Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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La domenica, andando alla messa… (Amici Miei: parte prima)

La mia vita non si svolgeva solo tra casa e scuola, ovviamente. Facendo il pendolare e partendo alle 7 del mattino per tornare alle 19, mi restava molto tempo libero (…!). Continuavo a frequentare le lezioni di pianoforte il sabato pomeriggio, e mi esercitavo almeno un paio d’ore tutti i giorni, saltando alcune ricreazioni a scuola; il lunedì sera partecipavo alle prove di canto della corale del mio paese; la domenica mattina, prima che cominciasse la messa, iniziavo le prove col coro che avrebbe accompagnato la celebrazione, per alcuni anni limitandomi a cantare ed insegnare nuovi brani sacri da eseguire, successivamente anche accompagnandolo (molto male, a dire la verità) suonando l’organo (“Ma come molto male”, direte voi, “se suonavi il pianoforte da anni?” Car* lettori/trici, io tanto amavo il pianoforte, quanto detestavo l’organo in chiesa, e tanto amavo suonare per me stesso e pochi intimi, quanto odiavo farlo in pubblico… Quindi le mie performances domenicali facevano oggettivamente schifo). Il pomeriggio della domenica, invece, veniva trascorso in oratorio, con le stesse persone che formavano il gruppo canterino del mattino e che componevano, di fatto, il mio gruppo di amici.

Infatti, dei miei compagni delle elementari era rimasta unica superstite (non nel senso di unica ancora viva, ma unica che ancora frequentavo…) Anna; quelli delle medie erano, ovviamente, tutti a Torino, così come quelli del Ginnasio. Per cui, tutte le nuove amicizie che avevo intrapreso erano all’ombra del locale campanile con oratorio annesso. Non ricordo come avessi iniziato a frequentare l’ambiente, forse era stata la stessa Anna ad introdurmici, visto che non solo lei, ma anche il fratello andavano a trascorrere le domeniche pomeriggio in quei locali un po’ polverosi, ma accoglienti, almeno ai nostri occhi, tra classiche partite di calciobalilla, pingpong, le prime sigarette (e non solo quelle…) fumate sul ballatoio ed i primi amori che iniziavano, come in una classica cartolina da cittadina di provincia.

Il gruppo era alquanto variegato. Anna, appunto, era mia coetanea e ci frequentavamo ormai da anni. Ci si vedeva spesso in giro per il paese, tanto che molti, anche tra i miei parenti, pensavano che ci fosse tra noi qualcosa di più di una semplice amicizia: la cosa ci faceva ridere, e quindi non facevamo assolutamente nulla per smentirla, anzi, in fondo veniva comodo anche a noi: io potevo continuare a pensare ai miei intenti vocazionali senza che zii e zie impiccioni cominciassero a fare domande, mentre lei poteva frequentare chi realmente le interessava, coperta dall’apparente frequentazione affettuosa con me. Dotata di una voce squillante e di una altrettanto squillante risata, era soprannominata “la Neta” (storpiatura del nome “Anna” in piemontese).

Suo fratello Carlo era di 3 anni più vecchio di noi. Me lo ricordavo alle elementari, in un grande stanzone dove ci ritrovavamo tutti man mano che arrivavamo prima che iniziassero le lezioni; aveva imparato a lavorare all’uncinetto (!) ed ho ancora presente la sua immagine sferruzzante intento a preparare una tovaglia da regalare in occasione della festa della mamma; ovviamente, quando lo rividi in oratorio era cresciuto, in altezza e soprattutto in larghezza, e proprio per la sua stazza ricevette (da me) l’appellativo di “Tatone”, in quanto il suo carattere tranquillo e un po’ schivo strideva un po’ con la stazza imponente. In seguito al gruppo si sarebbe aggiunta Monica, che sarebbe diventata la sua compagna ed ormai lo sopporta da più di 20 anni, santa donna.

