Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Siam tre piccoli fat(ic)ellin… Parte Terza: Andrea (ovvero il sottoscritto)

Dopo il periodo buio che aveva contraddistinto i primi mesi di convento (“Male Oscuro…”), i mesi trascorsero relativamente sereni, e veloci. La routine quotidiana si dipanava tra lavori manuali (diretti da fra Sergio, come già detto), un po’ di studio (equamente diviso tra p. Oreste, p. Marcello e p. Roby), attività più o meno sociali. Alcune cose mi piacevano di più, altre di meno.

Tra le attività manuali, una era il mio enorme spauracchio: cucinare. Ad onor del vero, dopo qualche settimana, divenne anche lo spauracchio di tutto il resto della fraternità, per cui venni spesso esonerato dall’ingrato compito… chissà perché. Anche in questo caso il responsabile ultimo era l’onnipresente fra Sergio, ma chi se ne occupava fattivamente era una cuoca, una gentilissima signora che veniva ogni mattina, domeniche e festivi esclusi ovviamente. Noi, ovvero Carlo, Danilo ed io, la affiancavamo una settimana a testa a rotazione, in modo da imparare a cucinare e preparare, di conseguenza, la cena (che poi di fatto voleva dire riscaldare quello che lei già ci lasciava pronto) ed i pranzi delle giornate in cui lei era a riposo. Incredibile, ma vero, in questo Carlo era meglio (o sarebbe più corretto dire, meno peggio) di me. Io proprio non riuscivo a farmela piacere, e quindi ottenevo risultati disastrosi.

A mia parziale di discolpa, bisogna dire che in una fraternità di 9 persone complessive, bisognava preparare almeno 4 tipi di pranzi o cene diversi: uno “normale”, uno senza sale per p. Marcello (che aveva problemi di circolazione), uno senza glutine per p. Oreste (che era celiaco), uno leggero per p. Dante (che soffriva di colite spastica nervosa)… Tutto questo mi creava uno stato di ansia e di confusione, per cui mettevo il sale dove non lo dovevo mettere, preparavo 8 dosi di pasta per celiaci ed 1 dose di pasta normale, infarcivo di spezie la carne di p. Dante… insomma, un casino. Anche la cuoca sapeva di questa mia negazione assoluta per l’arte culinaria. Un giorno, in un attimo di disattenzione, si ferì col coltello e cominciò a sanguinare; la vidi impallidire vistosamente, vacillare alcuni secondi, stringere i denti e continuare a lavorare. Solo alla fine della mattinata, quando ormai era tutto pronto, mi disse: “Io patisco alla vista del sangue, stavo per svenire, ma non potevo mica lasciarti da solo a preparare il pranzo…”. Da quel momento, per fortuna mia e della collettività, la preparazione del cibo non fu più una attività di mia competenza. Però, ho imparato a fare un arrosto che lèvati, proprio.

Altre volte, i disastri erano frutto di eccessiva fiducia nella competenza (discutibile) altrui. “Andate alla vasche” (una sorta di grossi pozzi dove veniva raccolta l’acqua piovana per irrigare l’orto) “e cominciate ad estirpare i rovi, io vi raggiungo appena finisco un altro lavoro”. “Cerrrto capo, trrranquillo”. Come si sarà capito, l’ordine impartito da fra Sergio riguardava me e Carlo… che ne sapeva di rovi quanto io di organi genitali femminili.

