Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Gira e spera, Spera e gira, Quel che vuoi si avvererà

Fermo immagine: un pomeriggio qualunque di un giorno qualunque, nel cortile di casa. Ho 10 anni e frequento la quinta elementare (vedi post “C’è tutto un mondo intorno”). La camere delle suore da cui vado a scuola si affacciano proprio su casa mia, e vedo la mia maestra ogni tanto affacciarsi alla finestra.

Ho un lungo straccio nero attaccato al collo, che mi ricade sulle spalle come un mantello, tenuto fermo da una spilla da balia; in mano una specie di bastoncino di legno; i pantaloncini e le pantofoline ai piedi, giro su me stesso come una piccola trottola, mentre il cane, Boby, saltella ed abbaia felice. La maestra, dalla sua camera, mi guarda, un attimo, poi scompare.

Cambio scena: giorno successivo, scuola. Durante un intervallo, la maestra mi prende da parte (era molto brava, si chiamava suor Attilia, sorrideva sempre, le piaceva farci cantare e ci aveva insegnato a memoria l’Inno d’Italia, cosa per cui la ringrazierò tutta la vita) e mi dice: “Ti ho visto ieri, in cortile, da solo… Mi hai fatto tanta pena…” e mi carezza la guancia, con un sorriso un po’ mesto.

Nuovo flash: la sera, casa. Mia madre sta preparando la cena, mio padre, come sempre, deve ancora rientrare dal lavoro. Le racconto quello che mi ha detto la maestra. Mia madre si ferma, si gira come una furia, con gli occhi infuocati e “Come si permette di dire che mio figlio le fa pena??? Le fa pena per cosa, poi??? Pensa che siamo cattivi genitori??? Pensa che non sono capace di badare a mio figlio??? DOMANI VADO DALLA DIRETTRICE!”.

Come sempre accade tra adulti e bambini, nessuno aveva capito niente. Suor Attilia aveva visto un bimbo solo, giocare senza nessuno, con uno straccio legato attorno al collo. Mia madre aveva visto la sua stessa esistenza, quella di genitrice, criticata e messa in discussione.

Ma in realtà io ero un grande e potente mago, che con la sua bacchetta magica ed il suo mantello incantato sfidava il possente drago che stava per divorare il mondo! Così come altre volte diventavo il Principe del Paese dell’Arcobaleno,  che distribuiva felicità a tutti coloro che soffrivano per le ingiustizie della vita; oppure il signore della Terra dei Fiori, il cui potere nascosto teneva in vita il pianeta; il coraggioso pilota di un enorme robot, che salvava il mondo dall’invasione dei cattivi; un affascinante ladro, che rubava ai poveri per dare ai ricchi; un cantante dalla voce fatata, una bambola che prendeva vita, un, un, un…

Poi la vita è trascorsa. Il mantello è diventato prima un saio, poi una giacca con cravatta, poi la cuffia di un servizio clienti, poi il giubbotto che mi accompagna sui treni che prendo. E la bacchetta magica si è trasformata in un rosario, una 24 ore, uno zaino, una serie di testi contrattuali che sono il mio pane quotidiano. Ma da qualche parte quel bambino è ancora lì, a girare su se stesso come un trottola, convinto di salvare il suo piccolo mondo, o almeno di poterlo rendere un po’ migliore di quello che è. Lo proteggo e lo nascondo, perché non voglio che venga ancora frainteso. E finché crederà che si può ancora fare qualche magia, probabilmente ci riuscirà.

Auguri per i tuoi 48 anni, ragazzino. Non stancarti di girare.

 


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Donna Barbuta

Inesorabile come la fame, arrivò anche per me e la mia compagnia di amici l’appuntamento con il Compimento dei Diciotto Anni, anche detto Raggiungimento della Maggiore Età. A me personalmente fregava molto poco: non mi interessava conseguire la patente (infatti non la presi, passeranno altri dtre anni prima che questo avvenisse e lo avrei fatto, già in convento, solo sotto ripetute pressioni dei frati e dei miei genitori che si coalizzarono in tal senso) e non sarebbe fondamentalmente cambiato nulla nella mia vita, se non che avrei iniziato a votare; ma per i miei amici sembrava essere qualcosa di mitico, al pari della scoperta del Sacro Graal o dell’estrazione di Excalibur dalla roccia. Iniziò, così, una lunga sequela di feste di compleanno a cui era imperativo categorico partecipare.

Inutile dire che cercai di dribblarne il più possibile, come un novello Pelè, vista la mia propensione (che dura ancora oggi…) ad evitare festefrizzilazzi&affini; ma a qualcuna proprio NON potevo scampare. Una di queste era quella del mio (all’epoca) migliore amico Davide.

Anche lui, come me, faceva il pendolare per frequentare scuola a Torino, per cui prendevamo il treno insieme, tutti i giorni, andata e ritorno: in realtà si era formato un gruppetto di aficionados (per obbligo lavorativo), e si viaggiava sempre più o meno tutti insieme (dalle 4 alle 8 persone), risolvendo i giochi della settimana enigmistica e parlando del più e del meno.

