Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Time

Fin da piccolo, sono stato affascinato, forse anche un po’ ossessionato, dal concetto di “tempo” e, di conseguenza, dagli orologi.

Credo di avere avuto circa tre, quattro anni quando cercai per la prima volta di farmi insegnare a leggere quegli strani strumenti che gli adulti indossavano al polso. Il fatto, poi, che spesso coincidessero con dei gioielli mi attirava ancora di più (sono sempre stato attratto da tutto ciò che luccica, come una gazza ladra). In particolare, mia madre possedeva un orologio di oro bianco, con un bellissimo cinturino molto elaborato ed un quadrante talmente piccolo da renderlo quasi inutilizzabile; e, proprio perché così prezioso, lo teneva chiuso a chiave in un secretaire nell’ingresso di casa, la cui chiave era nascosta dentro una borsetta di pelle, a sua volta seppellita in fondo ad un cassetto… dello stesso secretaire! Insomma, una cosa che avrebbe trovato anche un ladro non vedente con le mani legate dietro la schiena, ma che ai miei genitori sembrava il massimo della sicurezza. Se lo avrebbe trovato un ladro, figuriamoci io; che, infatti, ogni tanto, di solito quando mia madre era impegnata in altro e sufficientemente distante da me, prendevo la famosa borsetta, estraevo la misteriosa chiave, aprivo l’inespugnabile secretaire e prendevo, rimirandolo come se fosse l’oggetto più bello del mondo, il (ai miei occhi) magico orologio. Mi sembrava di essere a volte Aladino che penetrava nella caverna dei 40 ladroni, a volte un mago che andava alla ricerca di un manufatto di ineguagliabile bellezza ed indicibili poteri. Per cercare di farmi desistere, mia madre spostava la preziosissima borsetta dal cassetto numero uno al cassetto numero due, alternativamente, rendendomi la vita tremendamente difficile (o perlomeno, così era convinta).

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Il primo orologio da polso che IO ebbi in regalo fu, come da prassi (era usanza ai miei tempi per tutt* i comunicandi), in occasione della mia prima Comunione. Era un Breil (“Breil? Ok!” recitava la pubblicità dell’epoca), ed a chi lo acquistava veniva regalata anche una tartarughina d’acqua (non ho mai capito cosa c’entrassero le tartarughine d’acqua con l’orologio: forse era impermeabile, ma sinceramente non ricordo); i parenti che me lo portarono avevano un negozio di orologi, e quindi tante, TANTE tartarughine, di cui sospetto volessero liberarsi il più velocemente possibile; per cui a me arrivò UN orologio e CINQUE rettilini, con grande sconcerto di mia madre e palese eccitazione di mio padre, che andò subito a comprare un acquario apposito, un cibo apposito, delle piantine acquatiche apposite, insomma tutto quello che poteva rendere felice la permanenza di quelle creaturine in casa Borgialli. Inutile dire che le sfortunate non durarono nemmeno una settimana; ma ricevettero un funerale sontuoso e colmo di lacrime (le mie) nel water del bagno principale di casa.

Ma quelli che mi eccitavano di più erano non gli orologi da polso, quanto quelli da tavolo o da parete che SUONAVANO! Questi non solo scandivano il tempo, entità misteriosa così legata alla vita ed ai suoi cicli, ma addirittura lo facevano con rintocchi solenni, come le campane, o con solo apparentemente allegri carillon, che in realtà chissà quali misteriosi messaggi segreti celavano nelle loro note. Due erano i protagonisti indiscussi di casa, in questo senso.

Il primo era un bellissimo (ai miei occhi) pendolo da parete, appeso proprio di fronte al famoso secretaire. Adoravo il battere di ogni ora, ed aspettavo con ansia di sentirne i rintocchi; un po’ meno i miei genitori, che lo ritenevano una gran rottura di scatole (anche perché i famosi rintocchi battevano pure di notte… Io non li sentivo, ho sempre goduto di un sonno profondo, loro sì). Infatti, un bel giorno smise di rintoccare, perché non più caricato; e, essendo troppo in alto per le mie manine, non potei evitare che cadesse in un oblio silenzioso. Il meccanismo, non più usato, si bloccò, e quando finalmente riuscii ad arrivare al quadrante mi accorsi che non oscillava più.

