Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-2)

Il bus che avremmo dovuto prendere partiva presto… MOLTO presto. E quindi, quando arrivammo alla fermata di ritrovo a Torino, mio padre era già scoglionato (cosa assolutamente nella norma, dato il suo carattere così accondiscendente). Il bus in questione, poi, era a 2 piani, ed era la prima volta che tutta la famiglia Borgialli ne vedeva uno: potete quindi immaginare la mia eccitazione ed il mio non pensarci nemmeno mezzo secondo per decidere che noi saremmo assolutamente saliti al piano superiore! Quasi tutti gli altri compagni di viaggio, che ovviamente non conoscevamo, erano già seduti. Non li conoscevamo, ho scritto? Durò poco.

“Pina! Ma siamo in una piccionaia!” risuonò l’entusiastico (si fa per dire) commento paterno, con la voce discreta che lo contraddistingueva. “Zitto, Gino!” sussurrò, ormai inutilmente, l’imbarazzata madre. Ecco, la conoscenza, almeno per quanto riguardava la nostra simpatica famigliola, era bella che fatta. Da quel momento, mio padre divenne il punto di riferimento per tutto il gruppo, guida compresa, che si sbellicava ai suoi racconti, si inteneriva ascoltando della sua malattia (ops, non ne ho parlato… rimedierò con un “Amarcord”), si indignava quando parlava di politica. Sì, perché mio padre tanto era compagnone e simpatico in pubblico, quanto diventava serioso ed a volte aggressivo (con la voce) in famiglia. Mi chiedo da chi abbia potuto prendere io, almeno nel voler essere appariscente…

Comunque, a me la cosa in fondo stava benissimo: laddove mio padre avesse catalizzato attorno a sè, e di riflesso a mia madre, l’attenzione, io sarei stato più libero di farmi i fatti miei, almeno per quello che avrebbe potuto essere in una “gita” in bus che sarebbe durata poco meno di 2 settimane. Infatti, il tragitto era un vero e proprio tour: scendendo verso Ancona, da dove saremo partiti, ci dovevamo fermare alla Basilica di Loreto. Al ritorno, poi, era prevista una tappa a s. Giovanni Rotondo di ben 3 giorni, per visitare, oltre ai luoghi di p. Pio, anche Monte s. Angelo, con il santuario di s. Michele. Insomma, una vagonata di quel tipo di religiosità per cui stravedevo, proprio. Nel mezzo, Medjugorie, appunto, dove ci saremo fermati 5 giorni. Ovviamente, fin da quel momento cominciai a pensare a cosa chiedere come contrappasso per farmi risarcire dai miei genitori per quel girone dantesco in cui mi ero venuto a trovare.

Il santuario della Madonna di Loreto non mi piacque particolarmente. Lo trovai enorme e ben poco predisposto alla preghiera ed alla meditazione. Ovviamente, ancora non potevo sapere che vi sarei tornato molte volte, in seguito, una volta diventato frate cappuccino, proprio perché retto dal medesimo Ordine di cui avrei fatto parte anch’io. Marco M., invece, che era molto più “mariano” di me (nel senso che aveva una predilezione per tutto ciò che riguardava la Madonna, e si interessava di ogni santuario, ogni racconto, ogni leggenda, ogni fuffa possibile), rimase affascinato da tutta quella “grandeur” ed ogni angolo, ogni colonna, ogni cero erano suoi. E meno male che avevo voluto ci accompagnasse per non sentirmi troppo immerso in religiosate da comari! Non ci fermammo molto, in fondo: giusto il tempo di una Messa, e di un rosario, e di una predica da hoc di uno dei frati cappuccini, e del racconto di come la casa di Maria (quella VERA, eh!) fosse stata trasportata dagli angeli e deposta PROPRIO LI’, e dell’immancabile visita al negozio di chincaglieria religiosa (quella, almeno, gradita anche a me). Insomma, dopo quel primo, lunghissimo pomeriggio volevo già morire.

Ma la delusione maggiore arrivò al porto di Ancona, dove ci saremmo imbarcati su un traghetto che, durante la notte, ci avrebbe portati a Dubrovnich (o Ragusa che dir si voglia), in Croazia: il bus a due piani NON ENTRAVA! Con le lacrime agli occhi dovetti abbandonare il posto che mi ero conquistato con tanto amore nella piccionaia, e trasbordare in un dei due bus sostitutivi che avremmo dovuto usare da quel momento in poi. No, decisamente Medjugorie si stava facendo odiare sempre di più.


