Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Maturità, t’avessi preso altrove…

Ed arrivò. Temuto ed atteso nello stesso tempo, finalmente l’esame di maturità (avevo sempre pensato che fosse un po’ pomposo chiamarlo così) , come un ingranaggio ben oliato, si mise in moto. Ho detto ben oliato? Mmmhhh… Noi, pur essendo uno dei Licei più rinomati di Torino, eravamo pur sempre un Istituto retto da religiosi, il che ci rendeva un pochino anomali nel panorama culturale cittadino; e questa anomalia, o meglio le sue possibili conseguenze, si manifestarono subito.

Avremmo sostenuto gli esami “in coppia” con un altro liceo, l’Alfieri, e se i nostri insegnanti si vantavano (abbastanza a sproposito, dal mio punto di vista, come raccontato in precedenza) del loro metodo pedagogico ispirato ai “sani principi della Chiesa” (…!), i nostri compagni/concorrenti, invece, arrivavano da quello che era considerato l’emblema della laicità torinese. Poco sarebbe importato, se non fosse che la Commissione, ed in particolare il suo Presidente, fecero immediatamente capire verso chi andavano le loro preferenze culturali ed ideologiche: non a noi. I nostri insegnanti, ed in particolare il membro di Commissione interno, capirono subito che aria tirava, ed erano seriamente preoccupati.

Ma questo saremmo venuti a saperlo solo successivamente. Al momento, nessuno volevo darci ulteriori preoccupazioni, vista la nostra normalissima agitazione da “notte prima degli esami”. E proprio la sera precedente l’inizio, seduti a tavola come in un consiglio di amministrazione, affrontammo la questione con i miei genitori, ansiosissimi.

“Parliamoci chiaro” esordii “il primo scritto è Greco, ed ho sempre avuto voti bassissimi: questa prova è praticamente persa” Mi sembrava di essere Napoleone che pianificava l’attacco definitivo con le sue truppe “Per quanto riguarda Italiano, però, non mi preoccupo minimamente, è ovvio” In tutta la mia vita infatti, come credo di aver scritto precedentemente, non avevo mai preso un voto inferiore al 7 in questa materia, la mia preferita, e di fatto potevo tranquillamente definirmi “brillante” al riguardo. “Visto che sarà anche quello che porterò all’orale, insieme con Filosofia, non arriverò certamente al massimo punteggio, ma credo che me la potrò cavare bene”. I miei genitori assentirono: LORO FIGLIO, cioè il sottoscritto, NON POTEVA fallire, perché LORO FIGLIO, sempre io, era TROPPO INTELLIGENTE per avere una prova deludente.

Alla prima prova scritta, Greco appunto, scoprimmo che il professore che avrebbe corretto i nostri lavori era non vedente ed avrebbe trascritto in braille tutti i lavori tramite una macchina apposita. La cosa lì per lì mi fece sorridere: se già le mie traduzioni erano penose di per sé, chissà cosa sarebbe venuto fuori da una simile trasposizione! Affrontai, quindi, la prima giornata con una certa sollevata rassegnazione: non puntavo affatto su un buon risultato, quindi mi impegnai sì, ma senza nemmeno preoccuparmi troppo. Quando terminai, mi guardai in giro: insieme con l’altro Istituto, eravamo in totale 83 cristiani, e vidi 82 teste chine sui fogli, le biro che scrivevano forsennatamente, ma soprattutto i vocabolari che sembravano voler prendere il volo, da quanto venivano sfogliati. Mi sentii un po’ in imbarazzo: che figura avrei fatto a consegnare per primo se poi il risultato sarebbe stato così deludente? La Commissione poteva pensare che avevo preso il tutto un po’ troppo sottogamba… Al diavolo: non avevo voglia di stare lì a leggere e rileggere quello che avevo scritto, tanto non lo avrei cambiato comunque. Mi alzai, con una certa sfrontatezza, e di fronte agli sguardi stralunati dei miei compagni, che ben conoscevano le mie capacità di traduttore, consegnai il mio lavoro. Andata.