Il secondo era invece un orologio da tavolo: aveva un quadrante dorato con numeri romani, lancette elaborate ed un bel sole in metallo, anch’esso dorato, sulla cassa. Sembrava un piccolo campanile, non fosse per il fatto che non finiva a punta, ma con un’elegante calotta arrotondata. Lui suonava allo scoccare di un’ora precisa, come una sveglia, con un carillon dal suono delicato e la melodia un po’ triste, come dicesse “Tempus fugit, tempus fugit…” in una sorta di rassegnata malinconia. Fui io, in questo caso, l’artefice del suo silenzio: anche per lui i miei genitori avevano scelto l’oblio, smettendo di caricarlo, ma questo era decisamente più a portata di bimbo, perché posizionato su un mobile che ero in grado di raggiungere. Così, tentando di farlo rivivere, ne decretai la fine sforzando eccessivamente la molla che lo caricava, inconsapevole della delicatezza di quei misteriosi meccanismi. Sentii  una specie di “SPROING” e le lancette si fermarono. I miei genitori se ne accorsero solo diverso tempo dopo, proprio perché non se ne curavano più di tanto, e decisero di buttarlo via. Ma io non potevo permetterlo, e chiesi lacrimando di tenerlo, magari chiudendolo da qualche parte, ma con la speranza di poterlo far rivivere, un giorno. Così lo salvai, ma venne messo da parte, e gli anni passarono; prima io me ne andai di casa, poi mio padre si ammalò, infine anche mia madre si arrese all’incedere del tempo (sempre lui…) e dovetti farla ricoverare presso la casa di riposo di Rivarolo, finché venne a mancare lo scorso giugno.

Mentre mettevo a posto i suoi effetti personali, decidendo cosa tenere e cosa no, mi imbattei in lui, il piccolo orologio ormai fermo da decenni: e decisi che quello sarebbe stato ciò che avrei tenuto come ricordo; quello, e non altro. Sì, perché con tutti i cambiamenti, gli spostamenti, i traslochi, le trasformazioni che ho vissuto, mi sono abituato a non portarmi dietro nulla o quasi delle mie “vite” precedenti, se non uno, massimo due oggetti per volta, per me particolarmente significativi. Ecco che del periodo di Valdocco ho un’icona regalatami da Marco L., di cui ero inconsapevolmente innamorato; del convento ho tenuto il saio da francescano; del periodo in cui ero a Roma per laurearmi ho un crocifisso in tessere di mosaico d’oro regalatomi da un confratello croato a cui avevo corretto la tesi; e della casa in cui ho vissuto con mio padre e mia madre ho voluto tenere lui, l’orologio.

L’ho portato da un orologiaio, con poche speranze di vederlo rinascere. Ed invece “E’ il bilanciere che è rotto… Questi meccanismi sono piccoli, sottili come dei capelli… Ma ho un amico che ha dei pezzi di ricambio, lo chiamo e vediamo… – Sì, sì ciao. Senti ho un orologio così e cosà… Certo, certo… Aspetta che chiedo- Sarebbero 150 euro, è un po’ caro, per lei va bene? -Sì, sì il cliente dice che va bene, mandamelo pure- Allora la chiamo io quando è pronto, ok? Grazie, buona serata”

Quando entrate in casa mia (i/le pochissim* che possono farlo), lo vedete all’ingresso, sulla libreria. Ogni tanto lo faccio suonare, con quel carillon così delicato, e così malinconico… “Tempus fugit, tempus fugit…” sembra dire. Ma il tempo è come il sole, una ruota che gira. E, prima o poi, tutto torna; anche gli orologi dal passato.

