Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Ma sono tutti gay!!! Che è, un film di fantascienza???

(N.B.: Questo post è “fuori tema”, nel senso che non rispetta l’ordine cronologico del mio blog. Si tratta di una cosa che è avvenuta sabato scorso, 17 Maggio, in occasione della Giornata Mondiale contro l’OmoTransFobia. Ci tenevo però a raccontarla, mi perdonerete quindi l’inserimento non cronologico, che riprenderà comunque dal prossimo post. Il titolo è una citazione dal film “In&Out”)

Premessa: sono un gay anomalo. In genere, i gay (o comunque gli/le appartenenti in genere al mondo LGBT, per praticità da qui in poi mi limiterò al termine maschile, anche perché è quello che mi identifica) frequentano solo, o prevalentemente, amici gay, circoli gay, locali gay, chat gay, siti gay. C’è persino chi, quando gli si dice “sono uscito con una coppia di amici etero per andare al cinema”, ti guarda tra lo scandalizzato e l’incredulo, sbarrando gli occhi e dicendo “Ma perché, frequenti ETERO?”

Ecco, io faccio l’esatto opposto. NON frequento amici, circoli, locali, chat gay e sì, sono ancora iscritto ad alcuni siti, ma o non ci entro, o lo faccio per scambiare 4 chiacchiere con vecchi amici che non ho più l’occasione di frequentare di persona. Questo deriva dal fatto che, paradossalmente, non sono (in parte per fortuna, in parte perché credo cdownloadhe molto dipenda anche da come uno si pone) mai stato discriminato in quanto omosessuale nei luoghi (di lavoro e non solo) e dalle persone che frequento e che ho frequentato. E’ stato il contrario: sono stato discriminato dai gay e dai relativi gruppi che, ormai molto tempo fa, bazzicavo. Ovviamente ne parlerò a tempo debito (ci vuole ancora un bel po’ prima di arrivarci nel blog); ma il fatto di essere oggettivamente poco piacente (diciamo pure che sono bruttarello), poco dotato (sì, tra me e Rocco Siffredi ci sono… alcuni cm di differenza, e no, non mi riferisco all’altezza, e per il mondo gay pare essere una cosa estremamente rilevante) ed amante di un genere specifico di omosessuali, i cosiddetti “bears”, ovvero “orsi”, uomini robusti, per lo più pelosi e barbuti (descritti così suona decisamente male, sembra che stia parlando di trolls, ma se pensiamo, per esempio, a Hugh Jackman, abbiamo un quadro più preciso di quello che intendo) senza esserlo a mia volta, mi ha di fatto spesso escluso, quando non esposto a pubblico (gay) ludibrio, frizzi e lazzi, venendo appellato come “sekka” (ovvero magrolino) e guardato a seconda dei casi con un po’ di pena, di schifo o di scherno. No, il mondo gay non è un mondo molto solidale, a volte. Pertanto, ormai più di una decina di anni fa, me ne sono completamente allontanato, compiendo una specie di esilio volontario, complice il fatto di avere un compagno e non volendo dare nemmeno l’impressione di tradirlo (povero stolto… io, non lui…).

Potete quindi immaginare il mio sconcerto quando, venerdì 16 maggio, mi ha chiamato il presidente di ArciGay Torino, che conosco per motivi di lavoro, essendo lui anche RSU di una azienda che seguo a livello sindacale, per chiedermi, proprio in quanto rappresentante della mia Segreteria, di fare un saluto al Congresso elettivo che si sarebbe tenuto il giorno dopo, per la prima volta eccezionalmente in una sala del Comune di Torino. Per inciso: io sono ESTREMAMENTE fiero di essere un torinese, specie per quanto riguarda la tutela dei diritti; Torino è in questo campo una città all’avanguardia nel panorama italiano e non solo, laica nel senso migliore del termine, perlomeno per quanto è possibile esserlo nel nostro Stato, e da sempre “portatrice sana” di diritti civili. Anche i torinesi, per lo più, lo sono, anche se in fondo non lo ammetteranno mai.