Il giorno dopo, prova di Italiano. Se per il Greco ero stato sorprendentemente più sollevato di quello che pensassi, sapendo già come sarebbe andata a finire, per questa proprio non mi preoccupavo. Il Commissario, con un forte accento siciliano, ci lesse le tracce, ed io decisi, pur sapendo che era un po’ rischioso, di buttarmi su quella di carattere generale. Sapevo che era di solito la meno apprezzata, perché le altre permettevano di dare una valutazione non solo sull’esposizione, ma anche sulla cultura dei candidati, ma proprio per quello le evitai: volevo evidenziare la mia conoscenza della lingua, dei termini ed il mio stile di scrittura, perché risaltasse quanto amassi e maneggiassi la nostra lingua. Questa volta non consegnai per primo, anzi: mi presi tutto il tempo per rimaneggiare, limare, impreziosire il testo, che alla fine fu di oltre sei pagine. Mi alzai abbastanza stanco, certamente più del giorno prima, ma anche molto più soddisfatto.

Il primo dei due Istituti che avrebbe affrontato le prove orali sarebbe stato l’Alfieri: avevamo diversi giorni, quindi, prima che arrivasse il nostro turno. Il nostro membro di Commissione interno ne approfittò per aggiornarci un po’ sulla situazione e darci qualche consiglio. “Su 83 persone, solo 5 hanno avuto la sufficienza nella prova scritta di Greco” ci disse un pomeriggio, mentre passeggiavamo sotto il colonnato del cortile. Ora, io sapevo di essere già perso in partenza, ma il dato era comunque quello di una vera e propria ecatombe: il nostro scoramento era assoluto. “Ma anche la prova di Italiano potrebbe riservare delle sorprese” Sbaglio, o nel dirlo aveva guardato me? “Quindi, vi consiglio di prepararvi al meglio, e magari di andare ad assistere agli orali dell’altro Istituto, in modo da capire qual è il metodo di interrogazione e le cose su cui vogliono puntare”. Ce ne andammo senza sapere cosa pensare. Tutte le nostre previsioni sembravano essere saltate come fuochi d’artificio. Decidemmo di trovarci il primo giorno delle prove orali per capire come si sarebbero messe le cose.

“E mi sa dire, signorina, in che data avvenne tutto questo?” Il barbuto Presidente di Commissione stava interrogando personalmente una maturanda dell’Alfieri (ebbene sì, noi eravamo un Liceo solo maschile, ma le ragazze esistevano, e pure loro si sottoponevano agli esami di Maturità!) “Beh, no… Ihihihihihihih… Ma non ci si può mica ricordare tutto, no?… Ihihihihihihih…” (GIURO che non sto inventando). “Eheheheheheh… Certo che no, signorina. Vada, vada pure, grazie” Era una mia impressione o le aveva fatto l’occhiolino? A giudicare dalle facce alcune basite, altre sconcertate, qualcuna divertita dei miei compagni no, non era una mia impressione. Ascoltammo qualche altro candidato, e sinceramente l’impressione che ne avemmo fu di una preparazione a dir poco approssimativa. Ora, come avrete letto nei post precedenti, io non sono affatto tenero nei confronti di Valsalice, dei suoi insegnanti e dei loro metodi; ma una cosa era certa: il nostro livello di studio era ottimo, ed in particolare alcuni miei compagni erano davvero bravi. Quelli dell’Alfieri ce li saremmo mangiati in insalata, e la Commissione non avrebbe potuto che prenderne atto. Mi sentivo molto più tranquillo.

Fui uno degli ultimi a passare, a causa del sorteggio dell’iniziale del cognome da cui iniziare che non mi aveva favorito. Era una calda mattinata di luglio, ed io mi presentai con la mia giacca, ma concedendomi il primo bottone della camicia sbottonato, lasciando a casa la cravatta. Prima di iniziare, il professore di Greco dava la propria valutazione sul compito scritto, evidenziando gli errori commessi. Mi preparai e sorrisi tra me e me.

“Bene, la sua prova è sufficiente” Calò un silenzio di tomba. Il sangue mi salì alla testa e sentii che stavo diventando paonazzo (tanto lui era non vedente e non poteva accorgersi dell’effetto delle sue parole). Mi sembrò di vedere, come avessi avuto gli occhi sulla nuca, i compagni che erano venuti ad assistere, anche se ormai per loro gli esami erano finiti, allibire e agitarsi. Improvvisamente tutto era praticamente finito, e quel pomeriggio sarei potuto tornare a casa dai miei genitori a dire loro che sì, LORO FIGLIO era DAVVERO intelligente!

