Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Andreino pane e vino – Parte seconda

Se avevo pensato che vivere in fraternità sarebbe stato relativamente semplice avendo avuto già l’esperienza di un anno in comunità vocazionale a Valdocco, mi sbagliavo. Mentre qui, infatti, eravamo tutti studenti, ed i tempi erano scanditi fondamentalmente da scuola e studio e tutto il resto, attività più prettamente religioso-spirituali a parte, era demandato ad altri, là si trattava di gestire una quotidianità fatta dall’alternanza preghiera-pulizie-orto-preghiera-cucina-pulizie-riposo-preghiera-lavoretti-preghiera-cucina-serata-preghiera-sonno. Si potrà notare che, oltre alla preghiera, c’era quindi una serie di attività a me del tutto sconosciute con cui dovevo venire a contatto per la prima volta: se le pulizie in qualche modo già me le ero gestite tra i salesiani, qui scoprivo l’esistenza del dover cucinare, a pranzo solo un giorno a settimana, ma a cena, incredibile ma vero, tutte le sere!; del dover svolgere lavori di normale gestione della casa (lampadine, queste sconosciute…); e, soprattutto, dell’ORTO!!! Io, che avevo SEMPRE odiato una dimensione bucolica che andasse oltre il guardare documentari in televisione, mi ritrovavo a dover fare i conti con pomodori, insalate, i Temibili Fagiolini (qualcuno di voi ha mai provato lo stracciamento di palle ed il conseguente mal di schiena del raccogliere i fagiolini?), ed i conigli.

Ma da una parte non potevo certamente fare molto lo schizzinoso, dovendo dare di me non una buona, un’OTTIMA impressione, visto che da quegli unici dieci giorni dipendeva l’esito della mia ammissione in postulato per l’autunno, e dall’altra tutte quelle novità in fondo mi incuriosivano e ci mettevo tutta la mia buona volontà. Il più delle volte, va detto, con esiti disastrosi. Fra Sergio, che era la persona preposta alla gestione di tutta la parte pratica della giornata mia e di Danilo, se con quest’ultimo non aveva grossi problemi, visto che era decisamente più sveglio e capace di me, nei miei confronti capì molto presto che doveva armarsi di molta, molta pazienza ed un atteggiamento decisamente stoico. Dopo aver quindi puntato già molto in alto per le mie possibilità (“Sei capace di aiutarmi a sistemare l’impianto elettrico, sì?”), comprese che doveva partire dalle basi (“No, se tieni la scopa in quel modo ti spazzi sui piedi, e non va bene…”). Insomma, un vero spasso… per me, forse non tanto per lui.

D’altra parte, in quello che invece erano le prime infarciture di storia francescana e rudimenti di teologia e spiritualità, ovviamente ero già decisamente su un altro livello. Anche troppo, forse: il buon p. Oreste, che come ho detto nel post precedente in certi momenti peccava di timidezza e denotava una certa insicurezza, al sentire il mio modo di parlare, vedere la mia cultura generale, verificare la mia conoscenza della vita di Francesco d’Assisi, conoscere quella che era stata la mia esperienza tra i salesiani, si intimidì, e questo atteggiamento gli sarebbe rimasto sempre come sotteso nei nostri rapporti. Ad onor del vero, è un qualcosa che ancora oggi, se voglio, accentuo e mi torna utile in determinati contesti. Al contrario, invece, p. Roby, che apprezzava moltissimo questa mia preparazione ed il mix di imbranataggine quasi infantile e livello culturale sopra la media, diceva spesso “Ci vuole gente come te tra di noi, gente preparata” e questo, naturalmente, non poteva che farmi un enorme piacere, oltre ad ingrossare il mio ego per altri aspetti un po’ saccagnato.

Complice il periodo estivo, un paio di giornate furono anche dedicate ad escursioni montane, che eccitavano tantissimo Oreste, il quale sembrava trasformarsi in una capra tibetana. “Aspetta! ASPETTA! Che non ti stanno dietro!” urlava stizzito fra Sergio, mentre io, che ovviamente era la prima volta che scalavo una seppure piccola cima (oddio, piccola… circa 3000 metri), tentavo disperatamente di non cadere rovinosamente in qualche burrone. “Sei sempre il solito! Non ascolti e fai di testa tua” ” Ma sì, ma sì… siamo tutti vivi no?” I battibecchi tra Oreste e Sergio erano la norma, e mi divertivano molto, oltre a lasciarmi anche abbastanza stupito: in fondo, il primo era il superiore del secondo, in quanto guardiano del convento, eppure questa formalità cedeva il passo alla normalità di un qualsiasi rapporto che si sviluppava in una sorta di famiglia, dove al posto dei legami di sangue c’erano quelli dati da una scelta di vita comune. Tutto questo su di me, che da sempre avevo vissuto la mia solitudine come un peso a volte insopportabile da gestire, esercitava il fascino del canto di una sirena. Mi sembrava fosse tutto quello che avevo sempre desiderato e tutto quello che avrei voluto da lì in poi.

I dieci giorni, ovviamente, volarono in un “amen”. Mi sembrava di essere appena arrivato, che già era ora di ripartire. Sapevo cosa sarebbe avvenuto adesso: la fraternità, ed in particolare Oreste, Roby, Marcello e Sergio, avrebbe dato il suo parere al Provinciale, p. Cesare, sull’opportunità della mia ammissione o meno per l’autunno, ed avrei quindi potuto sapere a breve se la mia vita sarebbe cambiata o se avrei dovuto tornare in quella specie di inferno che mi sembrava ormai essere casa. Era solo questione di (poco) tempo.


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Andreino pane e vino – Parte prima

Il convento di Pinerolo è anomalo. Non è infatti il classico edificio che viene in mente quando si parla di “convento”, con chiostro, porticato, lunghi corridoi austeri e tutto l’armamentario da Nome della Rosa. E’ una struttura relativamente recente, un grosso casermone di cemento rettangolare, a 3 piani, che al posto del chiostro ha nella parte posteriore un ampio giardino che si affaccia sulla città di Pinerolo. A fianco, in una grande casa di fine ottocento, c’era un’altra comunità di frati che si occupava dei confratelli più anziani di tutta la Provincia (religiosa), una sorta di casa di riposo però gestita sempre da Cappuccini per Cappuccini. Si trattava, quindi, di 2 fraternità confinanti, ma tra di loro separate e con ritmi e gestioni della quotidianità estremamente diverse.

