Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Svengooo…

Ci sono alcune cose che ho sempre desiderato fare nella vita. Alcune di queste sono raggiungibili, altre meno. Ad esempio, mi sarebbe sempre piaciuto sapere cosa si prova a cadere nel vuoto. Ora, non che questo sia impossibile da realizzare, ma credo che dopo questa esperienza non avrei modo di provarne altre… Ci sono dei surrogati, certamente, tipo il bungee-jumping, ma non sono esattamente quello che vorrei provare (e, comunque, dopo essere stato operato al cuore, anche questo è diventato un desiderio abbastanza irrealizzabile).

Sarei contento di sapere cosa si prova a drogarsi od ubriacarsi, perdendo completamente il controllo. Ebbene sì, non mi sono mai ubriacato: non amo l’alcool, sono quasi del tutto astemio, ed il bere non solo non mi alletta, ma proprio non mi piace. Viceversa, ho fumacchiato un paio di volte hashish, ma non ho provato nulla di che… così come ho usato in rarissimi casi il popper (ehm…), ma anche in queste situazioni non ho avuto chissà quali illuminazioni. Intendiamoci: non sono un amante dello sballo, tuttaltro, il massimo della mia trasgressione credo sia fare indigestione di Nutella, ma ho un problema con il controllo. Sono un maniaco del controllo, soprattutto su me stesso, i miei sentimenti, le mie reazioni. E’ ovviamente una piccola forma patologica, che ho cercato nel tempo di controllare (controllare il controllo… il massimo del non-sense, credo!), o quantomeno di dirigere (anni di Yoga, meditazione za-zen, forme varie di autoanalisi ed autocoscienza… le racconterò, ovviamente); ma, proprio per questo, mi piacerebbe una volta perdere ogni forma di freno inibitore e fare qualcosa del tipo ballare seminudo in mezzo ad un mare di gen… ops, è vero, ho fatto anche questo… Vabbè, ci siamo capiti.

Comunque, una delle cose che ho sempre desiderato provare, per capire in cosa consistesse e cosa succedesse, era svenire. Sì, svenire. Del resto, una vera diva DEVE svenire almeno una volta nella vita, sennò che diva è? E, almeno questo, è un desiderio che riuscii ad esaudire.

Era estate, faceva un caldo allucinante, ed il continuo passaggio da luoghi con aria condizionata sparata a mille e visione di pinguini annessa ad esterno con temperature da deserto del Sahara mi aveva causato una fantastica influenza intestinale. Era notte inoltrata, ed io mi giravo e rigiravo (senza sapere dove andare… ah no, quello è Baglioni) nel letto, madido di sudore e con allarmanti crampi alla pancia. La mia camera era a fianco, e collegata, da una lato con quella dei miei genitori e dall’altro, tramite un fighissimo passaggio segreto (nel senso che era mascherato da una porta di un armadio a muro a 6 ante), al bagno. Potevo, quindi, andare liberamente a svolgere le mie funzioni fisiologiche senza svegliare nessuno, e così feci (ecco, “feci” direi che è il termine giusto, vista la situazione).

Ovviamente, ero già disidratato di mio, il caldo, afoso e pesante nonostante le ore notturne, fece il resto, per cui, mentre tornavo in camera mia, sentii girare la testa, mi si annebbiò la vista, poi… il buio. La prima cosa che vidi, per me quasi senza soluzione di continuità, furono le facce stralunate e preoccupatissime dei miei genitori che mi stavano praticamente incollate addosso (aumentando peraltro il caldo e la mancanza di ossigeno…), mentre io, non sapevo bene come, dallo stare in piedi mentre uscivo dal bagno mi ritrovavo, non capendo come ci fossi finito, sdraiato a letto con una pezza bagnata sulla fronte.

Misi a fuoco (per quello che la mia fortissima miopia mi consentiva) quei due visi stravolti (ma non ero io a stare male?) e chiesi: “Che ci fate qui? Cos’è successo?”

