Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Pride (In The Name of Love)

(E’ una settimana che è mancata mia madre; ed è una settimana che a Torino si è celebrato l’annuale Pride. Due cose che apparentemente non c’entrano nulla tra loro… o forse sì? Questo post non segue la normale cronologia, ma si sposta molti anni avanti rispetto all’ultimo: è da molto che ce l’ho in testa, ed ho voluto anticiparlo adesso)

Sono passati ormai alcuni anni da quando ho detto a mia madre di essere gay. Dopo lo sconcerto, le ripetute insistenze di “Devi farti curare, devi andare dallo psicologo!”, i vari rifiuti, si è finalmente abituata all’idea, ed ormai ha accettato la situazione: una cosa sinceramente per me impensabile, che mi ha stupito… In fondo, è pur sempre una donna di ottant’anni, che arriva dalla provincia!

Di solito vado a trovarla una volta a settimana, il sabato; ogni tanto, però, è lei a venire da me a Torino: la vive come fosse una piccola vacanza che si concede, con i suoi rituali eccitanti. Prende il bus, io la vado ad aspettare in stazione, a volte andiamo a casa mia, a volte no, facciamo due passi in centro, mangiamo qualcosa, la riaccompagno al bus e rientra a Rivarolo: piccoli, emozionanti diversivi che la distraggono dalla vita che conduce da quando mio padre è mancato (ovviamente ci arriveremo, nel blog)

Oggi decido di portarla da McDonald’s: lo aveva scoperto nel secondo viaggio che fece a Medjugorie. In quell’occasione andarono solo lei e mio padre (a me era bastata la prima esperienza!), ed una volta scesi dall’aereo in aeroporto (mio padre non poteva più farsi un viaggio in bus come la prima volta) avevano fame, trovarono l’hamburgeria più americana del mondo aperta e si innamorarono del McBurger: potenza delle salse capitaliste!

“Allora, mamma, ti va bene McDonald’s? Te lo ricordi, no?” “Sì sì, va bene…” La vedo perplessa. “Sicura? Non mi sembri molto convinta… Possiamo cercare qualcos’altro, se vuoi, anche se a quest’ora non tutto è già aperto” Per mia madre, l’UNICA ora per pranzare sono le 12 SPAC-CA-TE. “No no, a me piace, ma… non hanno una minestrina?” “Da McDonald’s??????” Vabbè, è ovvio che non si ricorda granché bene di cosa si tratta…

Archiviato il capitolo hamburger, ci avviamo verso la stazione del bus, manca ancora un po’ prima che parta, quindi ci sediamo ad aspettarlo. “Sai, Andrea, c’è una cosa che non ho ben capito” (Oddio… quando comincia così, viene fuori qualche problema…) “Dimmi”. “Ecco, tu sei gay, no? Ti piacciono gli uomini, no?” (E adesso perché sta tirando fuori sto discorso?) “Eeeehhh… sì, diciamo di sì…” (Teniamoci sul vago… Ma sto bus quando arriva?) ” E allora pensavo…” (Oddio… ODDIO…) “Come funziona tra un uomo e una donna lo so, no, perché ho vissuto con papà” (NON CI CREDO… NON STA SUCCEDENDO DAVVERO!!!!) “Ma tra due uomini, hai capito, no, quella cosa, come funziona, perché io mica l’ho mai capit””GUARDA MAMMA IL BUS CORRI CHE LO PERDIAMO CI SENTIAMO STASERA CIAO CIAO UN BACIONE CIAO A PRESTO!!!!”

Spingo velocemente mia madre su per gli scalini del bus, non aspetto nemmeno che chiuda la porta e scappo, un po’ ansimante, con un colore tale che chi mi avesse visto avrebbe certamente pensato che mi ero sparato una intera pianta di peperoncino piccante! E mentre torno a casa, e ripenso al rapporto non proprio semplice che mia madre ed io abbiamo avuto negli anni, non posso non pensare che davvero “Amor Omnia Vincit”: quell’amore che fa superare ad una madre le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri limiti, per arrivare a paure insicurezze e limiti del proprio figlio.

Tutto questo mi è tornato alla mente al Pride della settimana scorsa: ho visto molte famiglie, o forse le ho notate di più degli anni precedenti, con bambini piccoli, ma già in età tale da capire, che spiegavano ai loro figli perché erano lì, il valore dell’amore indipendentemente da sesso e genere, il rispetto e l’apertura verso chi è “diverso” da loro. Ed ho pensato che, probabilmente, sarebbe piaciuto anche a mia madre, che avevo accompagnato nel suo ultimo viaggio il giorno prima, essere lì, in mezzo a tutti quei colori, quella musica e quella gioia.

Tutt* noi, prima o poi, ci troviamo a dover “rivelare” qualcosa di noi ai nostri genitori: la prima scappatella, di fumare, di essere gay/lesbiche, di aver mentito, di essere innamorati; ed abbiamo sempre paura del rifiuto, di non essere capit*, accettat*, di essere giudicat*. E, a volte, preferiamo tacere, per paura; impedendo così a loro di crescere nell’amore verso di noi, ed a noi stess* di scoprire che forse non li conosciamo come crediamo.

Ciao, mamma, se oggi sono “orgoglioso” è anche grazie a te (e comunque no, non le ho mai spiegato “come funziona tra due uomini”).

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Annus horribilis – Parte seconda

Il viaggio a Medjugorie aveva lasciato strascichi su mia madre di cui non mi ero immediatamente reso conto. Aveva iniziato a ricercare il contatto con gruppi, persone, avvenimenti dove un presunto e deviato senso del miracolistico aveva preso il sopravvento su qualunque altra forma di spiritualità e religiosità. La frequentazione, fisica e/o telefonica, di movimenti mariani e non, in cui più si gridava al prodigio più si credeva di entrare in contatto con una qualche entità superiore era diventata, per lei, quasi una forma ossessiva. Non stupisce, quindi, che anche per quanto riguardava me ed i miei, per lei e mio padre, incomprensibili comportamenti nei confronti loro e delle scelte che LORO facevano, cercasse risposte presso elementi che avevano più a che fare con fattucchiere e approfittatori della creduloneria popolare che con la fede. Ma quali erano questi comportamenti che tanto creavano problema?

In contemporaea con quanto raccontato nel post precedente, dovetti sottopormi ad una visita per la colonna vertebrale. Non sono mai stato uno sportivo ne’ ho mai dato peso alla forma fisica, specie da bambino, anche in questo spinto dai miei genitori che ritenevano assolutamente più importante per il mio sviluppo di persona suonare il pianoforte piuttosto che frequentare le già di per sé superficiali lezioni di educazione fisica fin dalle elementari. Nel tempo, quindi, avevo sviluppato tutto un po’ di tutto: scoliosi, lordosi e cifosi, non a livelli patologici, ma sufficienti per farmi avere continui problemi posturali e conseguenti fastidi. Inoltre, la pratica quotidiana al pianoforte, di non meno di 2 ore giornaliere, con la posizione che richiedeva a schiena-spalle-braccia-mani, non mi aveva certo aiutato. Il dottore che mi visitò, quindi, mi prescrisse una serie di sedute di fisioterapia ed esercizi presso una struttura di Torino, dove mi dovevo recare due volte a settimana, alternando queste mattinate con quelle in cui dovevo frequentare l’Università. In sostanza, quindi, mi trovavo di nuovo a fare il pendolare ogni giorno, come era stato per gli 8 anni precedente, eccezion fatta per il periodo trascorso in comunità vocazionale.

Cosa c’entrava tutto questo con mia madre? Per due motivi principalmente. Intanto, approfittavo del mio essere a Torino per continuare ad andare al Monte dei Cappuccini da p. Luca. Non avevo messo da parte il mio intento di entrare a far parte dell’Ordine dei frati francescani, ovviamente, ed ero stato scioccamente così incauto da non nasconderlo ai miei genitori. Del resto, la frequentazione del Monte era l’unica boccata di aria fresca che avevo in quel periodo di oppressione che vivevo quotidianamente. Ma, e questo fu il vero problema, continuavo anche a vedere Marco L., quello che per primo mi aveva accompagnato da p. Luca e che non mi lasciava indifferente, diciamo così, a livello fisico, perché ormai di fatto viveva in convento, pur continuando a svolgere il proprio lavoro. Infatti, come era per i salesiani, anche per entrare nei frati Cappuccini si dovevano seguire delle tappe, che prevedevano alcuni periodi, più o meno lunghi in base alle possibilità personali (perché qui avevamo a che fare con persone adulte, non più con ragazzini incasellati in orari scolastici), trascorsi in convento per sperimentare la vita comune, per poi passare al cosiddetto “postulato”, dove invece si viveva per almeno un anno in fraternità in modo costante, per finire con il già conosciuto “noviziato”. Ovviamente, quindi, l’accoppiata “Monte dei Cappuccini-Marco L.” erano per me un richiamo irresistibile.