“Invece abbiamo ritenuto la prova di Italiano IN-SUF-FI-CIIIIIII-ENTE”. Il pesante accento siciliano mi rimbombava improvvisamente nelle orecchie, che cominciarono a ronzare. Come prima avevo sentito il sangue schizzare alla testa, adesso improvvisamente mi sembrò che tutto cominciasse a girare e per un attimo pensai che sarei svenuto. “Sì sì, tranquillo! Non proprio insufficiente! Cinque e mezzo, cinque al sei!” La mano del mio membro interno, seduto irritualmente di fianco a me, si strinse sul mio braccio, e mi riportò alla realtà. Ero senza parole, ed il mio esame doveva ancora iniziare. E dovevo farlo proprio con quell’incompetente, quell’individuo che aveva osato dare a me, A M-E!, la prima insufficienza di Italiano in tutta la mia carriera scolastica, dall’asilo fino a quel momento! Gli avrei dimostrato con chi aveva a che fare.

“Che poesia ci PRE-SIIIIIIIIIIII-ENTA?” (Razza di imbecille che non sa nemmeno parlare) “A Silvia, di Leopardi” (Te la faccio pagare, brutto stronzo) “Cominci, la DE-CLA-MI” (A quelli dell’Alfieri le avevi fatte leggere, però. Pensi che non me la ricordi, idiota?) Non solo comincia a recitarla, ma la interpretai, la recitai come un attore consumato, alzando ed abbassando il tono di voce, inasprendolo ed addolcendolo a seconda dei versi, come dovessi tessere un incantesimo che trasformasse quel cinque in un dieci e lode. Mi fermò a metà, ed io lo guardai con un odio palese. Se ne accorse, eccome se se ne accorse, e lo ricambiò. Ma interruppe anche l’interrogazione, e mi fece quindi passare alla professoressa di Filosofia. Da quanto ci aveva detto il nostro membro interno, lei era la più ben disposta nei nostri confronti, e non si accanì ulteriormente con me: dopo cinque minuti avevo finito, ero uscito, non mi ero fermato a parlare con nessuno, quasi scappando via, con le lacrime di nervoso e di rabbia che mi scendevano dagli occhi senza che potessi fare niente per fermarle. L’unica cosa che volevo era finire con quell’incubo e vedere a quale risultato mi avrebbe portato. Ma dovevo aspettare una settimana per saperlo.


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Donna Barbuta

Inesorabile come la fame, arrivò anche per me e la mia compagnia di amici l’appuntamento con il Compimento dei Diciotto Anni, anche detto Raggiungimento della Maggiore Età. A me personalmente fregava molto poco: non mi interessava conseguire la patente (infatti non la presi, passeranno altri dtre anni prima che questo avvenisse e lo avrei fatto, già in convento, solo sotto ripetute pressioni dei frati e dei miei genitori che si coalizzarono in tal senso) e non sarebbe fondamentalmente cambiato nulla nella mia vita, se non che avrei iniziato a votare; ma per i miei amici sembrava essere qualcosa di mitico, al pari della scoperta del Sacro Graal o dell’estrazione di Excalibur dalla roccia. Iniziò, così, una lunga sequela di feste di compleanno a cui era imperativo categorico partecipare.

Inutile dire che cercai di dribblarne il più possibile, come un novello Pelè, vista la mia propensione (che dura ancora oggi…) ad evitare festefrizzilazzi&affini; ma a qualcuna proprio NON potevo scampare. Una di queste era quella del mio (all’epoca) migliore amico Davide.

Anche lui, come me, faceva il pendolare per frequentare scuola a Torino, per cui prendevamo il treno insieme, tutti i giorni, andata e ritorno: in realtà si era formato un gruppetto di aficionados (per obbligo lavorativo), e si viaggiava sempre più o meno tutti insieme (dalle 4 alle 8 persone), risolvendo i giochi della settimana enigmistica e parlando del più e del meno.