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Amarcord: Summer graffiti

(Mi sono reso conto che, andando avanti con il blog, mi vengono alla mente ricordi che dovrebbero essere collocati temporalmente prima rispetto alle vicende che sto raccontando ora, un po’ perché la memoria, stimolata, li tira fuori a scoppio ritardato, un po’ perché amici che che li hanno condivisi e leggono il blog me li fanno notare. ho deciso, quindi, ogni tanto, di inserire dei post fuori logica temporale, recuperando qualcosa che non mi sono ricordato in tempo, e che indicherò con il termine “Amarcord” nel titolo. Visto che siamo alla fine dell’estate, inizio con qualcosa in tema)

Durante la mia infanzia, le estati coincidevano con la noia assoluta. Fino ai 7 anni ne trascorrevo una parte in montagna con mio padre, come raccontato precedentemente, ma da lì in poi si erano ridotte a coincidere con le 2 settimane che passavo al mare con mia madre, (vedi “Questo Piccolo Grande Amore”) ed il resto a casa, da solo. Il massimo del divertimento era andare in bicicletta, facendo il giro dell’isolato, in un carosello autistico, dove fingevo di essere un supereroe in sella ad un mezzo tecnologicamente eccezionale (una Graziella…), che avevo pomposamente chiamato Giuseppa (ok, nessun commento, abbiate pietà). Se si pensa che il modello a cui mi rifacevo in quel periodo era Paperinik, si capisce l’abisso di poraccitudine in cui ero caduto.

Con l’adolescenza, però, le cose un po’ cambiarono in meglio (e ci voleva DAVVERO poco). Intanto, cominciando a frequentare l’oratorio ed inserendomi in un gruppo di amici, avevo anch’io una parvenza di vita sociale; poi, i miei mi lasciavano un filo di indipendenza in più, niente di eccezionale, beninteso, ma perlomeno potevo stare alzato fino a tardi a guardare la televisione mentre loro andavano a letto, e già questo mi sembrava un traguardo di trasgressione ed emancipazione. Ma ricordo in particolare segnare un po’ un punto di non-ritorno, una presa di coscienza diversa dalle altre, pur nella sua assoluta, totale, banale normalità, l’estate dell’85.

Era l’anno in cui uscì “La Vita è Adesso” di Baglioni. Non mi era mai piaciuto, Baglioni. Troppo melenso, troppo sdolcinato, e poi TUTTE le mie amiche stravedevano per lui, i suoi capelli, la sua voce, i suoi capelli, le sue canzoni, i suoi capelli, il suo sorriso, i suoi capelli. Fu l’anno in cui, assente dalle scene da un po’, per il suo ritorno con un nuovo disco di inediti, i famosi capelli se li tagliò. La TRA-GE-DIA! Le mie amiche, prima ancora che uscisse l’album, erano devastate: sembrava che la capacità di cantare del Divo Claudio fosse direttamente proporzionale alla lunghezza del crine, un po’ come la forza per il biblico Sansone. Naturalmente, date le premesse non vedevo l’ora di sentire il suo nuovo lavoro per poterle prendere per i fondelli a sangue.

Le sue fans più sfegatate erano due sorelle, Stefania e Roberta, che abitavano in una casa con giardino, custodia di un piccolo castello che a Rivarolo viene chiamato “il Castellazzo”. Eravamo sdraiati lì fuori, il sole era caldo ma non troppo, loro in bikini per abbronzarsi, io vestito di tutto punto come sempre, perché è vero che i miei mi concedevano qualche libertà in più, ma era pur sempre disdicevole in paese stare in costume da bagno, anche in una proprietà privata. Ero prontissimo a dimostrare quanto fosse “da femmine” quel tipo di musica, che loro, che avevano comprato l’album il giorno dell’uscita e quindi lo conoscevano già a memoria, si ostinavano a decantare con tanto sospirare. Fecero partire il pezzo che dava il titolo al lavoro; e la sonorità mi avviluppò.

Mi avviluppò “La vita è Adesso” con il suo dare un senso al mio grigiore quotidiano; mi avviluppò “E Adesso la Pubblicità” che raccontava dei secoli di noia che vivevo anch’io; mi avviluppò “Notte di Note, Note di Notte” che dava voce a quell’anelito di silenziosa contemplazione che identificavo con la mia vocazione.

