Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Innocenti evasioni

(N.B.: Questo post ha come argomento sessualità, autoerotismo e simili. Come sempre, cerco di usare un tono scanzonato e non volgare, ma se la cosa vi disturba semplicemente non leggetelo 😀 )

Giunge il momento, nella vita di un uomo (inteso come “maschio”), in cui ci si rende conto di avere una parte del proprio corpo che funziona in maniera più o meno autonoma: si agita, si muove, si allunga come volesse vedere cosa c’è intorno e preme per avere attenzione, cosa che, peraltro, riesce quasi sempre ad ottenere, in un modo o nell’altro, a volte anche in situazioni un filo imbarazzanti. Qualcuno lo chiama pomposamente “il ciclope con un occhio solo” (che scoperta, i ciclopi per definizione avevano un occhio solo), nel mio caso potremmo parlare di “nanetto da giardino guercio”, ma ci siamo intesi: è QUELLO LI’!

La prima volta in cui ricordo di aver preso coscienza della sua esistenza e del suo autonomo funzionamento è legata, tanto per cambiare, alla lettura di un fumetto, ed avevo circa 4 anni: il Dottor Destino aveva preso possesso dell volontà di Reed Richards, capo e fondatore dei Fantastici Quattro, il quale cercava disperatamente di resistergli, cedendo però alla fine al suo volere, completamente soggiogato. Chissà perché, chissà percome, quella scena mi causò una eccitazione incredibile, e fu per mooooolto tempo anche ciò a cui pensavo per stimolare quella parte del corpo le volte in cui non voleva collaborare, un po’ impigrita. Chiaro, comunque, che l’idea di un uomo completamente rivestito di un’armatura metallica, che soggioga uno che può allungare ogni parte del proprio corpo a piacimento (…!) un po’ intrigante lo è… La teoria del “dominatore” aveva un suo perché, ma io all’epoca non ne ero minimamente consapevole, avrei recuperato più tardi.

Durante l’infanzia, invece di giocare al dottore con le mie compagne di scuola, guardavo i giovani barbuti e capelluti (erano gli anni ’70, periodo post-hippy) che sollecitavano le fantasie e le agitazioni del nanetto sotto-ombelicale, e che giustificavo alla parte razionale, quella che ragiona col cervello invece che col c…o, dicendomi che mi piacevano perché mi identificavo in loro e volevo in qualche modo essere così da grande (poi, a 15 anni i capelli se ne sono andati per conto proprio, e addio alla lunga criniera; la barba è cresciuta a macchia di leopardo, e addio al fascino del maschio vissuto… insomma, una vita di frustrazioni). Tutto filò liscio e si limitò a semplici elucubrazioni mentali da imberbe fanciullo per diversi anni.

Intorno ai 10, però, decisi che era giunto il momento di far conoscere il nanetto guercio con Federica, la-mano-amica; o meglio, lo decisero in qualche modo i due, in maniera più o meno autonoma. Era una sera, ovviamente a letto, il tipo là sotto si agitava un po’, e Federica, molto servizievole, decise di scendere a presentarsi e calmarlo: tocca di qua, tocca di là, stringi amicizia a destra, stringi amicizia a sinistra, i due si piacquero molto, io rimasi stupito dei piacevoli e positivi effetti che a volte le buone amicizie possono produrre, e questo sodalizio da allora non si è di fatto mai interrotto, con soddisfazione di tutti i 3 soggetti (lui, lei, io) coinvolti.