Arrivati in loco, ci guardammo intorno. L’unica cosa evidente che saltava agli occhi era una serie di piccoli fusti, flessibili come giunchi, legati ad un muro in pietra che delimitava l’area. “Sono cerrrtamente questi” dichiarò Carlo, che, diligentemente, si stava già chinando, armato di picchetto, per sradicare le terribili piante infestanti. “Carlo, ma non ti pare strano che siano legate al muro?” obiettai timidamente. “Ma no, è perrr non darrrr fastidio”. Ero sempre più perplesso. “Carlo, ma i rovi non dovrebbero avere le spine?” tentai ancora. “Meglio, è più facile estirrrparrrli” continuò imperterritamente e convintamente (cit.) il mio compagno di lavoro. Cedetti e cominciai a menar di falcetto a mia volta. E facemmo un ottimo lavoro: dove eravamo passati noi, di sicuro non sarebbe più cresciuto nulla. Eravamo ormai all’ultima superstite quando “ODDIO! LE MORE PER LA MARMELLATA!” gridò Sergio, come lo avessero ferito mortalmente al cuore. Carlo ed io, guardandoci smarriti, cominciammo ad arretrare elegantemente e velocemente, e mentre il povero frate si chinava per verificare se fosse possibile recuperare qualcosa (illuso: noi quando facevamo qualcosa, la facevamo bene, perbacco!), ce la demmo a gambe alla chetichella, cercando rifugio da p. Oreste che si fece una allegra (ma anche un po’ amara…) risata.

Una cosa su tutte, però, mi metteva profondamente a disagio. Il sabato sera, sempre a turno, uno di noi andava con p. Oreste al dormitorio parrocchiale di Pinerolo, che accoglieva persone senza fissa dimora. Poche, a dire il vero, non più di una manciata. Ma quelle poche per me erano già troppe. Era il mio primo, vero incontro col “diverso”, con qualcuno che era completamente altro da me. Sarebbe stato solo il primo di una serie di molti, con persone ed in ambienti più disparati, ma in quel momento mi spaventava. Vedere uomini sporchi, che non avevano alcuna cura di sé, incapaci di o indifferenti a qualsiasi forma di comunicazione (o quantomeno, a forme di comunicazione a me conosciute, perché p. Oreste riusciva perfettamente a rapportarsi con loro, e sembrava addirittura che la cosa gli facesse piacere), mi destabilizzava, e come di solito avviene con ciò che non si conosce, mi facevano un po’ paura, un po’ ribrezzo. Non capivo che a volte non siamo noi a decidere, ma è la vita che decide per noi, e se non siamo attenti, o semplicemente fortunati, possiamo venirne travolti. Lo avrei compreso a mie spese molto più avanti… ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta. Per il momento, con mio grande sollievo, questa incombenza non durò che una manciata di volte, perché Pinerolo è un paesone, in fondo, e situazioni di quel genere si presentavano sporadicamente.

Non riuscivo in nulla, allora? Assolutamente no. Divenni bravissimo a lavare i panni comuni (dopo un paio di lavatrici di esperimento, diciamo), le pulizie di casa erano la mia specialità ed i conigli, a cui portavo il cibo e pulivo le gabbie, mi volevano molto bene. E, ovviamente, al di là del successo fisico, in cui eccelleva Danilo, come abbiamo detto, la gestione del gruppo di giovani che ruotava intorno al convento alla fine fu totalmente appannaggio mio. Insomma, più passavano i mesi, più mi trovavo a mio agio in quella vita che avevo così tanto desiderato.

Ma era realmente quello che volevo? Si era rivelato ciò che avevo rincorso con così tanta fatica? E, soprattutto, la mia vita futura da frate si sarebbe dipanata tra cucina, orto e poco più? Mi sembrava un po’ riduttivo rispetto alle mie aspettative, ma sapevo di essere solo all’inizio: in fondo, il postulato prima ed il noviziato poi, sono due anni “particolari”, atipici. Bisognava vedere se la vita “reale” successiva sarebbe stata quella che io avevo voluto… ma, in fondo, cosa volevo davvero?

Anche per me, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a tutti questi interrogativi.


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Siam tre piccoli frat(ic)ellin… Parte Seconda: Carlo

Di Carlo ho già detto molto (“Hic Sunt Leones”). Con Danilo condivideva, oltre alla “erre” moscia, il carattere gioviale ed allegro, molto più del mio; con me, la famiglia e l’ambiente di provenienza, decisamente borghese e di estrazione culturale elevata. E, ovviamente, l’imbranataggine.