E pensai al senso di libertà che vivevo la sera, quando uscivo con gli amici e rincasavo, finalmente possessore della chiave di casa; o quando stavo alzato per guardare il Festivalbar con le sue musiche, le sue luci, le sue trasgressioni provinciali che mi sembravano così eccitanti; e ancora, nei pomeriggi in cui uscivo, dicendo che sarei andato in piscina a nuotare, mentre mi compravo un vasetto di Nutella, un Topolino e mi andavo a sdraiare su un prato, rincasando non prima di aver inumidito costume ed accappatoio perché mia madre non si insospettisse. Quella canzone ancora oggi racchiude in sè tutto questo, quel raro momento in cui hai una vita davanti, ne diventi improvvisamente consapevole, non sai ancora come sarà, ma sei certo che sarà piena e bellissima.

Sarebbero arrivate le delusioni, le sconfitte, i fallimenti; ma nel mio iPod “La Vita è Adesso” continua ad avere un suo angolo in cui mi  rifugio ogni tanto, per tornare là, sdraiato su un prato pieno di sole, quando sapevo con certezza che tutto sarebbe andato per il meglio.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Svengooo…

Ci sono alcune cose che ho sempre desiderato fare nella vita. Alcune di queste sono raggiungibili, altre meno. Ad esempio, mi sarebbe sempre piaciuto sapere cosa si prova a cadere nel vuoto. Ora, non che questo sia impossibile da realizzare, ma credo che dopo questa esperienza non avrei modo di provarne altre… Ci sono dei surrogati, certamente, tipo il bungee-jumping, ma non sono esattamente quello che vorrei provare (e, comunque, dopo essere stato operato al cuore, anche questo è diventato un desiderio abbastanza irrealizzabile).

Sarei contento di sapere cosa si prova a drogarsi od ubriacarsi, perdendo completamente il controllo. Ebbene sì, non mi sono mai ubriacato: non amo l’alcool, sono quasi del tutto astemio, ed il bere non solo non mi alletta, ma proprio non mi piace. Viceversa, ho fumacchiato un paio di volte hashish, ma non ho provato nulla di che… così come ho usato in rarissimi casi il popper (ehm…), ma anche in queste situazioni non ho avuto chissà quali illuminazioni. Intendiamoci: non sono un amante dello sballo, tuttaltro, il massimo della mia trasgressione credo sia fare indigestione di Nutella, ma ho un problema con il controllo. Sono un maniaco del controllo, soprattutto su me stesso, i miei sentimenti, le mie reazioni. E’ ovviamente una piccola forma patologica, che ho cercato nel tempo di controllare (controllare il controllo… il massimo del non-sense, credo!), o quantomeno di dirigere (anni di Yoga, meditazione za-zen, forme varie di autoanalisi ed autocoscienza… le racconterò, ovviamente); ma, proprio per questo, mi piacerebbe una volta perdere ogni forma di freno inibitore e fare qualcosa del tipo ballare seminudo in mezzo ad un mare di gen… ops, è vero, ho fatto anche questo… Vabbè, ci siamo capiti.

Comunque, una delle cose che ho sempre desiderato provare, per capire in cosa consistesse e cosa succedesse, era svenire. Sì, svenire. Del resto, una vera diva DEVE svenire almeno una volta nella vita, sennò che diva è? E, almeno questo, è un desiderio che riuscii ad esaudire.

Era estate, faceva un caldo allucinante, ed il continuo passaggio da luoghi con aria condizionata sparata a mille e visione di pinguini annessa ad esterno con temperature da deserto del Sahara mi aveva causato una fantastica influenza intestinale. Era notte inoltrata, ed io mi giravo e rigiravo (senza sapere dove andare… ah no, quello è Baglioni) nel letto, madido di sudore e con allarmanti crampi alla pancia. La mia camera era a fianco, e collegata, da una lato con quella dei miei genitori e dall’altro, tramite un fighissimo passaggio segreto (nel senso che era mascherato da una porta di un armadio a muro a 6 ante), al bagno. Potevo, quindi, andare liberamente a svolgere le mie funzioni fisiologiche senza svegliare nessuno, e così feci (ecco, “feci” direi che è il termine giusto, vista la situazione).

