Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


Lascia un commento

Uccellacci Uccellini (Vacanze parte seconda: Assisi-2)

Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-04-_-_Miracle_of_the_Crucifix

Ed infatti, in due giorni, vedemmo davvero TUTTO: Basilica Inferiore, Basilica Superiore, Cripta, Basilica di s. Chiara, Basilica di s. Rufino, Basilica della Porziuncola, le Carceri (così chiamate perché Francesco ed i suoi seguaci vi si “incarceravano”, nel senso che trascorrevano dei lunghi periodi di eremitaggio), tempio di Minerva (trasformato in chiesa di s. Maria), chiesa di s. Stefano (poco conosciuta ai più, frequentata molto dai tedeschi, che sono soliti cantarvi i Vespri), chiesa di s. Damiano. Insomma, una roba che se non si diventa atei per l’eccesso di religiosità lì, non lo si diventa più.

E camminammo per ogni vicolo, strada, sentiero (per salire fino alla Rocca medievale, perché volevamo non vedere anche la Rocca medievale? Certo che no, era indispensabile fare un salto alla Rocca medievale), prato, scala e chi più ne ha più ne metta. L’amicizia di Marco fu messa a dura, durissima prova, mentre io saltellavo qua e là, come un uccello che si posasse di fiore in fiore, una specie di colibrì impazzito che non sapeva più dove andare a succhiare il nettare. Se non si fosse capito da questi esempi, continuavo a cinguettare e la mia vena pseudo-poetica aveva raggiunto livelli da allarme rosso.

 Crocifisso-di-san-Damiano.jpgLa basilica, Inferiore e Superiore, e la Cripta, che ne era di fatto il fondamento e dove si trova letteralmente incastonata in una colonna la bara di Francesco, mi affascinarono. E del resto, è impossibile per chiunque restare indifferente all’esplosione artistica che le contraddistingue, tra immagini giottesche ed affreschi tardo medioevali. Ma quella che mi colpì di più fu la chiesa di s. Damiano. La storia francescana vuole che fosse lì che Francesco ricevette il famoso invito “Va’ e ripara la mia chiesa” dal crocifisso omonimo, invito inteso da lui prima in senso letterale, tanto che come un muratore qualunque si mise di buona lena a restaurare quella chiesetta fatiscente, e solo successivamente compreso nella sua realtà, cioè indicando con “chiesa” non l’edificio fisico, ma la struttura ecclesiale dell’epoca.

Ed io, potevo forse essere da meno? Osteggiato dai miei genitori, come Francesco dai suoi, non ero quindi così simile a lui? Non aspettavano anche me grandi gesta, e la povertà tanto cara al poverello, appunto, di Assisi non era forse un richiamo che anch’io dovevo seguire? Ma non potevo certo farlo in una realtà così diversa come quella salesiana! Quelle 48h, quindi, mi vedevano alternare momenti di euforico entusiasmo a deliri misticheggianti, a transfert idealizzati (Andrea-Francesco-Andrea), a sconforto per il casino che tutto questo causava nella mia testa, consapevole che i tempi per decidere che fare si erano ormai ridotti all’osso. Mancava meno di un mese, infatti, a quella che sarebbe dovuta essere la data di ingresso in noviziato. In fondo, probabilmente sapevo già quale sarebbe dovuto essere l’epilogo, ma dopo anni di attesa e vagheggiamenti sulla mia futura vita salesiana, non era così semplice prenderne consapevolezza e, soprattutto, accettarne le conseguenze.

Il treno che ci riportava a casa mi vide, quindi, decidere di giocare l’ultima carta che mi rimaneva: sarei andato da p. Luca (vedi post “Se qualcosa si muove in mezzo alle gambe…”) e ne avrei parlato ancora con lui, che dopo tutti quei mesi di frequentazione assidua ormai mi conosceva abbastanza per darmi un’indicazione su cosa fare. Mancava davvero poco alla fine di tutto.