Richiamo che, secondo mia madre, mi allontanavano di nuovo da lei, che già scottata dall’esperienza salesiana era diventata sempre più ossessiva ed ossessionata. Un giorno mi sorprese al telefono proprio con Marco (nel secolo scorso non esistevano i cellulari, ahimè…) e scoppiò in una scenata isterica, come se stessi cospirando chissà quali nefandezze. Il tempo di rientrare dal lavoro mio padre e la sera stessa dopo cena, “Da domani non andrai più a Torino per la fisioterapia, ma solo per le lezioni all’Università. Tanto sappiamo gli orari (avevo l’obbligo di frequenza, quindi non potevo sgarrare), quindi da adesso in poi ti dedicherai solo allo studio. Non devi perdere tempo dietro ai frati o ad altro, se ne parlerà una volta che ti sarai laureato” fu la sentenza emessa.

Mi chiesi se fossero impazziti o cosa. Fui talmente scioccato da non riuscire a replicare praticamente nulla, guardandoli con bocca aperta ed occhi spalancati come mi trovassi in un horror di serie B. Non avevo via di scampo, perché non solo ero costretto a frequentare le lezioni, ma con me erano iscritte alla stessa facoltà delle ragazze con cui si seguivano insieme i corsi e che, soprattutto, erano figlie di amici di famiglia, da cui, quindi, i miei genitori potevano tranquillamente sapere se effettivamente frequentassi l’Ateneo o meno. Se già prima mi ero sentito in gabbia, adesso mi pareva di non avere più ossigeno per respirare, ed entrai in uno stato di agitazione costante.

“Per il momento non possiamo fare altro, tieni duro e fai come ti dicono, magari con il tempo, vedendo che stai tranquillo, anche i tuoi si rilasseranno ed allenteranno la tensione…” mi disse un pochissimo convinto p. Luca quando, disperato, gli raccontai della cosa. “Non capisco, non ce la faccio… Non posso continuare così, ormai sono quasi 3 mesi che andiamo avanti… Io non capisco cosa gli abbia detto questo Roberto C…” “ROBERTO C.?”

I miei genitori si erano lasciati sfuggire di essere andati da un presunto veggente della nostra zona, appunto tale Roberto C., e che era stato lui a suggerire loro di stringere la morsa nei miei confronti. Tale individuo, però, era ben conosciuto da p. Luca, che si era occupato di lui per conto della Curia vescovile, proprio per capire di che tipo di persona si trattasse. “Cerca di capire cos’ha detto su di te e poi fammelo sapere” fu quindi la sua richiesta. Niente di più facile.

La rabbia e la paura che covavo da tempo dentro di me non chiedevano altro che una scusa per trovare un violento sfogo, e questa fu la scintilla di uno scontro che volutamente cercai con mia madre. Cominciai, tornato a casa, ad urlare, volutamente, per liberarmi della tensione nervosa, per ferirla, per restituirle il male che mi stava facendo. Ma lei fece altrettanto, gridando che lei mi aveva voluto, era venuta a cercarmi in brefotrofio, e quindi “TU SEI MIO!”. Ed il famoso Roberto C., vedendo una foto che i miei gli avevano portato, aveva sentenziato che io ero gay, anche se non poteva dire se avessi già avuto esperienze sessuali o meno, e quindi di fare attenzione alle persone che frequentavo. Da qui, la proibizione assoluta di vedere Marco L., e già che c’eravamo anche p. Luca.

Quando, a metà tra lo sconvolto e il furioso, raccontai allo stesso frate quanto sopra (dopo aver raccontato ai miei non so più quale scusa per poter salire al Monte) “Strano”, disse lui guardandomi attentamente “Roberto è uno sfruttatore ed una persona sporca, ma ha delle innegabili capacità parasensoriali, e di solito quello che dice di una persona è vero…”. Certo che era vero, ma io non ne ero ancora consapevole, ed in quel momento non mi interessava affatto, anzi lo ritenevo la farneticazione di un pazzo che cercava solo (ed anche questo era assolutamente inoppugnabile) di sfruttare economicamente ed emotivamente i miei. E se di mia madre non mi stupivo, non riuscivo a capacitarmi di come mio padre, di solito assolutamente razionale e concreto, fosse caduto preda di simili deliri da streghe di paese.

Ma anche così non se ne usciva. Si stava avvicinando Natale, erano trascorsi ormai 3 mesi in un crescendo di vessazioni, sospetti, paure e rinfacciamenti reciproci tra me ed i miei e la situazione, con quella nuova rivelazione, era diventata emotivamente e psicologicamente insostenibile. Mancava davvero poco.


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Se qualcosa si muove in mezzo alle gambe…

Monte.Cappuccini-800Circa una volta al mese tenevamo un “ritiro spirituale”: in pratica si dedicava una mattinata (perché togliere spazio un giorno intero ai vari impegni era chiedere troppo…) ad ascoltare una conferenzina/discorso/predica/chiamatelo-come-volete più o meno edificante su argomenti i più svariati (il pensiero di d. Bosco, un tema evangelico, un momento specifico dell’anno liturgico…), pensarci sopra in silenzio individualmente per un’oretta (che in realtà di solito veniva trascorsa parlottando tra noi a gruppetti come cospiratori) e chiudendo il tutto con la celebrazione della Messa. Il più delle volte restavamo a Valdocco ed il tutto, conferenzina compresa, era gestito direttamente da d. Gianni; ma vista la nostra sempre più evidente insofferenza nei suoi confronti (ed anche le sue decisamente scarse capacità di oratore, eccezionale invece come sonnifero), quella volta si decise di andare fuori-ma-non-troppo (sempre per non perdere troppo tempo) e lasciare tutta la gestione in mano ad un “esterno”. La scelta cadde, guarda un po’ il caso, sul Monte dei Cappuccini come luogo e sul responsabile della comunità di frati che vi abitava, p. Luca, come relatore.

Per chi non è di Torino e non ci è mai venuto (VERGOGNA!), il Monte dei Cappuccini è uno dei simboli della nostra città: il 90% delle foto panoramiche di Torino che in genere si vedono, vengono scattate dal piazzale antistante il santuario (il rimanente 10% di solito dalla Mole), che si alza immediatamente al di là del Po, in quella che viene comunemente chiamata “la collina torinese” (sede delle abitazioni dei Paperoni locali). Come evidente dal nome, vi abita di una comunità di frati cappuccini (nonostante l’edificio sia di proprietà del Comune, oggi Città Metropolitana, e monumento nazionale), che per chi non lo sapesse sono il terzo ed ultimo, storicamente parlando, Ordine Francescano. Per questa volta non vi ammorberò  con la storia del Francescanesimo, tanto vi toccherà in uno dei prossimi post… Per quanto riguarda, invece, il Monte, potete fare riferimento al seguente link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_dei_Cappuccini

Il suddetto ritiro spirituale si svolse PRIMA degli eventi raccontati nel post precedente. Ma già in quell’occasione l’atmosfera che si respirava, la sacralità e la storicità del luogo, l’allure complessiva avevano fatto una notevole impressione su di me. Così come notevole impressione avevo ricevuto anche dal suddetto predicatore nonché superiore della comunità, p. Luca, bravissimo nel tenere desta la nostra attenzione e che mi aveva dato idea di essere persona simpatica, oltre che preparata. Potete quindi immaginare la mia sorpresa ed il mio entusiasmo quando Marco L. mi disse: “Sai, è da un po’ che frequento il Monte (da qui in poi lo indicherò così) e vado a parlare con p. Luca, se vuoi una delle prossime volte puoi venire con me”. SE volevo? Era esattamente QUELLO che volevo! Il mio desiderio di incontrare qualcuno che mi aiutasse ad conoscere di più s. Francesco e la sua spiritualità era magicamente esaudito, ed oltretutto grazie a Marco L., con cui, con questa scusa, avrei potuto passare ANCORA più tempo (come se già non ne trascorressimo abbastanza…) e conoscendo quel frate che mi era tanto piaciuto!