Ovviamente, ero già disidratato di mio, il caldo, afoso e pesante nonostante le ore notturne, fece il resto, per cui, mentre tornavo in camera mia, sentii girare la testa, mi si annebbiò la vista, poi… il buio. La prima cosa che vidi, per me quasi senza soluzione di continuità, furono le facce stralunate e preoccupatissime dei miei genitori che mi stavano praticamente incollate addosso (aumentando peraltro il caldo e la mancanza di ossigeno…), mentre io, non sapevo bene come, dallo stare in piedi mentre uscivo dal bagno mi ritrovavo, non capendo come ci fossi finito, sdraiato a letto con una pezza bagnata sulla fronte.

Misi a fuoco (per quello che la mia fortissima miopia mi consentiva) quei due visi stravolti (ma non ero io a stare male?) e chiesi: “Che ci fate qui? Cos’è successo?”

“Oddio! Sei svenuto! Come ti senti! Sei svenuto! Ti sei fatto male? Sei svenuto! Ti abbiamo sentito cadere per terra! Sei svenuto! Hai battuto la testa?! Sei svenuto! Oddio! Sei svenuto!” Una delle cose che ho sempre apprezzato dei miei è il loro sangue freddo e la capacità di mantenere un atteggiamento razionale e costruttivo. Ma posso anche capire di non averli aiutati, sorridendo come un ebete e dicendo: “Ma allora è questo che si prova quando si sviene! Come sono contento!” “CHIAMO IL DOTTORE!” (certo, erano solo le 3 di notte).

In sostanza, ero svenuto, (nel caso qualcun* non lo avesse ancora capito), precipitando contro le ante del famoso armadio-passaggio in bagno mentre stavo tornando a letto; l’effetto caduta-a-sacco-di-patate era quindi stata attutita dalle porte del medesimo, e io mi ero di fatto afflosciato come un fiore appassito (ho sempre desiderato scriverlo!), facendo però abbastanza rumore da svegliare i miei che dormivano nella stanza accanto.

Il dottore venne il giorno dopo; a me prescrisse degli integratori e fermenti lattici, a mia madre un Prozac (a mio padre nulla, ma solo perché era al lavoro, immagino). Un paio di settimane ed ero come nuovo, naturalmente, e da allora, almeno fino ad oggi, l’evento non si è più ripetuto. Ma resta una delle cose più belle che ricordi della mia adolescenza!


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La notte vola! (Amici Miei: parte seconda)

Una delle attività preferite delle nostre sere estive era fare infinite camminate per le strade del paese, parlando e parlando e camminando e camminando e chiacchierando e chiacchierando, come criceti che girano incessantemente nella stessa ruota. Eppure a noi sembrava di godere di chissà quale libertà, visto che potevamo tornare a casa addirittura a mezzanotte (!) ed investire i (pochi) soldi disponibili in gelati che rinfrescavano le nostre eterne passeggiate.

Era l’89 (faccio un piccolo salto temporale in avanti per praticità) ed era l’anno di “Odiens”, spettacolo di Canale 5, con la sigla cantata e ballata da Lorella Cuccarini (per maggiori informazioni, potete vedere http://it.wikipedia.org/wiki/La_notte_vola). Ora,non ricordo se l’ho già scritto, ma nel caso tornerò a fare una rivelazione che vi sconvolgerà: sono gay! E noi gay siamo un po’ strani: abbiamo la fissa di crearci delle icone, miti dello spettacolo, di solito donne, che spesso e volentieri con noi fanno fortuna e conseguentemente ci sfanculano appena possono. Si annoverano tra le tante la Zanicchi, Patty Pravo, Amanda Lear. Ed Heather Parisi.Lorella_Cuccarini_La_Notte_Vola_mezzo

A-DO-RA-VO la Parisi. Mi piaceva il suo modo di ballare, il suo famosissimo stacco di gamba, la sua pronuncia americana, il suo modo di sorridere arricciando il naso. Nulla e nessuno potevano e dovevano insidiare il suo primato ballerino televisivo, men che meno una sciacquetta che si affacciava al successo come la Cuccarini (che sarebbe diventata, anche lei, una icona gay e che ci avrebbe, anche lei, allegramente sfanculati)! Non sopportavo le sue mossette, il suo modo di agitare le gambe, così scomposto rispetto a quello del mio mito, e trovavo i suoi passi di danza sinceramente ridicoli. La cosa più assurda era quel modo di muovere le mani che sembrava imitare una papera (e per chi non si ricorda di cosa parlo, ecco il video esplicativo: https://www.youtube.com/watch?v=Sykr0FZZW7s&feature=kp).