Davide mi raccontava spesso dei suoi compagni di scuola, come io facevo con lui dei miei; ma, al contrario di me, lui frequentava un Istituto Magistrale dove “le femmine” erano ammesse, anzi erano la maggioranza. Ognuna di loro aveva una propria caratteristica che le aveva fatto conseguire anche il relativo soprannome. Tra tutte spiccava “Donna Barbuta”, che ovviamente non aveva come tratto specifico l’azzurro profondo degli occhi. Davide ne parlava spesso, per non dire sempre, sottolineando come fosse, ovviamente sempre alle spalle, il soggetto preferito dei pettegolezzi scolastici.

Facendo parte della piccola borghesia del mio paese, il compleanno per la maggiore età di Davide DOVEVA essere perfetto in ogni minimo particolare, per cui fu scontato invitare i, ma soprattutto le, amici/che torinesi… e me. Per settimane ci sorbimmo, in treno, il racconto, in ogni suo minimo particolare, di quanto fosse complicato organizzare una festa degna di questo nome: e gli inviti, e il buffet, e i pasticcini, e i fuochi d’artificio (ebbene sì, pure quelli), ecc ecc ecc. Insomma, alla fine non so se ero più eccitato od intimorito all’idea di prendervi parte.

E venne finalmente il mitico giorno! La festa sarebbe iniziata nel pomeriggio, per terminare una volta già tramontato il sole, in modo da poter far partire i mortarett… pardon, i fuochi d’artificio dalla terrazza dell’abitazione del festeggiato. Più che un compleanno, da come ci eravamo vestiti (e chiunque di voi abbia un minimo ricordo della moda anni ’80 può capire quanto fossimo agghiaccianti…) sembrava il Ballo delle Debuttanti: trionfi di pizzi e crinoline per le ragazze, giacche con spalline e pantaloni ascellari per i ragazzi (peraltro molto, molto pochi).

Io aiutavo il festeggiato per un buon svolgimento della festa, per cui solo quando il sole cominciava a tramontare potei avvicinarmi e fare un po’ di conversazione con gli/le altr* invitat*. Ora, io sono miope. MOLTO miope. Porto gli occhiali da quando frequentavo la terza elementare. Il terrazzo era in quel momento poco illuminato, per permettere agli imminenti petard… scusate ancora, fuochi d’artificio di risplendere nel massimo della loro beltà. Era ovvio, quindi, che avvicinandomi al gruppetto di  quattro compagnE di classe di Davide non potessi scorgere proprio tuttitutti i particolari…

“Ciao!” “Ciaaaaao…” “Bella festa, eh!” “Sììììì…” “E quindi voi siete le compagne di Davide? Mi parla spesso di voi” “Graaaaazie…” “Io sono Andrea, piacere” “Piaceeeere…” “Siete venute tutte?” “Noooo, qualcuna non poteeeeeva…” ” Ah, infatti mi sembrava doveste essere di più. Da come mi parla di voi dovete divertirvi molto a scuola, eh? La più citata è Donna Barbu…”

Mi resi conto solo in quel momento che proprio la persona a cui stavo parlando aveva un’ombra intorno alla bocca… e non spariva a seconda di come si muovevano le luci… restava lì… un’ombra inquietante… così come inquietante era il labbro inferiore che cominciava a tremare, gli occhi che si inumidivano e lei che si girava di scatto, correndo via, mentre le altre tre si coprivano le risate con le mani e correvano, lo sapevo già, da Davide a raccontargli tutto. Ora, Davide è (anche adesso) la classica persona che DEVE fare bella figura con tutt*, mantenere buoni rapporti di facciata con tutt*, essere perfetto con tutt*; quindi mi guardò (da lontano, mentre le tre arpie sghignazzavano spudoratamente) tra l’atterrito e l’inferocito e corse da Donna Barbuta a cercare di salvare il salvabile.

Non so se e come i rapporti tra loro si ricucirono, probabilmente me lo avrà anche detto, ma non ricordo; me lo avrà detto quando cominciò a riparlarmi, perché per una settimana misteriosamente sparì dal nostro solito vagone. Il mio senso di colpa in quel momento crebbe esponenzialmente; non per lui, ovviamente, della cui figura davvero poco mi importava; ma per lei, per l’umiliazione e la sofferenza che le avevo causato, anche se involontariamente. Mi ripromisi, da allora in poi, che sarei stato MOLTO più attento a quello che dicevo e con chi lo dicevo, ma quella rimane una delle mie maggiori figura di m…a di sempre. Fa il paio con quella volta che chiesi ad una ragazza che frequentava con me un corso di Yoga se voleva essere esonerata da una serie di lavori essendo incinta… solo che NON era incinta…

Ma questa è un’altra storia, ed ormai lo sapete come va a finire, vero?