Al Monte si arriva necessariamente a piedi, nel senso che il tratto dalla riva del Po fino al santuario, tutto in salita, non è servito da mezzi pubblici; ci si può arrivare in auto, ma ovviamente noi non l’avevamo, quindi… Ma a me andava benissimo così: salire con Marco L., in un tratto che, pur essendo ancora piena città, è anche molto verde e per certi aspetti molto romantico (non a caso, specie la sera, il Monte è luogo di ritrovo di coppiette, fricchettoni, ed altra varia umanità), era qualcosa di meraviglioso, e già mi vedevo con lui, uniti per l’eternità dalla medesima passione, puramente spirituale s’intende (…!), condividere saio e cella (così come viene chiamata la stanza personale di frati e monaci N.d.R.) come i primi compagni di Francesco d’Assisi. P. Luca ci aspettava perché, ovviamente, ci si dava appuntamento di volta in volta (so che per chi non è molto pratico di ambienti ecclesiastici può sembrare strano, ma non è che frati e religiosi in genere se ne stiano tutto il giorno in casa a non fare altro che aspettare gente che gli vada a parlare…).

“Ciao, Luca” (ah, sono già al “tu” sti due?), “questo è Andrea, di cui ti ho parlato. Anche lui è in crisi” (beh, in crisi, insomma… non è che volessi essere presentato proprio come un povero disgraziato che non sa più che pesci pigliare… grazie, Marco) “e voleva parlare un po’ con te”. “Bene, vieni pure, così mi racconti un po’ di te” (certo che sto p. Luca ha pure una bella voce, profonda ma non troppo…). “Allora io vado e vi lascio soli così parlate tranquilli” (COME TU VAI???). “Ok, ciao Marco, ci sentiamo la prossima settimana”. Bene, mi trovavo da solo con uno praticamente sconosciuto che avevo visto una sola volta nella vita a dover parlare dei fatti miei mentre Marco se n’era tranquillamente andato. Beh, avrei fatto in fretta, mi sentivo decisamente in imbarazzo.

Infatti: trascorsi lì circa tre ore. E parlavo, parlavo, parlavo. Del mio essere adottato, del mio sentirmi perennemente solo, del mio desiderio vacazionale avuto fin da bambino, degli ostacoli posti dai miei genitori, della disillusione vissuta in comunità vocazionale, delle mie amicizie soprattutto con Marco M. e Marco L.. Parlai di tutto… e rivelai anche oltre le parole, anche oltre ciò di cui ero consapevole.

“Bene” disse alla fine di un quasi monologo p. Luca, che mi aveva interrotto solo per fare qualche domanda qua e là, “adesso devi dirmi cosa vuoi fare”. “Beh, vorrei capire se la spiritualità francescana può…” “No, guarda, dobbiamo essere chiari: se quando mi dai la mano per salutarmi e mentre mi parli senti qualcosa che si muove in mezzo alle gambe, quello non è ricerca di spiritualità, è un’altra cosa!” Mi guardava serissimo.

Rimasi senza fiato. Ma cosa stava dicendo? Ma mi aveva ascoltato? Di che stava parlando? Ero confuso ed anche abbastanza offeso: nessuno si era mai permesso di parlarmi in quel modo! Evidentemente avevo sbagliato tutto, non era la persona che faceva al caso mio.

“Quindi, che vuoi fare?” “Magari potremmo vederci la prossima settimana…?” (ma come avevo potuto chiedere una cosa del genere dopo quello che mi aveva detto?) “Va bene, pensaci su e la prossima volta ne riparliamo”.

Ridiscesi dal Monte confuso, frastornato ed ancora più destabilizzato di quando ero arrivato, ormai quasi quattro ore prima. Il mio futuro e le mie decisioni mi sembravano sempre più incerti; ma ero anche deciso a non permettere a nessuno di mettere in discussione la mia serietà e la volontà che mi avevano fatto arrivare fino a quel punto, contro tutto e contro tutti. Non potevo accettare di essere qualcosa di diverso da ciò che mi ero programmato fin dall’infanzia. E lo avrei dimostrato.

Naturalmente, un’altra volta.

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Baby, I’m a Star!

(Nota: ringrazio PierDomenico per avermi ricordato un paio di cose di cui mi ero scordato, come il nome della manifestazione citata ed il luogo in cui si svolse)

Le mie giornate scorrevano tra impegni di studio, comunitari, di preghiera, attività con i ragazzi delle scuole medie e ginnasio, ed ero felice. E quando sono felice, io canto. Quindi cantavo, sempre, qualunque cosa, in ogni momento, in ogni occasione, passando da Riccardo Cocciante agli U2 senza soluzione di continuità: pulivo cessi e cantavo; rifacevo il letto e cantavo; studiavo e cantavo (tra me e me, ovviamente); pregavamo e cantavo, essendo diventato di fatto la voce solista del nostro gruppo (perché, oltretutto, cantavo BENE). I miei compagni, ed anche d. Gianni, inizialmente furono incuriositi, poi divertiti, poi spazientiti, poi isterici (“Andrea”, mi disse un giorno il don, “devi rispettare un po’ il silenzio, non puoi cantare SEMPRE!”). Mi contenni, ma la cosa mi dispiacque un po’: il mio ego aveva bisogno di essere messo MOLTO in mostra, dopo una vita in cui mi ero sentito perennemente inadeguato, ed ogni occasione era buona per soddisfare questa necessità.

Rivolsi quindi la mia ricerca di affermazione ai ragazzi a cui facevo animazione il pomeriggio: mi occupavo di chi non giocava a calcio (il calcio… sport da plebei! Brrrr…), e quindi mi alternavo tra partite di “palla in quadrato” ad altre di pallavolo. Inutile dire che chi si dedicava con me a queste attività erano i ragazzi più timidi… più impacciati… quelli a cui il calcio proprio non… gli sfigati, insomma. Ed in mezzo a loro io rilucevo come un faro nella notte, finalmente sicuro di me (facile esserlo quando sei il più grande tra un gruppo di ragazzini che ti guarda con ammirazione). Il massimo dell’orgasmo lo raggiunsi un pomeriggio in cui uno di loro, al termine di una partita combattuta, mi si avvicinò e guardandomi dal basso verso l’alto disse: “Tu sarai un bravo salesiano!”. Sorrisi pudicamente, un virgineo (e falsissimo) rossore che imporporiva le guance mentre gli carezzavo in capelli, e quella sera dovetti legarmi al letto per non volare via per quanto mi alzavo da terra dalla soddisfazione. Naturalmente tutto ciò non poteva durare a lungo; ed infatti accaddero due fatti in particolare.

Ogni anno si svolgeva una manifestazione canora di gruppi giovanili salesiani in occasione della festa di s. Giovanni Bosco, il 31 gennaio, chiamata “DonBosco2000”. Mica miciomicio baubau: arrivavano gruppi da tutta Italia, e quell’anno si svolse al PalaRuffini di Torino. La comunità vocazionale di solito creava qualcosa di SBA-LOR-DI-TI-VO, e quell’anno non potevamo essere da meno: creammo un numero cantato e ballato, con un mix di 3 canzoni, 2 delle quali proprio non ricordo, ma in cui il pezzo forte era, con parole ovviamente riadattate, questo:

Ora, io sapevo fare molte cose: scrivere testi, recitare, suonare, cantare; di certo ballare non era il mio campo. E quindi, a chi fu dato l’incarico di creare una COREOGRAFIA per il balletto, che di fatto era a parte più importante del numero? A me. Consapevole dei miei limiti, mi tirai indietro? Certo che no; ed il fuhrer che occhieggiava dentro di me emerse in tutta la sua prepotenza. Invasato dagli effetti speciali che avevamo previsto (fumo, luci stroboscopiche, effetti laser… l’ho detto che si facevano le cose in grande? Sì, l’ho detto) ed avendo in mente movimenti folli da anìme giapponesi alla Mimì Ayuara (ero pur sempre un nerd), immaginai una roba a metà strada tra il contorsionismo, il trapezismo ed il nuoto sincronizzato (anche se l’acqua non era prevista). Che avessi perso un filo la bussola era chiaro a tutti, ma la goccia che fece traboccare il vaso fu quando pensai di far rotolare (sì, rotolare…) per terra il gruppetto di ballerini, alzando contemporaneamente un braccio, che nella mia immaginazione aveva legato una specie di mantello che si sarebbe dovuto alzare come un ventaglio (i costumi sarebbero arrivati dopo): delirante. I miei compagni mi guardarono allibiti quando diedi loro le mie indicazioni, ma uno osò ribellarsi apertamente: “Io NON mi rotolo per terra manco morto!” “TU ROTOLARE PER TERRA PERKE’ IO FOLERE KOSI’, YAH! KIARO?!” rispose lo spirito di Hitler che si era impadronito del mio corpo. Dieci minuti dopo ero da don Gianni che mi sollevava velocemente dall’incarico, passandolo all’allampanato Piero e limitando il mio contributo alla performance al canto. Per la cronaca, l’esibizione fu un discreto successo, anche se arrivammo “solo” secondi, e per noi fu un’onta.

