Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Appendice: trasmutazione

I miei genitori decisero davvero di sparire. All’epoca (come già ricordato) non esistevano cellulari, quindi gli unici contatti che potevamo avere dipendevano da un vecchio telefono imbucato dietro ad una colonna, quasi fosse un oggetto di cui vergognarsi un po’. Se non ero io a chiamare, i miei non lo facevano. Sulle prime pensai che sarebbero capitolati molto in fretta, ma quando, 2 settimane dopo il mio ingresso a Pinerolo, cadde il mio ventesimo compleanno e la mia famiglia non si fece minimamente viva, capii che le cose erano serie.

Del resto, io chiamavo a mia volta per dovere, certamente non per piacere. Facevo una telefonata due volte a settimana (e mi sembrava già troppo…), più che altro per sincerarmi delle condizioni di salute di mio padre (“Amarcord: In salute ed in malattia”), ma l’atteggiamento freddo e distaccato che percepivo dall’altro lato della cornetta mi irritava profondamente: non ero certo io quello in torto, e questo ennesimo tentativo di mia madre (perché era con lei che parlavo prevalentemente) di suscitare i soliti sensi di colpa mi mandava letteralmente in bestia. Fosse dipeso da me, le cose sarebbero anche potute andare avanti così. Ma non dipendeva -solo- da me.

La fraternità, naturalmente, era dispiaciuta da tutta la situazione che si era venuta a creare, anche perché si verificava solo con i miei genitori: quelli di Danilo e di Carlo, infatti, erano contenti della scelta fatta dai rispettivi figli, o quantomeno la rispettavano abbastanza serenamente. Frequentavano il convento per quanto fosse possibile, considerando che entrambe vivevano a Torino o in cittadine limitrofe e Pinerolo era abbastanza distante da raggiungere, ed avevano nei confronti dei frati un atteggiamento amichevole e di affetto. Pertanto, Oreste decise che si doveva fare un tentativo anche con i miei, che oltretutto, fino a quel momento, avevano volutamente evitato ogni contatto anche personale con gli abitanti della fraternità, per cui di fatto non li conoscevano nemmeno. “Vedrai che col tempo gli passerà, devi avere pazienza”, mi ripeteva, inconsapevole che, a me, la cosa andava benissimo anche così. Decise di invitarli a pranzo.

L’occasione sarebbe stata il mio onomastico, che cade il 30 novembre. Erano ormai passati quasi 2 mesi dal mio ingresso in Postulato, e presumibilmente la voglia di vedermi di mia madre avrebbe prevalso sulla rabbia (sua) e sul senso di disprezzo per i Cappuccini (di mio padre). Li avvisai, quindi, durante una delle solite telefonate, e mi costrinsi anche a blandirli, utilizzando la ricorrenza per convincerli a venire. Non nego un certo sforzo e che, per una parte, quasi sperassi che non accettassero. Ma, d’altra parte, a Natale sarei dovuto tornare a casa per qualche giorno, e la situazione sarebbe stata ancora più complicata da gestire, quindi scelsi a mia volta il male minore. Accettarono.

Quella mattina, naturalmente era una domenica, mi alzai dal letto… e mi ridistesi subito! Un forte giramento di testa, un improvviso mal di gola, brividi che correvano su e giù per la schiena come una Ferrari a Maranello mi fecero capire subito che mi era venuto un febbrone da cavallo. Qualcuno potrebbe pensare che “la c’è la Provvidenza” (cit.), io pensai che la tensione ed il nervoso mi avessero giocato un pessimo scherzo. In ogni caso, non potevo più bloccare i miei, che certamente si stavano preparando a venire (da Rivarolo a Pinerolo ci voleva oltre un’ora di auto), ed avvertii, molto preoccupato, Oreste.

“Eeeehhh… che problema c’è? Vorrà dire che tu starai tranquillo a letto, e loro mangeranno giù con noi” mi rispose serafico come un s. Francesco qualunque. Io, al contrario, ero terrorizzato: conoscevo molto bene gli scatti d’ira di mio padre, senza dimenticare i suoi tentativi presso Provinciale e Vescovo di bloccare la mia entrata in convento, per cui l’idea di lasciare i miei da soli con i frati era una prospettiva che ai miei occhi rasentava l’apocalisse. Ma, in quel caso, non potevo davvero fare nulla per cambiare la situazione.