Carlo formava un quartetto quasi inseparabile con Luca, Flavio M. ed Adriano. Il primo era il classico “vecchio saggio” del gruppo, quello posato, anche un po’ secchione (ebbene sì, PERSINO più di me!), fidanzato storico di Stefania (che sarebbe diventata poi sua moglie): non aveva un soprannome, al contrario di lei, che, essendo molto piccola di statura, era chiamata “Ciripiri”. Il secondo non è mai stato chiamato per nome, ma sempre “Chetto”, diminuitivo del cognome: fidanzato con la sorella di Stefania (ovviamente) Roberta (ebbene sì, anche loro diventeranno marito e moglie), era per stazza molto simile a Carlo. Il terzo era il vero titolare del famoso organo della chiesa; era anche titolare dell’organo di Silvia, che avrebbe impalmato alcuni anni più tardi, ed il più scanzonato tra tutti noi, quello che affettuosamente definirei “bulletto”, ma non in senso offensivo, quanto di atteggiamento nei confronti della vita.

Completava il gioco delle coppie l’abbinamento Flavio V., lui sì chiamato col suo nome, ed Antonella, da lui soprannominata “la Tenera”; lui alto, lei piccola; lui piemontese, lei calabrese; lui alla mano, lei che si atteggiava ad essere un po’ snob. Naturalmente anche loro convoleranno anni dopo a giuste nozze, ma resta ancora oggi nelle nostre memorie epica la volta in cui dovevamo decidere dove andare una domenica pomeriggio: tutti si pensava di andare in montagna, a passeggiare nei pressi di un orrido, senonché lei, sguardo terreo, occhi spalancati, lanciò il suo grido di dolore: “FLAAAA! Ma io non sono vestita da orrido! Sono vestita da pub!” “La Tenera ha detto pub!” venne in soccorso l’intrepido cavaliere… e pub fu.

Completavano l’allegra brigata Paolo R., Paolo D. Angelo e Fabio. Il primo lo conoscevo di vista da anni. Veniva spesso a messa anche durante i giorni feriali, come me, ed io che servivo messa lo vedevo venire a fare la comunione… ma non capivo mai se fosse un ragazzo o una ragazza! Aveva lineamenti vagamente androgini, e la voce tipicamente chioccia della preadolescenza con cui diceva “Amen” ricevendo l’ostia non mi aiutava a definirne il sesso: capii solo frequentandolo gli anni successivi che era un (u)omo. Il secondo era il bello del gruppo: capelli neri ricciolini, intelligente, un po’ schivo, suonava, frequentando il Conservatorio, il flauto traverso, e formava un inseparabile duo con il terzo, Angelo. Inseparabile, quantomeno, fino a quando non litigarono furiosamente anni dopo, guarda caso a causa di una ragazza. Quanto più Paolo era raffinato ed elegante, tanto più Angelo era il Pippo della situazione. Si sforzava di essere il migliore in qualsiasi cosa, con risultati spesso esilaranti, essendo alquanto goffo (ma GUAI a dirglielo!). Fabio, che fu uno degli ultimi ad arrivare in pianta stabile, è sostanzialmente indescrivibile: dotato di uno spirito caustico e sarcastico che adoro, lui ed io formiamo la coppia della sfiga, perché quando siamo insieme accade sempre qualche disastro. Famoso per le sue braccine corte, casa sua divenne una sorta di “oratorio numero due”, luogo di ritrovo e sede di lunghe chiacchierate notturne.

Intorno a quella corte dei miracoli andarono e venirono molte altre persone, ma quello era di fatto lo zoccolo duro. Con alcuni di loro ci si vede ancora, nonostante la vita ci abbia fatto intraprendere strade molto diverse e ci siano stati anni in cui siamo rimasti a lungo separati.

Poi, ovviamente, c’ero io. Il mio soprannome derivò da una gustosa scenetta che ebbe come protagoniste, oltre al sottoscritto, la Neta e la Tenera. Tutti sapevano che desideravo intraprendere la carriera ecclesiastica, e giustificavano così la mia totale mancanza di attrazione per il gentil sesso. Un giorno, eravamo appoggiati alla ringhiera del balcone in oratorio, misi il braccio intorno alle spalle di Anna, che magra non era, ed era dotata anche lei, come l’oratorio, di un balcone sufficientemente sviluppato: la mano cadde LI’… Nessuno di noi due ci fece minimamente caso, ma la Tenera sì. “Il frate (che ero io) tocca le tette ad Anna!” ansimò scandalizzata. “Perché, sei gelosa? Se vuoi le tocco anche a te” risposi, e con estrema nonchalanche le strizzai il seno a mò di ventosa. Lei con uno strillo corse dentro, i maschi cominciarono tutti a ridere e qualcuno venne fuori con un “Hai visto frà clitoride? Mica scemo!” E da qual momento divenni (e continuo tuttoggi a restare) frà Clito.


