Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Siam tre piccoli fat(ic)ellin… Parte Terza: Andrea (ovvero il sottoscritto)

Dopo il periodo buio che aveva contraddistinto i primi mesi di convento (“Male Oscuro…”), i mesi trascorsero relativamente sereni, e veloci. La routine quotidiana si dipanava tra lavori manuali (diretti da fra Sergio, come già detto), un po’ di studio (equamente diviso tra p. Oreste, p. Marcello e p. Roby), attività più o meno sociali. Alcune cose mi piacevano di più, altre di meno.

Tra le attività manuali, una era il mio enorme spauracchio: cucinare. Ad onor del vero, dopo qualche settimana, divenne anche lo spauracchio di tutto il resto della fraternità, per cui venni spesso esonerato dall’ingrato compito… chissà perché. Anche in questo caso il responsabile ultimo era l’onnipresente fra Sergio, ma chi se ne occupava fattivamente era una cuoca, una gentilissima signora che veniva ogni mattina, domeniche e festivi esclusi ovviamente. Noi, ovvero Carlo, Danilo ed io, la affiancavamo una settimana a testa a rotazione, in modo da imparare a cucinare e preparare, di conseguenza, la cena (che poi di fatto voleva dire riscaldare quello che lei già ci lasciava pronto) ed i pranzi delle giornate in cui lei era a riposo. Incredibile, ma vero, in questo Carlo era meglio (o sarebbe più corretto dire, meno peggio) di me. Io proprio non riuscivo a farmela piacere, e quindi ottenevo risultati disastrosi.

A mia parziale di discolpa, bisogna dire che in una fraternità di 9 persone complessive, bisognava preparare almeno 4 tipi di pranzi o cene diversi: uno “normale”, uno senza sale per p. Marcello (che aveva problemi di circolazione), uno senza glutine per p. Oreste (che era celiaco), uno leggero per p. Dante (che soffriva di colite spastica nervosa)… Tutto questo mi creava uno stato di ansia e di confusione, per cui mettevo il sale dove non lo dovevo mettere, preparavo 8 dosi di pasta per celiaci ed 1 dose di pasta normale, infarcivo di spezie la carne di p. Dante… insomma, un casino. Anche la cuoca sapeva di questa mia negazione assoluta per l’arte culinaria. Un giorno, in un attimo di disattenzione, si ferì col coltello e cominciò a sanguinare; la vidi impallidire vistosamente, vacillare alcuni secondi, stringere i denti e continuare a lavorare. Solo alla fine della mattinata, quando ormai era tutto pronto, mi disse: “Io patisco alla vista del sangue, stavo per svenire, ma non potevo mica lasciarti da solo a preparare il pranzo…”. Da quel momento, per fortuna mia e della collettività, la preparazione del cibo non fu più una attività di mia competenza. Però, ho imparato a fare un arrosto che lèvati, proprio.

Altre volte, i disastri erano frutto di eccessiva fiducia nella competenza (discutibile) altrui. “Andate alla vasche” (una sorta di grossi pozzi dove veniva raccolta l’acqua piovana per irrigare l’orto) “e cominciate ad estirpare i rovi, io vi raggiungo appena finisco un altro lavoro”. “Cerrrto capo, trrranquillo”. Come si sarà capito, l’ordine impartito da fra Sergio riguardava me e Carlo… che ne sapeva di rovi quanto io di organi genitali femminili.

Arrivati in loco, ci guardammo intorno. L’unica cosa evidente che saltava agli occhi era una serie di piccoli fusti, flessibili come giunchi, legati ad un muro in pietra che delimitava l’area. “Sono cerrrtamente questi” dichiarò Carlo, che, diligentemente, si stava già chinando, armato di picchetto, per sradicare le terribili piante infestanti. “Carlo, ma non ti pare strano che siano legate al muro?” obiettai timidamente. “Ma no, è perrr non darrrr fastidio”. Ero sempre più perplesso. “Carlo, ma i rovi non dovrebbero avere le spine?” tentai ancora. “Meglio, è più facile estirrrparrrli” continuò imperterritamente e convintamente (cit.) il mio compagno di lavoro. Cedetti e cominciai a menar di falcetto a mia volta. E facemmo un ottimo lavoro: dove eravamo passati noi, di sicuro non sarebbe più cresciuto nulla. Eravamo ormai all’ultima superstite quando “ODDIO! LE MORE PER LA MARMELLATA!” gridò Sergio, come lo avessero ferito mortalmente al cuore. Carlo ed io, guardandoci smarriti, cominciammo ad arretrare elegantemente e velocemente, e mentre il povero frate si chinava per verificare se fosse possibile recuperare qualcosa (illuso: noi quando facevamo qualcosa, la facevamo bene, perbacco!), ce la demmo a gambe alla chetichella, cercando rifugio da p. Oreste che si fece una allegra (ma anche un po’ amara…) risata.