Questo evento, però, al di là delle mie manie di grandezza, portò anche alla luce un problema ben più serio che era evidente da tempo a tutti, ma divenne davvero dirompente per l’atmosfera del gruppo in quella che sarebbe stata la seconda parte dell’anno: l’incapacità di d. Gianni di gestire una dozzina di elementi, alcuni dei quali con forti personalità, tutti in periodo adolescenziale, quindi tra l’ormonato duro e l’isterico tipico di quell’età, quali eravamo noi. Come ho già detto precedentemente, lui e Piero non erano in nulla d’accodo su come gestire la comunità, ma quest’ultimo di fatto non aveva nessuna voce in capitolo, e quindi tutto era in mano a d. Gianni. Ma più noi manifestavamo disagio, più lui diventava ossessivo, onnipresente, sospettoso, impaurito. In particolare, era ossessionato da tutto ciò che poteva anche solo vagamente avere un’attinenza sessuale, e tendeva a reprimere qualunque cosa, invece di aiutarci a capirla e gestirla. Era probabilmente consapevole che alcuni di noi avessero dei comportamenti vicini all’omosessualità, magari, come nel mio caso, inconsci, ma invece di gestire questa situazione, la rifiutava, la nascondeva, e soprattutto non ci permetteva di prenderne coscienza.

Tutto questo avrebbe alla fine portato ad un tracollo della comunità e mio personale, oltre che a travolgere anche lui… Ma, naturalmente, questa è un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Attento a ciò che chiedi, gli Dei potrebbero concedertelo… (Comunità Vocazionale salesiana: parte seconda)

Avevo finalmente raggiunto il mio Eldorado, la Terra Promessa, l’Isola Che Non C’è! Ed era solo il primo passo verso il coronamento dei miei sogni, ovvero realizzare la mia vocazione e diventare salesiano, ciò che desideravo e per cui mi preparavo da anni! Ma sarebbe stato veramente così? E soprattutto, com’era questa famosa e misteriosa Comunità Vocazionale? (Nota: si suggerisce di leggere le parti seguenti con il sottofondo di “Aria sulla Quarta Corda” di Bach e con la cadenza di Alberto Angela)

Intanto, in realtà la comunità era divisa in due: seguendo l’impostazione del Liceo Classico, prevedeva un primo “biennio” ed un successivo “triennio”. Potrà sembrare strano, ma queste due parti erano severamente divise tra loro ed interagivano poco o nulla. Un po’ come nei videogiochi, noi del triennio eravamo il “livello superiore”.

E, all’interno di questo olimpo, l’empireo era costituito dai “pre-novizi”. Il noviziato è un anno rigorosamente di 365 giorni per Diritto Canonico (nel senso che se per qualche motivo se ne fanno di meno bisogna recuperarli, un po’ come a scuola), che prepara alla professione religiosa vera e propria, quella cerimonia in cui si prendono i voti, per intenderci. I pre-novizi erano quelli che, ormai giunti all’ultimo anno di comunità, si preparavano ad accedere, appunto, al noviziato l’anno seguente. In sostanza, erano all’ultimo livello, un po’ dei super-sayan. Visti come persone che avevano ormai quasi raggiunto il risultato tanto agognato, erano guardati con un po’ di timore reverenziale dagli altri, e venivano loro affidati alcuni piccoli incarichi di responsabilità da parte dei salesiani che facevano da punto di riferimento al’interno della comunità. Una via di mezzo tra una setta ed il servizio militare, insomma.

Quindi, io, saltando tutti i passaggi precedenti, entravo immediatamente all’ultimo livello, e mi trovavo, come sempre nella mia vita direi, a cavallo tra due situazioni opposte: da una parte, non avendo mai fatto parte della comunità prima, non avevo nessuna dimestichezza con tutta quella quotidianità che invece era ormai normale per gli altri; dall’altra, non solo ero già un pre-novizio, ma, oltretutto, l’unico che frequentasse la Scuola per Eccellenza: il Liceo Classico. Inoltre, l’ingresso raccontato nel post precedente non mi aveva certo giovato, quindi mi trovai eccitato e spaesato allo stesso tempo.

Eravamo circa una dozzina di giovani virgulti, e di questi tre pre-novizi. Completavano il quadro i nostri due responsabili salesiani: un giovane, Piero, ed un sacerdote un po’ oltre la mezza età, d. Gianni. I due erano come il giorno e la notte: aaaaaaalto (non per nulla amava giocare a basket), spiccio nei modi, schietto il primo; bassino, un po’ impacciato, molto “old-style” il secondo. Inutile dire che avevano idee opposte sulla gestione del nostro gruppetto, ma essendo il vero “capo” tra i due il secondo, potremmo dire con un eufemismo che la gestione non era delle più giovanili, ecco. Il termine che userei è “castrante”.

La giornata era scandita da preghiera (mattino, prima di cena, sera prima di andare a letto), scuola (ovviamente), studio (al pomeriggio), attività con gli studenti della scuola media e del Ginnasio, gli stessi che avevo frequentato anch’io fino a pochi anni prima (trascorrevamo la ricreazione con loro, a volte facendo animazione con chi non giocava a calcio; facevamo assistenza nei pomeriggi di studio; animavamo celebrazioni religiose; e via dicendo). Non mancavano momenti di “lavoro collettivo”, tipo la pulizia degli ambienti comuni. E, come in ogni caso di nonnismo che si rispetti, quando io arrivai e dovetti ricevere un incarico per la prima volta “Mi spiace”, mi sentii dire, “ma l’unico lavoro ancora da assegnare è la pulizia dei cessi, quindi dovrai occuparti di quello”. Bene, se il buongiorno si vede dal mattino…

I miei compagni. Noi tre pre-novizi, che saremmo dovuti essere particolarmente uniti, eravamo diversissimi: uno frequentava una scuola professionale, uno il Magistrale ed io il Classico, ed oggettivamente dei tre ero il più impedito. La mia atavica timidezza, nascosta dietro la solita facciata un po’ sfrontata ed altezzosa, mi faceva passare spesso e volentieri come uno stronzo. Degli altri più giovani, col senno di poi posso tranquillamente affermare che almeno cinque gay c’erano tutti (e no, non sono illazioni, perché uno ero io, per quanto inconsapevole, ed altri due il ho ritrovati in anni successivi… Di un altro paio sono ragionevolmente sicuro).

Insomma, un gruppetto composito. Al suo interno, due divennero i miei punti di riferimento, ovviamente per motivi del tutto opposti: Marco L. e Marco M. (lo so, si fossero chiamati Pinco e Pallo mi avrebbero reso le cose più facili, invece no). Marco M. divenne subito il mio Best Friend Forever: eravamo molto simili, con la testa immersa in voli pindarico-spirituali, ad esaltarci a vicenda sulla mistica, e le vite dei santi, e le esperienze psico-newage, e tutto ciò che di più etereo si possa immaginare… Non camminavamo, fluttuavamo ad un piede da terra, ridendo spesso, cantando e suonando (lui suonava ed io cantavo, tipo coro angelico).