P.S.: sarei tornato molte volte ad Assisi, in alcuni anni più o meno ogni mese sarei stato lì. Ed ogni volta era come la prima: la amo incondizionatamente. E’ uno di quei posti che, appena ci vai, senti improvvisamente di poter chiamare in qualche modo “casa”, perché ti comunica un senso di pace e di serenità che non trovi altrove. L’ultima volta che l’ho vista fu dopo il terribile terremoto del 1997: in quel periodo stavo terminando i miei studi a Roma (ci arriveremo… molto più avanti) ed avvertii persino a così grande distanza le scosse che rischiarono di distruggerla. Quando la vidi mi venne da piangere. Essendo frate, potevo entrare abbastanza facilmente al Sacro Convento, altrimenti di solito non accessibile a visitatori esterni, e lo vidi aperto in due come una mela, con una spaccatura che attraversava dal soffitto fino a terra il meraviglioso refettorio medioevale, le cui dimensioni sono esattamente identiche, ovviamente in orizzontale, a quelle del campanile della Basilica. Così come mi fu permesso, nonostante l’ingresso fosse ancora vietato a chiunque per motivi di sicurezza, di affacciarmi alla Basilica Superiore, vedendo pezzi di affreschi giotteschi rovinosamente a terra. Da quando lasciai la vita francescana, 3 anni dopo, ad oggi non ci sono più tornato. E’ come se fosse un pezzo della mia vita che non desidero condividere con altri, perché troppo intimo e personale. Ma mi manca moltissimo rivederla, e so che presto o tardi, e spero presto, vi tornerò.


Lascia un commento

Forza, venite gente!

Forza_Venite_Gente1I miei sogni, e le mie decisioni, vacillavano. L’ormai evidente sfaldarsi della comunità, sotto le mani incapaci di d. Gianni, era un brutto colpo che facevo fatica ad assorbire, dopo l’idealizzazione che ne avevo fatto per anni. E come in tutti gli innamoramenti, più sei coinvolto, più sei deluso, più diventi una merda nel reagire alla delusione. Ma questo sarebbe avvenuto più avanti, perché la vendetta è pur sempre un piatto che va servito freddo. Al momento ero molto più destabilizzato dal fatto di non sapere più cosa volessi fare della mia vita.

Non era solo l’atmosfera che si era venuta a creare che mi aveva generato un’enorme confusione, ma soprattutto il rendermi conto che la vita salesiana, che stavo finalmente provando molto più da vicino, non era quello che cercavo realmente, non mi soddisfaceva. Vedevo i religiosi sempre di corsa, sempre impegnati, sempre presi da mille impegni: era un continuo organizzare attività con i ragazzi, seguirli, giocare con loro, farli studiare, inventarsi ogni giorno qualcosa di nuovo eppure sempre uguale a se stesso… Ma la spiritualità, una dimensione più di silenzio, che una parte di me comunque cercava, parevano del tutto assenti. I momenti di preghiera comunitari erano anch’essi pieni di musica, di canto, di parole e ben poco di ascolto. Qualcosa dentro di me stonava, ed ero insoddisfatto ed impaurito. Che dovevo fare?

Sono un Bilancia, la dualità fa parte del mio essere: sarà per questo che le cose mi capitano sempre a due a due, come le ciliegie? Mah… Sta di fatto che avvennero due episodi che avrebbero cambiato il corso della mia vita, e non è un’esagerazione.

Poco dopo la nostra esibizione per DonBosco2000 (vedi post precedente), a Torino tornò, perché già ci era stata in precedenza, la compagnia di Michele Paulicelli a ripresentare il suo musical: “Forza Venite Gente”, liberamente ispirato alla vita di s. Francesco d’Assisi. Chi non è gran frequentatore/trice degli ambienti ecclesiastici potrebbe non aver mai sentito nominare questo spettacolo, anche se alcuni anni fa è stato trasmesso in prima serata da RAI1 nella sua versione ufficiale, registrata sul piazzale della Basilica Superiore di s. Francesco ad Assisi. Ma chi, invece, ha bazzicato chiese, catechismi  e celebrazioni varie sa perfettamente di cosa parlo: è uno degli spettacoli più conosciuti, più riprodotti, più cantati in assoluto degli ultimi 30 anni. Potete farvene un’idea sul sito ufficiale (oltre che trovare infinite versioni su youtube):