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Vacanze Romane (parte seconda)

Non risiedevamo esattamente in Roma, ma a S. Marinella, un paese vicino, sul mare. Come sempre venimmo smistati in camere doppie, e come sempre io mi ritrovai con il mio amico Donato… con un letto matrimoniale! “Mi spiace, c’è stato un errore! Cercheremo di provvedere in qualche modo!” Si affannava a spiegare il titolare dell’albergo “Ma chi se ne frega?! QUALCUNO HA DEI PROBLEMI? BATTUTE DA FARE? Lasci stare così.” Un battagliero Donato ed il suo cipiglio risolsero velocemente la situazione e vi assicuro che nessuno fece MAI un solo commento sul fatto che dividessimo lo stesso letto in quelle notti.

I giorni per visitare la città, alla fin fine, erano solo due: il terzo sarebbe stato completamente occupato dall’udienza papale e dalla successiva celebrazione; pertanto, i nostri giri turistici, rigorosamente sempre tutti insieme, erano frenetici. Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria, Piramide, Piazza del Popolo, Piazza Navona, San Paolo Fuori le Mura, San Pietro in Vincoli, San Pietro… Avevo i piedi che mi sembravano bistecche, e la sera tornando in albergo crollavamo tutti stremati. Ma ormai mi ero innamorato perdutamente. Roma la si ama o la si odia. Il suo caos frenetico, il suo disordine, a volte la sua sciatteria si alternano con angoli meravigliosi, stili completamente differenti tra loro, un miscuglio di antico, rinascimentale, moderno che stordisce come una sindrome di Stendhal. E così fu per me.

Avevo, però, anche delle piccole, grandi delusioni. San Pietro mi parve enorme e dispersiva: era più un museo opulento che una chiesa. E la Pietà di Michelangelo? Me la ero immaginata enorme, incombente nella sua tragicità… ed invece era lì, una cosina piccola, a dimensione umana: che fregatura! (Non a caso mi piacque MOLTO di più il Mosè, virile e maestoso, con ricca barba e muscolatura in vista, di San Pietro in Vincoli…piccoli gay crescono). Piazza Navona non mi parve sto granché (e, lo ammetto, continua ancora oggi ad esercitare su di me poco fascino), mentre mi colpì tantissimo il Pantheon con la sua cupola bucata dall’oculos (ed, ammettiamolo, con le tombe dei Savoia). Con questo stato d’animo alternato e un po’ confuso (insomma, sti monumenti e palazzi mi piacevano o no?) giungemmo in piazza Fontana di Trevi. Si profilava un’altra delusione: ma come? Una simile bellezza costretta in una piazzetta piiiiiiiccola così che non ti permetteva, quasi, di ammirarla in tutto il suo splendore? L’ennesimo esempio di contraddizione romana.

Mentre stavamo cercando di capire se ci piaceva o meno, (non) ascoltando naturalmente le solite noiose spiegazioni storiche (avevamo una guida, santa donna, che ci accompagnava ovunque, perdendo tempo e voce nel tentativo di raccontare ad annoiati ed ormonati adolescenti interessati più alle bellezze femminili romane, che a quelle storiche, gli aneddoti e le circostanze che avevano portato alla creazione di questo e al dipinto di quello), venimmo improvvisamente spintonati con una certa violenza. Una serie di omoni stile “Men in Black” ci schiacciò con forza e senza nessuna spiegazione contro i muri dei palazzi della piazza, generando in tutti noi vibranti e sdegnate proteste: come si permettevano sti romani coatti di trattare così noi torinesi???pertini-pazienza-258x258

Poi arrivò lui, piccolino, scattante e sorridente. Vide che indossavamo i cappellini blu con la scritta “Scuola Don Bosco” e, da ex allievo salesiano quale era, si fiondò in mezzo a noi, cominciando ad elargire grandi sorrisi, strette di mano, saluti, battute, e a TUTTE le donne del gruppo (ci avevano accompagnati alcune mamme) baci sulle guance. Era appena uscito di casa e si avviava verso il Quirinale il Presidente Pertini. Fu tutto un gridolio di emozione, commozione, di “Oddio, è proprio lui…” “Mi ha stretto la mano, non la laverò MAI PIU’!” “Ci ha visti e ci è venuti incontro, che brav’uomo” e via così. Anch’io ne fui segnato profondamente: mi stupì che un uomo che fino ad allora avevo visto solo in televisione e sui giornali si fosse dimostrato così alla mano, gentile ed incurante della propria sicurezza personale (nonostante la malcelata disperazione dei “Men in Black” che, ovviamente, erano la sua scorta) e così vicino a noi, ragazzini comuni ed eccitati. Credo che in quel momento, in un certo qual modo, sia nato il mio senso dello Stato, e sono ben felice che questo ricordo sia legato ad un così grande presidente della Repubblica Italiana.