 


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Vacanze Romane (parte seconda)

Non risiedevamo esattamente in Roma, ma a S. Marinella, un paese vicino, sul mare. Come sempre venimmo smistati in camere doppie, e come sempre io mi ritrovai con il mio amico Donato… con un letto matrimoniale! “Mi spiace, c’è stato un errore! Cercheremo di provvedere in qualche modo!” Si affannava a spiegare il titolare dell’albergo “Ma chi se ne frega?! QUALCUNO HA DEI PROBLEMI? BATTUTE DA FARE? Lasci stare così.” Un battagliero Donato ed il suo cipiglio risolsero velocemente la situazione e vi assicuro che nessuno fece MAI un solo commento sul fatto che dividessimo lo stesso letto in quelle notti.

I giorni per visitare la città, alla fin fine, erano solo due: il terzo sarebbe stato completamente occupato dall’udienza papale e dalla successiva celebrazione; pertanto, i nostri giri turistici, rigorosamente sempre tutti insieme, erano frenetici. Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria, Piramide, Piazza del Popolo, Piazza Navona, San Paolo Fuori le Mura, San Pietro in Vincoli, San Pietro… Avevo i piedi che mi sembravano bistecche, e la sera tornando in albergo crollavamo tutti stremati. Ma ormai mi ero innamorato perdutamente. Roma la si ama o la si odia. Il suo caos frenetico, il suo disordine, a volte la sua sciatteria si alternano con angoli meravigliosi, stili completamente differenti tra loro, un miscuglio di antico, rinascimentale, moderno che stordisce come una sindrome di Stendhal. E così fu per me.

Avevo, però, anche delle piccole, grandi delusioni. San Pietro mi parve enorme e dispersiva: era più un museo opulento che una chiesa. E la Pietà di Michelangelo? Me la ero immaginata enorme, incombente nella sua tragicità… ed invece era lì, una cosina piccola, a dimensione umana: che fregatura! (Non a caso mi piacque MOLTO di più il Mosè, virile e maestoso, con ricca barba e muscolatura in vista, di San Pietro in Vincoli…piccoli gay crescono). Piazza Navona non mi parve sto granché (e, lo ammetto, continua ancora oggi ad esercitare su di me poco fascino), mentre mi colpì tantissimo il Pantheon con la sua cupola bucata dall’oculos (ed, ammettiamolo, con le tombe dei Savoia). Con questo stato d’animo alternato e un po’ confuso (insomma, sti monumenti e palazzi mi piacevano o no?) giungemmo in piazza Fontana di Trevi. Si profilava un’altra delusione: ma come? Una simile bellezza costretta in una piazzetta piiiiiiiccola così che non ti permetteva, quasi, di ammirarla in tutto il suo splendore? L’ennesimo esempio di contraddizione romana.

Mentre stavamo cercando di capire se ci piaceva o meno, (non) ascoltando naturalmente le solite noiose spiegazioni storiche (avevamo una guida, santa donna, che ci accompagnava ovunque, perdendo tempo e voce nel tentativo di raccontare ad annoiati ed ormonati adolescenti interessati più alle bellezze femminili romane, che a quelle storiche, gli aneddoti e le circostanze che avevano portato alla creazione di questo e al dipinto di quello), venimmo improvvisamente spintonati con una certa violenza. Una serie di omoni stile “Men in Black” ci schiacciò con forza e senza nessuna spiegazione contro i muri dei palazzi della piazza, generando in tutti noi vibranti e sdegnate proteste: come si permettevano sti romani coatti di trattare così noi torinesi???pertini-pazienza-258x258