Il mio sconcerto, dicevamo: dopo ANNI di non-frequentazione del mondo gaYo, dovevo tornare in mezzo ai miei simili-non-simili. Per quanto l’occasione fosse più che ufficiale, già mi immaginavo di vivere quel classico senso di imbarazzo nel sentirmi fuori posto, nel luogo sbagliato con le persone (per me) sbagliate. D’altra parte, era un invito che non potevo rifiutare, intanto perché fatto da un amico, poi perché sarei stato solo un rappresentante, quindi… Mi ammantai dell’invisibile mantello del Funzionario Sindacale in Visita Ufficiale ed andai (ma non rinunciai ad un tocco gaYo, indossando una camicia che ricordava vagamente la bandiera Rainbow: mica si può rinunciare ad un filo di frivolezza!).

E’ vero: non era uno degli incontri che frequentavo una volta, decisamente più ludici e con scopi più scoperecci (di solito mi ritrovavo in discoteca, non in una sala del Comune), però fui accolto da persone gentilissime, disponibilissime, sorridentissime e palesemente felici di essere lì a fare quello che stavano facendo (ovvero, eleggere il nuovo gruppo direttivo di ArciGay Torino, appunto). Potevo rilassarmi, a quanto pareva nessuno avrebbe attentato alla mia verginità (ormai sono tornato vergine per mancato esercizio, è evidente). Il congresso elettivo in sé è durato pochissimo: quella infinita è stata la sequela di saluti fatta dai (tanti, tantissimi!) invitati esterni. Probabilmente in situazione di normalità la maggior parte di loro non si sarebbe nemmeno fatta vedere, ma caso volle che tra 15 giorni ci siano le elezioni europee e regionali, ed ecco sfilare tutti, ma dico TUTTI, i rappresentanti politici in gran spolvero. Morale: circa un’ora e mezza di “io sono estremamente gay-friendly”, “niente mi sta più a cuore dei diritti civili”, “le minoranze devono essere tutelate, e più sono minoranze meglio è” e vai così di cerchiobottismi, paraculate e inni alla banalità varii. Devo dire di aver apprezzato, paradossalmente, i rappresentanti della Lega: da una parte per il coraggio, avendo esordito dicendo “Siamo chiari: per noi le adozioni ai gay non sono proprio contemplate” (almeno non vendono le proprie convinzioni per una manciatina di voti, viva la sincerità, pure un po’ autolesionista); dall’altra per l’involontaria comicità, quando è stata fatta l’incredibile dichiarazione: “In fondo anche noi, Giovani Padani (è un gruppo di leghisti, come esistono i Giovani di Forza Italia… sigh), siamo discriminati come voi” che ha suscitato uno scroscio di risa e qualche “Buuuhhh”.

Ecco, proprio questi “Buuuhhh” hanno destato il richiamo dei responsabili: “Dobbiamo rispettare, noi che spesso non lo siamo, chi ha avuto il coraggio di portare sinceramente le proprie opinioni in un’assemblea che si sapeva non sarebbe stata conciliante. I “buuuhhh” non sono ammessi tra di noi”. In quel momento anni di deviata concezione del mondo gay sono stati sanati ai miei occhi. In quel momento, io che non sono certamente un leghista, mi sono sentito accolto, consapevole che c’era un posto dove, forse, avrei potuto essere libero: libero semplicemente di “essere” senza dover per forza rispettare quelle aspettative, professionali, caratteriali, anche estetiche, che per anni mi sono sentito calate addosso. Mi sono quindi goduto con estremo piacere ed interesse la successiva presentazione della tante attività e gruppi correlati ad ArciGay: Agedo, le Famiglie Arcobaleno, Quore, C.S. Gatto Nero, La Fenice, e la neonata Casa Arcobaleno (potete andare a vederle tutte sul sito di quest’ultima: http://www.casarcobaleno.eu ; fatelo, e ditemi se non c’è da essere fieri di Torino e dei torinesi).

Che dire? Sono contento di essere omosessuale, perché sono contento di essere me stesso, ciò che sono; ma adesso mi sento anche un po’ più accolto da una realtà che ho sempre considerato poco mia. Credo che un pezzo di quello specchio rotto che è la mia anima sia andato a posto, ed è una gran bella sensazione.

P.S.: un grande “In bocca al lupo” a Marco Alessandro Giusta (presidente), Silvano Bertalot (vice presidente) e a tutt* i/le consiglier* neoelett* di ArciGay Torino. Grazie per quello che fate, anche per chi è un po’ distratto, come me.