Dal sacro al profano, il giorno successivo partecipammo alla famosa udienza papale in Sala Nervi. Ennesima contraddizione: alla bellissima scultura sul palco, si contrapponevano sedioline di legno tipo quelle che si trovavano nei cinema, durissime e scomodissime. Ma il Vaticano, pensai, non si può permettere qualcosa di meglio? La successiva celebrazione sul sagrato di S. Pietro fu lunga e molto, molto calda (nel senso di temperatura ambientale, maggio a Roma è quasi come luglio a Torino) e segnò la fine della nostra trasferta romana.

La sera , prima di andare a letto, me ne andai sulla spiaggia, a guardare il mare: mentre i miei compagni ridevano, qualcuno si buttò in acqua, qualcuno cantava con l’immancabile chitarra, io ripensai a quei giorni così ricchi ed intensi, e decisi in cuor mio che, non sapevo come, non sapevo quando, ma a Roma ci avrei abitato; ormai il mio cuore era stato ferito, come la statua che rappresentava L’estasi di Santa Teresa d’Avila, e il mio amore per la Città Eterna era scoppiato definitivamente. Avrei realizzato questo mio desiderio, molti anni più tardi, ma questa è come sempre un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

P.S.: Donato non era venuto in spiaggia con noi, aveva deciso di andare subito a dormire. Tornai in albergo, aprii delicatamente la porta e fui sorpreso, quindi, di vedere la luce del suo comodino ancora accesa. Si girò e mi guardò. “Scusa, non volevo svegliarti” “… com’è buia questa galleria…” e si rigirò dall’altra parte, continuando a sognare. Inutile dire che, il giorno dopo, quando gli raccontai l’episodio sul bus che ci stava riportando a casa, mi guardò come se avessi lasciato il cervello in albergo…


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Bulli e pupi

Il mio entusiasmo iniziale per la nuova scuola, con negozietti e giovani chierici barbuti, si scontrò presto con un’altra ben più dura realtà: i miei compagni di classe. Intanto, ero passato da una classe a prevalenza femminile (22 a 8) ad una ESCLUSIVAMENTE maschile; sì, perché all’epoca a Valdocco erano ammessi solo i maschietti, secondo quel sano principio ottocentesco di donboschiana memoria per cui maschi e femmine, specie nel pruriginoso periodo adolescenziale, dovevano restare rigorosamente separati (infatti, di fronte alla Basilica, sulla stessa piazza, si affacciava ed ancora adesso esiste l’equivalente istituto per donzelle, gestito dalla controparte femminile dei Salesiani, ovvero le Figlie di Maria Ausiliatrice). In secondo luogo, cosa ben più complessa e per me inaspettata, ero improvvisamente diventato il “barotto”.

Dicesi “barotto”, italianizzazione del termine piemotese “baròt”, il classico contadinotto un po’ rinconglionito, che viene a contatto con i ben più forbiti ed educati cittadini. Ora, definire i miei compagni “forbiti ed educati” è come dire che Mussolini amava raccogliere tenere margherite di campo. Ma, certamente, io ero molto più ingenuo e meno scafato di loro su tante cose… prima fra tutte, indovinate un po’, il sesso. Catapultato, come una specie di Alice, non nel Paese delle Meraviglie, ma in quello degli sconvolgimenti ormonali adolescenziali, non avevo nessuno Stregatto che mi facesse da guida, quindi ero facile preda di tutti i frizzi, lazzi e sollazzi dei miei tutt’altro che amati coetanei. Non solo: essendo cresciuto sostanzialmente all’ombra materna e di quell’enorme corte dei miracoli matriarcale che era la mia famiglia, avevo un modo di fare ed una timida insicurezza che mi rendevano facile bersaglio di tutte quelle piccole e grandi cattiverie di cui sono innocentemente (più o meno…) capaci i ragazzini di quell’età. Ah già, poi c’era il piccolo particolare che ero gay: IO non lo avevo ancora capito (e sarebbe passato ancora molto tempo prima che questo accadesse), LORO assolutamente sì!