Poi arrivò lui, piccolino, scattante e sorridente. Vide che indossavamo i cappellini blu con la scritta “Scuola Don Bosco” e, da ex allievo salesiano quale era, si fiondò in mezzo a noi, cominciando ad elargire grandi sorrisi, strette di mano, saluti, battute, e a TUTTE le donne del gruppo (ci avevano accompagnati alcune mamme) baci sulle guance. Era appena uscito di casa e si avviava verso il Quirinale il Presidente Pertini. Fu tutto un gridolio di emozione, commozione, di “Oddio, è proprio lui…” “Mi ha stretto la mano, non la laverò MAI PIU’!” “Ci ha visti e ci è venuti incontro, che brav’uomo” e via così. Anch’io ne fui segnato profondamente: mi stupì che un uomo che fino ad allora avevo visto solo in televisione e sui giornali si fosse dimostrato così alla mano, gentile ed incurante della propria sicurezza personale (nonostante la malcelata disperazione dei “Men in Black” che, ovviamente, erano la sua scorta) e così vicino a noi, ragazzini comuni ed eccitati. Credo che in quel momento, in un certo qual modo, sia nato il mio senso dello Stato, e sono ben felice che questo ricordo sia legato ad un così grande presidente della Repubblica Italiana.

Dal sacro al profano, il giorno successivo partecipammo alla famosa udienza papale in Sala Nervi. Ennesima contraddizione: alla bellissima scultura sul palco, si contrapponevano sedioline di legno tipo quelle che si trovavano nei cinema, durissime e scomodissime. Ma il Vaticano, pensai, non si può permettere qualcosa di meglio? La successiva celebrazione sul sagrato di S. Pietro fu lunga e molto, molto calda (nel senso di temperatura ambientale, maggio a Roma è quasi come luglio a Torino) e segnò la fine della nostra trasferta romana.

La sera , prima di andare a letto, me ne andai sulla spiaggia, a guardare il mare: mentre i miei compagni ridevano, qualcuno si buttò in acqua, qualcuno cantava con l’immancabile chitarra, io ripensai a quei giorni così ricchi ed intensi, e decisi in cuor mio che, non sapevo come, non sapevo quando, ma a Roma ci avrei abitato; ormai il mio cuore era stato ferito, come la statua che rappresentava L’estasi di Santa Teresa d’Avila, e il mio amore per la Città Eterna era scoppiato definitivamente. Avrei realizzato questo mio desiderio, molti anni più tardi, ma questa è come sempre un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

P.S.: Donato non era venuto in spiaggia con noi, aveva deciso di andare subito a dormire. Tornai in albergo, aprii delicatamente la porta e fui sorpreso, quindi, di vedere la luce del suo comodino ancora accesa. Si girò e mi guardò. “Scusa, non volevo svegliarti” “… com’è buia questa galleria…” e si rigirò dall’altra parte, continuando a sognare. Inutile dire che, il giorno dopo, quando gli raccontai l’episodio sul bus che ci stava riportando a casa, mi guardò come se avessi lasciato il cervello in albergo…


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What a Feelin’!

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L’insano desiderio di mio padre di farmi imparare le lingue straniere non si era mai sopito. Già durante la terza media, per prepararmi agli studi futuri, complice il preside della scuola che sarebbe successivamente diventato mio insegnante, mi obbligò a frequentare un corso preparatorio di Latino, con l’ovvio risultato di farmelo odiare per tutto il periodo del Liceo (ho sempre avuto risultati discutibili in Latino e Greco, ma tra i due preferivo quest’ultimo, la cui letteratura mi sembrava più ricca ed affascinante). Ma non contento di questo, nell’estate antecedente l’inizio del Ginnasio mi aveva messo in mano una grammatica Francese (“Tanto è praticamente uguale al piemontese!”) ed una di tedesco, potete immaginare con quali risultati.

A scuola ormai iniziata, volle tentare il tutto per tutto, ed acquistò un Corso Fonovisivo di Tedesco! Altro non era, di fatto, che una serie di esercizi correlati da audiocassette, contenuto in un’elegante 24h di pelle; ma l’unico motivo per cui, apparentemente,io acconsentii all’acquisto, fu la presenza, nel kit, di un Walkman necessario per l’ascolto dei suddetti supporti. Intendiamoci: era un modello “base”, senza grosse pretese, anzi; ma stuzzicava il mio “io” nerd, che per la prima volta si sposava con l’amore per la musica, e la prospettiva di poter ascoltare quello che volevo ovunque ed in cuffia, cosa che non avevo mai fatto prima, era un canto delle sirene troppo irresistibile perché potessi dire di no.