“Oddio! Sei svenuto! Come ti senti! Sei svenuto! Ti sei fatto male? Sei svenuto! Ti abbiamo sentito cadere per terra! Sei svenuto! Hai battuto la testa?! Sei svenuto! Oddio! Sei svenuto!” Una delle cose che ho sempre apprezzato dei miei è il loro sangue freddo e la capacità di mantenere un atteggiamento razionale e costruttivo. Ma posso anche capire di non averli aiutati, sorridendo come un ebete e dicendo: “Ma allora è questo che si prova quando si sviene! Come sono contento!” “CHIAMO IL DOTTORE!” (certo, erano solo le 3 di notte).

In sostanza, ero svenuto, (nel caso qualcun* non lo avesse ancora capito), precipitando contro le ante del famoso armadio-passaggio in bagno mentre stavo tornando a letto; l’effetto caduta-a-sacco-di-patate era quindi stata attutita dalle porte del medesimo, e io mi ero di fatto afflosciato come un fiore appassito (ho sempre desiderato scriverlo!), facendo però abbastanza rumore da svegliare i miei che dormivano nella stanza accanto.

Il dottore venne il giorno dopo; a me prescrisse degli integratori e fermenti lattici, a mia madre un Prozac (a mio padre nulla, ma solo perché era al lavoro, immagino). Un paio di settimane ed ero come nuovo, naturalmente, e da allora, almeno fino ad oggi, l’evento non si è più ripetuto. Ma resta una delle cose più belle che ricordi della mia adolescenza!


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La notte vola! (Amici Miei: parte seconda)

Una delle attività preferite delle nostre sere estive era fare infinite camminate per le strade del paese, parlando e parlando e camminando e camminando e chiacchierando e chiacchierando, come criceti che girano incessantemente nella stessa ruota. Eppure a noi sembrava di godere di chissà quale libertà, visto che potevamo tornare a casa addirittura a mezzanotte (!) ed investire i (pochi) soldi disponibili in gelati che rinfrescavano le nostre eterne passeggiate.

Era l’89 (faccio un piccolo salto temporale in avanti per praticità) ed era l’anno di “Odiens”, spettacolo di Canale 5, con la sigla cantata e ballata da Lorella Cuccarini (per maggiori informazioni, potete vedere http://it.wikipedia.org/wiki/La_notte_vola). Ora,non ricordo se l’ho già scritto, ma nel caso tornerò a fare una rivelazione che vi sconvolgerà: sono gay! E noi gay siamo un po’ strani: abbiamo la fissa di crearci delle icone, miti dello spettacolo, di solito donne, che spesso e volentieri con noi fanno fortuna e conseguentemente ci sfanculano appena possono. Si annoverano tra le tante la Zanicchi, Patty Pravo, Amanda Lear. Ed Heather Parisi.Lorella_Cuccarini_La_Notte_Vola_mezzo

A-DO-RA-VO la Parisi. Mi piaceva il suo modo di ballare, il suo famosissimo stacco di gamba, la sua pronuncia americana, il suo modo di sorridere arricciando il naso. Nulla e nessuno potevano e dovevano insidiare il suo primato ballerino televisivo, men che meno una sciacquetta che si affacciava al successo come la Cuccarini (che sarebbe diventata, anche lei, una icona gay e che ci avrebbe, anche lei, allegramente sfanculati)! Non sopportavo le sue mossette, il suo modo di agitare le gambe, così scomposto rispetto a quello del mio mito, e trovavo i suoi passi di danza sinceramente ridicoli. La cosa più assurda era quel modo di muovere le mani che sembrava imitare una papera (e per chi non si ricorda di cosa parlo, ecco il video esplicativo: https://www.youtube.com/watch?v=Sykr0FZZW7s&feature=kp).