http://www.forzavenitegente.it/

Intanto, era la prima volta che assistevo ad un musical, e già questo ero per me decisamente eccitante. Poi, il protagonista, nonché regista, creatore, produttore, compositore e qualunque altra cosa vi venga in mente, Paulicelli appunto, era un Francesco un po’ diverso dall’immagine iconografica a cui ero abituato: barba, capelli lunghi, un pezzo d’uomo (non certo un mingherlino come ci hanno sempre fatto credere che fosse il poverello d’Assisi), insomma, ESATTAMENTE il tipo di persona capace di attirare la mia attenzione… Ma questo arrivava più alla parte rettile (non E-rettile, birichin*…) del mio cervello: quello che arrivò al mio conscio fu un’esplosione di messaggi, di canti, balli, luci, uno stordimento esteriore ed interiore che mi lasciò eccitato, confuso ed incuriosito allo stesso tempo. E dato che non ho mezze misure, e quando qualcosa mi interessa mi ci butto a capofitto e ne faccio la mia principale occupazione per un periodo non precisato di tempo, iniziai a leggere qualunque cosa parlasse di Francesco e della sua spiritualità.

Fui ben felice, quindi, quando d. Gianni, sull’onda dell’interesse che il musical aveva suscitato in noi, decise di trasmettere una sera il famoso film di Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna”. Ora, credo non ci sia NESSUNO che non lo abbia mai visto almeno una volta. Ormai datato (non voglio ricordare che è del 1971, perché mi rende consapevole di quanto io sia vecchio…), ogni tanto viene ancora trasmesso, e non nego che OGNI-SINGOLA-VOLTA che lo vedo ancora piango come un vitello. Zeffirelli può piacere o meno, ma certo non si può negare che la sua capacità di fotografare paesaggi ed espressioni e creare attraverso esse impatti emotivi forti sia eccezionale. Almeno, per me lo fu.

Credo di aver guardato tutto il film con la bocca aperta, il fazzoletto in mano ed il labbro tremulo, mentre il mio BFF (BestFriendForever) Marco M. mi guardava con aria alquanto preoccupata (naturalmente avevo già condiviso con lui tutte le mie incertezze per il futuro ed eravamo entrambi seriamente preoccupati, come solo gli adolescenti che vivono le emozioni al 200 per 100 possono essere). Francesco bello ed impossibile; Francesco malato e depresso; Francesco alla ricerca di se stesso; Francesco con genitori oppressivi che non lo capiscono; Francesco che ha un’illuminazione divina come Paolo sulla via di Damasco; Francesco eroico, che lascia tutto, contro tutti; Francesco umile, ma con un bel po’ di gente che lo segue; Francesco che arriva fino al Papa per ricevere da lui la vera consacrazione davanti a se stesso ed al mondo; Francesco che canta… quello non era Francesco, ERO IO (eccetto la parte del bello ed impossibile, ovviamente)!

Un “transfert” in piena regola, da manuale, solo che io non lo sapevo. In quel momento sapevo solo di aver deciso che tipo di vita e di spiritualità desideravo seguire: quella francescana. No, il mondo salesiano, ormai era evidente, non faceva per me; ma a chi mi sarei dovuto rivolgere, dove dovevo andare? I salesiani li conoscevo praticamente da sempre, avevo trascorso ormai 8 anni della mia vita a contatto con loro, a scuola prima ed ora in comunità, mentre dei francescani non sapevo nulla, nemmeno a chi rivolgermi per avere un aiuto.

Come il cacio sui maccheroni, come un angelo caduto dal cielo (cit. Nada), assolutamente a fagiUolo, arrivò Marco L., il barbuto ed ormonato sardo, quello insomma che non era la spiritualità la parte di me che stimolava… Ma il suo apporto fa parte di qualcosa che racconteremo un’altra volta (ma non fatevi strane illusioni…).