Come ricorderete, per frequentare la scuola facevo il pendolare, viaggiando un’ora per l’andata ed una per il ritorno ogni giorno; questo tempo poteva essere proficuamente impiegato per l’ascolto e l’apprendimento del tedesco, secondo mio padre, ed io fui perfettamente d’accordo con lui; quindi, mi accinsi ad acquistare una MUSIcassetta che mi avrebbe consentito di passare il tempo. La scelta ricadde sulla colonna sonora del film “Flashdance” (che non ha bisogno di presentazioni, ma per chi volesse rinfrescarsi la memoria ecco il solito link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Flashdance).

Fiero ed emozionato per il mio acquisto, salii sul bus, mi incassai in fondo nel posto più defilato possibile, in modo da non rischiare che mi si sedesse accanto qualcuno che avrebbe potuto intavolare una non voluta discussione, ed infilai le cuffie in testa. Erano grandi, coperte da un’orribile gommapiuma blu e con un’asticella di metallo flessibile e regolabile per adattarle alla bell’e meglio alle orecchie. Cliccai il tasto “Play”.

Il suono stereofonico mi invase il cervello, accendendo sinapsi e stimolando sensi che fino a quel momento non sapevo di avere. L’intro del primo pezzo, “Flashdance” appunto, scorreva dall’orecchio destro a quello sinistro e viceversa, creandomi una sensazione di stupore, appagamento, eccitazione, confusione, stordimento e voglia di continuare all’infinito l’ascolto. Era la cosa più simile ad un orgasmo che avessi mai provato (avevo già imparato da tempo cos’era un orgasmo, grazie a Federica-la-mano-amica), e fu amore a prima vista (o al primo ascolto) e per sempre. Ancora oggi ricordo gran parte delle canzoni a memoria, e rivedo il film ogniqualvolta passa in televisione (sempre più di rado, ahimè).

Irene Cara, la cantante del brano in questione, divenne la mia eroina, passione, questa, condivisa con un mio compagno dell’epoca, Carlo, con il quale scambiavamo figurine, ritagli di giornale, articoli, ogni cosa parlasse di lei, quasi fossimo due ragazzine adolescenti brufolose in preda ad un innamoramento folle per il loro sex symbol del momento (oddio, io in effetti brufoloso all’epoca lo ero, Carlo molto meno; ma per lui, forse, Irene Cara era davvero un sex symbol, mentre per me no, ovviamente… Insomma, ci compensavamo). La mia idealizzazione finì quando la vidi in una foto a seno nudo e la sua immagina artistica ne fu ai miei occhi definitivamente e per sempre compromessa.

La cassetta si suicidò a furia di essere suonata ancora, ed ancora, ed ancora, ed ancora. Le mie finanze non mi permettevano (già allora…) di poter acquistare con frequenza altri supporti musicali, ma quando potei cominciai ad investire lì i miei soldi; seguirono altre grandi passioni: “Thriller”, la colonna sonora de “La Storia Infinita”, “Born in the USA” (e non a caso Michael Jackson e Bruce Springsteen restano ancora oggi due dei miei artisti preferiti… Quando si dice l’imprinting). Anche il Walkman fu presto sostituito da un apparecchio tecnologicamente più avanzato. Quando mio padre me ne chiese il motivo, l’ovvia risposta fu che con quel modello non riuscivo a capire perfettamente le sfumature della difficile pronuncia tedesca. Il poveretto ci credette, ma io il tedesco non l’ho mai imparato.


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Bulli e pupi

Il mio entusiasmo iniziale per la nuova scuola, con negozietti e giovani chierici barbuti, si scontrò presto con un’altra ben più dura realtà: i miei compagni di classe. Intanto, ero passato da una classe a prevalenza femminile (22 a 8) ad una ESCLUSIVAMENTE maschile; sì, perché all’epoca a Valdocco erano ammessi solo i maschietti, secondo quel sano principio ottocentesco di donboschiana memoria per cui maschi e femmine, specie nel pruriginoso periodo adolescenziale, dovevano restare rigorosamente separati (infatti, di fronte alla Basilica, sulla stessa piazza, si affacciava ed ancora adesso esiste l’equivalente istituto per donzelle, gestito dalla controparte femminile dei Salesiani, ovvero le Figlie di Maria Ausiliatrice). In secondo luogo, cosa ben più complessa e per me inaspettata, ero improvvisamente diventato il “barotto”.