 


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Pride (In The Name of Love)

(E’ una settimana che è mancata mia madre; ed è una settimana che a Torino si è celebrato l’annuale Pride. Due cose che apparentemente non c’entrano nulla tra loro… o forse sì? Questo post non segue la normale cronologia, ma si sposta molti anni avanti rispetto all’ultimo: è da molto che ce l’ho in testa, ed ho voluto anticiparlo adesso)

Sono passati ormai alcuni anni da quando ho detto a mia madre di essere gay. Dopo lo sconcerto, le ripetute insistenze di “Devi farti curare, devi andare dallo psicologo!”, i vari rifiuti, si è finalmente abituata all’idea, ed ormai ha accettato la situazione: una cosa sinceramente per me impensabile, che mi ha stupito… In fondo, è pur sempre una donna di ottant’anni, che arriva dalla provincia!

Di solito vado a trovarla una volta a settimana, il sabato; ogni tanto, però, è lei a venire da me a Torino: la vive come fosse una piccola vacanza che si concede, con i suoi rituali eccitanti. Prende il bus, io la vado ad aspettare in stazione, a volte andiamo a casa mia, a volte no, facciamo due passi in centro, mangiamo qualcosa, la riaccompagno al bus e rientra a Rivarolo: piccoli, emozionanti diversivi che la distraggono dalla vita che conduce da quando mio padre è mancato (ovviamente ci arriveremo, nel blog)

Oggi decido di portarla da McDonald’s: lo aveva scoperto nel secondo viaggio che fece a Medjugorie. In quell’occasione andarono solo lei e mio padre (a me era bastata la prima esperienza!), ed una volta scesi dall’aereo in aeroporto (mio padre non poteva più farsi un viaggio in bus come la prima volta) avevano fame, trovarono l’hamburgeria più americana del mondo aperta e si innamorarono del McBurger: potenza delle salse capitaliste!

“Allora, mamma, ti va bene McDonald’s? Te lo ricordi, no?” “Sì sì, va bene…” La vedo perplessa. “Sicura? Non mi sembri molto convinta… Possiamo cercare qualcos’altro, se vuoi, anche se a quest’ora non tutto è già aperto” Per mia madre, l’UNICA ora per pranzare sono le 12 SPAC-CA-TE. “No no, a me piace, ma… non hanno una minestrina?” “Da McDonald’s??????” Vabbè, è ovvio che non si ricorda granché bene di cosa si tratta…

Archiviato il capitolo hamburger, ci avviamo verso la stazione del bus, manca ancora un po’ prima che parta, quindi ci sediamo ad aspettarlo. “Sai, Andrea, c’è una cosa che non ho ben capito” (Oddio… quando comincia così, viene fuori qualche problema…) “Dimmi”. “Ecco, tu sei gay, no? Ti piacciono gli uomini, no?” (E adesso perché sta tirando fuori sto discorso?) “Eeeehhh… sì, diciamo di sì…” (Teniamoci sul vago… Ma sto bus quando arriva?) ” E allora pensavo…” (Oddio… ODDIO…) “Come funziona tra un uomo e una donna lo so, no, perché ho vissuto con papà” (NON CI CREDO… NON STA SUCCEDENDO DAVVERO!!!!) “Ma tra due uomini, hai capito, no, quella cosa, come funziona, perché io mica l’ho mai capit””GUARDA MAMMA IL BUS CORRI CHE LO PERDIAMO CI SENTIAMO STASERA CIAO CIAO UN BACIONE CIAO A PRESTO!!!!”

Spingo velocemente mia madre su per gli scalini del bus, non aspetto nemmeno che chiuda la porta e scappo, un po’ ansimante, con un colore tale che chi mi avesse visto avrebbe certamente pensato che mi ero sparato una intera pianta di peperoncino piccante! E mentre torno a casa, e ripenso al rapporto non proprio semplice che mia madre ed io abbiamo avuto negli anni, non posso non pensare che davvero “Amor Omnia Vincit”: quell’amore che fa superare ad una madre le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri limiti, per arrivare a paure insicurezze e limiti del proprio figlio.