Ora, una di quelle famose sere estive, chissà perché, venimmo a parlare proprio di lei; ed io non persi occasione per sbertucciare la sua famosa mossa di ballo con le mani. “Ma dai, ” mi accaloravo “ma seriamente, a chi può piacere una che si agita in quel modo? E come muove le mani poi! Gne-gne-gne!” E mi misi ad imitare, in modo un filo poco ortodosso e ancor meno maschio, l’immancabile movimento. Ora, diciamolo: chi non ha imitato in mezzo alla strada almeno una volta nella vita la Cuccarini? Ecco, quella fu la mia: erano circa le 23.30 di una serata agostana, i miei amici ridevano, in fondo alla strada sfrecciava un’auto parallelamente alla nostra direzione. Intorno, il silenzio.

Silenzio che fu improvvisamente rotto dallo sgommare di ruote nervose. Vedemmo ritornare di gran carriera e in retromarcia l’auto che avevamo visto passare pochi istanti prima. Inchiodò di fronte a noi, in specifico a ME, e si abbassò un finestrino. “Ahò” sbucarono quattro teste rasate ed incazzate “stavi prendendo per il culo noi?” Mentre i miei coraggiosissimi amici, attoniti, avevano fatto un passo indietro, lasciando me in singolare prima fila “No no!”, risposi “Stavo solo imitando la Cuccarini!” E’ evidente che dovevano averlo fatto una volta anche i quattro scimmieschi abitanti dell’auto, perché mi guardarono, si guardarono, mi ri-guardarono, valutarono attentamente se ci facevo o ci ero e, convinti del fatto che ci ero veramente, “Vabbè vah, per questa volta lassamò stà” sgommarono nuovamente via.

In fondo erano abbastanza noiose e monotone, quelle serate… Meno male che c’ero io a movimentarle, ogni tanto.

 


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Preghiere, mutande e vin brulè

Combes, dove si svolgevano i famosi giorni di ritiro spirituale, mi fece immediatamente un’impressione bellissima. Intanto, io amavo profondamente la montagna: mio padre d’estate aveva ricoperto il ruolo di gestore della casa di villeggiatura per i dipendenti dell’azienda per cui lavorava, l’AEM (Azienda Energetica Municipale di Torino), fino ai miei 7 anni, per cui io avevo trascorso con lui almeno un mese all’anno a Ceresole Reale, nel Parco del Gran Paradiso, ed avevo imparato a scoprire ed apprezzare le bellezze alpine. Era un luogo che associavo al vento, al sole e ad una certa libertà, non avendo mio padre sempre tempo di starmi dietro, vista l’attività che svolgeva, per cui ho sempre identificato questi concetti con l’essenza stessa della montagna; poi, la parte più spirituale del mio essere si è sempre sentita attratta dalla maestosità delle vette che, pur potentemente ancorate alla terra, tendono in modo quasi spasmodico verso il cielo, ben rappresentando, quindi, la dualità del mio essere e dei miei stati d’animo.

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Uno scorcio di panorama visibile dalla Casa Alpina

Inutile dire che anche qui il senso di libertà e di liberazione che provai furono travolgenti: il panorama già ben si prestava a queste sensazioni, incastonando la casa estiva dei salesiani poco lontano da uno strapiombo ai cui piedi si apriva la valle al cui centro spiccava la città di Aosta con ai lati l’arco alpino; poi, ero per la prima volta senza i miei genitori o altro parentame assortito intorno, e poco importava che ci fossero altri 29 ragazzi della mia età, un numero imprecisato di salesiani e qualche volontario per le attività pratiche, tipo lo sfamare un gruppo di preadolescenti resi ulteriormente affamati dall’aria frizzantina montana.

Le giornate trascorsero alternando momenti di preghiera, di riflessioni su passi evangelici, di silenzio (questi ultimi ben pochi e molto brevi, a voler ben guardare…) con attività di gruppo, workshops e giochi: per una volta, non ero il solito escluso, ma potevo finalmente integrarmi con i miei coetanei e sentirmi parte di un gruppo; credo che questa sensazione avrebbe, in futuro, giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta religiosa e nel tentativo di entrare nella Congregazione Salesiana. Ma anche qui riuscii a farmi notare.