Ma, come spesso accade nelle relazioni che funzionano, arrivò un terzo incomodo, o meglio incomoda: l’onnipresente madre. Già la genitrice aveva subodorato che ci fosse del movimento sotto le lenzuola da un po’ di sangue che, complice un coinvolgimento un po’ troppo entusiastico, i due in un momento di amichevole lotta avevano lasciato sul campo. Il patatrac vero e proprio, però, avvenne un pomeriggio di fine estate: ero in camera mia, un po’ annoiato, a leggere un libro di cui in quel momento mi importava ben poco. Il nanetto cominciò ad agitarsi, richiedendo la mia attenzione, e non avendo niente di meglio da fare decisi di assecondarlo. Mandai quindi, novella colomba di pace, Federica a rincuorarlo, e mentre i due si scambiavano serenamente le reciproche opinioni, senza alcun preavviso entrò mia madre (“privacy” in casa mia non si sapeva nemmeno come si scrivesse). Fermo immagine: io guardo mia madre, Federica guarda mia madre, il nanetto guercio guarda mia madre, e mia madre guarda noi tre, passando lo sguardo terreo da uno all’altro all’altra senza soluzione di continuità. “Co-co-cosa stai facendo…?” “Niente, mi sto riposando” (tecnicamente era vero) “E-e-esci subito di qui e vai in cucina a studiare…!” Non avevo più niente da studiare, qualche giorno dopo avrei ripreso la scuola, ma qualcosa mi diceva che non fosse il caso di stare a sottilizzare, in quel momento… Presi il libro che stavo leggendo e me ne andai, scocciatamente sdegnato per questa totale mancanza di tatto da parte materna.

Per qualche giorno mia madre mi guardò di sottecchi, a testa un po’ bassa, a metà strada tra il “sono molto incazzata” ed il “sono molto imbarazzata” (il “sono molto dispiaciuta di essere entrata in camera tua senza permesso” non era contemplato). Finché, circa una settimana dopo, un mattina andando a prendere il bus che ci avrebbe portati a Torino, io a scuola, lui al lavoro, mio padre, guardando fisso avanti a sé e camminando rigido come un brigadiere, biascicò qualcosa del tipo: ” Capitano certe cose… Cose normali… Un uomo… Perché stai diventando uomo, stai crescendo… L’importante è che non ti faccia male… La mamma… Insomma, ci siamo capiti…” Era evidente che avevamo una idea diversa di “comprensione”, infatti non capii un tubo di quello che voleva dirmi e solo vagamente qualcosa mi suggerì che questo discorso avesse a che fare con l’episodio della settimana precedente.

Annoverai quello come un nuovo capitolo de “L’educazione sessuale impartitami dai miei genitori” (vedi post precedenti) e non ci feci caso più di tanto. Qualcosa mi diceva che le esplorazioni del nanetto guercio non erano ancora finite ed, in futuro, mi avrebbe dato ben altre soddisfazioni ma, come sempre, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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“DICOTI NERD!” (parte seconda)

Topolino, Gli Almanacchi Disney, Gli Albi della Rosa, Geppo, Nonna Abelarda, Braccio di Ferro, Il Giornalino… Senza saperlo, stavo cominciando a seguire alcune delle serie disegnate e sceneggiate da alcuni tra i più Grandi Autori italiani! Finché, un giorno, passando da un’edicola non arrivarono loro: le pubblicazioni CORNO! L’inizio della mia nerditudine si può far partire da qui.

Fu amore a prima vista, e non poteva essere altrimenti. Le storie che arrivavano per la prima volta in Italia erano frutto del genio immenso (non sono oggettivo, quindi perdonerete le mie valutazioni entusiastiche) di Stan Lee e del Maestro Jack Kirby; lo avrei capito solo molto più tardi, ma io stavo crescendo leggendo i migliori in assoluto!

Ecco, “leggendo”: dovrei aggiungere “parzialmente”. Infatti, mio padre concepiva QUESTI fumetti, contrariamente a quelli menzionati nel post precedente, come delle sciocchezze, ed il loro acquisto sostanzialmente uno spreco. Pertanto, arrivavano in casa mia solo in rare occasioni, e mai con costanza. Morale: MAI, e dico MAI, sono riuscito a seguire una saga per intero! Avete idea della mia frustrazione??? Una storia si interrompeva con il Dottor Destino che aveva appena imprigionato in apparecchiature appositamente studiate per neutralizzarne i poteri tutti i Fantastici Quattro, e l’albo successivo che riuscivo finalmente ad avere di nuovo tra le mani me li presentava allegramente a spasso nella Zona Negativa! E come ci erano capitati? Che era successo? E il Dottor Destino che fine aveva fatto?