Quella di prima accoglienza, il famoso postulato in cui stavo entrando per la prima volta, era composta all’epoca da 6 frati. Il cosiddetto “guardiano”, ovvero il responsabile della comunità., era p. Oreste, che all’epoca era poco meno che quarantenne, dinamico, ma nel contempo un po’ timido, con un vistoso riportino sulla pelata che quando tirava vento sventolava come una bandierina brizzolata, facendoci ridere moltissimo (ma lui ci teneva da morire).

L’economo, ovvero quello che gestiva tutti gli aspetti amministrativi, era p. Dante, o come dicevan tutti (cit.) DanDe, perché essendo abruzzese non riusciva a pronunciare la “T”: il motivo per cui fosse stato nominato economo era chiaro immediatamente, in quanto era dotato di braccine molto, molto corte. Il fatto di chiamarlo DanDe ci permetteva di distinguerlo da un altro frate suo omonimo, p. Dante appunto, appassionato di montagna ed un po’ alternativo nei modi di fare, spiccio, simpatico, oserei dire persino un po’ grezzo, e proprio per questo, probabilmente, designato ad essere il cappellano di circensi, nomadi e carcerati, che frequentava e seguiva con regolarità e molta dedizione, uno dei due che, cosa più unica che rara, non aveva la barba.

Marcello era magro ed allampanato, e pativa di frequenti stati di debolezza, che lo costringevano a volte a letto per intere giornate: soffriva molto di questa sua condizione perché gli sembrava di essere di peso per la fraternità, quindi, nei momenti in cui invece stava bene, lavorava moltissimo quasi a compensare i periodi di inattività forzata; p. Oreste gli era molto affezionato e cercava in tutti i modi di dargli sollievo quando stava male.

P. Roberto, affettuosamente chiamato p. Roby (o nella extended version, Roby Uan Kenobi), era il decano del convento, ed assomigliava tremendamente a Yoda di Star Wars: piccolino, barbetta, pelato, inseparabile dal suo saio (mentre tutti gli altri vestivano in abiti civili); era molto allegro e nel contempo approfittava un po’ dell’investitura da “vecchio saggio” che tutti in qualche modo gli avevano attribuito, anche perché per molti anni era stato colui che si era occupato della formazione dei giovani confratelli, tra cui gli stessi con cui ora condivideva la quotidianità, P. Oreste e p. Marcello, che nutrivano per lui una via di mezzo tra un timore reverenziale (“Era severissimo!” continuavano a dirci un po’ spaventati) e l’affetto che si prova per il nonno di casa; in realtà non era così vecchio, avrà avuto poco più di 60 anni, ma dimostrava più dell’età che aveva (e ne approfittava spudoratamente); era anche vagamente civettuolo, e ci teneva sempre ad avere un po’ di profumo (sì, proprio profumo) in tasca perché, diceva, “Non voglio puzzare di vecchio!”.

Chiudeva la combriccola il più giovane dei frati, frà Sergio, che a differenza degli altri non era sacerdote, anch’egli senza barba, e si occupava di tutto ciò che era “manualità” in convento, a cominciare dal non piccolo orto (un centinaio di metri quadrati), dalla coltivazione delle more (almeno finché non siamo arrivati noi… ne parlerò più avanti…) e tutto ciò che era di gestione “pratica”: una sorta di tuttofare, insomma (compreso anche cucinare quando la signora che di norma svolgeva questo compito aveva il giorno di riposo settimanale).

Nota: sottolineo l’assenza di barba in Dante e Sergio perché per i frati cappuccini era una tradizione, e, fino alla fine degli anni 60, addirittura un obbligo averla. Questo perché l’Ordine Cappuccino nasce nel 1500 come riforma degli altri due Ordini Francescani, Conventuali e Minori, e per distinguersi da essi, ed in qualche modo assimilarsi alle fasce più povere della popolazione, con cui voleva condividere l’appartenenza, scelse appunto di avere come simbolo del proprio “pauperismo” la barba. Anche se l’obbligo non c’è più, ancora oggi la quasi totalità dei frati Cappuccini continuano ad essere barbuti. Inutile dire che dal momento in cui entrai in quel convento, la barba divenne anche per me un imperativo categorico (del resto, fin da bambino ne ero stato affascinato e avevo pensato che da grande me la sarei fatta crescere) e da allora, salvo che per necessità mediche (in occasione dell’operazione al cuore che abbi nel 2010) non l’ho mai più tagliata.

In tutto ciò arrivai io, tra l’eccitato, l’intimidito ed il preoccupato. Era un posto nuovo, con persone nuove, con ritmi di vita nuovi, con attività nuove… insomma, una vero salto nel buio! Mi sembrava, per certi aspetti, di essere finito nella Piccola Casa nella Prateria, e mi sentivo decisamente un pesce fuor d’acqua. Per fortuna, nei giorni in cui io ero lì, c’era anche un altro ragazzo, di 2 anni più vecchio di me, Danilo, che già da un po’ frequentava il convento e, presumibilmente, sarebbe entrato come postulante a tutti gli effetti quello stesso autunno (come auspicavo avvenisse anche per me). La sua presenza mi fece ovviamente sentire un po’ meno spaesato, anche se lo stacco da quello che finora era stato il mio ambiente era comunque bello tosto. Iniziavano così i miei primi 10 giorni.