Volenteroso, disponibile, gentile fino ad essere affettato nel suo modo di fare, era di contro incredibilmente negato per tutto ciò che fosse manualità, persino più di me, che dalla mia avevo, perlomeno, l’età più giovane e quindi più pronta ad imparare (ma forse non si trattava nemmeno di età, semplicemente proprio di predisposizione). Del resto, non si poteva pensare che una persona di quarant’anni passasse senza colpo ferire dal ricoprire un posto di dirigente Iveco a spalare merda (in senso letterale, direi) nell’orto del convento.

A questo proposito, ricordo perfettamente un giorno in particolare: era primavera, faceva già abbastanza caldo, e la stazza di Carlo, non esattamente quella di una silfide, non aiutava a svolgere i lavori contadini che posso assicurare essere, per chi non vi è abituato, decisamente faticosi. Pensando forse di aiutarlo, oppure sapendo che era il più robusto dei tre, “Carlo, per favore, vai a prendere la carretta piena di letame che ho lasciato di sopra e portala qui”, ordinò Sergio. “Cerrrto, capo”, il malcapitato rispose.

L’orto del convento era, rispetto all’edificio principale, alcuni metri più in basso, e vi si arrivava attraverso un sentiero un po’ sdrucciolevole. “Ma si è perso?” Chiese Sergio a me e Danilo, dopo che Carlo era scomparso da un buon quarto d’ora. “Eccomi! Sto arrrivand…OH CAZZO!”.

Mi voltai appena in tempo per vedere la scena, come al rallenty: Carlo sta spingendo una carriola piena di letame… prende un buco per terra… la carriola si impianta improvvisamente… preso dalla discesa, tentando di non farla rovesciare, Carlo si inciampa… scivola… cade di pancia… e centra pienamente, con tutta la facciona, la carriola ed il suo contenuto. Il tempo riprende a scorrere normalmente, mentre Sergio, Danilo ed io scoppiamo a ridere, piegandoci in due come degli scemi (e anche un po’ bastardi, diciamolo).

“Sto bene, sto bene… Posso solo andarrre a darrrmi una rrrinfrrrescata, Serrrgio?” chiese, con tutto il suo imperturbabile aplomb Carlo. E già sapevamo che non lo avremmo più rivisto per tutta la mattina (perché, da buon ex-dirigente, quando poteva trovare una scusa per tagliare i lavori più fastidiosi, il nostro era bravissimo).

Che Carlo fosse accettato per entrare in noviziato, e quindi proseguire il percorso per giungere ai voti ed alla consacrazione religiosa, era cosa certa; ma sarebbe riuscito ad adattarsi ad una vita conventuale, decisamente diversa da quello del suo passato? La sua età non sarebbe stata un ostacolo alla lunga insormontabile? Come per Danilo, solo il tempo avrebbe potuto rispondere a questo interrogativo.


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Male oscuro – Parte quarta

Ancora una volta, me la sarei dovuta cavare da solo. Ed ovviamente, visto che ero in un convento, instradato su un percorso che mi avrebbe dovuto portare a diventare frate cappuccino, convinto della mia vocazione francescana, decisi che l’unica cosa che mi avrebbe potuto aiutare in quel frangente sarebbe stata la meditazione.

Ho volutamente detto “meditazione” e non “preghiera”. Infatti, nell’anno che avevo trascorso in comunità vocazionale a Valdocco, avevamo partecipato ad una serie di incontri sulla preghiera, durante uno dei quali era stato presentato un libro: “Dio nel Silenzio”, di Gentili-Schnoller (ironia della sorte, quest’ultimo era un frate cappuccino, ma all’epoca io non lo sapevo). Era la fine degli anni ’80, e cominciava ad affacciarsi un po’ ovunque quello che sarebbe diventato il movimento New Age e che avrebbe coinvolto anche parte della Chiesa nella ricerca di una forma di spiritualità diversa, più legata all’esperienza intima e personale dell’individuo che a quella collettiva e liturgica della comunità. Il libro in questione affrontava e coniugava la tradizione, spesso ingessata, del cattolicesimo con le pratiche meditative e yogiche, più legate al mondo induista e buddhista, coniugando corpo e spirito in un “unicum” ed insegnando, quindi, posizioni fisiche che conciliassero l’atteggiamento meditativo, o esprimessero determinati sentimenti religiosi, insieme con tecniche di respirazione e di visualizzazione, che aiutassero ad entrare più in contatto con il proprio “io” interiore.