La valle ai piedi della collinetta ch chiamavamo "pancia della mucca", con Aosta sullo sfondo

La valle ai piedi della collinetta che chiamavamo “pancia della mucca”, con Aosta sullo sfondo

La sera si andava a dormire divisi in due grandi camerate, un po’ stile militare (credo: in realtà io il militare non l’ho mai fatto, come vedremo più avanti), ed ognuno di noi si era portato un sacco a pelo da mettere sui materassi delle brandine: molto spartano, ma si trattava in fondo di due sole notti, e, per qualche motivo che non mi era molto chiaro, trovavo tutta la situazione estremamente eccitante. Ovviamente, non si andava a dormire vestiti, ci si infilava un pigiama; e, ovviamente, io a casa, dove non avevo fratelli o sorelle, ero abituato a togliermi pantaloni e mutande direttamente in camera, seduto sul letto: non vedevo il motivo di fare diversamente lì, e la presenza degli altri 29 non mi dava minimamente fastidio… anzi…! “Ma cosa fai? Queste operazioni si fanno in bagno!” fu il preoccupatissimo rimprovero di uno dei nostri responsabili che accorreva di gran carriera durante le mie operazioni di esposizione dei gioielli(ni) di famiglia. “Che problema c’è? Siamo tutti maschi…” fu la mia innocentissima e disarmante risposta. L’occhiataccia che ricevetti in risposta, per quanto non ne capissi molto il senso, mi convinse la sera dopo a seguire il gentile invito e a compiere la svestizione in luoghi un po’ meno pubblici.

La prima sera dormire non fu semplice: eravamo tutti estremamente eccitati, com’è normale che siano ragazzi di 12 anni o giù di lì la notte in montagna, anche in mancanza di elementi femminili, per cui i salesiani che giravano nelle camerate ebbero il loro bel daffare a cercare di convincerci che la notte era fatta per riposare e non per tirarsi cuscini, chiaccherare da una brandina all’altra o fare chissà che altro (non pensate male, malizios*). Quindi, non so per questo motivo o perché ne avevano bisogno loro più di noi, la seconda ed ultima sera decisero di concludere il campo non con un bel bicchiere di the come il giorno prima, ma con abbondanti dosi di vin brulè  (per chi non lo conoscesse, ecco un link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Vin_brul%C3%A9). Cantammo come non ci fosse un domani, ridemmo come non ci fosse un domani, ci giurammo amicizia eterna come non ci fosse un domani, e crollammo addormentati come non era accaduto ieri: la seconda notte anche i nostri responsabili riuscirono tranquillamente a riposare, le camerate registrarono al massimo sonore russate, ma niente di più.

Tre giorni sono pochi, e volarono velocissimi: neanche il tempo di dire “vin brulè” ed eravamo già di ritorno sulla strada di casa. L’autobus ci depositò fuori dal cortile della scuola da cui eravamo partiti solo poche ore prima, che sembravano già una vita fa. Il portone si aprì, ed io, che ero il primo, vidi al lato opposto il gruppo di genitori che ci aspettava… e di madri! (suggerisco di continuare la lettura con questa scena e colonna sonora in sottofondo: http://www.youtube.com/watch?v=BxjX_jn_0gA). Come una specie di slavina, un primo, piccolo elemento si mosse, cominciando a correre, e tutte le altre dietro di lei, formando quella che a me sembrava un’onda umana, non tanto per la quantità, ma per l’intensità del movimento, il cui obiettivo era quello di raggiungerci e travolgerci; ed indovinate un po’ chi era questo primo elemento che mise in moto il terrificante meccanismo? Ovviamente lei, MIA madre. Mi abbracciò, mi strinse, mi guardò preoccupata, si allontanò un attimo per squadrarmi meglio, mi riabbracciò come tornassi da un campo di sminamento in Africa, invece che da un ritiro vocazionale in montagna. “Adesso torniamo a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù” era l’allarmantissimo (per me) mantra che recitava, come si fosse incantato il disco. E, mentre salivamo in auto per tornare a casa, io già pensavo all’estate successiva ed ai mesi che mi separavano dal prossimo ritiro spirituale.