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Amarcord: Brexit

Da bambino per anni sono andato al mare con mia madre a Bellaria-Igea Marina. Mio padre lavorava presso quella che allora si chiamava A(zienda)E(nergetica)M(unicipale) di Torino, attualmente IREN, e che, come spesso capitava all’epoca con realtà statali o parastatali, aveva delle convenzioni con alberghi per i propri dipendenti e/o colonie estive per i loro figli. OVVIAMENTE i Borgialli non potevano mandare LORO FIGLIO in una colonia estiva, perché LORO FIGLIO non poteva mischiarsi con gli altri (versione paterna) e non poteva stare tanto tempo da solo lontano dalla famiglia (versione materna). Ergo noi, ovvero mia madre ed io, perché come ho scritto precedentemente mio padre, che detestava il mare, si limitava ad accompagnarci, poi tornava a casa e veniva dopo 2 settimane a riprenderci, andavamo ogni anno nella suddetta località presso un albergo, La Pineta, tuttora esistente, col cui nome ogni singolo anno mio padre giocava, pensando di raggiungere vertici elevatissimi di spiritosaggine, dicendo “Porto la Pinota (la piccola Pina, ovvero mia madre) alla Pineta!”. E giù a ridere. Cosa non fa dire l’amore…

Fin da piccolo, quindi, quella era la meta delle mie estati, insieme con la colonia montana sempre aziendale, dove però era mio padre ad avere il ruolo di gestore (quindi ero sotto la sua supervisione e non in mano a sconosciuti) ed, essendo invece odiata da mia madre perché (e cito testualmente) “C’è troppo vento e appena esco di camera sono subito tutta spettinata!”, i ruoli si invertivano, ovvero restavo con mio padre, mentre se ne rimaneva a casa mia madre.

Ma torniamo alla realtà marina. Fin da piccolo, come ho già raccontato precedentemente, ero affascinato da tutto ciò che ai miei occhi aveva un non so che di magico, e la tecnologia rientrava in questa categoria. Il mio amico più grande dell’albergo, quindi, era l’ascensore.

L’idea di schiacciare un pulsante, vedersi chiudere una porta, sentire le farfalle nella panci(n)a e ritrovarsi ad un piano diverso era un’esperienza per me meravigliosa, e fosse dipeso dal sottoscritto avrei trascorso tutte le 2 settimane facendo su e giù in quell’aggeggio. Chiaramente, come sappiamo, anche a 3-4 anni sapevo già leggere e distinguere i numeri, quindi di solito non avevo problemi ad essere autonomo, ed essendo dotato di un ottimo senso dell’orientamento non mi perdevo nemmeno quando dovevo ritrovare la camera, in quei corridoi in cui tutte le porte sembravano uguali.

Fino a quel giorno. Dovevo salire in camera da mia madre, non ricordo perché non fossi con lei, entrai quindi nel fido ascensore, schiacciai il mio pulsante, uscii dalla porta, mi diressi verso la camera, aprii senza bussare (perché avrei dovuto? Era la MIA stanza) ed entrai. Nella MIA camera c’erano una donna ed un bambino, che avrà avuto la mia età o forse un anno in più. La signora cominciò a parlare in tedesco, in modo abbastanza concitato, ed ovviamente io non ci capivo nulla. Quindi mi rivolsi all’unica persona che ritenevo avrebbe potuto ragionare in modo intelligente e capire che erano nella camera sbagliata, il figlio.

“Questa è la mia camera, dov’è la mia mamma?” “(Parole incomprensibili)” “Ma no, sono sicuro che questa è la mia camera, la porta è quella giusta” “(Parole incomprensibili)” “Ah… Quindi secondo te sono sceso al piano sbagliato?” “(Parole incomprensibili, ed indica per terra)” “E’ vero… il pavimento è diverso da quello della mia stanza… salgo un piano… Ciao” “(Parole incomprensibili, saluto con la manina e sorriso)”.

Salii al piano superiore, e ritrovai camera e madre, alla quale non dissi nulla perché sapevo che il rivelarle di avere sbagliato piano mi avrebbe precluso per sempre l’uso indipendente dell’ascensore (che adesso sarebbe comunque vietato ai bambini non accompagnati, ma allora non si andava tanto per il sottile).

Che c’entra tutto questo col titolo? C’entra perché questo episodio mi è tornato in mente quando, un paio di mesi fa, è successo tutto il casino che ben conosciamo a proposito del referendum sulla Brexit e sui suoi esiti. Ed ho pensato che il vero, grande problema dei bambini è che, col tempo, diventano adulti. Purtroppo.


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Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-2)

Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-04-_-_Miracle_of_the_Crucifix

Ed infatti, in due giorni, vedemmo davvero TUTTO: Basilica Inferiore, Basilica Superiore, Cripta, Basilica di s. Chiara, Basilica di s. Rufino, Basilica della Porziuncola, le Carceri (così chiamate perché Francesco ed i suoi seguaci vi si “incarceravano”, nel senso che trascorrevano dei lunghi periodi di eremitaggio), tempio di Minerva (trasformato in chiesa di s. Maria), chiesa di s. Stefano (poco conosciuta ai più, frequentata molto dai tedeschi, che sono soliti cantarvi i Vespri), chiesa di s. Damiano. Insomma, una roba che se non si diventa atei per l’eccesso di religiosità lì, non lo si diventa più.

E camminammo per ogni vicolo, strada, sentiero (per salire fino alla Rocca medievale, perché volevamo non vedere anche la Rocca medievale? Certo che no, era indispensabile fare un salto alla Rocca medievale), prato, scala e chi più ne ha più ne metta. L’amicizia di Marco fu messa a dura, durissima prova, mentre io saltellavo qua e là, come un uccello che si posasse di fiore in fiore, una specie di colibrì impazzito che non sapeva più dove andare a succhiare il nettare. Se non si fosse capito da questi esempi, continuavo a cinguettare e la mia vena pseudo-poetica aveva raggiunto livelli da allarme rosso.

 Crocifisso-di-san-Damiano.jpgLa basilica, Inferiore e Superiore, e la Cripta, che ne era di fatto il fondamento e dove si trova letteralmente incastonata in una colonna la bara di Francesco, mi affascinarono. E del resto, è impossibile per chiunque restare indifferente all’esplosione artistica che le contraddistingue, tra immagini giottesche ed affreschi tardo medioevali. Ma quella che mi colpì di più fu la chiesa di s. Damiano. La storia francescana vuole che fosse lì che Francesco ricevette il famoso invito “Va’ e ripara la mia chiesa” dal crocifisso omonimo, invito inteso da lui prima in senso letterale, tanto che come un muratore qualunque si mise di buona lena a restaurare quella chiesetta fatiscente, e solo successivamente compreso nella sua realtà, cioè indicando con “chiesa” non l’edificio fisico, ma la struttura ecclesiale dell’epoca.

