immancabile negozio di ricordi (che, come sempre, mi attirò come il fuoco una falena), una presenza infinita di rosari i più diversi dedicati a tutte le specie conosciute (conosciute…?) di angeli. Ma il santuario, di fatto scavato all’interno di una grotta, aveva un’aura di calma, di serenità, di raccoglimento che fino a quel punto, in tutto il resto del viaggio, mi era mancata. Ma, soprattutto, scoprii che era stato meta di pellegrinaggio di s. Francesco, che aveva lasciato disegnato il proprio simbolo, il Tau (lettera greca che ricorda la croce, da non confondersi col Tao, che è tutta un’altra cosa), su una delle rocce della grotta stessa.

Eccolo là, il segno che IO aspettavo. Alla fine di quella serie interminabile di soli che ballavano, madonne che piangevano (e quante ne avevo tirate giù io, di madonne), frati che si autoconservavano, un banale, semplice disegno, come quello che fanno i bambini per dire “sono stato qui”, mi richiamò alla decisione che dovevo prendere, ed in fretta, riguardo al mio futuro. Ed improvvisamente seppi anche quale sarebbe stato il credito che avrei riscosso nei confronti dei miei genitori per quelle due settimane infinite: sarei andato ad Assisi, là dove Francesco aveva vissuto, ed anch’io, come lui, avrei ascoltato quello che il Signore aveva da dirmi! E come Francesco aveva il fido frate Leone con sè, io avrei avuto il fido Marco M. ad accompagnarmi!

Fu con questa immagine a metà tra il mistico e l’eroico che mi ronzava negli occhi, entusiasmandomi ogni minuto di più, che tornai verso Torino, preparandomi a sciogliere finalmente i dubbi che non mi avevano dato tregua da quasi un anno. La mia estate non era ancora finita.