Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Neverendin’ stooooo-oriiiii… aaa-aaa-aaa… (ovvero “DICOTI NERD!” Parte Terza)

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Da bambino non mi limitavo a leggere fumetti (vedi “DICOTI NERD!” parti Prima e Seconda). Avendo imparato a leggere a tre anni, essendo sempre solo, avendo molto tempo libero, leggevo anche favole di tutti i tipi. La parte del leone, ovviamente, la facevano le versioni Disney, i cui lungometraggi animati conoscevo a memoria; non solo perché andavamo regolarmente al cinema ogni volta che ne usciva uno, ma anche perché avevamo in casa un cofanetto composto di sette vinili con la colonna sonora completa delle principali fiabe e relativi libretti illustrati. E quando dico “colonna sonora” non intendo solo “le musiche”, ma proprio i dialoghi completi. Insomma, ancora oggi ricordo a memoria interi passaggi di Biancaneve, La Bella Addormentata, Alice nel Paese delle Meraviglie, ecc ecc, perché, naturalmente, quei dischi furono praticamente consumati a furia di ascoltarli e credo che, avessero potuto, si sarebbero suicidati dalla disperazione. Ma mi dilettavo anche con “Le fiabe Italiane”, “Il Grande Libro della Mitologia Greca e Romana”, “Le Mille e Una Notte”, la bibliografia di Gianni Rodari, fino ad arrivare, quando avevo ormai 12, 13 anni, ai “Racconti” di Edgar Alla Poe. Insomma, tutto ciò che era fantastico ed in qualche modo magico, mi attirava come il fuoco le falene.

Giocavo spesso da solo, immaginandomi tutti i personaggi di una fiaba in cui ero alternativamente re, principe (no, principessa no) e, soprattutto, mago. Una volta, indossato una specie di lungo straccio nero fissato con una spilla al collo, e preso in mano un bastoncino che aveva molto, ma molto, vagamente la forma di una bacchetta magica, cominciai a girare su me stesso come un deficiente in cortile, lanciando incantesimi (si fa per dire…) a destra e a manca, e gridando formule magiche. Peccato che la scuola elementare che frequentavo, quella delle suore di Antonia Maria Verna già citata, avesse le stanze delle religiose che si affacciavano sul succitato cortile, e che in quell’occasione mi vedesse la mia maestra (frequentavo all’epoca la quinta elementare). La sorella fu colpita al vedere quello che in classe era un brillante studente giocare da solo come un rimbambito, tanto da muoversi a compassione; incautamente disse a mia mamma, uno dei giorni seguenti, che “le avevo fatto molta pena”, suscitando le ire funeste della pelìde madre: SUO figlio che faceva pena a LEI???? Inconcepibile, era come accusarla, indirettamente, di non essere la perfetta genitrice che sapeva ASSOLUTAMENTE di essere! Credo che anche questo episodio contribuì all’atteggiamento critico, a dir poco, che mia madre tenne da lì in poi verso le scuole di religiosi.

Comunque, per molti anni a seguire le mie letture furono necessariamente più serie, un po’ per necessità, perché mica si possono continuare a leggere le stesse favole per sempre (anche se, nel frattempo, avevo esteso le mie conoscenze alla mitologia cinese, giapponese, vichinga ed egiziana), un po’ perché mio padre, ritenendo quel tipo di interessi poco indicato al genio intellettuale che voleva diventassi, mi costrinse ad approcciarmi a generi completamente diversi, e, per essere sicuro che davvero lo  facessi, a scrivere anche relativi riassunti che lui controllava (o perlomeno diceva di fare…) di volta in volta.

Finché, ero ovviamente al liceo a Valsalice, non mi imbattei in una recensione. La scuola ci passava una rivista che, tra le altre cose, suggeriva un libro in ogni numero, facendone un riassunto e dandone una valutazione critica. Quella volta toccò a “La Storia Infinita”, di M. Ende. Inutile dire che la sintesi che lessi mi intrigò non poco, e mi spinse ad investire i pochissimi risparmi che avevo (all’epoca non si usava dare una paghetta ai propri figli, quindi mi dovevo arrangiare) nell’acquisto del volume. Già il fatto di entrare in una libreria era eccitante: tutti quei libri nuovi di zecca, che sembravano dire “comprami, leggimi”, invitanti nelle loro copertine lucide, mi davano un senso di vertigine molto vicino ad un orgasmo. E quando uscii col mio bell’acquisto in borsa, mi sentii come se avessi conquistato la tana di un drago.lastoriainfinita