Ed io, potevo forse essere da meno? Osteggiato dai miei genitori, come Francesco dai suoi, non ero quindi così simile a lui? Non aspettavano anche me grandi gesta, e la povertà tanto cara al poverello, appunto, di Assisi non era forse un richiamo che anch’io dovevo seguire? Ma non potevo certo farlo in una realtà così diversa come quella salesiana! Quelle 48h, quindi, mi vedevano alternare momenti di euforico entusiasmo a deliri misticheggianti, a transfert idealizzati (Andrea-Francesco-Andrea), a sconforto per il casino che tutto questo causava nella mia testa, consapevole che i tempi per decidere che fare si erano ormai ridotti all’osso. Mancava meno di un mese, infatti, a quella che sarebbe dovuta essere la data di ingresso in noviziato. In fondo, probabilmente sapevo già quale sarebbe dovuto essere l’epilogo, ma dopo anni di attesa e vagheggiamenti sulla mia futura vita salesiana, non era così semplice prenderne consapevolezza e, soprattutto, accettarne le conseguenze.

Il treno che ci riportava a casa mi vide, quindi, decidere di giocare l’ultima carta che mi rimaneva: sarei andato da p. Luca (vedi post “Se qualcosa si muove in mezzo alle gambe…”) e ne avrei parlato ancora con lui, che dopo tutti quei mesi di frequentazione assidua ormai mi conosceva abbastanza per darmi un’indicazione su cosa fare. Mancava davvero poco alla fine di tutto.

P.S.: sarei tornato molte volte ad Assisi, in alcuni anni più o meno ogni mese sarei stato lì. Ed ogni volta era come la prima: la amo incondizionatamente. E’ uno di quei posti che, appena ci vai, senti improvvisamente di poter chiamare in qualche modo “casa”, perché ti comunica un senso di pace e di serenità che non trovi altrove. L’ultima volta che l’ho vista fu dopo il terribile terremoto del 1997: in quel periodo stavo terminando i miei studi a Roma (ci arriveremo… molto più avanti) ed avvertii persino a così grande distanza le scosse che rischiarono di distruggerla. Quando la vidi mi venne da piangere. Essendo frate, potevo entrare abbastanza facilmente al Sacro Convento, altrimenti di solito non accessibile a visitatori esterni, e lo vidi aperto in due come una mela, con una spaccatura che attraversava dal soffitto fino a terra il meraviglioso refettorio medioevale, le cui dimensioni sono esattamente identiche, ovviamente in orizzontale, a quelle del campanile della Basilica. Così come mi fu permesso, nonostante l’ingresso fosse ancora vietato a chiunque per motivi di sicurezza, di affacciarmi alla Basilica Superiore, vedendo pezzi di affreschi giotteschi rovinosamente a terra. Da quando lasciai la vita francescana, 3 anni dopo, ad oggi non ci sono più tornato. E’ come se fosse un pezzo della mia vita che non desidero condividere con altri, perché troppo intimo e personale. Ma mi manca moltissimo rivederla, e so che presto o tardi, e spero presto, vi tornerò.


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Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-1)

Assisi-skyline.jpgQuando dovetti preparare il (mini) viaggio ad Assisi, non esisteva ancora internet (*un attimo di silenzio luttuoso pensando a quanto sono vecchio… grazie*), quindi fu tutto un susseguirsi di ricerche, telefonate, tentativi di prenotazione, disdette per almeno una decina di giorni. Alla fine, riuscii a trovare una camera per 2, me ed il fido Marco M., per 3 notti a fine agosto. Non stavo più nella pelle. Non ricordo nemmeno come fossi riuscito a convincere i miei genitori, se giocando sul loro senso di colpa per come mi avevano giudicato nel post-Maturità; o se sul loro senso di colpa per le 2 settimane trascorse tra bus, santuari, bus, apparizioni, bus, grotte, bus; o se sul loro senso di colpa per il fatto che presto mi avrebbero lasciato andare da solo in Noviziato (o almeno, così erano convinti); di sicuro, giocai su uno dei loro sensi di colpa.

Per raggiungere Assisi, non avendo un’auto a disposizione (io non avevo voluto prendere la patente e Marco era di un anno più giovane di me ed ancora non avrebbe potuto averla comunque), fummo costretti a prendere il treno, o meglio i treni, e scodellarci circa 8 ore di viaggio (sì, all’epoca non esisteva nemmeno il FrecciaRossa… Non che le cose siano cambiate granché, comunque). Credo che ad un certo punto Marco mi avrebbe volentieri buttato giù da un finestrino, visto la mia eccitazione crescente man mano che ci avvicinavamo alla meta. Lui ad Assisi era già stato in una delle classiche gite scolastiche pseudo-culturali, quindi ogniqualvolta vedevo una collina con una qualche forma di costruzione sulla cima “E’ quella? E’ quella?” gridavo, saltellando sul sedile; “No, non è quella…” ripeteva rassegnato lui, sprofondando nel sedile. Finalmente, verso metà pomeriggio, arrivammo.

Arrivammo sì, ma alla stazione, che dista quasi 5km dalla città che, appunto, è su una collina, quindi tutta in salita. “Prendiamo il bus”, suggerì la voce dell’intelligenza. “Sei matto? E’ vicinissima! E non voglio perdermi nemmeno un istante per godermi il paesaggio!” rispose la voce del fanatismo (inutile specificare a chi dei due appartenessero le voci, vero?). E vinse quest’ultima… purtroppo per i miei piedi, che nei successivi 3 giorni ebbero vesciche che manco le piaghe d’Egitto. Ma non mi importava, quello che contava era essere finalmente nella città del mio amato Francesco (il santo, intendo).

Chiunque sia stato ad Assisi, lo sa. La città si apre, guardandola mentre si arriva dalla pianura, arroccandosi sulla collina, quasi come una Minas Tirith medioevale. Sulla sinistra spiccano la grande Basilica inferiore che si affaccia a strapiombo sulla vallata, circondata dal Sacro Convento dei frati Conventuali, e la meravigliosa Basilica superiore, che guarda la collina di fronte a sé, come un benevolo guardiano di pietra. Sulla destra si snoda la città vera e propria, rimasta quasi intatta nelle sue forme medioevali, e i cui mattoni rossi creano un contrasto cromatico con il verde della terra umbra che vi fa perdere il cuore. Il mio lo persi immediatamente.