Davide mi raccontava spesso dei suoi compagni di scuola, come io facevo con lui dei miei; ma, al contrario di me, lui frequentava un Istituto Magistrale dove “le femmine” erano ammesse, anzi erano la maggioranza. Ognuna di loro aveva una propria caratteristica che le aveva fatto conseguire anche il relativo soprannome. Tra tutte spiccava “Donna Barbuta”, che ovviamente non aveva come tratto specifico l’azzurro profondo degli occhi. Davide ne parlava spesso, per non dire sempre, sottolineando come fosse, ovviamente sempre alle spalle, il soggetto preferito dei pettegolezzi scolastici.

Facendo parte della piccola borghesia del mio paese, il compleanno per la maggiore età di Davide DOVEVA essere perfetto in ogni minimo particolare, per cui fu scontato invitare i, ma soprattutto le, amici/che torinesi… e me. Per settimane ci sorbimmo, in treno, il racconto, in ogni suo minimo particolare, di quanto fosse complicato organizzare una festa degna di questo nome: e gli inviti, e il buffet, e i pasticcini, e i fuochi d’artificio (ebbene sì, pure quelli), ecc ecc ecc. Insomma, alla fine non so se ero più eccitato od intimorito all’idea di prendervi parte.

E venne finalmente il mitico giorno! La festa sarebbe iniziata nel pomeriggio, per terminare una volta già tramontato il sole, in modo da poter far partire i mortarett… pardon, i fuochi d’artificio dalla terrazza dell’abitazione del festeggiato. Più che un compleanno, da come ci eravamo vestiti (e chiunque di voi abbia un minimo ricordo della moda anni ’80 può capire quanto fossimo agghiaccianti…) sembrava il Ballo delle Debuttanti: trionfi di pizzi e crinoline per le ragazze, giacche con spalline e pantaloni ascellari per i ragazzi (peraltro molto, molto pochi).

Io aiutavo il festeggiato per un buon svolgimento della festa, per cui solo quando il sole cominciava a tramontare potei avvicinarmi e fare un po’ di conversazione con gli/le altr* invitat*. Ora, io sono miope. MOLTO miope. Porto gli occhiali da quando frequentavo la terza elementare. Il terrazzo era in quel momento poco illuminato, per permettere agli imminenti petard… scusate ancora, fuochi d’artificio di risplendere nel massimo della loro beltà. Era ovvio, quindi, che avvicinandomi al gruppetto di  quattro compagnE di classe di Davide non potessi scorgere proprio tuttitutti i particolari…

“Ciao!” “Ciaaaaao…” “Bella festa, eh!” “Sììììì…” “E quindi voi siete le compagne di Davide? Mi parla spesso di voi” “Graaaaazie…” “Io sono Andrea, piacere” “Piaceeeere…” “Siete venute tutte?” “Noooo, qualcuna non poteeeeeva…” ” Ah, infatti mi sembrava doveste essere di più. Da come mi parla di voi dovete divertirvi molto a scuola, eh? La più citata è Donna Barbu…”

Mi resi conto solo in quel momento che proprio la persona a cui stavo parlando aveva un’ombra intorno alla bocca… e non spariva a seconda di come si muovevano le luci… restava lì… un’ombra inquietante… così come inquietante era il labbro inferiore che cominciava a tremare, gli occhi che si inumidivano e lei che si girava di scatto, correndo via, mentre le altre tre si coprivano le risate con le mani e correvano, lo sapevo già, da Davide a raccontargli tutto. Ora, Davide è (anche adesso) la classica persona che DEVE fare bella figura con tutt*, mantenere buoni rapporti di facciata con tutt*, essere perfetto con tutt*; quindi mi guardò (da lontano, mentre le tre arpie sghignazzavano spudoratamente) tra l’atterrito e l’inferocito e corse da Donna Barbuta a cercare di salvare il salvabile.

Non so se e come i rapporti tra loro si ricucirono, probabilmente me lo avrà anche detto, ma non ricordo; me lo avrà detto quando cominciò a riparlarmi, perché per una settimana misteriosamente sparì dal nostro solito vagone. Il mio senso di colpa in quel momento crebbe esponenzialmente; non per lui, ovviamente, della cui figura davvero poco mi importava; ma per lei, per l’umiliazione e la sofferenza che le avevo causato, anche se involontariamente. Mi ripromisi, da allora in poi, che sarei stato MOLTO più attento a quello che dicevo e con chi lo dicevo, ma quella rimane una delle mie maggiori figura di m…a di sempre. Fa il paio con quella volta che chiesi ad una ragazza che frequentava con me un corso di Yoga se voleva essere esonerata da una serie di lavori essendo incinta… solo che NON era incinta…

Ma questa è un’altra storia, ed ormai lo sapete come va a finire, vero?