Una cosa su tutte, però, mi metteva profondamente a disagio. Il sabato sera, sempre a turno, uno di noi andava con p. Oreste al dormitorio parrocchiale di Pinerolo, che accoglieva persone senza fissa dimora. Poche, a dire il vero, non più di una manciata. Ma quelle poche per me erano già troppe. Era il mio primo, vero incontro col “diverso”, con qualcuno che era completamente altro da me. Sarebbe stato solo il primo di una serie di molti, con persone ed in ambienti più disparati, ma in quel momento mi spaventava. Vedere uomini sporchi, che non avevano alcuna cura di sé, incapaci di o indifferenti a qualsiasi forma di comunicazione (o quantomeno, a forme di comunicazione a me conosciute, perché p. Oreste riusciva perfettamente a rapportarsi con loro, e sembrava addirittura che la cosa gli facesse piacere), mi destabilizzava, e come di solito avviene con ciò che non si conosce, mi facevano un po’ paura, un po’ ribrezzo. Non capivo che a volte non siamo noi a decidere, ma è la vita che decide per noi, e se non siamo attenti, o semplicemente fortunati, possiamo venirne travolti. Lo avrei compreso a mie spese molto più avanti… ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta. Per il momento, con mio grande sollievo, questa incombenza non durò che una manciata di volte, perché Pinerolo è un paesone, in fondo, e situazioni di quel genere si presentavano sporadicamente.

Non riuscivo in nulla, allora? Assolutamente no. Divenni bravissimo a lavare i panni comuni (dopo un paio di lavatrici di esperimento, diciamo), le pulizie di casa erano la mia specialità ed i conigli, a cui portavo il cibo e pulivo le gabbie, mi volevano molto bene. E, ovviamente, al di là del successo fisico, in cui eccelleva Danilo, come abbiamo detto, la gestione del gruppo di giovani che ruotava intorno al convento alla fine fu totalmente appannaggio mio. Insomma, più passavano i mesi, più mi trovavo a mio agio in quella vita che avevo così tanto desiderato.

Ma era realmente quello che volevo? Si era rivelato ciò che avevo rincorso con così tanta fatica? E, soprattutto, la mia vita futura da frate si sarebbe dipanata tra cucina, orto e poco più? Mi sembrava un po’ riduttivo rispetto alle mie aspettative, ma sapevo di essere solo all’inizio: in fondo, il postulato prima ed il noviziato poi, sono due anni “particolari”, atipici. Bisognava vedere se la vita “reale” successiva sarebbe stata quella che io avevo voluto… ma, in fondo, cosa volevo davvero?

Anche per me, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a tutti questi interrogativi.


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Annus horribilis – Parte quinta

E’ ovvio che la situazione che si era venuta a creare non poteva durare all’infinito, nemmeno da parte mia: la tensione psicologica ed emotiva diventava via via più insostenibile, ed anche il mantenere una facciata di normalità davanti al resto del mondo, tanto più in una realtà come quella di un paesino di provincia dove tutti sapevano anche quando e quante volte andavi a fare la pipì in una giornata (uno dei motivi per cui odio i paesi). Decisi, quindi, che la stessa facciata di normalità sarebbe stata mantenuta anche davanti ai miei genitori, mentre mi sarei dato da fare per trovare una soluzione definitiva alla faccenda.

Dopo circa tre mesi di totale mutismo, una mattina mi alzai, scesi a fare colazione e, come se nulla fosse, sorrisi allegramente a mia madre e le diedi un bel bacione sulla guancia. La poveretta rischiò uno svenimento. Da quel momento, per quanto mi riguardava, tutto tornò alla normalità… almeno in apparenza, appunto. E dato che parlare di cose sconvenienti era a sua volta sconveniente, i miei non sollevarono MAI una domanda, un dubbio, un interrogativo, una questione su quanto fosse successo e perché. Cosa che, dal mio punto di vista, ovviamente non era altro che una conferma ed un peggiorare ulteriormente le cose.