Morale della favola: restai quasi del tutto isolato dal gruppo. Ricordo perfettamente che avevo instaurato un principio di amicizia con un mio compagno, con cui frequentavamo anche lo stesso gruppo dedito ad attività liturgiche (che cazzo fossero le attività liturgiche non lo avevo proprio capito, quando avevo dovuto scegliere un gruppo di attività extra-scolastica, altrimenti la mia scelta sarebbe probabilmente stata diversa… Ma gran parte della mia decisione fu dettata dal fatto che a gestirlo c’era il barbuto don Giuliano del post precedente); il primo mese eravamo inseparabili, il secondo mese notai da parte sua una certa freddezza, il terzo mese si rifiutò di continuare a frequentarmi dicendo: “Per fortuna GLI ALTRI mi hanno fatto capire che cosa sei” (sottolineo: “cosa”, non “persona”, “ragazzo”, “compagno”…”COSA”). Ovviamente al momento non ho capito che intendessero dire GLI ALTRI, ma il risultato fu che mi ritrovai nuovamente solo. Non ne parlai nemmeno con mio padre, che per tutti i tre anni di medie rimase fermamente convinto che questo mio compagno ed io fossimo i Best Friends Forevah: da una parte non volevo che pensasse che suo figlio era un disadattato, dall’altra in qualche modo cominciavo ad incolpare lui e mia madre della mia situazione, quindi preferivo gestirmi le mie cose per conto mio.

Capii che tutto questo aveva a che fare con un mio presunto atteggiamento sessuale quando, durante una lezione, il mento appoggiato sulla mano ad ascoltare il professore, un mio compagno, guardandomi, disse ad un altro (ed a me, ovviamente) sogghignando: “Guarda se non è una posizione da lesbica, quella!” Lesbica? Cos’era una lesbica? Non avevo mai sentito quel termine, e la richiesta di spiegazioni, fatta con assoluta innocenza (ok, non ero proprio sveglio), suscitò tante di quelle risate da obbligare il professore a richiamare con forza l’attenzione.

Nell’arco dei tre anni di scuola media le cose andarono leggermente migliorando: intanto, io mi feci un po’ più furbo, poi i miei compagni, crescendo, persero in parte quell’atteggiamento tipico da branco in preda a scompensi ormonali e, ovviamente, conoscendomi meglio apprezzarono almeno alcuni miei aspetti (la mia secchionaggine, per esempio, era molto gradita ed utile specie durante i compiti in classe). Ma non fu certo un periodo facile da gestire, ed ammetto che quando, anni dopo, fui invitato alla classica rimpatriata/cena di classe stracciai senza nemmeno pensarci una volta il cartoncino ricevuto.


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Crocifissi e barbe sudate

Gli anni delle elementari trascorrevano veloci, senza grossi sobbalzi tra studi, lezioni di pianoforte ed inglese, frequentazione della chiesa locale e poco altro. Amicizie continuavo a non averne molte, nonostante fossi in una classe con altri 29 bambin* (per essere precisi, 7 maschietti e 22 femminucce: sono sicuro che anche questo ha avuto un’influenza fondamentale nello sviluppo della mia gaYezza!): abitavano tutt* abbastanza lontano da me, e comunque, tra le varie lezioni che dovevo seguire ed il fatto che la scuola era a tempo pieno e terminavamo tutti i giorni alle 16, di tempo ne restava ben poco. C’erano, sì, i sabati e le domeniche, ma i primi trascorrevano per lo più facendo i compiti (in particolare esercizi di calligrafia: avevo una scrittura talmente orrenda che pure io facevo fatica a capire cosa avevo scritto, alle volte… Mi sono espresso al passato? Ops… O_O); le seconde le passavo leggendo, quando non si andava da qualche amico dei miei genitori, rigorosamente senza figli o i cui pargoli erano troppo grandi per divertirsi a giocare con un bimbetto come me. Morale della favola, pur avendo uno spiccato senso della scena (amavo fare imitazioni, raccontare favole e cercare disperatamente l’approvazione degli altri) ero diventato abbastanza timido ed introverso: insomma, un perfetto Bilancia.