Tutto questo mi è tornato alla mente al Pride della settimana scorsa: ho visto molte famiglie, o forse le ho notate di più degli anni precedenti, con bambini piccoli, ma già in età tale da capire, che spiegavano ai loro figli perché erano lì, il valore dell’amore indipendentemente da sesso e genere, il rispetto e l’apertura verso chi è “diverso” da loro. Ed ho pensato che, probabilmente, sarebbe piaciuto anche a mia madre, che avevo accompagnato nel suo ultimo viaggio il giorno prima, essere lì, in mezzo a tutti quei colori, quella musica e quella gioia.

Tutt* noi, prima o poi, ci troviamo a dover “rivelare” qualcosa di noi ai nostri genitori: la prima scappatella, di fumare, di essere gay/lesbiche, di aver mentito, di essere innamorati; ed abbiamo sempre paura del rifiuto, di non essere capit*, accettat*, di essere giudicat*. E, a volte, preferiamo tacere, per paura; impedendo così a loro di crescere nell’amore verso di noi, ed a noi stess* di scoprire che forse non li conosciamo come crediamo.

Ciao, mamma, se oggi sono “orgoglioso” è anche grazie a te (e comunque no, non le ho mai spiegato “come funziona tra due uomini”).

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Amarcord: Gira e spera, Spera e gira, Quel che vuoi si avvererà

Fermo immagine: un pomeriggio qualunque di un giorno qualunque, nel cortile di casa. Ho 10 anni e frequento la quinta elementare (vedi post “C’è tutto un mondo intorno”). La camere delle suore da cui vado a scuola si affacciano proprio su casa mia, e vedo la mia maestra ogni tanto affacciarsi alla finestra.

Ho un lungo straccio nero attaccato al collo, che mi ricade sulle spalle come un mantello, tenuto fermo da una spilla da balia; in mano una specie di bastoncino di legno; i pantaloncini e le pantofoline ai piedi, giro su me stesso come una piccola trottola, mentre il cane, Boby, saltella ed abbaia felice. La maestra, dalla sua camera, mi guarda, un attimo, poi scompare.

Cambio scena: giorno successivo, scuola. Durante un intervallo, la maestra mi prende da parte (era molto brava, si chiamava suor Attilia, sorrideva sempre, le piaceva farci cantare e ci aveva insegnato a memoria l’Inno d’Italia, cosa per cui la ringrazierò tutta la vita) e mi dice: “Ti ho visto ieri, in cortile, da solo… Mi hai fatto tanta pena…” e mi carezza la guancia, con un sorriso un po’ mesto.

Nuovo flash: la sera, casa. Mia madre sta preparando la cena, mio padre, come sempre, deve ancora rientrare dal lavoro. Le racconto quello che mi ha detto la maestra. Mia madre si ferma, si gira come una furia, con gli occhi infuocati e “Come si permette di dire che mio figlio le fa pena??? Le fa pena per cosa, poi??? Pensa che siamo cattivi genitori??? Pensa che non sono capace di badare a mio figlio??? DOMANI VADO DALLA DIRETTRICE!”.

Come sempre accade tra adulti e bambini, nessuno aveva capito niente. Suor Attilia aveva visto un bimbo solo, giocare senza nessuno, con uno straccio legato attorno al collo. Mia madre aveva visto la sua stessa esistenza, quella di genitrice, criticata e messa in discussione.

Ma in realtà io ero un grande e potente mago, che con la sua bacchetta magica ed il suo mantello incantato sfidava il possente drago che stava per divorare il mondo! Così come altre volte diventavo il Principe del Paese dell’Arcobaleno,  che distribuiva felicità a tutti coloro che soffrivano per le ingiustizie della vita; oppure il signore della Terra dei Fiori, il cui potere nascosto teneva in vita il pianeta; il coraggioso pilota di un enorme robot, che salvava il mondo dall’invasione dei cattivi; un affascinante ladro, che rubava ai poveri per dare ai ricchi; un cantante dalla voce fatata, una bambola che prendeva vita, un, un, un…

Poi la vita è trascorsa. Il mantello è diventato prima un saio, poi una giacca con cravatta, poi la cuffia di un servizio clienti, poi il giubbotto che mi accompagna sui treni che prendo. E la bacchetta magica si è trasformata in un rosario, una 24 ore, uno zaino, una serie di testi contrattuali che sono il mio pane quotidiano. Ma da qualche parte quel bambino è ancora lì, a girare su se stesso come un trottola, convinto di salvare il suo piccolo mondo, o almeno di poterlo rendere un po’ migliore di quello che è. Lo proteggo e lo nascondo, perché non voglio che venga ancora frainteso. E finché crederà che si può ancora fare qualche magia, probabilmente ci riuscirà.