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Innocenti evasioni

(N.B.: Questo post ha come argomento sessualità, autoerotismo e simili. Come sempre, cerco di usare un tono scanzonato e non volgare, ma se la cosa vi disturba semplicemente non leggetelo 😀 )

Giunge il momento, nella vita di un uomo (inteso come “maschio”), in cui ci si rende conto di avere una parte del proprio corpo che funziona in maniera più o meno autonoma: si agita, si muove, si allunga come volesse vedere cosa c’è intorno e preme per avere attenzione, cosa che, peraltro, riesce quasi sempre ad ottenere, in un modo o nell’altro, a volte anche in situazioni un filo imbarazzanti. Qualcuno lo chiama pomposamente “il ciclope con un occhio solo” (che scoperta, i ciclopi per definizione avevano un occhio solo), nel mio caso potremmo parlare di “nanetto da giardino guercio”, ma ci siamo intesi: è QUELLO LI’!

La prima volta in cui ricordo di aver preso coscienza della sua esistenza e del suo autonomo funzionamento è legata, tanto per cambiare, alla lettura di un fumetto, ed avevo circa 4 anni: il Dottor Destino aveva preso possesso dell volontà di Reed Richards, capo e fondatore dei Fantastici Quattro, il quale cercava disperatamente di resistergli, cedendo però alla fine al suo volere, completamente soggiogato. Chissà perché, chissà percome, quella scena mi causò una eccitazione incredibile, e fu per mooooolto tempo anche ciò a cui pensavo per stimolare quella parte del corpo le volte in cui non voleva collaborare, un po’ impigrita. Chiaro, comunque, che l’idea di un uomo completamente rivestito di un’armatura metallica, che soggioga uno che può allungare ogni parte del proprio corpo a piacimento (…!) un po’ intrigante lo è… La teoria del “dominatore” aveva un suo perché, ma io all’epoca non ne ero minimamente consapevole, avrei recuperato più tardi.

Durante l’infanzia, invece di giocare al dottore con le mie compagne di scuola, guardavo i giovani barbuti e capelluti (erano gli anni ’70, periodo post-hippy) che sollecitavano le fantasie e le agitazioni del nanetto sotto-ombelicale, e che giustificavo alla parte razionale, quella che ragiona col cervello invece che col c…o, dicendomi che mi piacevano perché mi identificavo in loro e volevo in qualche modo essere così da grande (poi, a 15 anni i capelli se ne sono andati per conto proprio, e addio alla lunga criniera; la barba è cresciuta a macchia di leopardo, e addio al fascino del maschio vissuto… insomma, una vita di frustrazioni). Tutto filò liscio e si limitò a semplici elucubrazioni mentali da imberbe fanciullo per diversi anni.

Intorno ai 10, però, decisi che era giunto il momento di far conoscere il nanetto guercio con Federica, la-mano-amica; o meglio, lo decisero in qualche modo i due, in maniera più o meno autonoma. Era una sera, ovviamente a letto, il tipo là sotto si agitava un po’, e Federica, molto servizievole, decise di scendere a presentarsi e calmarlo: tocca di qua, tocca di là, stringi amicizia a destra, stringi amicizia a sinistra, i due si piacquero molto, io rimasi stupito dei piacevoli e positivi effetti che a volte le buone amicizie possono produrre, e questo sodalizio da allora non si è di fatto mai interrotto, con soddisfazione di tutti i 3 soggetti (lui, lei, io) coinvolti.

Ma, come spesso accade nelle relazioni che funzionano, arrivò un terzo incomodo, o meglio incomoda: l’onnipresente madre. Già la genitrice aveva subodorato che ci fosse del movimento sotto le lenzuola da un po’ di sangue che, complice un coinvolgimento un po’ troppo entusiastico, i due in un momento di amichevole lotta avevano lasciato sul campo. Il patatrac vero e proprio, però, avvenne un pomeriggio di fine estate: ero in camera mia, un po’ annoiato, a leggere un libro di cui in quel momento mi importava ben poco. Il nanetto cominciò ad agitarsi, richiedendo la mia attenzione, e non avendo niente di meglio da fare decisi di assecondarlo. Mandai quindi, novella colomba di pace, Federica a rincuorarlo, e mentre i due si scambiavano serenamente le reciproche opinioni, senza alcun preavviso entrò mia madre (“privacy” in casa mia non si sapeva nemmeno come si scrivesse). Fermo immagine: io guardo mia madre, Federica guarda mia madre, il nanetto guercio guarda mia madre, e mia madre guarda noi tre, passando lo sguardo terreo da uno all’altro all’altra senza soluzione di continuità. “Co-co-cosa stai facendo…?” “Niente, mi sto riposando” (tecnicamente era vero) “E-e-esci subito di qui e vai in cucina a studiare…!” Non avevo più niente da studiare, qualche giorno dopo avrei ripreso la scuola, ma qualcosa mi diceva che non fosse il caso di stare a sottilizzare, in quel momento… Presi il libro che stavo leggendo e me ne andai, scocciatamente sdegnato per questa totale mancanza di tatto da parte materna.