Persi anche una buona parte di cervello, evidentemente, perché cominciai letteralmente a saltellare per la strada, cinguettando (sì, esatto, cinguettando…) e cantando senza sosta. Va bene che Francesco si definiva “il giullare di Dio”, ma la cosa mi stava decisamente sfuggendo di mano. Marco da una parte non smetteva più di ridere, dall’altra sembrava un po’ preoccupato. “Calmati, dai, smettila” continuava a ripetere, inutilmente, tra una risata e l’altra. Lo salvò l’arrivo presso la nostra sistemazione e la conseguente cena (perché la mia geniale idea di arrivare a piedi, oltre a farci perdere un paio di volte, ci aveva fatti arrivare tardissimo rispetto a quando eravamo scesi dal treno). Quando, finalmente, andammo a dormire, faticai a prendere sonno, nonostante la giornata decisamente pesante, pregustando la visita che mi aspettava nei giorni seguenti. Avrei visto tutto, TUTTO, T-U-T-T-O.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-4)

Man mano che ci avvicinavamo a s. Giovanni Rotondo, dove avremmo soggiornato per 2 notti, mio padre si dimostrava sempre più insofferente. Del resto, era comprensibile: vuoi mettere l’idea di tornare a Rivarolo e raccontare come il viaggio lo avesse provato? Come si fosse sentito male ed avesse stoicamente resistito, finché il dolore non avesse preso il sopravvento? E come, MIRACOLOSAMENTE, tutto questo fosse avvenuto proprio mentre eravamo nei pressi di uno degli ospedali più famosi d’Italia, fondato nientepopodimeno che da padre Pio in persona? E quindi eccolo là “Pina… sto male…”, con la classica voce da sto-morendo-ma-non-voglio-farvelo-pesare-però-sto-morendo-tanto, con mia madre che, di conseguenza “Oddio! Gino, stai male? Stai male, Gino? Ma dimmi, stai male? Ma come stai, Gino? MA PARLA! Oddio, Gino sta male…” e giù a stare peggio di lui.

Morale della favola: mentre tutto il resto del gruppo prendeva posto in albergo, noi prendevamo posto in ospedale, con mio padre accompagnato all’interno su una sedia a rotelle, immagine del crocifisso, però seduto, e mia madre della Veronica, però che si asciugava il proprio, di volto, dal sudore per lo spavento. Ovviamente, non era assolutamente nulla, un semplice calo di pressione dovuto probabilmente al caldo. Poi, perché i medici lo dicessero praticamente ridendo, lo lascio alla vostra libera interpretazione. L’importante era che mio padre avesse avuto la Sua Grande Avventura da raccontare una volta tornato a casa, che naturalmente si sarebbe arricchita via via di particolari sempre più drammatici.

Archiviata la pratica-ospedale, potemmo dedicarci completamente alla pratica-padre Pio (che all’epoca non era ne’ santo ne’ beato). Visitammo le stanze in cui aveva vissuto, in cui aveva pregato, in cui era stato tentato dal dimonio (cito testualmente), fino ad arrivare alle sue miracolosamente mantenute vestigia (in realtà alla statua di cera che le racchiudeva, ma fu tutto un fiorire di “Uhhhh! Ohhhh! E’ un miracolo! Se non è l’opera divina questa…!”, anche se a me sfuggiva cosa potesse fregare a Dio di mantenere o meno integro il corpo di un vecchio barbuto, ma che fossi un miscredente ormai si era capito). Ma il colpo di scena doveva ancora arrivare. “Io” esordì la nostra guida, ovviamente un canuto frate cappuccino “sono l’ultimo dei figli spirituali di padre Pio ancora in vita. E lui mi disse che avrei potuto trasmettere l’essere suoi figli spirituali anche a tutti coloro che lo avessero invocato come padre. Quindi, se voi volete, da adesso siete tutti figli e figlie spirituali di padre Pio!”.

Svenimenti, commozioni, lacrime a profusione, sventolare di fazzoletti per evitare il mancamento… ed offerte a pioggia, naturalmente. Che poi, a quel punto, l’unicità della figliolanza di padre Pio del canuto frate mi sembrava un filo essere venuta meno, ma poco importa, come ho già detto che io fossi un miscredente eccetera eccetera. E dopo questa specie di inseminazione eterologa spirituale che ci aveva resi tutti figli e figlie spirituali del (futuro) santo cappuccino, partimmo per l’ultima tappa del viaggio, monte s. Angelo con il santuario dedicato a s. Michele Arcangelo, sul Gargano. Una curiosità. Sono 3 i santuari dedicati a s. Michele Arcangelo: il succitato, quello della Sacra di S. Michele in Piemonte ed il famosissimo Mont S. Michel in Francia. Ebbene, la distanza tra il primo ed il secondo e tra il secondo ed il terzo è esattamente identica (1000km), ed i 3 sono posti su una linea retta immaginaria, che se prolungata si congiunge con Gerusalemme. All’epoca non conoscevo questa particolarità, ma l’atmosfera del luogo, finalmente, mi colpì.

Anche qui non mancavano alcune caratteristiche, diciamo così, folcloristiche, prima fra tutte la presunta impronta che l’Arcangelo stesso avrebbe lasciato schiacciando il demonio durante una delle loro infinite lotte mistiche, orma ovviamente ben visibile e molto simile a quella di un bambino. Così come, nell’immancabile negozio di ricordi (che, come sempre, mi attirò come il fuoco una falena), una presenza infinita di rosari i più diversi dedicati a tutte le specie conosciute (conosciute…?) di angeli. Ma il santuario, di fatto scavato all’interno di una grotta, aveva un’aura di calma, di serenità, di raccoglimento che fino a quel punto, in tutto il resto del viaggio, mi era mancata. Ma, soprattutto, scoprii che era stato meta di pellegrinaggio di s. Francesco, che aveva lasciato disegnato il proprio simbolo, il Tau (lettera greca che ricorda la croce, da non confondersi col Tao, che è tutta un’altra cosa), su una delle rocce della grotta stessa.