Non ero del tutto nuovo a simili esperienze: il mio amore per la “magia” e per tutto ciò che era in qualche modo occulto nasceva da lontano (“Sim Sala Bim”) e negli anni avevo letto diversi testi di esoterismo che, naturalmente, andavano verso tutt’altra direzione, ma in qualche modo usavano lo stesso linguaggio e le stesse tecniche. Fino ad allora, però, avevo dovuto accantonare quel testo, perché ritagliarsi uno spazio personale in comunità vocazionale era impossibile, visto che dormivamo in camerate da quattro, e quando ero tornato a casa, con tutti gli scombussolamenti che avevo vissuto, tutto questo era passato in secondo piano. Adesso era venuto il momento di riprendere quel libro in mano e vedere se poteva essermi utile per uscire dallo stato di prostrazione in cui mi trovavo.

Lo fu. E fu una scoperta. Il mio dualismo, tipicamente bilancino, di tensione tra corpo e mente, carnale e spirituale, ragione e sentimento, trovò in quella pratica quotidiana un punto di incontro ed una pacificazione. Cominciai, come si dice in gergo, a “praticare” quotidianamente (con questo termine si indica la “pratica”, appunto, della meditazione, specie in ambito orientale), la mattina in camera da solo; ma anche ad utilizzare le tecniche di respirazione e visualizzazione durante i momenti di preghiera comune; così come, spesso, addirittura mentre svolgevo attività che non richiedevano particolare attenzione (tipo estirpare le famose erbacce attorno agli altrettanto famosi fagiolini). Lentamente, riemersi.

La fraternità vide con favore questa evoluzione: dimostrava che ero quantomeno pronto ad affrontare la vita religiosa. Lo stesso Oreste, oltretutto, conosceva quel testo, e fu contento che lo utilizzassi, per di più gestendomi autonomamente. Dopo altri tre mesi di buio, potevo cominciare davvero a vivere appieno la mia esperienza in convento.

Tutto risolto, quindi? No: devo fare ancora due considerazioni. La prima: quel testo, o quantomeno quel modo di vivere la spiritualità, fu fondamentale per il mio percorso religioso, tanto che, molti anni dopo, quando venne il momento di scegliere la tesi con cui avrei conseguito la licenza in Teologia Spirituale alla Gregoriana, a Roma (per l’ordinamento scolastico italiano, l’equivalente di una Laurea in Lettere e Filosofia), decisi che il titolo con cui mi sarei presentato sarebbe stato “Aspetti psicofisici della meditazione profonda”; e, ancora prima di questo, ci sarebbe stato un pungo periodo, di almeno 5 anni, di intensa pratica yoga presso un Istituto, il Kuvalaiananda, di Torino. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

La seconda: la depressione è l’unica compagna di vita che non mi ha mai tradito. E’ sempre con me, silenziosa, ammantata nell’ombra del quotidiano, ma costantemente presente. Ci convivo. E’ un altro dei motivi per cui certi miei comportamenti risultano incomprensibili alle persone che mi stanno accanto. Ancora oggi, in alcuni momenti, mi chiudo, mi ripiego su me stesso, come una torre che crolla implodendo. E oggi come allora, la mia reazione è il mutismo. Certo, non così drastico, perché con la vita che svolgo non mi sarebbe neanche possibile. Ma con le persone che ritengo mi abbiano fatto del male semplicemente non parlo più. Sparisco lentamente, come l’immagine appannata in uno specchio che adagio adagio svanisce, e ci si chiede se in fondo sia mai stata reale. In qualche modo amo questo male oscuro, vivendo come in una Sindrome di Stoccolma che si ripete ciclicamente, e non credo riuscirò mai a liberarmene. Perché è vero che è da soli che si può trovare la forza per uscirne, ma è altrettanto vero che è negli occhi dell’altro che si scopre la propria dignità ed il meritare di essere amati esattamente per come si è. E io questo specchio ancora non l’ho trovato. E credo che questa storia non sarà più narrata un’altra volta.