Per qualche giorno mia madre mi guardò di sottecchi, a testa un po’ bassa, a metà strada tra il “sono molto incazzata” ed il “sono molto imbarazzata” (il “sono molto dispiaciuta di essere entrata in camera tua senza permesso” non era contemplato). Finché, circa una settimana dopo, un mattina andando a prendere il bus che ci avrebbe portati a Torino, io a scuola, lui al lavoro, mio padre, guardando fisso avanti a sé e camminando rigido come un brigadiere, biascicò qualcosa del tipo: ” Capitano certe cose… Cose normali… Un uomo… Perché stai diventando uomo, stai crescendo… L’importante è che non ti faccia male… La mamma… Insomma, ci siamo capiti…” Era evidente che avevamo una idea diversa di “comprensione”, infatti non capii un tubo di quello che voleva dirmi e solo vagamente qualcosa mi suggerì che questo discorso avesse a che fare con l’episodio della settimana precedente.

Annoverai quello come un nuovo capitolo de “L’educazione sessuale impartitami dai miei genitori” (vedi post precedenti) e non ci feci caso più di tanto. Qualcosa mi diceva che le esplorazioni del nanetto guercio non erano ancora finite ed, in futuro, mi avrebbe dato ben altre soddisfazioni ma, come sempre, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Preghiere, mutande e vin brulè

Combes, dove si svolgevano i famosi giorni di ritiro spirituale, mi fece immediatamente un’impressione bellissima. Intanto, io amavo profondamente la montagna: mio padre d’estate aveva ricoperto il ruolo di gestore della casa di villeggiatura per i dipendenti dell’azienda per cui lavorava, l’AEM (Azienda Energetica Municipale di Torino), fino ai miei 7 anni, per cui io avevo trascorso con lui almeno un mese all’anno a Ceresole Reale, nel Parco del Gran Paradiso, ed avevo imparato a scoprire ed apprezzare le bellezze alpine. Era un luogo che associavo al vento, al sole e ad una certa libertà, non avendo mio padre sempre tempo di starmi dietro, vista l’attività che svolgeva, per cui ho sempre identificato questi concetti con l’essenza stessa della montagna; poi, la parte più spirituale del mio essere si è sempre sentita attratta dalla maestosità delle vette che, pur potentemente ancorate alla terra, tendono in modo quasi spasmodico verso il cielo, ben rappresentando, quindi, la dualità del mio essere e dei miei stati d’animo.

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Uno scorcio di panorama visibile dalla Casa Alpina

Inutile dire che anche qui il senso di libertà e di liberazione che provai furono travolgenti: il panorama già ben si prestava a queste sensazioni, incastonando la casa estiva dei salesiani poco lontano da uno strapiombo ai cui piedi si apriva la valle al cui centro spiccava la città di Aosta con ai lati l’arco alpino; poi, ero per la prima volta senza i miei genitori o altro parentame assortito intorno, e poco importava che ci fossero altri 29 ragazzi della mia età, un numero imprecisato di salesiani e qualche volontario per le attività pratiche, tipo lo sfamare un gruppo di preadolescenti resi ulteriormente affamati dall’aria frizzantina montana.

Le giornate trascorsero alternando momenti di preghiera, di riflessioni su passi evangelici, di silenzio (questi ultimi ben pochi e molto brevi, a voler ben guardare…) con attività di gruppo, workshops e giochi: per una volta, non ero il solito escluso, ma potevo finalmente integrarmi con i miei coetanei e sentirmi parte di un gruppo; credo che questa sensazione avrebbe, in futuro, giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta religiosa e nel tentativo di entrare nella Congregazione Salesiana. Ma anche qui riuscii a farmi notare.