Auguri per i tuoi 48 anni, ragazzino. Non stancarti di girare.

 


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Male oscuro – Parte terza

Non sai mai quando e come comincia di preciso. E’ un po’ un declinare lento, che diventa un giorno dopo l’altro una discesa più ripida, fino a trasformarsi in una slavina senza che tu te ne accorga; un non dare peso a tanti piccoli segnali: quel senso di malessere che “tanto poi passa”, una sorta di insoddisfazione generale, il sentirti sempre fuori posto, sempre sbagliato. Io adesso lo identifico con una specie di cappa nera, un drappo che scende davanti agli occhi dell’anima e del cuore, come il trovarsi costantemente dentro ad una stanza buia con la sensazione che non si riuscirà mai più a vedere una qualsiasi luce. Non serve a niente, quando si arriva a questo punto, la voce della ragione che dice che non ci sono motivi reali per sentirsi così; e le persone che ti stanno intorno, nel peggiore dei casi non capiscono e pensano che tu sia un ingrato che non sa apprezzare le cose che ha; oppure credono che tu viva in una sorta di menopausa (o andropausa) costante; nel migliore dei casi, ma sono rari, capiscono qual è il problema, ma non sanno come affrontarlo, e spesso fanno più male che bene con i loro rimedi-fa-da-te.

Ho sempre avuto una personalità molto sfaccettata e complessa, difficile da comprendere, anche perché ne mostro sempre e solo un tratto ad ogni persona che entra a far parte della mia vita, come una sorta di specchio spezzato o di puzzle i cui pezzi non combaciano mai. E quando qualcuno che è abituato a vedere un lato di me ne scopre un altro inaspettato, resta spiazzato, e non capisce come realtà così dissimili possano coesistere tra loro. E’ una sorta di schizofrenia psicologica. Credo nasca dal fatto che mi sono sentito spesso castrato e costretto, quindi, a cambiare il mio modo di essere in base alle circostanze.

Da bambino amavo mettermi al centro della scena, cercando probabilmente quelle attenzioni che nei primi mesi di vita, passati in brefotrofio, nessuno mi aveva potuto dare: mi piaceva fare imitazioni (Gatto Silvestro era il mio cavallo di battaglia), cantare, recitare poesie, raccontare ai bambini miei coetanei le favole che avevo letto. Ma lo stare tanto tempo da solo; il sentirmi spesso dire dai miei genitori “questo non si dice, questo non si fa, questo è sconveniente” in una litania castrante per essere sempre compìto, sempre perfetto, un piccolo Ken da esibire agli amici; il vivermi come “diverso” per le attività che svolgevo rispetto ai miei coetanei già alle elementari; tutto ciò mi portò progressivamente a trasformarmi da bambino allegro e “presente” ad introverso e ripiegato su se stesso, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l’accettazione e la manifestazione di un sé.

Forse fu tutto questo, unito a quanto trascorso negli ultimi due anni, a farmi cadere improvvisamente, quasi da un giorno all’altro, in uno stato depressivo. Come avevo fatto con i miei solo alcuni mesi prima, adesso, senza però più ne’ volerlo ne’ preventivarlo, precipitai in un mutismo assoluto. La faccia sempre scura, la fronte china ed aggrottata, la voglia di piangere costante, divennero il mio modo di presentarmi al mondo intorno e le mie compagne di vita quotidiane. I frati, ovviamente, non capivano cosa fosse successo, ma nemmeno intervennero più di tanto. Non dimentichiamo, infatti, che il Postulato è un periodo di prova, e se io avessi dimostrato di non essere in grado di superare quel momento di buio interiore, questo avrebbe significato che la vita religiosa non faceva per me.