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Male oscuro – Parte terza

Non sai mai quando e come comincia di preciso. E’ un po’ un declinare lento, che diventa un giorno dopo l’altro una discesa più ripida, fino a trasformarsi in una slavina senza che tu te ne accorga; un non dare peso a tanti piccoli segnali: quel senso di malessere che “tanto poi passa”, una sorta di insoddisfazione generale, il sentirti sempre fuori posto, sempre sbagliato. Io adesso lo identifico con una specie di cappa nera, un drappo che scende davanti agli occhi dell’anima e del cuore, come il trovarsi costantemente dentro ad una stanza buia con la sensazione che non si riuscirà mai più a vedere una qualsiasi luce. Non serve a niente, quando si arriva a questo punto, la voce della ragione che dice che non ci sono motivi reali per sentirsi così; e le persone che ti stanno intorno, nel peggiore dei casi non capiscono e pensano che tu sia un ingrato che non sa apprezzare le cose che ha; oppure credono che tu viva in una sorta di menopausa (o andropausa) costante; nel migliore dei casi, ma sono rari, capiscono qual è il problema, ma non sanno come affrontarlo, e spesso fanno più male che bene con i loro rimedi-fa-da-te.

Ho sempre avuto una personalità molto sfaccettata e complessa, difficile da comprendere, anche perché ne mostro sempre e solo un tratto ad ogni persona che entra a far parte della mia vita, come una sorta di specchio spezzato o di puzzle i cui pezzi non combaciano mai. E quando qualcuno che è abituato a vedere un lato di me ne scopre un altro inaspettato, resta spiazzato, e non capisce come realtà così dissimili possano coesistere tra loro. E’ una sorta di schizofrenia psicologica. Credo nasca dal fatto che mi sono sentito spesso castrato e costretto, quindi, a cambiare il mio modo di essere in base alle circostanze.

Da bambino amavo mettermi al centro della scena, cercando probabilmente quelle attenzioni che nei primi mesi di vita, passati in brefotrofio, nessuno mi aveva potuto dare: mi piaceva fare imitazioni (Gatto Silvestro era il mio cavallo di battaglia), cantare, recitare poesie, raccontare ai bambini miei coetanei le favole che avevo letto. Ma lo stare tanto tempo da solo; il sentirmi spesso dire dai miei genitori “questo non si dice, questo non si fa, questo è sconveniente” in una litania castrante per essere sempre compìto, sempre perfetto, un piccolo Ken da esibire agli amici; il vivermi come “diverso” per le attività che svolgevo rispetto ai miei coetanei già alle elementari; tutto ciò mi portò progressivamente a trasformarmi da bambino allegro e “presente” ad introverso e ripiegato su se stesso, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l’accettazione e la manifestazione di un sé.

Forse fu tutto questo, unito a quanto trascorso negli ultimi due anni, a farmi cadere improvvisamente, quasi da un giorno all’altro, in uno stato depressivo. Come avevo fatto con i miei solo alcuni mesi prima, adesso, senza però più ne’ volerlo ne’ preventivarlo, precipitai in un mutismo assoluto. La faccia sempre scura, la fronte china ed aggrottata, la voglia di piangere costante, divennero il mio modo di presentarmi al mondo intorno e le mie compagne di vita quotidiane. I frati, ovviamente, non capivano cosa fosse successo, ma nemmeno intervennero più di tanto. Non dimentichiamo, infatti, che il Postulato è un periodo di prova, e se io avessi dimostrato di non essere in grado di superare quel momento di buio interiore, questo avrebbe significato che la vita religiosa non faceva per me.