Intanto, utilizzai la  nuova situazione per ottenere di poter di nuovo frequentare p. Luca al Monte dei Cappuccini senza dover ricorrere ad ulteriori sotterfugi. I miei pensarono che, probabilmente, almeno il potermi sfogare con qualcuno fosse di aiuto a mantenere un equilibrio psicofisico, quindi scelsero il minore dei mali e non mi fecero più problemi, almeno apparentemente. Di fatto, cercarono di tenermi ancora più d’occhio e sotto freno, ma non potevano peggiorare di molto la situazione rispetto a quello che già avevano fatto fino a quel momento, ed io ero più determinato, avevo di nuovo un obiettivo: entro fine anno me ne sarei andato di casa.

La prima volta che tornai da p. Luca avevo molto da raccontare, ma non era saggio specificare proprio tutto tutto… Non ci avrei fatto una gran bella figura, ed il mio scopo era quello di entrare assolutamente entro l’autunno in postulato, bypassando a bella posta tutta la trafila che prevedeva la frequentazione, sporadica ma anche abbastanza regolare allo stesso tempo, di una fraternità (con il termine “fraternità” si intende la comunità religiosa di frati che risiede in un convento; è un termine usato soprattutto in ambito francescano, perché il rapporto fraterno tra le persone è alla base della spiritualità di Francesco d’Assisi) e che verificasse la predisposizione o meno del candidato alla vita comunitaria. Esaltai, quindi, la parte che riguardava il soffocamento, il sospetto continuo, la paura dei miei genitori, glissando elegantemente sulle mie reazioni dell’ultimo periodo. Gli feci pressione, facendogli capire che più passava il tempo, più avrei rischiato di venire tagliato fuori da ogni forma di frequentazione del convento almeno fino al termine del percorso universitario che, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe protratto per i prossimi 5 anni. Decise di farmi parlare con la persona che avrebbe dovuto dare il suo assenso per ammettermi al postulato, il Provinciale (l’equivalente del Rettore per i Salesiani, ovvero la persona che aveva sotto la propria responsabilità un gruppo di conventi, denominato appunto “provincia”, che non necessariamente coincide con l’omologa geografica. Ad esempio, la Provincia Cappuccina di Torino comprendeva anche tutto il territorio del cuneese), p. Cesare.

Era un uomo di stazza robusta, come tutti i frati cappuccini dotato di una barbetta bianca che gli incorniciava il viso, ma che gli dava anche un’aria un po’ austera. Laddove p. Luca era più basso di me e relativamente giovane, superava di poco i 30 anni all’epoca, lui era oltre i 40 ma ne dimostrava di più, e fisicamente un po’ mi sovrastava. P. Luca vestiva in abiti civili, mentre p. Cesare non si separava mai dal saio d’ordinanza. Insomma, incuteva un certo timore reverenziale, almeno a me che lo vedevo per la prima volta. Ma quando voglio, so essere estremamente affabulatore, e sfoderai con lui tutto il mio vasto repertorio. Sorrisi, fui educato, ma senza essere servile o timido; dimostrai una certa cultura, ma senza dare l’impressione di essere uno spocchioso; parlai con serietà della situazione familiare, ma senza dare ad intendere di volerne fuggire, piuttosto buttando là con nonchalance un certo malcelato dispiacere per non poter seguire la mia vocazione perché impedito a farlo; evidenziai la mia precedente esperienza salesiana, sottolineando come, di fatto, avessi già avuto esperienza di vita comunitaria ed, al contempo, cosa mi avesse deluso in quell’ambito ed invece mi attirasse in quello francescano-cappuccino. Ce la misi davvero tutta.

Ma p. Cesare non era uno sprovveduto. Certamente aveva già parlato anticipatamente con p. Luca, era a sua volta una persona dotata di notevole cultura ed intelligenza ed ascoltava, sapendo andare molto al di là, nella comprensione, di quello che dicevano le semplici parole. Forse non ce l’avrei fatta a spuntarla… Forse, se paradossalmente non mi avesse dato, involontariamente ed inconsapevolmente, una grossa mano mio padre.