Eccolo là, il segno che IO aspettavo. Alla fine di quella serie interminabile di soli che ballavano, madonne che piangevano (e quante ne avevo tirate giù io, di madonne), frati che si autoconservavano, un banale, semplice disegno, come quello che fanno i bambini per dire “sono stato qui”, mi richiamò alla decisione che dovevo prendere, ed in fretta, riguardo al mio futuro. Ed improvvisamente seppi anche quale sarebbe stato il credito che avrei riscosso nei confronti dei miei genitori per quelle due settimane infinite: sarei andato ad Assisi, là dove Francesco aveva vissuto, ed anch’io, come lui, avrei ascoltato quello che il Signore aveva da dirmi! E come Francesco aveva il fido frate Leone con sè, io avrei avuto il fido Marco M. ad accompagnarmi!

Fu con questa immagine a metà tra il mistico e l’eroico che mi ronzava negli occhi, entusiasmandomi ogni minuto di più, che tornai verso Torino, preparandomi a sciogliere finalmente i dubbi che non mi avevano dato tregua da quasi un anno. La mia estate non era ancora finita.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-3)

Il traghetto fendeva le onde, mentre il sole sorgeva all’orizzonte. Gli schizzi d’acqua formavano dei piccoli arcobaleni ai lati dello scafo, ed il cielo passava dal nero della notte ad un rosa tenue, fino ad un rosso acceso, scintillando riflesso sulle acque del mare. Avevo ceduto il mio posto in cabina ad una compagna di viaggio, dormendo quindi, si fa per dire, su una poltrona, ed ora ero affacciato alla balaustra del ponte godendomi un attimo di tranquillità e di solitudine. Tra poco saremmo attraccati al porto di Dobrovnich e quel momento sarebbe scomparso, ma per ora era mio, solo mi…”PINAAAAAAAAA! Dov’è Andrea? PINAAAAAAAAA!” Ok, quel momento ERA scomparso.

Arrivammo a Dubrovnich, sbarcammo i bus, sbrigammo le veloci pratiche doganali e senza quasi accorgercene eravamo già in viaggio, diretti verso Medjugorie. Avevo avuto modo, durante il tragitto, di scoprire che, a sentire loro, più o meno tutti i nostri compagni di viaggio avevano avuto meravigliosi quanto incredibili episodi di visioni private della Madonna (intendo proprio della Vergine, non era una interiezione), colloqui interiori che nemmeno s. Teresa d’Avila ed altre amenità simili. In particolare la nostra guida, un baffuto signore di una certa età, chiamava la Madonna “la mamma”, commuovendosi alle lacrime ogniqualvolta la citava… e la citava molto di frequente…, lasciando intravvedere un rapporto con lei così intimo da far invidia anche a Gesù Cristo. Del resto, ebbi modo di riscontrare che il suo rapporto con lo spirito di-vino era realmente stretto, e questo certamente aiutava. Dato che, come ho accennato in precedenza, si era ancora relativamente agli inizi di quello che sarebbe diventato un baraccone spiritual-mediatico, non c’erano ancora strutture alberghiere in grado di accogliere i pellegrini, quindi avremmo tutti soggiornato in case di privati, loro graditi ospiti (paganti). Noi, cioè i miei genitori, Marco M. ed io, più una coppia composta da padre e figlia, avremmo alloggiato presso una certa Drakna (con grande sconcerto di mio padre e mia madre, che credo pensassero, da bravi provinciali mai usciti dall’Italia se non per andare, una sola volta anni prima, a Lourdes, di trovarsi in una capanna di frasche, stile tribù dell’Africa più profonda).

In realtà, nonostante la nostra guida ci avesse preventivamente avvertito che “purtroppo molti hanno capito che così si fanno i soldi e quindi cercano di approfittarne… Bisogna capirli, e non farsi distrarre dalla spiritualità del luogo, che è tutta un’altra cosa!” (ma dai…?!), Drakna si rivelò essere una donn(on)a gentilissima, molto disponibile, accogliente, che non capiva un’acca di italiano e quindi, quando si creavano le ovvie incomprensioni del caso, rideva con una risata squillante e gioiosa. Ho di lei un ottimo ricordo.

Non altrettanto dei giorni di permanenza. Si passava dalla solita messa quotidiana (in italiano, perché è vero che si era ancora agli inizi, ma ci si era già organizzati per scandire tutte le ore del giorno con celebrazioni in ogni lingua), agli immancabili rosari, alle interviste E-SCLU-SI-VE con i veggenti (che duravano con un tempo cronometrato perché, essendo E-SCLU-SI-VE, li vedevano correre al gruppo successivo allo scadere dei minuti concessi). Era tutto un florilegio di sorrisi, sospiri, pianti e gare a chi avesse visto il prodigio più rilevante. Sì, perché non si poteva, proprio non-si-poteva, tornare da Medjugorie senza essere stati testimoni di almeno UN prodigio. E c’era anche una specie di classifica, che andava dal vedere la statua della Madonna sbattere gli occhi, all’ostia consacrata assumere un colore od una luce particolari, fino al classico e più ricercato di tutti, il sole che si muoveva danzando nel cielo. Credo che mia madre sia riuscita a collezionarli tutti, lei che aveva sempre impedito a me, da bambino, di completare anche la più piccola raccolta di figurine… Com’è ingiusta la vita!

Il clou lo raggiungemmo il 5 di agosto. Sì, perché ci spiegarono che la Madonna, sempre lei, aveva raccontato che quel giorno ricorreva il suo compleanno. E va bene che è la Beata Vergine, va bene che è stata Assunta in cielo in corpo e spirito, ma rimane pur sempre una donna, perbacco! E quale donna non vuole che le venga offerto un fiore, una poesia, un canto, insomma un cadeaux per il proprio compleanno? Quindi, il 5 agosto ci sarebbe stata una “apparizione pubblica”, che non significava che noi tutti avremmo visto la Madonna (anche se molti dei presenti mi sembrava che una certa dimestichezza con la maria l’avessero, ad essere sinceri), ma che avremmo potuto assistere all’apparizione che si svolgeva ogni giorno, ad un’ora ben precisa, davanti ai veggenti, che di norma era rigorosamente privata e solo in rarissime occasioni, e questa sarebbe stata una di quelle, si mostravano al pubblico durante l’evento.