Intendiamoci: non voglio dire che, come i miei genitori prima, anche la fraternità adesso mi ignorasse; cercavano di interagire nella normale quotidianità, come se il problema non esistesse; ogni tanto, con delicatezza, Dante mi chiedeva “Non stai bene?”; dimostravano la loro presenza nei fatti; ma non affrontammo mai direttamente la situazione, ne’ ci furono approcci medici o psicologici per gestirla. Credo che questo modo di fare sia al contempo uno dei vantaggi, ma anche uno dei grandi limiti, della formazione della vita religiosa, almeno per quanto ho avuto modo di viverla io. E’ un vantaggio, perché non punta il dito accentuando un disagio; ma corre sul filo pericoloso del far finta di nulla, del non affrontare mai seriamente un problema, specie quando questo, paradossalmente trattandosi di un ambiente religioso, investe la sfera dell’intimo di una persona. Sarebbe avvenuto così anche quando, diversi anni dopo, avrei affrontato la presa di consapevolezza riguardante la mia omosessualità, e sarebbe stato, di fatto, il motivo principale della mia uscita dalla vita religiosa. Ma questa è un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Male oscuro – Parte seconda

La casa di Lucia era una specie di baita in una valle del pinerolese. Non era lontana dalla città, ma di fatto sembrava di essere in un altro mondo. Entrammo in una stanza avvolta in una semioscurità, che sembrava più piccola di quello che realmente fosse per il gran numero di persone, uomini e donne, che vi erano seduti. Sembrava una via di mezzo tra la sala di attesa di un medico e l’antro di una fattucchiera.

“Venite, venite!” disse una voce al di là di una tenda un po’ malconcia. “Non vi dispiace se faccio passare prima loro, vero?” e nessuno osò obiettare. Come avesse capito che eravamo entrati Sergio ed io, non lo so. Certo era che lei ed il giovane frate si conoscevano, e lui aveva un certo qual timore reverenziale nei confronti della donna. Lucia dimostrava più della sua età, che pure ad uno sguardo attento si poteva intuire: vestita come un montanaro, con abiti maschili, camicione a quadri, pantaloni sformati di velluto, l’unico vezzo che aveva, se di vezzo vogliamo parlare, era una specie di foulard che le teneva raccolti i capelli. La pelle del viso sembrava quasi cuoio, arrossata dal sole e con un non so che di lucido, non dato da sporcizia, ma dalla lunga esposizione all’aria aperta e dalla totale mancanza di trucco o cosmetici. Non sapevo definirla, e soprattutto non capivo perché Oreste avesse voluto che andassi da lei.

“Che è successo? Oh, fammi vedere, fammi vedere” Non ero ancora entrato e già mi tastava con delicatezza la caviglia, innaturalmente gonfia ed ingrossata. “E’ caduto da un muretto e ha piegato male il piede” stava spiegando Sergio, in un misto tra italiano e piemontese; “E all’ospedale hanno detto che devono operarlo, altrimenti zoppicherà per sempre”. “Ma va, ma va! Operarlo, operarlo! Sempre a pensare ad operare quando le cose si possono risolvere molto più semplicemente! Guarda qua, che ti insegno”. E cominciò a fasciarmi la caviglia, dopo avermi applicato uno strano impiastro banchiccio. “Devi fasciarla in questo modo, con le bende incrociate, in modo da tenerla assolutamente ferma. E l’impacco lo devi mettere ogni giorno fresco, meglio la sera, così penetra bene durante la notte”. Le mani passavano con sicurezza e velocità da sotto la pianta del piede fino a metà polpaccio, sovrapponendo le parti della benda come i lacci di un sandalo alla schiava. Poteva anche sembrare un po’ squinternata, ma di certo si vedeva che sapeva di cosa stesse parlando e che aveva una manualità da professionista. In effetti, Lucia era un’infermiera diplomata, che aveva coniugato la normale scienza medica con lo studio di rimedi naturali; grazie al suo diploma, poteva avere uno “studio” senza incorrere in denunce di esercizio abusivo della professione, e si dedicava, spesso gratuitamente, a chi i professionisti non se li poteva permettere.