Se lui era il mio alter-ego spirituale, Marco L. era la mia, e non solo mia, tentazione carnale. Sardo, folta barba e capelli neri, risata frequente e contagiosa, il più “anziano” tra noi (era entrato in comunità già vicino ai 30 anni, ed aveva iniziato a frequentare l’Istituto Magistrale) e quindi, ai miei occhi, con quel fascino di “uomo vissuto” che ovviamente nessun altro aveva. Naturalmente non ne ero consapevole, ma mi innamorai di lui come una pera matura. Credo che lui fosse perfettamente consapevole dell’effetto che suscitava in me ed in un altro paio di persone, e ci giocasse allegramente, facendomi volare in alto come una libellula quando parlavamo, giocavamo con gli sguardi, ci sentivamo complici, o precipitandomi nella depressione più nera quando più o meno consapevolmente mi ignorava.

Sì, sarebbe stato un anno certamente interessante… Ma lo racconteremo un’altra volta.


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Ma sono tutti gay!!! Che è, un film di fantascienza???

(N.B.: Questo post è “fuori tema”, nel senso che non rispetta l’ordine cronologico del mio blog. Si tratta di una cosa che è avvenuta sabato scorso, 17 Maggio, in occasione della Giornata Mondiale contro l’OmoTransFobia. Ci tenevo però a raccontarla, mi perdonerete quindi l’inserimento non cronologico, che riprenderà comunque dal prossimo post. Il titolo è una citazione dal film “In&Out”)

Premessa: sono un gay anomalo. In genere, i gay (o comunque gli/le appartenenti in genere al mondo LGBT, per praticità da qui in poi mi limiterò al termine maschile, anche perché è quello che mi identifica) frequentano solo, o prevalentemente, amici gay, circoli gay, locali gay, chat gay, siti gay. C’è persino chi, quando gli si dice “sono uscito con una coppia di amici etero per andare al cinema”, ti guarda tra lo scandalizzato e l’incredulo, sbarrando gli occhi e dicendo “Ma perché, frequenti ETERO?”

Ecco, io faccio l’esatto opposto. NON frequento amici, circoli, locali, chat gay e sì, sono ancora iscritto ad alcuni siti, ma o non ci entro, o lo faccio per scambiare 4 chiacchiere con vecchi amici che non ho più l’occasione di frequentare di persona. Questo deriva dal fatto che, paradossalmente, non sono (in parte per fortuna, in parte perché credo cdownloadhe molto dipenda anche da come uno si pone) mai stato discriminato in quanto omosessuale nei luoghi (di lavoro e non solo) e dalle persone che frequento e che ho frequentato. E’ stato il contrario: sono stato discriminato dai gay e dai relativi gruppi che, ormai molto tempo fa, bazzicavo. Ovviamente ne parlerò a tempo debito (ci vuole ancora un bel po’ prima di arrivarci nel blog); ma il fatto di essere oggettivamente poco piacente (diciamo pure che sono bruttarello), poco dotato (sì, tra me e Rocco Siffredi ci sono… alcuni cm di differenza, e no, non mi riferisco all’altezza, e per il mondo gay pare essere una cosa estremamente rilevante) ed amante di un genere specifico di omosessuali, i cosiddetti “bears”, ovvero “orsi”, uomini robusti, per lo più pelosi e barbuti (descritti così suona decisamente male, sembra che stia parlando di trolls, ma se pensiamo, per esempio, a Hugh Jackman, abbiamo un quadro più preciso di quello che intendo) senza esserlo a mia volta, mi ha di fatto spesso escluso, quando non esposto a pubblico (gay) ludibrio, frizzi e lazzi, venendo appellato come “sekka” (ovvero magrolino) e guardato a seconda dei casi con un po’ di pena, di schifo o di scherno. No, il mondo gay non è un mondo molto solidale, a volte. Pertanto, ormai più di una decina di anni fa, me ne sono completamente allontanato, compiendo una specie di esilio volontario, complice il fatto di avere un compagno e non volendo dare nemmeno l’impressione di tradirlo (povero stolto… io, non lui…).

Potete quindi immaginare il mio sconcerto quando, venerdì 16 maggio, mi ha chiamato il presidente di ArciGay Torino, che conosco per motivi di lavoro, essendo lui anche RSU di una azienda che seguo a livello sindacale, per chiedermi, proprio in quanto rappresentante della mia Segreteria, di fare un saluto al Congresso elettivo che si sarebbe tenuto il giorno dopo, per la prima volta eccezionalmente in una sala del Comune di Torino. Per inciso: io sono ESTREMAMENTE fiero di essere un torinese, specie per quanto riguarda la tutela dei diritti; Torino è in questo campo una città all’avanguardia nel panorama italiano e non solo, laica nel senso migliore del termine, perlomeno per quanto è possibile esserlo nel nostro Stato, e da sempre “portatrice sana” di diritti civili. Anche i torinesi, per lo più, lo sono, anche se in fondo non lo ammetteranno mai.

Il mio sconcerto, dicevamo: dopo ANNI di non-frequentazione del mondo gaYo, dovevo tornare in mezzo ai miei simili-non-simili. Per quanto l’occasione fosse più che ufficiale, già mi immaginavo di vivere quel classico senso di imbarazzo nel sentirmi fuori posto, nel luogo sbagliato con le persone (per me) sbagliate. D’altra parte, era un invito che non potevo rifiutare, intanto perché fatto da un amico, poi perché sarei stato solo un rappresentante, quindi… Mi ammantai dell’invisibile mantello del Funzionario Sindacale in Visita Ufficiale ed andai (ma non rinunciai ad un tocco gaYo, indossando una camicia che ricordava vagamente la bandiera Rainbow: mica si può rinunciare ad un filo di frivolezza!).

E’ vero: non era uno degli incontri che frequentavo una volta, decisamente più ludici e con scopi più scoperecci (di solito mi ritrovavo in discoteca, non in una sala del Comune), però fui accolto da persone gentilissime, disponibilissime, sorridentissime e palesemente felici di essere lì a fare quello che stavano facendo (ovvero, eleggere il nuovo gruppo direttivo di ArciGay Torino, appunto). Potevo rilassarmi, a quanto pareva nessuno avrebbe attentato alla mia verginità (ormai sono tornato vergine per mancato esercizio, è evidente). Il congresso elettivo in sé è durato pochissimo: quella infinita è stata la sequela di saluti fatta dai (tanti, tantissimi!) invitati esterni. Probabilmente in situazione di normalità la maggior parte di loro non si sarebbe nemmeno fatta vedere, ma caso volle che tra 15 giorni ci siano le elezioni europee e regionali, ed ecco sfilare tutti, ma dico TUTTI, i rappresentanti politici in gran spolvero. Morale: circa un’ora e mezza di “io sono estremamente gay-friendly”, “niente mi sta più a cuore dei diritti civili”, “le minoranze devono essere tutelate, e più sono minoranze meglio è” e vai così di cerchiobottismi, paraculate e inni alla banalità varii. Devo dire di aver apprezzato, paradossalmente, i rappresentanti della Lega: da una parte per il coraggio, avendo esordito dicendo “Siamo chiari: per noi le adozioni ai gay non sono proprio contemplate” (almeno non vendono le proprie convinzioni per una manciatina di voti, viva la sincerità, pure un po’ autolesionista); dall’altra per l’involontaria comicità, quando è stata fatta l’incredibile dichiarazione: “In fondo anche noi, Giovani Padani (è un gruppo di leghisti, come esistono i Giovani di Forza Italia… sigh), siamo discriminati come voi” che ha suscitato uno scroscio di risa e qualche “Buuuhhh”.

Ecco, proprio questi “Buuuhhh” hanno destato il richiamo dei responsabili: “Dobbiamo rispettare, noi che spesso non lo siamo, chi ha avuto il coraggio di portare sinceramente le proprie opinioni in un’assemblea che si sapeva non sarebbe stata conciliante. I “buuuhhh” non sono ammessi tra di noi”. In quel momento anni di deviata concezione del mondo gay sono stati sanati ai miei occhi. In quel momento, io che non sono certamente un leghista, mi sono sentito accolto, consapevole che c’era un posto dove, forse, avrei potuto essere libero: libero semplicemente di “essere” senza dover per forza rispettare quelle aspettative, professionali, caratteriali, anche estetiche, che per anni mi sono sentito calate addosso. Mi sono quindi goduto con estremo piacere ed interesse la successiva presentazione della tante attività e gruppi correlati ad ArciGay: Agedo, le Famiglie Arcobaleno, Quore, C.S. Gatto Nero, La Fenice, e la neonata Casa Arcobaleno (potete andare a vederle tutte sul sito di quest’ultima: http://www.casarcobaleno.eu ; fatelo, e ditemi se non c’è da essere fieri di Torino e dei torinesi).