Per partecipare a questo avvenimento, salimmo tutti sulla cime del Podbrdo, il monte dove sarebbe apparsa la Vergine la prima volta ai veggenti, salita non priva di qualche disagio per le persone più anziane, in quanto il sentiero, all’epoca, era roccioso e molto terroso. Erano circa le 19, ed il gruppo complessivo di persone era decisamente nutrito, proprio perché da molte parti si era arrivati in concomitanza con questa data apposta per festeggiare il radioso genetliaco. I 7 veggenti erano al centro del cerchio formato dai pellegrini, e recitavano con noi il rosario. Ad un certo punto, sincronizzati come la nazionale di ginnastica artistica, caddero simultaneamente in ginocchio, lo sguardo rivolto verso una roccia e le labbra a muoversi, ma questa volta silenziosamente. Intorno, manco a dirlo, un silenzio tombale. Sorridevano, e sembrò che uno ad uno parlassero, ascoltando qualcosa rivolto a loro e a loro soli. Poi sollevarono ulteriormente la testa, come a seguire qualcosa che si alzava nell’aria, mentre tutto intorno, all’improvviso cominciò a risuonare gioioso… TANTI AUGURI A TEEEEEEE! Volevo morire.

Scendemmo, inutile dirvi con quale eccitazione tra i membri di tutto il gruppo (e tralascio per decenza la descrizione di mia madre). Il giorno dopo saremmo partiti per tornare in Italia ed affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, S. Giovanni Rotondo prima e la visita al Santuario dell’arcangelo Michele poi. Le mie perplessità erano andate sempre più aumentando, e mi chiedevo una volta di più se tutto questo, che era così simile a quanto avevo già vissuto a Valdocco (vedi post “Le Baccanti”) era realmente quello che volevo per me e la mia vita da lì a poco. Carico di dubbi, salii sul bus, mi imbarcai sul traghetto che ci avrebbe condotti a Taranto e lasciai Medjugorie. Non vi sarei mai più tornato, contrariamente ai miei genitori che, folgorati sulla via di Damasco, vi avrebbero fatto altri due viaggi. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-2)

Il bus che avremmo dovuto prendere partiva presto… MOLTO presto. E quindi, quando arrivammo alla fermata di ritrovo a Torino, mio padre era già scoglionato (cosa assolutamente nella norma, dato il suo carattere così accondiscendente). Il bus in questione, poi, era a 2 piani, ed era la prima volta che tutta la famiglia Borgialli ne vedeva uno: potete quindi immaginare la mia eccitazione ed il mio non pensarci nemmeno mezzo secondo per decidere che noi saremmo assolutamente saliti al piano superiore! Quasi tutti gli altri compagni di viaggio, che ovviamente non conoscevamo, erano già seduti. Non li conoscevamo, ho scritto? Durò poco.

“Pina! Ma siamo in una piccionaia!” risuonò l’entusiastico (si fa per dire) commento paterno, con la voce discreta che lo contraddistingueva. “Zitto, Gino!” sussurrò, ormai inutilmente, l’imbarazzata madre. Ecco, la conoscenza, almeno per quanto riguardava la nostra simpatica famigliola, era bella che fatta. Da quel momento, mio padre divenne il punto di riferimento per tutto il gruppo, guida compresa, che si sbellicava ai suoi racconti, si inteneriva ascoltando della sua malattia (ops, non ne ho parlato… rimedierò con un “Amarcord”), si indignava quando parlava di politica. Sì, perché mio padre tanto era compagnone e simpatico in pubblico, quanto diventava serioso ed a volte aggressivo (con la voce) in famiglia. Mi chiedo da chi abbia potuto prendere io, almeno nel voler essere appariscente…

Comunque, a me la cosa in fondo stava benissimo: laddove mio padre avesse catalizzato attorno a sè, e di riflesso a mia madre, l’attenzione, io sarei stato più libero di farmi i fatti miei, almeno per quello che avrebbe potuto essere in una “gita” in bus che sarebbe durata poco meno di 2 settimane. Infatti, il tragitto era un vero e proprio tour: scendendo verso Ancona, da dove saremo partiti, ci dovevamo fermare alla Basilica di Loreto. Al ritorno, poi, era prevista una tappa a s. Giovanni Rotondo di ben 3 giorni, per visitare, oltre ai luoghi di p. Pio, anche Monte s. Angelo, con il santuario di s. Michele. Insomma, una vagonata di quel tipo di religiosità per cui stravedevo, proprio. Nel mezzo, Medjugorie, appunto, dove ci saremo fermati 5 giorni. Ovviamente, fin da quel momento cominciai a pensare a cosa chiedere come contrappasso per farmi risarcire dai miei genitori per quel girone dantesco in cui mi ero venuto a trovare.

Il santuario della Madonna di Loreto non mi piacque particolarmente. Lo trovai enorme e ben poco predisposto alla preghiera ed alla meditazione. Ovviamente, ancora non potevo sapere che vi sarei tornato molte volte, in seguito, una volta diventato frate cappuccino, proprio perché retto dal medesimo Ordine di cui avrei fatto parte anch’io. Marco M., invece, che era molto più “mariano” di me (nel senso che aveva una predilezione per tutto ciò che riguardava la Madonna, e si interessava di ogni santuario, ogni racconto, ogni leggenda, ogni fuffa possibile), rimase affascinato da tutta quella “grandeur” ed ogni angolo, ogni colonna, ogni cero erano suoi. E meno male che avevo voluto ci accompagnasse per non sentirmi troppo immerso in religiosate da comari! Non ci fermammo molto, in fondo: giusto il tempo di una Messa, e di un rosario, e di una predica da hoc di uno dei frati cappuccini, e del racconto di come la casa di Maria (quella VERA, eh!) fosse stata trasportata dagli angeli e deposta PROPRIO LI’, e dell’immancabile visita al negozio di chincaglieria religiosa (quella, almeno, gradita anche a me). Insomma, dopo quel primo, lunghissimo pomeriggio volevo già morire.