Intendiamoci: non voglio dire che, come i miei genitori prima, anche la fraternità adesso mi ignorasse; cercavano di interagire nella normale quotidianità, come se il problema non esistesse; ogni tanto, con delicatezza, Dante mi chiedeva “Non stai bene?”; dimostravano la loro presenza nei fatti; ma non affrontammo mai direttamente la situazione, ne’ ci furono approcci medici o psicologici per gestirla. Credo che questo modo di fare sia al contempo uno dei vantaggi, ma anche uno dei grandi limiti, della formazione della vita religiosa, almeno per quanto ho avuto modo di viverla io. E’ un vantaggio, perché non punta il dito accentuando un disagio; ma corre sul filo pericoloso del far finta di nulla, del non affrontare mai seriamente un problema, specie quando questo, paradossalmente trattandosi di un ambiente religioso, investe la sfera dell’intimo di una persona. Sarebbe avvenuto così anche quando, diversi anni dopo, avrei affrontato la presa di consapevolezza riguardante la mia omosessualità, e sarebbe stato, di fatto, il motivo principale della mia uscita dalla vita religiosa. Ma questa è un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.


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…Maddalena

Mio padre aveva due sorelle.

Rosina aveva un lieve disturbo mentale. Niente di particolarmente evidente, semplicemente un po’ di ritardo nella capacità di apprendere le cose e di parola. Però narra la leggenda (sempre mia madre, again) che sia stata la prima persona a cui ho sorriso quando, una volta adottato, sono arrivato a casa, mentre fino a quel momento ero stato abbastanza ingrugnito. Le volevo bene, proprio perché essendo un’anima semplice mi sembrava a sua volta una bimba solo un po’ cresciuta nel fisico, ma non nel carattere. Purtroppo, morì quando io avevo solo 7 anni, improvvisamente. E’ di fatto la prima esperienza della scomparsa di una persona cara che ho, perché è vero che era già venuto a mancare mio nonno paterno, ma quando questo accadde io avevo solo 4 anni ed i miei ricordi al riguardo sono molto sfumati.

Rimase Maddalena, per tutti Lena. Viveva, ormai sola, in 3 stanze nella casa a fianco, all’interno dello stesso cortile su cui si affacciava la nostra. Zitella impenitente, probabilmente per il carattere non proprio mansueto (e forse anche quel filo di baffi che ha sempre avuto fece la sua parte…), semplicemente mi adorava, essendo il suo unico nipote. Da quando ho memoria, ogni giorno, dopo pranzo (o, quando andavo a scuola tutto il giorno, dopo cena), scendevo da lei. Ci facevamo compagnia come solo bambini ed anziani  sanno farsi (e per me lei è sempre stata anziana, perché essendo ancora più vecchia di mio padre, l’ho sempre vissuta come tale, anche quando probabilmente era “appena” cinquantenne… ma si sa che per i bambini dopo i vent’anni si apre il mondo della geriatria); seduti sul suo divano un po’ rovinato, costantemente ricoperto da una qualche trapunta di colori indecifrabili, guardavamo la tv, e più il programma era strappalacrime, più lei lo amava, pur non essendo affatto portata alla commozione, anzi. Grazie a lei ho conosciuto tutte, e dico TUTTE, le telenovelas brasiliane degli anni ’80, dove la parte della regina la faceva “Andrea Celeste”, che lei adorava incondizionatamente. Stavamo lì, io capendo poco perché non molto interessato, lei “Zitto, zitto!” ogni tanto, nei momenti più importanti, e comunque sgranocchiando caramelle o cioccolata, perché era golosa come me e con me condivideva queste piccole gioie quotidiane che, proprio perché giustificate dalla presenza del nipote, le sembravano meno peccaminose. Era il nostro Piccolo Mondo Antico, fatto di riti, pettegolezzi di paese, biscotti e tamarindo.