Che dire? Sono contento di essere omosessuale, perché sono contento di essere me stesso, ciò che sono; ma adesso mi sento anche un po’ più accolto da una realtà che ho sempre considerato poco mia. Credo che un pezzo di quello specchio rotto che è la mia anima sia andato a posto, ed è una gran bella sensazione.

P.S.: un grande “In bocca al lupo” a Marco Alessandro Giusta (presidente), Silvano Bertalot (vice presidente) e a tutt* i/le consiglier* neoelett* di ArciGay Torino. Grazie per quello che fate, anche per chi è un po’ distratto, come me.

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La notte vola! (Amici Miei: parte seconda)

Una delle attività preferite delle nostre sere estive era fare infinite camminate per le strade del paese, parlando e parlando e camminando e camminando e chiacchierando e chiacchierando, come criceti che girano incessantemente nella stessa ruota. Eppure a noi sembrava di godere di chissà quale libertà, visto che potevamo tornare a casa addirittura a mezzanotte (!) ed investire i (pochi) soldi disponibili in gelati che rinfrescavano le nostre eterne passeggiate.

Era l’89 (faccio un piccolo salto temporale in avanti per praticità) ed era l’anno di “Odiens”, spettacolo di Canale 5, con la sigla cantata e ballata da Lorella Cuccarini (per maggiori informazioni, potete vedere http://it.wikipedia.org/wiki/La_notte_vola). Ora,non ricordo se l’ho già scritto, ma nel caso tornerò a fare una rivelazione che vi sconvolgerà: sono gay! E noi gay siamo un po’ strani: abbiamo la fissa di crearci delle icone, miti dello spettacolo, di solito donne, che spesso e volentieri con noi fanno fortuna e conseguentemente ci sfanculano appena possono. Si annoverano tra le tante la Zanicchi, Patty Pravo, Amanda Lear. Ed Heather Parisi.Lorella_Cuccarini_La_Notte_Vola_mezzo

A-DO-RA-VO la Parisi. Mi piaceva il suo modo di ballare, il suo famosissimo stacco di gamba, la sua pronuncia americana, il suo modo di sorridere arricciando il naso. Nulla e nessuno potevano e dovevano insidiare il suo primato ballerino televisivo, men che meno una sciacquetta che si affacciava al successo come la Cuccarini (che sarebbe diventata, anche lei, una icona gay e che ci avrebbe, anche lei, allegramente sfanculati)! Non sopportavo le sue mossette, il suo modo di agitare le gambe, così scomposto rispetto a quello del mio mito, e trovavo i suoi passi di danza sinceramente ridicoli. La cosa più assurda era quel modo di muovere le mani che sembrava imitare una papera (e per chi non si ricorda di cosa parlo, ecco il video esplicativo: https://www.youtube.com/watch?v=Sykr0FZZW7s&feature=kp).

Ora, una di quelle famose sere estive, chissà perché, venimmo a parlare proprio di lei; ed io non persi occasione per sbertucciare la sua famosa mossa di ballo con le mani. “Ma dai, ” mi accaloravo “ma seriamente, a chi può piacere una che si agita in quel modo? E come muove le mani poi! Gne-gne-gne!” E mi misi ad imitare, in modo un filo poco ortodosso e ancor meno maschio, l’immancabile movimento. Ora, diciamolo: chi non ha imitato in mezzo alla strada almeno una volta nella vita la Cuccarini? Ecco, quella fu la mia: erano circa le 23.30 di una serata agostana, i miei amici ridevano, in fondo alla strada sfrecciava un’auto parallelamente alla nostra direzione. Intorno, il silenzio.

Silenzio che fu improvvisamente rotto dallo sgommare di ruote nervose. Vedemmo ritornare di gran carriera e in retromarcia l’auto che avevamo visto passare pochi istanti prima. Inchiodò di fronte a noi, in specifico a ME, e si abbassò un finestrino. “Ahò” sbucarono quattro teste rasate ed incazzate “stavi prendendo per il culo noi?” Mentre i miei coraggiosissimi amici, attoniti, avevano fatto un passo indietro, lasciando me in singolare prima fila “No no!”, risposi “Stavo solo imitando la Cuccarini!” E’ evidente che dovevano averlo fatto una volta anche i quattro scimmieschi abitanti dell’auto, perché mi guardarono, si guardarono, mi ri-guardarono, valutarono attentamente se ci facevo o ci ero e, convinti del fatto che ci ero veramente, “Vabbè vah, per questa volta lassamò stà” sgommarono nuovamente via.

In fondo erano abbastanza noiose e monotone, quelle serate… Meno male che c’ero io a movimentarle, ogni tanto.

 


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La domenica, andando alla messa… (Amici Miei: parte prima)

La mia vita non si svolgeva solo tra casa e scuola, ovviamente. Facendo il pendolare e partendo alle 7 del mattino per tornare alle 19, mi restava molto tempo libero (…!). Continuavo a frequentare le lezioni di pianoforte il sabato pomeriggio, e mi esercitavo almeno un paio d’ore tutti i giorni, saltando alcune ricreazioni a scuola; il lunedì sera partecipavo alle prove di canto della corale del mio paese; la domenica mattina, prima che cominciasse la messa, iniziavo le prove col coro che avrebbe accompagnato la celebrazione, per alcuni anni limitandomi a cantare ed insegnare nuovi brani sacri da eseguire, successivamente anche accompagnandolo (molto male, a dire la verità) suonando l’organo (“Ma come molto male”, direte voi, “se suonavi il pianoforte da anni?” Car* lettori/trici, io tanto amavo il pianoforte, quanto detestavo l’organo in chiesa, e tanto amavo suonare per me stesso e pochi intimi, quanto odiavo farlo in pubblico… Quindi le mie performances domenicali facevano oggettivamente schifo). Il pomeriggio della domenica, invece, veniva trascorso in oratorio, con le stesse persone che formavano il gruppo canterino del mattino e che componevano, di fatto, il mio gruppo di amici.

Infatti, dei miei compagni delle elementari era rimasta unica superstite (non nel senso di unica ancora viva, ma unica che ancora frequentavo…) Anna; quelli delle medie erano, ovviamente, tutti a Torino, così come quelli del Ginnasio. Per cui, tutte le nuove amicizie che avevo intrapreso erano all’ombra del locale campanile con oratorio annesso. Non ricordo come avessi iniziato a frequentare l’ambiente, forse era stata la stessa Anna ad introdurmici, visto che non solo lei, ma anche il fratello andavano a trascorrere le domeniche pomeriggio in quei locali un po’ polverosi, ma accoglienti, almeno ai nostri occhi, tra classiche partite di calciobalilla, pingpong, le prime sigarette (e non solo quelle…) fumate sul ballatoio ed i primi amori che iniziavano, come in una classica cartolina da cittadina di provincia.

Il gruppo era alquanto variegato. Anna, appunto, era mia coetanea e ci frequentavamo ormai da anni. Ci si vedeva spesso in giro per il paese, tanto che molti, anche tra i miei parenti, pensavano che ci fosse tra noi qualcosa di più di una semplice amicizia: la cosa ci faceva ridere, e quindi non facevamo assolutamente nulla per smentirla, anzi, in fondo veniva comodo anche a noi: io potevo continuare a pensare ai miei intenti vocazionali senza che zii e zie impiccioni cominciassero a fare domande, mentre lei poteva frequentare chi realmente le interessava, coperta dall’apparente frequentazione affettuosa con me. Dotata di una voce squillante e di una altrettanto squillante risata, era soprannominata “la Neta” (storpiatura del nome “Anna” in piemontese).

Suo fratello Carlo era di 3 anni più vecchio di noi. Me lo ricordavo alle elementari, in un grande stanzone dove ci ritrovavamo tutti man mano che arrivavamo prima che iniziassero le lezioni; aveva imparato a lavorare all’uncinetto (!) ed ho ancora presente la sua immagine sferruzzante intento a preparare una tovaglia da regalare in occasione della festa della mamma; ovviamente, quando lo rividi in oratorio era cresciuto, in altezza e soprattutto in larghezza, e proprio per la sua stazza ricevette (da me) l’appellativo di “Tatone”, in quanto il suo carattere tranquillo e un po’ schivo strideva un po’ con la stazza imponente. In seguito al gruppo si sarebbe aggiunta Monica, che sarebbe diventata la sua compagna ed ormai lo sopporta da più di 20 anni, santa donna.