Dicesi “barotto”, italianizzazione del termine piemotese “baròt”, il classico contadinotto un po’ rinconglionito, che viene a contatto con i ben più forbiti ed educati cittadini. Ora, definire i miei compagni “forbiti ed educati” è come dire che Mussolini amava raccogliere tenere margherite di campo. Ma, certamente, io ero molto più ingenuo e meno scafato di loro su tante cose… prima fra tutte, indovinate un po’, il sesso. Catapultato, come una specie di Alice, non nel Paese delle Meraviglie, ma in quello degli sconvolgimenti ormonali adolescenziali, non avevo nessuno Stregatto che mi facesse da guida, quindi ero facile preda di tutti i frizzi, lazzi e sollazzi dei miei tutt’altro che amati coetanei. Non solo: essendo cresciuto sostanzialmente all’ombra materna e di quell’enorme corte dei miracoli matriarcale che era la mia famiglia, avevo un modo di fare ed una timida insicurezza che mi rendevano facile bersaglio di tutte quelle piccole e grandi cattiverie di cui sono innocentemente (più o meno…) capaci i ragazzini di quell’età. Ah già, poi c’era il piccolo particolare che ero gay: IO non lo avevo ancora capito (e sarebbe passato ancora molto tempo prima che questo accadesse), LORO assolutamente sì!

Morale della favola: restai quasi del tutto isolato dal gruppo. Ricordo perfettamente che avevo instaurato un principio di amicizia con un mio compagno, con cui frequentavamo anche lo stesso gruppo dedito ad attività liturgiche (che cazzo fossero le attività liturgiche non lo avevo proprio capito, quando avevo dovuto scegliere un gruppo di attività extra-scolastica, altrimenti la mia scelta sarebbe probabilmente stata diversa… Ma gran parte della mia decisione fu dettata dal fatto che a gestirlo c’era il barbuto don Giuliano del post precedente); il primo mese eravamo inseparabili, il secondo mese notai da parte sua una certa freddezza, il terzo mese si rifiutò di continuare a frequentarmi dicendo: “Per fortuna GLI ALTRI mi hanno fatto capire che cosa sei” (sottolineo: “cosa”, non “persona”, “ragazzo”, “compagno”…”COSA”). Ovviamente al momento non ho capito che intendessero dire GLI ALTRI, ma il risultato fu che mi ritrovai nuovamente solo. Non ne parlai nemmeno con mio padre, che per tutti i tre anni di medie rimase fermamente convinto che questo mio compagno ed io fossimo i Best Friends Forevah: da una parte non volevo che pensasse che suo figlio era un disadattato, dall’altra in qualche modo cominciavo ad incolpare lui e mia madre della mia situazione, quindi preferivo gestirmi le mie cose per conto mio.

Capii che tutto questo aveva a che fare con un mio presunto atteggiamento sessuale quando, durante una lezione, il mento appoggiato sulla mano ad ascoltare il professore, un mio compagno, guardandomi, disse ad un altro (ed a me, ovviamente) sogghignando: “Guarda se non è una posizione da lesbica, quella!” Lesbica? Cos’era una lesbica? Non avevo mai sentito quel termine, e la richiesta di spiegazioni, fatta con assoluta innocenza (ok, non ero proprio sveglio), suscitò tante di quelle risate da obbligare il professore a richiamare con forza l’attenzione.

Nell’arco dei tre anni di scuola media le cose andarono leggermente migliorando: intanto, io mi feci un po’ più furbo, poi i miei compagni, crescendo, persero in parte quell’atteggiamento tipico da branco in preda a scompensi ormonali e, ovviamente, conoscendomi meglio apprezzarono almeno alcuni miei aspetti (la mia secchionaggine, per esempio, era molto gradita ed utile specie durante i compiti in classe). Ma non fu certo un periodo facile da gestire, ed ammetto che quando, anni dopo, fui invitato alla classica rimpatriata/cena di classe stracciai senza nemmeno pensarci una volta il cartoncino ricevuto.