La valle ai piedi della collinetta ch chiamavamo "pancia della mucca", con Aosta sullo sfondo

La valle ai piedi della collinetta che chiamavamo “pancia della mucca”, con Aosta sullo sfondo

La sera si andava a dormire divisi in due grandi camerate, un po’ stile militare (credo: in realtà io il militare non l’ho mai fatto, come vedremo più avanti), ed ognuno di noi si era portato un sacco a pelo da mettere sui materassi delle brandine: molto spartano, ma si trattava in fondo di due sole notti, e, per qualche motivo che non mi era molto chiaro, trovavo tutta la situazione estremamente eccitante. Ovviamente, non si andava a dormire vestiti, ci si infilava un pigiama; e, ovviamente, io a casa, dove non avevo fratelli o sorelle, ero abituato a togliermi pantaloni e mutande direttamente in camera, seduto sul letto: non vedevo il motivo di fare diversamente lì, e la presenza degli altri 29 non mi dava minimamente fastidio… anzi…! “Ma cosa fai? Queste operazioni si fanno in bagno!” fu il preoccupatissimo rimprovero di uno dei nostri responsabili che accorreva di gran carriera durante le mie operazioni di esposizione dei gioielli(ni) di famiglia. “Che problema c’è? Siamo tutti maschi…” fu la mia innocentissima e disarmante risposta. L’occhiataccia che ricevetti in risposta, per quanto non ne capissi molto il senso, mi convinse la sera dopo a seguire il gentile invito e a compiere la svestizione in luoghi un po’ meno pubblici.

La prima sera dormire non fu semplice: eravamo tutti estremamente eccitati, com’è normale che siano ragazzi di 12 anni o giù di lì la notte in montagna, anche in mancanza di elementi femminili, per cui i salesiani che giravano nelle camerate ebbero il loro bel daffare a cercare di convincerci che la notte era fatta per riposare e non per tirarsi cuscini, chiaccherare da una brandina all’altra o fare chissà che altro (non pensate male, malizios*). Quindi, non so per questo motivo o perché ne avevano bisogno loro più di noi, la seconda ed ultima sera decisero di concludere il campo non con un bel bicchiere di the come il giorno prima, ma con abbondanti dosi di vin brulè  (per chi non lo conoscesse, ecco un link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Vin_brul%C3%A9). Cantammo come non ci fosse un domani, ridemmo come non ci fosse un domani, ci giurammo amicizia eterna come non ci fosse un domani, e crollammo addormentati come non era accaduto ieri: la seconda notte anche i nostri responsabili riuscirono tranquillamente a riposare, le camerate registrarono al massimo sonore russate, ma niente di più.

Tre giorni sono pochi, e volarono velocissimi: neanche il tempo di dire “vin brulè” ed eravamo già di ritorno sulla strada di casa. L’autobus ci depositò fuori dal cortile della scuola da cui eravamo partiti solo poche ore prima, che sembravano già una vita fa. Il portone si aprì, ed io, che ero il primo, vidi al lato opposto il gruppo di genitori che ci aspettava… e di madri! (suggerisco di continuare la lettura con questa scena e colonna sonora in sottofondo: http://www.youtube.com/watch?v=BxjX_jn_0gA). Come una specie di slavina, un primo, piccolo elemento si mosse, cominciando a correre, e tutte le altre dietro di lei, formando quella che a me sembrava un’onda umana, non tanto per la quantità, ma per l’intensità del movimento, il cui obiettivo era quello di raggiungerci e travolgerci; ed indovinate un po’ chi era questo primo elemento che mise in moto il terrificante meccanismo? Ovviamente lei, MIA madre. Mi abbracciò, mi strinse, mi guardò preoccupata, si allontanò un attimo per squadrarmi meglio, mi riabbracciò come tornassi da un campo di sminamento in Africa, invece che da un ritiro vocazionale in montagna. “Adesso torniamo a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù” era l’allarmantissimo (per me) mantra che recitava, come si fosse incantato il disco. E, mentre salivamo in auto per tornare a casa, io già pensavo all’estate successiva ed ai mesi che mi separavano dal prossimo ritiro spirituale.


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Sesso: questo sconosciuto…

Così iniziai ad andare all’asilo; e scoprii che esistevano degli strani esseri che si differenziavano da me in qualcosa, ma non mi era ancora ben chiaro cosa, chiamati “femmine” (o “bambine”, ma tra noi appartenenti allo stesso genere maschile, il primo termine era il preferito). Intendiamoci, è ovvio che avevo già avuto contatti con questa specie: mia madre stessa ne faceva parte, e avevo una serie apparentemente infinita di ziecugineamichedifamiglia nonché una splendida nonna (quella materna, la paterna purtroppo, a cui devo il mio nome -si chiamava Andreina-, non l’ho mai conosciuta) che rientravano anch’esse nella categoria. Ma si trattava pur sempre di adulti, mica di bambini come me, e si sa che gli adulti sono particolari, quindi non mi meravigliava troppo la presenza di donne tra loro.