Avete una vaga idea degli scompensi emotivi e dei traumi che tutto questo può causare in una fragile mente infantile? Se siete dei nerd come me, sì, ne avete idea. In caso contrario, vi basti sapere che adesso sono, come racconto nella breve presentazione di questo blog, un lettore compulsivo di fumetti, tra poco dovrò uscire di casa per far posto alle nuove librerie per raccogliere i volumi da collezione che ho, e che quando sta per uscire un film Marvel mi viene una crisi isterica se non riesco ad organizzarmi per andare a vederlo alla prima. Anni di terapia non sono bastati ad estirpare questa malattia dalla mia psiche (per fortuna, mi viene da aggiungere).

Potendo leggere pochissimi albi, ho dovuto fare delle (dolorose) scelte: Thor aveva troppi riferimenti mitologici perché potessi capirlo ed apprezzarlo (il titolo di questi ultimi due post riprende il modo di tradurre proprio questo personaggio in modo “aulico”: mai “Ti dico”, sempre “Dicoti”); l’Uomo Ragno non mi ha mai appassionato: andiamo, come può essere credibile uno che si arrampica sui muri, ha un costume bruttissimo, spara ragnatele e tra i nemici ha uno vestito da rinoceronte (Rhyno)???

Il mio amore incondizionato andò quindi a loro, Il Fumetto Più Bello Del Mondo (non lo dico io, la citazione è originale), la Prima Famiglia, il tassello capostipite dell’universo Marvel, insomma I Fantastici Quattro! Loro sì, che erano credibili! Chi non ha in famiglia un genio che può allungarsi a piacere (Reed Richards, Mr. Fantastic), un qualche zio fatto di pietra (Ben Grimm, la Cosa), un cugino che prende fuoco e vola (Jonnhy Storm, la Torcia Umana) e, soprattutto, lei, una zia/nonna/mamma/cugina bellissima, con un caschetto di capelli improbabile, che può diventare invisibile e lanciare campi di forza (Susan Storm, la Donna Invisibile)? Che poi, diciamocelo… che cazzo erano sti campi di forza??? Da bambino avevo qualche difficoltà a capirlo, poi ci sono arrivato eh.

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Comunque, lei divenne la mia musa, il mio modello, il mio genio ispiratore, quello che avrei voluto essere! M.M.Lupoi, il CapoSupremoDirettoreGalatticoMegaDirigenteGenerale della Panini/Marvel/Disney Italia, ha recentemente dichiarato in un’intervista alla radio che il superpotere che vorrebbe avere è quello del teletrasporto (pare per poter andare a mangiare a Parigi e a Tokio con facilità); io no, io volevo a tutti i costi essere invisibile e potermi proteggere con campi di forza. Questo la dice lunga sul percorso psicologico che avrei dovuto fare anni dopo, ma ne parleremo (molto) più avanti.

Gli anni passarono, la CORNO purtroppo sparì, lasciando orfani me e qualche migliaio di altri piccoli nerd che, nel frattempo, erano cresciuti, finché, dopo vicissitudini varie, non arrivò finalmente la Marvel Italia (ora passata alla Panini): e nulla fu più come prima!

(Piccola nota a margine: sbagliano quell* che credono, ma per fortuna sono sempre meno, che i “fumetti” siano divertimenti infantili, e non a caso quella dei “balloon” è sempre più considerata una forma d’arte. Excelsior!)


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“DICOTI NERD!” (parte prima)

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Dopo la scottante rivelazione del post precedente, la mia infanzia trascorreva tranquilla… e noiosa. Dio, quanto noiosa! La mia frase persistente era: “Mamma, mi annoio”. Abitavo in una piccola via di un piccolo paese di provincia, e non c’erano vicino a me bambini della mia età con cui giocare; mia madre, dal canto suo, non voleva mandarmi all’asilo per tenermi in casa con sè (sì, era un filo -ma proprio un filo- possessiva, ed il tempo non l’ha migliorata, credetemi), quindi i miei primi 4 anni sono trascorsi in casa praticamente da solo.