Arrivò, quindi, il momento in cui decidere del mio futuro. “Come”, direte voi “già si parlava di scuole superiori? Non era presto?” Infatti, in realtà si parlò delle medie. Era OVVIO, per i miei genitori, che il loro figlio adorato non avrebbe mai frequentato scuole pubbliche che, lo sapevano tutt*, erano posti dove non si studiava, non si imparava nulla, le insegnanti fumavano in classe e spesso erano covi di pericolos* comunist* (i miei erano convinti democristiani, o meglio lo era mio padre, mia madre votava quello che le diceva lui). Sarei andato in una scuola privata, ma quale? E, soprattutto, dove? La risposta alla prima domanda era abbastanza scontata: la scelta, più o meno obbligata, cadde sugli istituti dei Salesiani, da cui proveniva anche mio padre, vuoi per tradizione di famiglia, appunto, vuoi per mancanza di reali alternative serie (secondo i miei). La risposta alla seconda domanda, invece, suscitò una accesa e prolungata discussione tra mio padre e mia madre: quest’ultima optava per la scuola più vicina, in un paese ad una decina di chilometri di distanza, che mi avrebbe quindi permesso di tornare a casa in orari tali per cui avrei potuto passare più tempo con lei (certo, l’istruzione era importante, ma non poteva mica tenermi troppo tempo fuori da casa e lontano dalle materne sottane!); il primo, invece, voleva per me il top del top: l’iscrizione alla culla della Salesianità, Valdocco, peraltro una delle scuole più prestigiose del tempo. Unico neo: si trovava a Torino, a 40 chilometri di distanza, ed avrei quindi dovuto fare il pendolare (come lui, peraltro, che a Torino ci andava a lavorare tutti i giorni). Voleva dire partire alle 7 e tornare alle 19, essendo anche quella una scuola a tempo pieno.

Di solito, il mio parere era irrilevante, se non in quei casi in cui, come questo, ciascuno dei due cercava di far pendere la bilancia a proprio favore. A me la scelta sembrava ovvia: Torino, in quelle poche volte che ci eravamo andati per qualche commissione od a visitare lontani parenti, non mi piaceva. La trovavo noiosa (associandola a cose che non mi andava affatto di fare), lontana, e sapevo che alcuni dei miei compagni sarebbero andati anch’essi dai salesiani, ma presso l’istituto più vicino.

La decisione per me era presa: NON sarei MAI andato a Valdocco!

Mio padre capitolò. Saremmo andati alla scuola che avrebbe voluto lui solo per comunicare ad un suo vecchio insegnante, presso il quale si era preventivamente informato sui passaggi da fare in caso di iscrizione, la decisione presa. Durante il viaggio in auto, mia madre era un po’ rigida e sospettosa, come se subodorasse qualcosa, ed io abbastanza scocciato: come ho detto, non amavo andare a Torino, il tragitto mi sembrava infinito e mi annoiavo decisamente. Arrivammo, finalmente, dopo un tempo che mi sembrava tremendamente lungo, parcheggiammo ed entrammo in quella che di fatto era ed è una piccola città nella città.

Per chi non ci fosse mai stato, Valdocco è davvero un complesso molto grande: l’imponente Basilica dedicata a Maria Ausiliatrice è uno dei simboli di Torino, ed alle sue spalle si snodano uffici, una scuola media, un ginnasio, diverse scuole professionalizzanti, un oratorio, un’altra chiesa più piccola, una cappella e, all’epoca, pure una casa editrice, la LDC, oltre naturalmente agli spazi abitativi di una comunità religiosa tra le più grandi della città. Il tutto collegato da cortili, cortiletti, passaggi, un vero e proprio dedalo di vie che ne fanno una realtà del tutto autonoma e che comprende un recinto grande di fatto un paio di isolati. Ci ero già stato altre volte, naturalmente: i miei genitori si erano sposati lì diversi anni prima, quindi non era un luogo nuovo. Ma quella volta ci addentrammo verso la scuola media, che non avevo mai visto. Ed incontrai sul mio percorso due elementi fortemente destabilizzanti.