“L’impacco è bianco d’uovo montato a neve, che serve a far uscire l’ematoma, a cui aggiungi (non ricordo quale erba aromatica da cucina

Forse non tutti sanno che Pinerolo è praticamente la “strada di ingresso” alle cosiddette “valli Valdesi”, ovvero il luogo dove i discepoli di Valdo, eretico quasi contemporaneo di Francesco d’Assisi, si rifugiarono e trovarono scampo dopo sanguinose persecuzioni da parte della Chiesa. Io li avevo sempre solo sentiti nominare, e come tutti i bravi cattolici osservanti avevo sempre pensato a loro, come a tutti i protestanti, come a degli esseri che in qualche modo dovevano per forza essere diversi da “noi”. Fu quello, perciò, il primo episodio in cui venni a contatto con una “diversità” rispetto a ciò che ero. E’ un episodio stupido, apparentemente insignificante, ma proprio per questo lasciò in me un riflesso profondo: è stato, nella sua banalità, una delle consapevolezze più importanti della mia vita.

Ma in quel momento non potevo ancora saperlo, e tornavo a casa, cioè in convento, con la mia fasciatura e la sicurezza che il lunedì non sarei andato in ospedale per farmi operare. Per circa un mese la mia caviglia rimasi bloccata dai bendaggi ed ogni giorno Sergio si dedicò all’impiastro (le bende, invece, imparai presto a sistemarmele da solo). Posso garantire che, a distanza di anni, cammino perfettamente e non ho mai zoppicato nemmeno una volta.

Probabilmente, però, questa fu la classica goccia che fece traboccare un vaso pieno di stanchezza, tensioni, emozioni tenute a freno troppo a lungo. Improvvisamente, senza rendermene minimamente conto, caddi in una forma depressiva che non avevo mai vissuto in vita mia, nemmeno nei miei momenti peggiori e di maggiore difficoltà. Ed il mio carattere mostrò uno dei suoi lati più oscuri.

 


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Male oscuro – Parte prima

La febbre che mi aveva colto in occasione dell’arrivo dei miei genitori (“Annus horribilis: – Appendice: trasmutazione”) era, in realtà, solo l’ultima di una lunga serie di disavventure che mi avevano colto dal mio arrivo a Pinerolo.

Pochi giorni dopo l’inizio della mia vita in Postulato, stavo tornando in convento dopo essere stato in città a svolgere non so più quale commissione. Come ho detto altrove, il convento si trova su una collina, quindi stavo salendo diretto verso la fraternità, quando una fitta improvvisa, lancinante, mi fece piegare in due, completamente senza fiato. Fortunatamente non ero solo, ed il ragazzo che era con me, uno di quelli che frequentava occasionalmente il convento, mi sorresse; facevo davvero fatica a respirare, perché ogni tentativo di dilatare i polmoni mi causava un dolore insopportabile. Mi spaventai.