Con lei non aveva senso mentire riguardo la mia partenza per il convento; ma sapevo che non sarebbe stato facile, quindi lasciai questo momento per ultimo. Scesi anche quel giorno da lei, e come sempre fui accolto dal suo bacio un po’ pungente, per via dei peletti ispidi che facevano capolino dal mento, ed umido. “Sai, c’è una cosa che devo dirti” non me l’ero sentita di sedermi sul divano come se fosse un giorno qualunque, e stavo un po’ in bilico sull’orlo di una sedia. “Tra due giorni me ne vado a Pinerolo, entro in convento, dai frati Cappuccini”. Si ferma, mentre sta liberando la tavola apparecchiata con un solo piatto, un solo bicchiere, un solo paio di posate. “E… quando torni? Quanto stai via?” Non ha capito, o vuole far finta di non aver capito. “Beh, a Pinerolo un anno… Poi, se tutto va bene, entrerò in Noviziato, che non ho capito dove si trova, ma dura anche quello un anno, poi non so dove mi mandano… Però per Natale, Pasqua, ste cose lì torno qualche giorno!”. “Beh, se sei contento… sono contenta anch’io per te!” Mi dice, cercando di sorridere. E non c’è più molto da dire. Le sorrido di rimando, la abbraccio e le dò il solito bacio. Mi accompagna alla porta e “Ogni giorno lo passavo aspettando che tu scendessi…” E per la prima, ed ultima, volta la vidi piangere; la porta si chiuse. Prima di risalire dai miei, mi fermai nell’ingresso, dove mia madre non poteva vedermi ne’ sentirmi; e piansi a mia volta.

Due giorni dopo partii. La mia vita in quella casa era davvero finita.


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Annus horribilis – Parte finale

Era inutile rimandare ulteriormente il momento: avrei affrontato i miei genitori quella sera stessa. Volevo togliermi fin da subito il blocco dallo stomaco, anche se questo avrebbe significato vivere il poco più di un mese rimanente prima del mio ingresso in postulato in condizioni da tragedia greca.

“Ormai l’estate è finita, a Pinerolo sei andato, ti sei riposato, quindi è ora che ricominci a prepararti agli esami. Con sta storia dei frati riprenderai quando avrai finito l’università. Fino ad allora, non se ne parla più”. Se anche avessi avuto dei dubbi sull’opportunità o meno di aspettare a parlarne, contenuto e tono di mio padre me li aveva fugati. “Oggi ho parlato con p. Cesare”. Primo momento di gelo, evidentemente mio padre non se lo aspettava. “Ha detto che, se voglio, loro sono disponibili ad accettarmi in Postulato fin da subito”. Mia madre sbianca e mi guarda come fosse improvvisamente una statua di cera. “Ho risposto che per me va bene, entrerò il primo di ottobre”.

Fu come se fosse esploso un ordigno nucleare. Piatti e bicchieri schizzarono per aria e tutto il tavolo tremò, mentre mio padre batteva i pugni, paonazzo e digrignando i denti dalla rabbia, e “NO! TU SEI MIO FIGLIO E FARAI QUELLO CHE DICO IO! FINCHE’ SARAI IN QUESTA CASA SONO IO CHE DECIDO! TU LI’ NON CI ANDRAI! MIO FIGLIO NON ANDRA’ IN GIRO SCALZO COME UN MENDICANTE! SE PROPRIO RELIGIOSO DEVI ESSERE, ALMENO CHE SIA UN ORDINE DECENTE, COME I GESUITI! I CAPPUCCINI NO!”. Mia madre cominciò a piangere, mordendosi un labbro, poi, come di solito faceva in circostanze simili, corse in bagno e vi si chiuse dentro.

“Dimentichi un particolare. Io sono maggiorenne, se me ne voglio andare me ne vado, e tu non puoi trattenermi. Finché vivo sotto questa casa devo fare quello che vuoi tu, ma io non vivrò più sotto questa casa. Quindi il discorso finisce qui”. Le mie parole, ma soprattutto il tono con cui le pronunciai, furono come ghiaccio che cadeva spezzandosi a terra. Vi misi dentro tutta la rabbia, l’umiliazione, la paura che avevo vissuto in quei mesi. Le caricai di tutto il dolore che volevo far vivere ai miei genitori, restituendo moltiplicato quello che avevo vissuto io nell’ultimo anno. Volevo che soffrissero. Mi alzai, uscii dalla cucina e me ne andai.