Il primo fu lui: il Negozietto Dei Souvenir! Mio padre non ci aveva mai voluto passare, ritenendolo un’inutile perdita di tempo (e potenzialmente di soldi). Per qualche misterioso motivo, decise improvvisamente di farci una tappa, con sconcerto materno. Ora, intendiamoci: io non ne ero ancora cosciente, ma ero pur sempre un piccolo gay. E quale piccolo gay è in grado di resistere al richiamo luccicante di chincaglieria varia, che più è trash meglio è? NES-SU-NO! Crocifissi (no, non quelli da muro, quelli da indossare), rosari di ogni foggia e colore (pure profumati), addirittura anelli da mettere al dito con piccoli punti che rappresentavano le Ave Marie da recitare, in un affascinante mix di religioso e sadomaso (sembravano anellini con le borchie), fermacarte con palle di vetro che girate facevano cadere neve di polistirolo su raffigurazioni della Basilica, immaginette per tutti i gusti, persino con quadratini di abiti di d. Bosco o di altri salesiani incollati a mò di reliquia… Insomma, il bengodi del Piccolo Gay Cattolico (non dimentichiamoci che io ero convinto di diventare sacerdote, questo pensiero non mi aveva mai abbandonato, anzi nel tempo si era ulteriormente rafforzato). “Ma se venissi a scuola qui potrei passarci tutti i giorni?” Chiesi, gli occhioni (dietro le lenti da miope) sgranati. “Beh, certo, saresti proprio qui” rispose con estrema (e falsissima) nonchalance mio padre. “Figuriamoci, dopo due giorni ti saresti già annoiato di vedere le stesse cose” affermò ragionevolmente (e molto preoccupata) mia madre.

Uscimmo da quel piccolo paradiso e ci avviammo non verso la solita portoncina a vetri che infilavamo per andare dal vecchio insegnate di mio padre, ma (“Passiamo da un’altra parte, facciamo prima” stava dicendo l’innocente genitore) verso il cortile della scuola media. Era il momento della ricreazione e si sentivano i ragazzi schiamazzare. Svoltato l’angolo, comparve davanti ai miei occhi una massa di adolescenti urlante che giocava a calcio. Intendiamoci: a me il calcio non interessava affatto; a scuola,  caso strano eh, giocavo con le femmine a palla avvelenata, e i miei contatti con “il pallone” si erano limitati ad un paio di giorni di ricreazione, giusto il tempo di capire che quel sollazzo proprio non faceva per me.

Non fu, quindi, il gioco in sè che mi colpì come un fulmine a ciel sereno (cosa che, forse, aveva pensato inizialmente mio padre), quanto lui: un giovane sudato, in pantaloncini, barbuto e con discreta criniera gocciolante al vento, che svettava in mezzo a tutti quei ragazzini brufolosi. Correva impegnandosi con tutto se stesso per evitare un gol, e non potei fare a meno di notare le gambe muscolose… e non solo. Vedendoci, interruppe il gioco, e si avvicinò sorridendo: “Piacere, don Giuliano”. lo sguardo scandalizzato che gli lanciò mia madre avrebbe incenerito un’araba fenice, ma lui sembrò non accorgersene nemmeno, anzi fu molto cortese con lei e con mio padre. Io restai timidamente in silenzio, guardandolo dal basso verso l’alto, così diverso dal mio anziano prevosto, quello le cui orme avrei voluto seguire, e rendendomi vagamente conto che mi stava capitando qualcosa, ma non riuscivo bene a capire cosa.

Il resto è storia. Tornammo a casa con mia madre inferocita , consapevole di aver perso la sua più grande partita (“Un prete in pantaloncini! E’ vergognoso!”); mio padre sornione che se la rideva nemmeno troppo sotto i baffi (“Vedrai che si troverà bene”); ed io, entusiasta come il bambino che ero e deciso più che mai:

SAREI ASSOLUTAMENTE andato a Valdocco!

La scuola media ed il cortile dove avvenne l'incontro con la barba sudata

La scuola media ed il cortile dove avvenne l’incontro con la barba sudata


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Sesso: questo sconosciuto…

Così iniziai ad andare all’asilo; e scoprii che esistevano degli strani esseri che si differenziavano da me in qualcosa, ma non mi era ancora ben chiaro cosa, chiamati “femmine” (o “bambine”, ma tra noi appartenenti allo stesso genere maschile, il primo termine era il preferito). Intendiamoci, è ovvio che avevo già avuto contatti con questa specie: mia madre stessa ne faceva parte, e avevo una serie apparentemente infinita di ziecugineamichedifamiglia nonché una splendida nonna (quella materna, la paterna purtroppo, a cui devo il mio nome -si chiamava Andreina-, non l’ho mai conosciuta) che rientravano anch’esse nella categoria. Ma si trattava pur sempre di adulti, mica di bambini come me, e si sa che gli adulti sono particolari, quindi non mi meravigliava troppo la presenza di donne tra loro.