Mi sedetti, e dopo circa cinque minuti di attesa riuscii a regolarizzare la respirazione ed a rialzarmi; accompagnato come un vecchio, le braccia del mio compagno a sostenermi, arrivai non senza un notevole sforzo in convento, dove venne immediatamente chiamato il medico. La diagnosi fu “forte infiammazione alla cartilagine intercostale”, anche se non si riusciva a capire a cosa fosse dovuta, e soprattutto come mai si fosse manifestata così all’improvviso e con tale virulenza. Mi toccò un ciclo di iniezioni di cortisone. Ora, io sono TERRORIZZATO dalle iniezioni. Da bambino avevo sofferto, e forse questo ne era in qualche modo un’eredità, di problemi di respirazione, tanto che per tre-quattro anni ero andato anche d’inverno al mare in Liguria con mia madre, per respirare aria salmastra. Mi ero quindi dovuto sottoporre già all’epoca sia ad iniezioni, che a frequenti inalazioni di aerosol, e il ricordo era tutt’altro che piacevole. Fu quindi una soluzione alquanto spiacevole quella che fui costretto a subire, senza contare l’imbarazzo di stare col culo all’aria davanti ad uno sconosciuto, che nella fattispecie era fra Sergio, proprio agli inizi del mio periodo conventuale. L’amabile frate in questione, peraltro, sembrava divertirsi un mondo a punzecchiare il mio deretano, e non perdeva occasione per ricordarmi, con una punta di sadismo, l’appuntamento quotidiano con la siringa. Furono 2 settimane molto lunghe. (Per inciso, quello delle infiammazioni cartilaginee è un problema che ho ancora adesso, e si ripresenta quasi ogni inverno). Inutile dire che i miei genitori non ne seppero mai nulla, perché credo che mia madre, per la preoccupazione, avrebbe preteso una stanza in convento, se non addirittura un letto direttamente in camera mia.

Il secondo evento fu anche più fastidioso. Era trascorso meno di un mese da questo episodio, e stavamo lavorando nell’orto. Come ho accennato in precedenza (“Andreino pane e vino – Parte seconda”) una delle principali attività della giornata era la cura del grande orto (un centinaio di metri quadrati) dove venivano coltivate le verdure più diverse. Del mio scarso, per non dire nullo, amore per la vita bucolica già si sa; della mia imbranataggine si può facilmente immaginare.

Quel giorno, Sergio (sempre lui) mi aveva incaricato di estirpare delle erbacce infestanti che si erano abbarbicate tra le crepe di un muretto che costeggiava parte del perimetro dell’orto; ero quindi salito sul medesimo, guanti per proteggere le mani, stivalacci ai piedi, e stavo tirando con tutte le mie forze un rovo che non voleva saperne di sradicarsi. Una delle pietre su cui poggiavo si smosse, persi l’equilibrio e caddi all’indietro, da un’altezza di mezzo metro; tanto bastò. Piegai malamente il piede, impacciato dagli stivali di gomma, sentii un forte dolore e subito un battito pulsante nella caviglia, che via via premeva sempre di più contro la calzatura. Sfilai, faticosamente, la stessa e feci appena in tempo, perché immediatamente il collo del piede si gonfiò tanto da non poter più essere infilato nello stivale.

Inutile dire che non potevo camminare, quindi lo stoico Sergio (che credo non avesse mai visto un simile concentrato di incapacità in tutta la sua esistenza) mi prese letteralmente in braccio e mi portò in casa. Oreste, che aveva spesso l’atteggiamento da chioccia, si preoccupò istantaneamente, e volle che fossi accompagnato senza aspettare oltre in ospedale. Questa volta il responso fu “lesione ai legamenti”, ed assoluta necessità di operare urgentemente la caviglia. “Torni lunedì” (era un venerdì) “e la ricovereremo d’urgenza, bisogna operare subito, il rischio è che lei resti zoppo per tutta la vita!” fu il rassicurante discorso che il medico ci fece al termine della visita. “E se io non venissi…?” buttai lì. Mi guardò come si guarda una persona che, sotto evidente stato di shock, non sa quello che dice. “Ma non scherziamo!” Ed uscimmo.

Dato che la situazione con i miei genitori era ancora nella fase “gelo” (tutto questo si svolse prima del loro ravvedimento sulla via di Damasco), Oreste era semplicemente terrorizzato dal responso che gli aveva riportato Sergio. Avrebbe dovuto per forza informare i miei della situazione, e certamente la prospettiva non era particolarmente piacevole. “E se lo facessimo vedere da Lucia?” propose Sergio. “Sì, sì, portalo da Lucia! Magari lei riesce a fare qualcosa!” decise Oreste. E Lucia fu.


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Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.