Lo lessi in 24h esatte. Che è pure, guarda caso, il tempo entro cui si svolge la storia raccontata nel libro stesso (non farò un riassunto, primo perché non ci starei con lo spazio, secondo perché non posso credere che esista qualcuno al mondo che non lo abbia letto!). Il sacro fuoco, necessariamente sopito, dell’amore per il fantastico tornò prepotentemente alla ribalta. Inutile dire che mi aspettavo di veder comparire un drago bianco della fortuna da un momento all’altro alla finestra di casa, o di trovare un Auryn (il simbolo dell’Infanta Imperatrice, stampato anche sulla copertina del libro che stavo leggendo) camminando per la strada.

Ma il vero tracollo avvenne il mese successivo. Mi ero fidato, con piena soddisfazione, della recensione di quella rivista, quindi andai di corsa a vedere quale fosse il libro suggerito nel nuovo numero. E fu quello che divenne la mia bibbia da allora in poi, del quale molti brani conosco a memoria, che da allora rileggo ogni anno, in occasione del mio compleanno, insomma: “Il Signore degli Anelli”, di J. R. R. Tolkien. Ovviamente, leggendo semplicemente la recensione non potevo sapere a cosa stavo per andare incontro. Intanto, la mole del volume: una mappazza enorme, che mi riempiva da sola un bel pezzo di borsa scolastica; poi, il prezzo, ovviamente adeguato: assolutamente inarrivabile per le mie finanze, già duramente provate dall’acquisto precedente. Per fortuna, però, eravamo vicini a Natale, quindi chiesi ad una mia zia di regalarmelo, e così bypassai il problema economico. Sfruttando le vacanze festive, inoltre, pensavo di riuscire a leggerlo prima di riprendere la scuola, e quindi, appena ricevuto, mi misi d’impegno per riuscire nel mio progetto.

Il primo approccio fu tremendo. Se lo avete letto , saprete che ci sono una serie di prologhi all’inizio ed una altrettanto corposa serie di appendici alla fine, a cui si rimanda di continuo durante lo svolgimento della narrazione. Abituato, da buon studente, ad andare a leggere ogni singolo rimando, cominciai ad avere in testa una confusione enorme, dove le vicende di Frodo si intersecavano con l’origine dell’erba-pipa e la genealogia dei Re di Numenor. Insomma, un casino a non finire. In realtà, me la stavo godendo un mondo. Non capivo sostanzialmente niente, ma mi piaceva tantissimo, aumentava quel senso di fantastico e di proiezione in un mondo completamente diverso, eppure così reale. Lo terminai in dieci giorni (ed è una vera impresa, degna di un Eroe!), e fui costretto (certo, COS-TRET-TO!) a ricominciarlo subito, saltando questa volta tutti i “prima” e “poi” per concentrarmi solo sulla storia, e, sapendo come andava a finire, godendomi con più calma tutti i particolari e le sfumature. Questa volta impiegai ben venti giorni, e ne uscii con l’assoluta convinzione che dovevo (DO-VE-VO!) imparare a scrivere e leggere l’alfabeto elfico delle rune.

Per fortuna, gli impegni scolastici presero il sopravvento e mi obbligarono a desistere dalla mia convinzione. Ma fu l’inizio di una deriva che non terminò mai più. Intanto, decisi che era assolutamente necessario, per la mia sopravvivenza mentale e fisica, avere tutta (TUT-TA!) la bibliografia di Tolkien. Lessi, quindi, immediatamente dopo “Lo Hobbit” (facile), “Il Silmarillion” (un casino, mi intrigò moltissimo), “Albero e Foglia” e vi risparmio tutto il resto. Poi, cominciai quella raccolta infinita, che continua ancora oggi, di libri fantasy, di cui posso vantarmi essere un discreto esperto. Il sacro fuoco della nerditudine, una volta acceso, non può più essere spento.

Solo un’ultima cosa mancava perché la mia trasformazione fosse completa: la parte tecnologica. Ma era ancora un po’ presto, e, quindi, questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

il-signore-degli-anelli