Se la cosa importante per mio padre era il livello “sociale” da esibire, e quindi la scelta dei Cappuccini, da lui ritenuti il peggio del peggio dal punto di vista di prestigio, era uno smacco inaccettabile, per mia madre il punto era che me ne sarei andato e li avrei lasciati. Tutta la sua vita non avrebbe più avuto un senso, dato che lei aveva fatto girare la propria intera esistenza intorno al fatto di essere, appunto, madre. Anche il rapporto con mio padre aveva assunto una sua ragion d’essere in funzione di questa visione del proprio ruolo e, paradossalmente, il mio allontanarmi, oltre al peggiorare della situazione di salute di mio padre, l’avrebbe aiutata negli anni successivi a recuperarlo in un modo nuovo. Ma in quel momento non poteva saperlo nessuno di noi.

Mio padre, che evidentemente non aveva ancora imparato la lezione, pensò di passare al livello successivo, come nei videogiochi. Dopo aver scritto al p. Provinciale dei Cappuccini, p. Cesare appunto, decise di scrivere al Vescovo. Solo che sbagliò obiettivo. Infatti, nell’ambito della vita religiosa il Vescovo non ha alcuna giurisdizione ne’ autorità, se non per quanto riguarda la gestione della propria diocesi. In sostanza, se un convento è ANCHE parrocchia, allora in quel caso il Vescovo può ovviamente dire la sua, almeno per quello che riguarda la pastorale, la catechesi, ecc ecc. Ma in tutto ciò che riguarda la vita INTERNA di una qualunque casa di religiosi, maschile o femminile che sia, l’unico ad avere autorità decisionale è l’Ordine di appartenenza, nei suoi vari gradi. Oltretutto, il Monte dei Cappuccini si trova a Torino, e quindi ricade sotto la diocesi del capoluogo piemontese. Il Postulato, d’altro canto, era a Pinerolo, a sua volta sede vescovile. E mio padre, che ovviamente non aveva agganci ne’ presso la Curia torinese, ne’ presso quella pinerolese, scrisse all’unica realtà dove pensava di avere qualche chance di essere considerato, quella sotto cui rientrava il nostro paese, Rivarolo: la diocesi di Ivrea. Che, per un usare un francesismo, non c’entrava assolutamente un cazzo. Quindi il vescovo, con una lettera molto gentile, sostanzialmente comunicò all’amato genitore che lui non poteva farci niente, perché non ne aveva l’autorità ne’ a livello di competenza, ne’ a livello di territorialità. In sostanza, lo mandava a… quel paese (ma molto educatamente eh).

Il problema principale, a questo punto, era quello di comunicare quest’onta alla collettività di amiciparenticonoscenti. E, dato che la ruota del karma gira, come io avevo ingannato i miei mentendo su voti scolastici e scelte di vita, adesso i miei si sarebbero trovati nelle condizioni di dover ingannare, per non vivere una vergogna per loro inaccettabile di fronte a tutti, chiunque mi conoscesse. Semplicemente, io sparii. Senza entrare troppo nel merito del dove, come, quando e perché, improvvisamente io me ne dovetti andare da Rivarolo per seguire dei non meglio precisati studi in una non meglio precisata città per un non meglio precisato periodo di tempo. Immagino che questa versione lasciasse molti punti oscuri in chi se la sentiva propinare, ma naturalmente io non ebbi mai modo di vedere come fosse gestita da parte dei miei. Certo è che, due anni dopo, d’improvviso il parentame fu inondato di santini del sottoscritto in saio che annunciavano gioiosamente dell’ingresso nella vita religiosa con la formale funzione religiosa durante la quale avrei preso i voti. Con tutto il comprensibile sconquasso che questa nuova, improvvisa ed inaspettata versione avrebbe generato.

Ma questo era ancora molto in là da venire; io, invece, che non dovevo ne’ volevo fingere (anzi…) avrei dato il lieto annunzio ai miei amici e a mia zia. Con esiti… che vedremo.