Cosa può fare, a questo punto, una povera donna vessata dal figlio lamentoso? Leggergli delle favole, ovvio! Ma hai voglia ad avere così tante favole da leggere in 4 anni: nemmeno tutto il libro de “Le Mille e Una Notte” è sufficiente, ed io avevo un’ottima memoria, per cui al secondo racconto della medesima novella immediatamente sgamavo la disperata genitrice. E fu così che, per necessità, dai normali racconti passammo a loro: i fumetti!

Ricordate il famoso cugino a cui sarei assomigliato da infante? Sì, quello che mi stava pure un po’ sul culo. Bene, guadagnò ai miei occhi immediatamente qualche migliaio di punti nel momento in cui si scoprì che acquistava, più o meno regolarmente, Topolino e, non collezionandolo, decise di passarne dei numeri ai miei genitori per quel figlio (io) sempre più affamato di fantasie, racconti e sogni. Ma, anche in questo caso, mia madre, forse perché i volumetti arrivavano con troppa poca frequenza per sfamarmi, forse perché non ricordava cosa aveva già letto e cosa no, cominciò a ripetermi le stesse storie. E, se in un libro la faccenda era un po’ più complicata, con un fumetto la mia curiosità e memoria cominciarono a lavorare alacramente per evitare queste continue repliche: imparai a leggere! A furia di sentire mia madre ripetere quegli strani segni incastonati tra le nuvole pronunciate dai personaggi che tanto amavo, cominciai ad associarli con le varie lettere e a distinguere un “Gulp” da un “Gasp” (iniziando quindi a correggere mia madre, che restò comprensibilmente basita). La prima volta che questo piccolo miracolo di autonomia avvenne, lo ricordo chiaramente, era estate, eravamo al mare, mia madre non vedeva l’ora di abbronzarsi senza dover continuare a leggere fumetti a me e faceva un sacco di errori! Per la cronaca, avevo poco più di 3 anni. Tutto questo ebbe, ovviamente, un effetto collaterale da me non previsto: mio padre, preso da un orgasmo intellettualistico, decise di farmi imparare a leggere, scrivere e far di conto ben prima di andare a scuola… Ma fu uno scotto da pagare in fondo da poco, perché mi permise di accedere in modo autonomo al meraviglioso mondo della parola scritta e, soprattutto, dei comics di (quasi) ogni forma e natura.

Intanto, la mia cultura crebbe immediatamente: solo chi non li conosce crede che i fumetti Disney siano un innocuo trastullo! In realtà nascondono possibilità infinite… Nella famosissima storia di esordio di Paperinik (“Paperinik, il diabolico Vendicatore” del 1969, che io lessi un paio d’anni dopo, credo fosse il 1971), ad esempio, mi colpirono due frasi, che non compresi del tutto: Paperino che inveisce contro Paperone dicendo: “Disgustosa ostentazione di plutocratica sicumera!” e, successivamente, “Sei uno spregevole schiavista!” (ci tengo a dire che quelle frasi mi colpirono al punto che le ho memorizzate da allora e mai più dimenticate; nelle varie riedizioni della storia, con l’avvento del politically correct, sono state anche modificate, con mio sommo dispiacere). Ora, non mi era molto chiaro il significato di “plutocratica sicumera”, per cui chiesi a mia madre cosa volesse dire una simile frase: lo sguardo terreo della poveretta si ripetè uguale solo nel momento in cui le chiesi come si distinguevano i maschietti dalle femminucce (ci arriveremo, tranquill*); mentre, anche se non ero sicuro sicuro di cosa volesse dire “spregevole schiavista”, mi era chiarissimo che si trattasse di un terribile insulto (insomma, lo diceva Paperino a Paperone! E Paperino è Paperino!), quindi, in un momento di infantile incazzatura nei confronti di mio padre, a mia madre che tentava di giustificarne il comportamento urlai: “Sai cos’è papà??? E’ uno spregevole schiavista!!!” Mia madre restò talmente sbalordita da non avere nemmeno la prontezza di darmi una sberla. TOPOLIN TOPOLIN VIVA TOPOLIN!