Invece le femmine esistevano, ed erano anche ben strane: spesso pronte al pianto, non piacevano loro gli stessi giochi che piacevano a noi, sembrava per qualche strano motivo che ritenessero di dover avere un trattamento diverso, di solito di favore, solo per il fatto di appartenere a questa specie particolare; e l’essere all’asilo dalle SUORE (che, pareva, erano femmine anche loro, anche se la presenza di una certa peluria sul volto ogni tanto mi faceva andare un po’ in confusione) non aiutava. Tuttavia, non capivo bene non soltanto perché, ma soprattutto IN COSA fossero diverse. Insomma, come si distingueva una femmina da un maschietto?

L’occasione per porre la domanda alla persona più indicata a rispondere, ovvero mia madre (in fondo non era una femmina di adulto?), si pose durante la visione di un film. Eravamo entrambi seduti sul divano, davanti alla tv, ed un dottore esultante usciva da una sala di ospedale urlando: “E’ un maschio!” Sorse spontanea la domanda da parte mia: “Mamma, ma come fa a capirlo? A me sembrano tutti uguali, così piccoli!” Si formarono degli iceberg in salotto, passarono alcuni pinguini salutando e sono ragionevolmente sicuro di aver visto un paio di orsi polari in lontananza… Dopo un periodo di gelo imbarazzato dalla durata non ben definibile, mia madre, con una vocina flebile flebile, rispose: “Non so…” La mamma cominciava a preoccuparmi: non conosceva il significato di “plutocratica sicumera”, restava senza parole quando dicevo di mio padre che era “uno spregevole schiavista” (vedi posts precedenti) e adesso non mi sapeva nemmeno dire come si capiva se quando si nasceva si rientrava nella categoria “maschietti” o “femminucce”… Secondo me non la contava giusta!

Comunque il problema sembrò essere accantonato per un paio di giorni, fino a quando, in camera mia, non comparve sul comodino accanto al letto un libriccino, intitolato più o meno “Il sesso spiegato ai bambini” (sapevo già leggere, ricordate?). Mio padre, guardandomi con una faccia un po’ strana, quasi apprensiva direi, mi disse: “Quel libro che c’è in camera sul TUO comodino è della mamma, quindi NON devi leggerlo, eh? Mi raccomando, NON devi toccarlo!” E, per sottolineare meglio la raccomandazione, me lo sfogliò velocemente davanti agli occhi, ed ebbi modo di notare che c’erano anche degli strani disegni. Ma se era della mamma, perché non se lo teneva sul SUO, di comodino??? Mi sembrava tutto strano e anche un po’ scorretto, venire a mettere i loro libri in camera mia! Comunque, io ero un bambino molto obbediente, quindi feci esattamente come mi disse mio padre: non lo toccai.

Il libro rimase lì per alcune settimane, finché non scomparve, esattamente come era comparso, senza preavviso ed un po’ misteriosamente. E la mia domanda, ovviamente, rimase senza risposta. Alcuni anni dopo, lo ritrovai, chiuso in fondo ad un mobiletto, e finalmente lo lessi. Compresi immediatamente due cose: la prima era che le femmine in effetti si distinguevano da noi maschietti, ma, strano a dirsi, la cosa non mi interessò particolarmente; anzi, a dirla tutta, di quei famosi disegni mi intrigarono molto di più quelli che riguardavano ME invece che LORO (chiedo alla Corte che questa testimonianza venga deposta agli atti come dimostrazione che gay si nasce e non necessariamente si diventa!). La seconda, che mio padre, dandomi quel comando, era convinto che la curiosità avrebbe vinto, probabilmente anche incentivata dal desiderio di trasgredire/disobbedire (ma io ero DAVVERO un bambino molto obbediente e mi offese un po’ che mio padre non ci avesse pensato!), e quindi mi sarei dato una risposta da solo, leggendo il libro (e soprattutto vedendo i disegni…).

La conclusione a cui giunsi alla fine di tutta questa vicenda fu che con gli adulti, che sono davvero complicati, ci vuole tanta, ma tanta pazienza!