Ma la delusione maggiore arrivò al porto di Ancona, dove ci saremmo imbarcati su un traghetto che, durante la notte, ci avrebbe portati a Dubrovnich (o Ragusa che dir si voglia), in Croazia: il bus a due piani NON ENTRAVA! Con le lacrime agli occhi dovetti abbandonare il posto che mi ero conquistato con tanto amore nella piccionaia, e trasbordare in un dei due bus sostitutivi che avremmo dovuto usare da quel momento in poi. No, decisamente Medjugorie si stava facendo odiare sempre di più.


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Amarcord: Summer graffiti

(Mi sono reso conto che, andando avanti con il blog, mi vengono alla mente ricordi che dovrebbero essere collocati temporalmente prima rispetto alle vicende che sto raccontando ora, un po’ perché la memoria, stimolata, li tira fuori a scoppio ritardato, un po’ perché amici che che li hanno condivisi e leggono il blog me li fanno notare. ho deciso, quindi, ogni tanto, di inserire dei post fuori logica temporale, recuperando qualcosa che non mi sono ricordato in tempo, e che indicherò con il termine “Amarcord” nel titolo. Visto che siamo alla fine dell’estate, inizio con qualcosa in tema)

Durante la mia infanzia, le estati coincidevano con la noia assoluta. Fino ai 7 anni ne trascorrevo una parte in montagna con mio padre, come raccontato precedentemente, ma da lì in poi si erano ridotte a coincidere con le 2 settimane che passavo al mare con mia madre, (vedi “Questo Piccolo Grande Amore”) ed il resto a casa, da solo. Il massimo del divertimento era andare in bicicletta, facendo il giro dell’isolato, in un carosello autistico, dove fingevo di essere un supereroe in sella ad un mezzo tecnologicamente eccezionale (una Graziella…), che avevo pomposamente chiamato Giuseppa (ok, nessun commento, abbiate pietà). Se si pensa che il modello a cui mi rifacevo in quel periodo era Paperinik, si capisce l’abisso di poraccitudine in cui ero caduto.

Con l’adolescenza, però, le cose un po’ cambiarono in meglio (e ci voleva DAVVERO poco). Intanto, cominciando a frequentare l’oratorio ed inserendomi in un gruppo di amici, avevo anch’io una parvenza di vita sociale; poi, i miei mi lasciavano un filo di indipendenza in più, niente di eccezionale, beninteso, ma perlomeno potevo stare alzato fino a tardi a guardare la televisione mentre loro andavano a letto, e già questo mi sembrava un traguardo di trasgressione ed emancipazione. Ma ricordo in particolare segnare un po’ un punto di non-ritorno, una presa di coscienza diversa dalle altre, pur nella sua assoluta, totale, banale normalità, l’estate dell’85.

Era l’anno in cui uscì “La Vita è Adesso” di Baglioni. Non mi era mai piaciuto, Baglioni. Troppo melenso, troppo sdolcinato, e poi TUTTE le mie amiche stravedevano per lui, i suoi capelli, la sua voce, i suoi capelli, le sue canzoni, i suoi capelli, il suo sorriso, i suoi capelli. Fu l’anno in cui, assente dalle scene da un po’, per il suo ritorno con un nuovo disco di inediti, i famosi capelli se li tagliò. La TRA-GE-DIA! Le mie amiche, prima ancora che uscisse l’album, erano devastate: sembrava che la capacità di cantare del Divo Claudio fosse direttamente proporzionale alla lunghezza del crine, un po’ come la forza per il biblico Sansone. Naturalmente, date le premesse non vedevo l’ora di sentire il suo nuovo lavoro per poterle prendere per i fondelli a sangue.

Le sue fans più sfegatate erano due sorelle, Stefania e Roberta, che abitavano in una casa con giardino, custodia di un piccolo castello che a Rivarolo viene chiamato “il Castellazzo”. Eravamo sdraiati lì fuori, il sole era caldo ma non troppo, loro in bikini per abbronzarsi, io vestito di tutto punto come sempre, perché è vero che i miei mi concedevano qualche libertà in più, ma era pur sempre disdicevole in paese stare in costume da bagno, anche in una proprietà privata. Ero prontissimo a dimostrare quanto fosse “da femmine” quel tipo di musica, che loro, che avevano comprato l’album il giorno dell’uscita e quindi lo conoscevano già a memoria, si ostinavano a decantare con tanto sospirare. Fecero partire il pezzo che dava il titolo al lavoro; e la sonorità mi avviluppò.

Mi avviluppò “La vita è Adesso” con il suo dare un senso al mio grigiore quotidiano; mi avviluppò “E Adesso la Pubblicità” che raccontava dei secoli di noia che vivevo anch’io; mi avviluppò “Notte di Note, Note di Notte” che dava voce a quell’anelito di silenziosa contemplazione che identificavo con la mia vocazione.

E pensai al senso di libertà che vivevo la sera, quando uscivo con gli amici e rincasavo, finalmente possessore della chiave di casa; o quando stavo alzato per guardare il Festivalbar con le sue musiche, le sue luci, le sue trasgressioni provinciali che mi sembravano così eccitanti; e ancora, nei pomeriggi in cui uscivo, dicendo che sarei andato in piscina a nuotare, mentre mi compravo un vasetto di Nutella, un Topolino e mi andavo a sdraiare su un prato, rincasando non prima di aver inumidito costume ed accappatoio perché mia madre non si insospettisse. Quella canzone ancora oggi racchiude in sè tutto questo, quel raro momento in cui hai una vita davanti, ne diventi improvvisamente consapevole, non sai ancora come sarà, ma sei certo che sarà piena e bellissima.

Sarebbero arrivate le delusioni, le sconfitte, i fallimenti; ma nel mio iPod “La Vita è Adesso” continua ad avere un suo angolo in cui mi  rifugio ogni tanto, per tornare là, sdraiato su un prato pieno di sole, quando sapevo con certezza che tutto sarebbe andato per il meglio.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.