Invece le femmine esistevano, ed erano anche ben strane: spesso pronte al pianto, non piacevano loro gli stessi giochi che piacevano a noi, sembrava per qualche strano motivo che ritenessero di dover avere un trattamento diverso, di solito di favore, solo per il fatto di appartenere a questa specie particolare; e l’essere all’asilo dalle SUORE (che, pareva, erano femmine anche loro, anche se la presenza di una certa peluria sul volto ogni tanto mi faceva andare un po’ in confusione) non aiutava. Tuttavia, non capivo bene non soltanto perché, ma soprattutto IN COSA fossero diverse. Insomma, come si distingueva una femmina da un maschietto?

L’occasione per porre la domanda alla persona più indicata a rispondere, ovvero mia madre (in fondo non era una femmina di adulto?), si pose durante la visione di un film. Eravamo entrambi seduti sul divano, davanti alla tv, ed un dottore esultante usciva da una sala di ospedale urlando: “E’ un maschio!” Sorse spontanea la domanda da parte mia: “Mamma, ma come fa a capirlo? A me sembrano tutti uguali, così piccoli!” Si formarono degli iceberg in salotto, passarono alcuni pinguini salutando e sono ragionevolmente sicuro di aver visto un paio di orsi polari in lontananza… Dopo un periodo di gelo imbarazzato dalla durata non ben definibile, mia madre, con una vocina flebile flebile, rispose: “Non so…” La mamma cominciava a preoccuparmi: non conosceva il significato di “plutocratica sicumera”, restava senza parole quando dicevo di mio padre che era “uno spregevole schiavista” (vedi posts precedenti) e adesso non mi sapeva nemmeno dire come si capiva se quando si nasceva si rientrava nella categoria “maschietti” o “femminucce”… Secondo me non la contava giusta!

Comunque il problema sembrò essere accantonato per un paio di giorni, fino a quando, in camera mia, non comparve sul comodino accanto al letto un libriccino, intitolato più o meno “Il sesso spiegato ai bambini” (sapevo già leggere, ricordate?). Mio padre, guardandomi con una faccia un po’ strana, quasi apprensiva direi, mi disse: “Quel libro che c’è in camera sul TUO comodino è della mamma, quindi NON devi leggerlo, eh? Mi raccomando, NON devi toccarlo!” E, per sottolineare meglio la raccomandazione, me lo sfogliò velocemente davanti agli occhi, ed ebbi modo di notare che c’erano anche degli strani disegni. Ma se era della mamma, perché non se lo teneva sul SUO, di comodino??? Mi sembrava tutto strano e anche un po’ scorretto, venire a mettere i loro libri in camera mia! Comunque, io ero un bambino molto obbediente, quindi feci esattamente come mi disse mio padre: non lo toccai.

Il libro rimase lì per alcune settimane, finché non scomparve, esattamente come era comparso, senza preavviso ed un po’ misteriosamente. E la mia domanda, ovviamente, rimase senza risposta. Alcuni anni dopo, lo ritrovai, chiuso in fondo ad un mobiletto, e finalmente lo lessi. Compresi immediatamente due cose: la prima era che le femmine in effetti si distinguevano da noi maschietti, ma, strano a dirsi, la cosa non mi interessò particolarmente; anzi, a dirla tutta, di quei famosi disegni mi intrigarono molto di più quelli che riguardavano ME invece che LORO (chiedo alla Corte che questa testimonianza venga deposta agli atti come dimostrazione che gay si nasce e non necessariamente si diventa!). La seconda, che mio padre, dandomi quel comando, era convinto che la curiosità avrebbe vinto, probabilmente anche incentivata dal desiderio di trasgredire/disobbedire (ma io ero DAVVERO un bambino molto obbediente e mi offese un po’ che mio padre non ci avesse pensato!), e quindi mi sarei dato una risposta da solo, leggendo il libro (e soprattutto vedendo i disegni…).

La conclusione a cui giunsi alla fine di tutta questa vicenda fu che con gli adulti, che sono davvero complicati, ci vuole tanta, ma tanta pazienza!