Ora, una di quelle famose sere estive, chissà perché, venimmo a parlare proprio di lei; ed io non persi occasione per sbertucciare la sua famosa mossa di ballo con le mani. “Ma dai, ” mi accaloravo “ma seriamente, a chi può piacere una che si agita in quel modo? E come muove le mani poi! Gne-gne-gne!” E mi misi ad imitare, in modo un filo poco ortodosso e ancor meno maschio, l’immancabile movimento. Ora, diciamolo: chi non ha imitato in mezzo alla strada almeno una volta nella vita la Cuccarini? Ecco, quella fu la mia: erano circa le 23.30 di una serata agostana, i miei amici ridevano, in fondo alla strada sfrecciava un’auto parallelamente alla nostra direzione. Intorno, il silenzio.

Silenzio che fu improvvisamente rotto dallo sgommare di ruote nervose. Vedemmo ritornare di gran carriera e in retromarcia l’auto che avevamo visto passare pochi istanti prima. Inchiodò di fronte a noi, in specifico a ME, e si abbassò un finestrino. “Ahò” sbucarono quattro teste rasate ed incazzate “stavi prendendo per il culo noi?” Mentre i miei coraggiosissimi amici, attoniti, avevano fatto un passo indietro, lasciando me in singolare prima fila “No no!”, risposi “Stavo solo imitando la Cuccarini!” E’ evidente che dovevano averlo fatto una volta anche i quattro scimmieschi abitanti dell’auto, perché mi guardarono, si guardarono, mi ri-guardarono, valutarono attentamente se ci facevo o ci ero e, convinti del fatto che ci ero veramente, “Vabbè vah, per questa volta lassamò stà” sgommarono nuovamente via.

In fondo erano abbastanza noiose e monotone, quelle serate… Meno male che c’ero io a movimentarle, ogni tanto.

 


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Preghiere, mutande e vin brulè

Combes, dove si svolgevano i famosi giorni di ritiro spirituale, mi fece immediatamente un’impressione bellissima. Intanto, io amavo profondamente la montagna: mio padre d’estate aveva ricoperto il ruolo di gestore della casa di villeggiatura per i dipendenti dell’azienda per cui lavorava, l’AEM (Azienda Energetica Municipale di Torino), fino ai miei 7 anni, per cui io avevo trascorso con lui almeno un mese all’anno a Ceresole Reale, nel Parco del Gran Paradiso, ed avevo imparato a scoprire ed apprezzare le bellezze alpine. Era un luogo che associavo al vento, al sole e ad una certa libertà, non avendo mio padre sempre tempo di starmi dietro, vista l’attività che svolgeva, per cui ho sempre identificato questi concetti con l’essenza stessa della montagna; poi, la parte più spirituale del mio essere si è sempre sentita attratta dalla maestosità delle vette che, pur potentemente ancorate alla terra, tendono in modo quasi spasmodico verso il cielo, ben rappresentando, quindi, la dualità del mio essere e dei miei stati d’animo.

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Uno scorcio di panorama visibile dalla Casa Alpina

Inutile dire che anche qui il senso di libertà e di liberazione che provai furono travolgenti: il panorama già ben si prestava a queste sensazioni, incastonando la casa estiva dei salesiani poco lontano da uno strapiombo ai cui piedi si apriva la valle al cui centro spiccava la città di Aosta con ai lati l’arco alpino; poi, ero per la prima volta senza i miei genitori o altro parentame assortito intorno, e poco importava che ci fossero altri 29 ragazzi della mia età, un numero imprecisato di salesiani e qualche volontario per le attività pratiche, tipo lo sfamare un gruppo di preadolescenti resi ulteriormente affamati dall’aria frizzantina montana.

Le giornate trascorsero alternando momenti di preghiera, di riflessioni su passi evangelici, di silenzio (questi ultimi ben pochi e molto brevi, a voler ben guardare…) con attività di gruppo, workshops e giochi: per una volta, non ero il solito escluso, ma potevo finalmente integrarmi con i miei coetanei e sentirmi parte di un gruppo; credo che questa sensazione avrebbe, in futuro, giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta religiosa e nel tentativo di entrare nella Congregazione Salesiana. Ma anche qui riuscii a farmi notare.