Carlo formava un quartetto quasi inseparabile con Luca, Flavio M. ed Adriano. Il primo era il classico “vecchio saggio” del gruppo, quello posato, anche un po’ secchione (ebbene sì, PERSINO più di me!), fidanzato storico di Stefania (che sarebbe diventata poi sua moglie): non aveva un soprannome, al contrario di lei, che, essendo molto piccola di statura, era chiamata “Ciripiri”. Il secondo non è mai stato chiamato per nome, ma sempre “Chetto”, diminuitivo del cognome: fidanzato con la sorella di Stefania (ovviamente) Roberta (ebbene sì, anche loro diventeranno marito e moglie), era per stazza molto simile a Carlo. Il terzo era il vero titolare del famoso organo della chiesa; era anche titolare dell’organo di Silvia, che avrebbe impalmato alcuni anni più tardi, ed il più scanzonato tra tutti noi, quello che affettuosamente definirei “bulletto”, ma non in senso offensivo, quanto di atteggiamento nei confronti della vita.

Completava il gioco delle coppie l’abbinamento Flavio V., lui sì chiamato col suo nome, ed Antonella, da lui soprannominata “la Tenera”; lui alto, lei piccola; lui piemontese, lei calabrese; lui alla mano, lei che si atteggiava ad essere un po’ snob. Naturalmente anche loro convoleranno anni dopo a giuste nozze, ma resta ancora oggi nelle nostre memorie epica la volta in cui dovevamo decidere dove andare una domenica pomeriggio: tutti si pensava di andare in montagna, a passeggiare nei pressi di un orrido, senonché lei, sguardo terreo, occhi spalancati, lanciò il suo grido di dolore: “FLAAAA! Ma io non sono vestita da orrido! Sono vestita da pub!” “La Tenera ha detto pub!” venne in soccorso l’intrepido cavaliere… e pub fu.

Completavano l’allegra brigata Paolo R., Paolo D. Angelo e Fabio. Il primo lo conoscevo di vista da anni. Veniva spesso a messa anche durante i giorni feriali, come me, ed io che servivo messa lo vedevo venire a fare la comunione… ma non capivo mai se fosse un ragazzo o una ragazza! Aveva lineamenti vagamente androgini, e la voce tipicamente chioccia della preadolescenza con cui diceva “Amen” ricevendo l’ostia non mi aiutava a definirne il sesso: capii solo frequentandolo gli anni successivi che era un (u)omo. Il secondo era il bello del gruppo: capelli neri ricciolini, intelligente, un po’ schivo, suonava, frequentando il Conservatorio, il flauto traverso, e formava un inseparabile duo con il terzo, Angelo. Inseparabile, quantomeno, fino a quando non litigarono furiosamente anni dopo, guarda caso a causa di una ragazza. Quanto più Paolo era raffinato ed elegante, tanto più Angelo era il Pippo della situazione. Si sforzava di essere il migliore in qualsiasi cosa, con risultati spesso esilaranti, essendo alquanto goffo (ma GUAI a dirglielo!). Fabio, che fu uno degli ultimi ad arrivare in pianta stabile, è sostanzialmente indescrivibile: dotato di uno spirito caustico e sarcastico che adoro, lui ed io formiamo la coppia della sfiga, perché quando siamo insieme accade sempre qualche disastro. Famoso per le sue braccine corte, casa sua divenne una sorta di “oratorio numero due”, luogo di ritrovo e sede di lunghe chiacchierate notturne.

Intorno a quella corte dei miracoli andarono e venirono molte altre persone, ma quello era di fatto lo zoccolo duro. Con alcuni di loro ci si vede ancora, nonostante la vita ci abbia fatto intraprendere strade molto diverse e ci siano stati anni in cui siamo rimasti a lungo separati.

Poi, ovviamente, c’ero io. Il mio soprannome derivò da una gustosa scenetta che ebbe come protagoniste, oltre al sottoscritto, la Neta e la Tenera. Tutti sapevano che desideravo intraprendere la carriera ecclesiastica, e giustificavano così la mia totale mancanza di attrazione per il gentil sesso. Un giorno, eravamo appoggiati alla ringhiera del balcone in oratorio, misi il braccio intorno alle spalle di Anna, che magra non era, ed era dotata anche lei, come l’oratorio, di un balcone sufficientemente sviluppato: la mano cadde LI’… Nessuno di noi due ci fece minimamente caso, ma la Tenera sì. “Il frate (che ero io) tocca le tette ad Anna!” ansimò scandalizzata. “Perché, sei gelosa? Se vuoi le tocco anche a te” risposi, e con estrema nonchalanche le strizzai il seno a mò di ventosa. Lei con uno strillo corse dentro, i maschi cominciarono tutti a ridere e qualcuno venne fuori con un “Hai visto frà clitoride? Mica scemo!” E da qual momento divenni (e continuo tuttoggi a restare) frà Clito.


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Vacanze Romane (parte seconda)

Non risiedevamo esattamente in Roma, ma a S. Marinella, un paese vicino, sul mare. Come sempre venimmo smistati in camere doppie, e come sempre io mi ritrovai con il mio amico Donato… con un letto matrimoniale! “Mi spiace, c’è stato un errore! Cercheremo di provvedere in qualche modo!” Si affannava a spiegare il titolare dell’albergo “Ma chi se ne frega?! QUALCUNO HA DEI PROBLEMI? BATTUTE DA FARE? Lasci stare così.” Un battagliero Donato ed il suo cipiglio risolsero velocemente la situazione e vi assicuro che nessuno fece MAI un solo commento sul fatto che dividessimo lo stesso letto in quelle notti.

I giorni per visitare la città, alla fin fine, erano solo due: il terzo sarebbe stato completamente occupato dall’udienza papale e dalla successiva celebrazione; pertanto, i nostri giri turistici, rigorosamente sempre tutti insieme, erano frenetici. Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria, Piramide, Piazza del Popolo, Piazza Navona, San Paolo Fuori le Mura, San Pietro in Vincoli, San Pietro… Avevo i piedi che mi sembravano bistecche, e la sera tornando in albergo crollavamo tutti stremati. Ma ormai mi ero innamorato perdutamente. Roma la si ama o la si odia. Il suo caos frenetico, il suo disordine, a volte la sua sciatteria si alternano con angoli meravigliosi, stili completamente differenti tra loro, un miscuglio di antico, rinascimentale, moderno che stordisce come una sindrome di Stendhal. E così fu per me.

Avevo, però, anche delle piccole, grandi delusioni. San Pietro mi parve enorme e dispersiva: era più un museo opulento che una chiesa. E la Pietà di Michelangelo? Me la ero immaginata enorme, incombente nella sua tragicità… ed invece era lì, una cosina piccola, a dimensione umana: che fregatura! (Non a caso mi piacque MOLTO di più il Mosè, virile e maestoso, con ricca barba e muscolatura in vista, di San Pietro in Vincoli…piccoli gay crescono). Piazza Navona non mi parve sto granché (e, lo ammetto, continua ancora oggi ad esercitare su di me poco fascino), mentre mi colpì tantissimo il Pantheon con la sua cupola bucata dall’oculos (ed, ammettiamolo, con le tombe dei Savoia). Con questo stato d’animo alternato e un po’ confuso (insomma, sti monumenti e palazzi mi piacevano o no?) giungemmo in piazza Fontana di Trevi. Si profilava un’altra delusione: ma come? Una simile bellezza costretta in una piazzetta piiiiiiiccola così che non ti permetteva, quasi, di ammirarla in tutto il suo splendore? L’ennesimo esempio di contraddizione romana.