La valle ai piedi della collinetta ch chiamavamo "pancia della mucca", con Aosta sullo sfondo

La valle ai piedi della collinetta che chiamavamo “pancia della mucca”, con Aosta sullo sfondo

La sera si andava a dormire divisi in due grandi camerate, un po’ stile militare (credo: in realtà io il militare non l’ho mai fatto, come vedremo più avanti), ed ognuno di noi si era portato un sacco a pelo da mettere sui materassi delle brandine: molto spartano, ma si trattava in fondo di due sole notti, e, per qualche motivo che non mi era molto chiaro, trovavo tutta la situazione estremamente eccitante. Ovviamente, non si andava a dormire vestiti, ci si infilava un pigiama; e, ovviamente, io a casa, dove non avevo fratelli o sorelle, ero abituato a togliermi pantaloni e mutande direttamente in camera, seduto sul letto: non vedevo il motivo di fare diversamente lì, e la presenza degli altri 29 non mi dava minimamente fastidio… anzi…! “Ma cosa fai? Queste operazioni si fanno in bagno!” fu il preoccupatissimo rimprovero di uno dei nostri responsabili che accorreva di gran carriera durante le mie operazioni di esposizione dei gioielli(ni) di famiglia. “Che problema c’è? Siamo tutti maschi…” fu la mia innocentissima e disarmante risposta. L’occhiataccia che ricevetti in risposta, per quanto non ne capissi molto il senso, mi convinse la sera dopo a seguire il gentile invito e a compiere la svestizione in luoghi un po’ meno pubblici.

La prima sera dormire non fu semplice: eravamo tutti estremamente eccitati, com’è normale che siano ragazzi di 12 anni o giù di lì la notte in montagna, anche in mancanza di elementi femminili, per cui i salesiani che giravano nelle camerate ebbero il loro bel daffare a cercare di convincerci che la notte era fatta per riposare e non per tirarsi cuscini, chiaccherare da una brandina all’altra o fare chissà che altro (non pensate male, malizios*). Quindi, non so per questo motivo o perché ne avevano bisogno loro più di noi, la seconda ed ultima sera decisero di concludere il campo non con un bel bicchiere di the come il giorno prima, ma con abbondanti dosi di vin brulè  (per chi non lo conoscesse, ecco un link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Vin_brul%C3%A9). Cantammo come non ci fosse un domani, ridemmo come non ci fosse un domani, ci giurammo amicizia eterna come non ci fosse un domani, e crollammo addormentati come non era accaduto ieri: la seconda notte anche i nostri responsabili riuscirono tranquillamente a riposare, le camerate registrarono al massimo sonore russate, ma niente di più.

Tre giorni sono pochi, e volarono velocissimi: neanche il tempo di dire “vin brulè” ed eravamo già di ritorno sulla strada di casa. L’autobus ci depositò fuori dal cortile della scuola da cui eravamo partiti solo poche ore prima, che sembravano già una vita fa. Il portone si aprì, ed io, che ero il primo, vidi al lato opposto il gruppo di genitori che ci aspettava… e di madri! (suggerisco di continuare la lettura con questa scena e colonna sonora in sottofondo: http://www.youtube.com/watch?v=BxjX_jn_0gA). Come una specie di slavina, un primo, piccolo elemento si mosse, cominciando a correre, e tutte le altre dietro di lei, formando quella che a me sembrava un’onda umana, non tanto per la quantità, ma per l’intensità del movimento, il cui obiettivo era quello di raggiungerci e travolgerci; ed indovinate un po’ chi era questo primo elemento che mise in moto il terrificante meccanismo? Ovviamente lei, MIA madre. Mi abbracciò, mi strinse, mi guardò preoccupata, si allontanò un attimo per squadrarmi meglio, mi riabbracciò come tornassi da un campo di sminamento in Africa, invece che da un ritiro vocazionale in montagna. “Adesso torniamo a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù” era l’allarmantissimo (per me) mantra che recitava, come si fosse incantato il disco. E, mentre salivamo in auto per tornare a casa, io già pensavo all’estate successiva ed ai mesi che mi separavano dal prossimo ritiro spirituale.