Mentre stavamo cercando di capire se ci piaceva o meno, (non) ascoltando naturalmente le solite noiose spiegazioni storiche (avevamo una guida, santa donna, che ci accompagnava ovunque, perdendo tempo e voce nel tentativo di raccontare ad annoiati ed ormonati adolescenti interessati più alle bellezze femminili romane, che a quelle storiche, gli aneddoti e le circostanze che avevano portato alla creazione di questo e al dipinto di quello), venimmo improvvisamente spintonati con una certa violenza. Una serie di omoni stile “Men in Black” ci schiacciò con forza e senza nessuna spiegazione contro i muri dei palazzi della piazza, generando in tutti noi vibranti e sdegnate proteste: come si permettevano sti romani coatti di trattare così noi torinesi???pertini-pazienza-258x258

Poi arrivò lui, piccolino, scattante e sorridente. Vide che indossavamo i cappellini blu con la scritta “Scuola Don Bosco” e, da ex allievo salesiano quale era, si fiondò in mezzo a noi, cominciando ad elargire grandi sorrisi, strette di mano, saluti, battute, e a TUTTE le donne del gruppo (ci avevano accompagnati alcune mamme) baci sulle guance. Era appena uscito di casa e si avviava verso il Quirinale il Presidente Pertini. Fu tutto un gridolio di emozione, commozione, di “Oddio, è proprio lui…” “Mi ha stretto la mano, non la laverò MAI PIU’!” “Ci ha visti e ci è venuti incontro, che brav’uomo” e via così. Anch’io ne fui segnato profondamente: mi stupì che un uomo che fino ad allora avevo visto solo in televisione e sui giornali si fosse dimostrato così alla mano, gentile ed incurante della propria sicurezza personale (nonostante la malcelata disperazione dei “Men in Black” che, ovviamente, erano la sua scorta) e così vicino a noi, ragazzini comuni ed eccitati. Credo che in quel momento, in un certo qual modo, sia nato il mio senso dello Stato, e sono ben felice che questo ricordo sia legato ad un così grande presidente della Repubblica Italiana.

Dal sacro al profano, il giorno successivo partecipammo alla famosa udienza papale in Sala Nervi. Ennesima contraddizione: alla bellissima scultura sul palco, si contrapponevano sedioline di legno tipo quelle che si trovavano nei cinema, durissime e scomodissime. Ma il Vaticano, pensai, non si può permettere qualcosa di meglio? La successiva celebrazione sul sagrato di S. Pietro fu lunga e molto, molto calda (nel senso di temperatura ambientale, maggio a Roma è quasi come luglio a Torino) e segnò la fine della nostra trasferta romana.

La sera , prima di andare a letto, me ne andai sulla spiaggia, a guardare il mare: mentre i miei compagni ridevano, qualcuno si buttò in acqua, qualcuno cantava con l’immancabile chitarra, io ripensai a quei giorni così ricchi ed intensi, e decisi in cuor mio che, non sapevo come, non sapevo quando, ma a Roma ci avrei abitato; ormai il mio cuore era stato ferito, come la statua che rappresentava L’estasi di Santa Teresa d’Avila, e il mio amore per la Città Eterna era scoppiato definitivamente. Avrei realizzato questo mio desiderio, molti anni più tardi, ma questa è come sempre un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

P.S.: Donato non era venuto in spiaggia con noi, aveva deciso di andare subito a dormire. Tornai in albergo, aprii delicatamente la porta e fui sorpreso, quindi, di vedere la luce del suo comodino ancora accesa. Si girò e mi guardò. “Scusa, non volevo svegliarti” “… com’è buia questa galleria…” e si rigirò dall’altra parte, continuando a sognare. Inutile dire che, il giorno dopo, quando gli raccontai l’episodio sul bus che ci stava riportando a casa, mi guardò come se avessi lasciato il cervello in albergo…


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Bulli e pupi

Il mio entusiasmo iniziale per la nuova scuola, con negozietti e giovani chierici barbuti, si scontrò presto con un’altra ben più dura realtà: i miei compagni di classe. Intanto, ero passato da una classe a prevalenza femminile (22 a 8) ad una ESCLUSIVAMENTE maschile; sì, perché all’epoca a Valdocco erano ammessi solo i maschietti, secondo quel sano principio ottocentesco di donboschiana memoria per cui maschi e femmine, specie nel pruriginoso periodo adolescenziale, dovevano restare rigorosamente separati (infatti, di fronte alla Basilica, sulla stessa piazza, si affacciava ed ancora adesso esiste l’equivalente istituto per donzelle, gestito dalla controparte femminile dei Salesiani, ovvero le Figlie di Maria Ausiliatrice). In secondo luogo, cosa ben più complessa e per me inaspettata, ero improvvisamente diventato il “barotto”.

Dicesi “barotto”, italianizzazione del termine piemotese “baròt”, il classico contadinotto un po’ rinconglionito, che viene a contatto con i ben più forbiti ed educati cittadini. Ora, definire i miei compagni “forbiti ed educati” è come dire che Mussolini amava raccogliere tenere margherite di campo. Ma, certamente, io ero molto più ingenuo e meno scafato di loro su tante cose… prima fra tutte, indovinate un po’, il sesso. Catapultato, come una specie di Alice, non nel Paese delle Meraviglie, ma in quello degli sconvolgimenti ormonali adolescenziali, non avevo nessuno Stregatto che mi facesse da guida, quindi ero facile preda di tutti i frizzi, lazzi e sollazzi dei miei tutt’altro che amati coetanei. Non solo: essendo cresciuto sostanzialmente all’ombra materna e di quell’enorme corte dei miracoli matriarcale che era la mia famiglia, avevo un modo di fare ed una timida insicurezza che mi rendevano facile bersaglio di tutte quelle piccole e grandi cattiverie di cui sono innocentemente (più o meno…) capaci i ragazzini di quell’età. Ah già, poi c’era il piccolo particolare che ero gay: IO non lo avevo ancora capito (e sarebbe passato ancora molto tempo prima che questo accadesse), LORO assolutamente sì!

Morale della favola: restai quasi del tutto isolato dal gruppo. Ricordo perfettamente che avevo instaurato un principio di amicizia con un mio compagno, con cui frequentavamo anche lo stesso gruppo dedito ad attività liturgiche (che cazzo fossero le attività liturgiche non lo avevo proprio capito, quando avevo dovuto scegliere un gruppo di attività extra-scolastica, altrimenti la mia scelta sarebbe probabilmente stata diversa… Ma gran parte della mia decisione fu dettata dal fatto che a gestirlo c’era il barbuto don Giuliano del post precedente); il primo mese eravamo inseparabili, il secondo mese notai da parte sua una certa freddezza, il terzo mese si rifiutò di continuare a frequentarmi dicendo: “Per fortuna GLI ALTRI mi hanno fatto capire che cosa sei” (sottolineo: “cosa”, non “persona”, “ragazzo”, “compagno”…”COSA”). Ovviamente al momento non ho capito che intendessero dire GLI ALTRI, ma il risultato fu che mi ritrovai nuovamente solo. Non ne parlai nemmeno con mio padre, che per tutti i tre anni di medie rimase fermamente convinto che questo mio compagno ed io fossimo i Best Friends Forevah: da una parte non volevo che pensasse che suo figlio era un disadattato, dall’altra in qualche modo cominciavo ad incolpare lui e mia madre della mia situazione, quindi preferivo gestirmi le mie cose per conto mio.

Capii che tutto questo aveva a che fare con un mio presunto atteggiamento sessuale quando, durante una lezione, il mento appoggiato sulla mano ad ascoltare il professore, un mio compagno, guardandomi, disse ad un altro (ed a me, ovviamente) sogghignando: “Guarda se non è una posizione da lesbica, quella!” Lesbica? Cos’era una lesbica? Non avevo mai sentito quel termine, e la richiesta di spiegazioni, fatta con assoluta innocenza (ok, non ero proprio sveglio), suscitò tante di quelle risate da obbligare il professore a richiamare con forza l’attenzione.

Nell’arco dei tre anni di scuola media le cose andarono leggermente migliorando: intanto, io mi feci un po’ più furbo, poi i miei compagni, crescendo, persero in parte quell’atteggiamento tipico da branco in preda a scompensi ormonali e, ovviamente, conoscendomi meglio apprezzarono almeno alcuni miei aspetti (la mia secchionaggine, per esempio, era molto gradita ed utile specie durante i compiti in classe). Ma non fu certo un periodo facile da gestire, ed ammetto che quando, anni dopo, fui invitato alla classica rimpatriata/cena di classe stracciai senza nemmeno pensarci una volta il cartoncino ricevuto.