Sentii l’auto entrare nel cortile (riconoscevo il rumore e, soprattutto, la guida isterica di mio padre), e mi infossai ancora di più nel letto. Magari, se fossi sparito dentro al materasso, avrei superato indenne la giornata. “ANDREA! STAI MALE!” L’ingresso drammatico di mia madre nella stanza (eccezione incredibile, in quanto l’area in cui si trovavano le camere da letto, le cosiddette “celle”, di fatto era considerata claustrale, quindi vietata a tutti, tanto più ad una donna) mi riportò alla realtà. “Ma sì, è solo un po’ di febbre, dai…” tentai di minimizzare, ma ovviamente non ce ne fu verso, e mia madre assunse quell’aria da Madonna della Pietà di Michelangelo che avrebbe intenerito anche i sassi (me, no!). Credo sia salito anche mio padre, suppongo fosse abbastanza scontato, ma sinceramente non me ne ricordo. Ho solo l’immagine, ad un certo punto, di un radioso p. Oreste che, come se nulla fosse “Venite? Andiamo a pranzo?” trillò garrulo, con mia madre che lo guardava smarrita con l’aria tipica del “E devo lasciare mio figlio qui DA SOLO?”. Per fortuna, fu solo un pensiero inespresso, e stringendomi forte la mano, come se fossi IO a dover dare forza A LEI, mi lasciò.

Rimasi solo, chiedendomi cosa stesse succedendo. Allungai le orecchie, per cercare di sentire le urla di mio padre che, ne ero certo, prima o poi sarebbero arrivate. Nulla. Non sapevo come interpretare il tutto, quindi mi agitavo sempre di più, girandomi e rigirandomi nel letto, in attesa che capitasse una cosa, qualunque cosa, che mi aiutasse a capire cosa stava succedendo. Finalmente la porta si aprì.

“Allora noi andiamo, prima che diventi troppo buio” (mio padre odiava guidare con i fari delle auto che gli venivano incontro). Il trio sorridente padre-madre-Oreste mi guardava e io non ci capivo più nulla. A dire il vero, i sorrisi dei miei erano un filo colpevoli, quello di Oreste vagamente vittorioso. “Ci sentiamo tra un paio di giorni, appena stai meglio. Chiamaci, non farci stare in pensiero!” “Tranquilli, vi chiamo io!” squillò sempre più allegro Oreste. Ed io pensai per un attimo di avere la febbre molto, MOLTO alta. Se ne andarono.

Da quel momento, TUTTE-LE-DOMENICHE i miei genitori vennero a messa in convento. E non solo a Pinerolo, ma in qualunque convento io fui successivamente trasferito (tranne durante l’anno di Noviziato che, svolgendosi a Vignola, in provincia di Modena, presentava qualche problema logistico… per fortuna mia, direi). E spesso mia madre, che va detto, era un’ottima cuoca, portava da casa il pranzo per tutti i frati e le persone presenti (ed al Monte dei Cappuccini questo voleva dire anche per una trentina di persone, a volte), mentre mio padre si occupava del vino (cosa assai gradita dai frati che, eccezion fatta per me, erano tutti ottimi bevitori). Insomma, una rivoluzione copernicana.

Va detta una cosa: la fraternità di Pinerolo, i vari Oreste, Sergio, Marcello, Roby, DanDe e DanTe, erano davvero delle brave persone, semplici ma accoglienti e, come ebbe modo di verificare mio padre, tutt’altro che stupidi o ignoranti. Avevano saputo prendere i miei genitori con delicatezza e naturalezza, facendoli sentire in qualche modo in famiglia e facendo loro comprendere di non essere in competizione per il mio amore. E di questo sarò loro sempre grato.

Certo, i miei continuavano ad essere convinti che la mia scelta di vita fosse sbagliata, e quindi non modificarono la versione data in famiglia ed al giro di amici mantenuta fino a quel momento. Ma anche questo sarebbe cambiato a 180°, dovevano solo passare un paio d’anni. Ma questa è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.


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Hic Sunt Leones

Era una soleggiata mattina del 1° Ottobre 1988 quando, accompagnato da una coppia di genitori con espressioni più simili a quelle che si hanno seguendo un carro funebre che nel vedere il proprio figlio realizzare un’aspirazione, entrai nel convento di Pinerolo per iniziare ufficialmente il mio anno (ma sarebbe stato uno solo…?) di Postulato.

Non riuscivo a distinguere chiaramente le mie emozioni, travolto da un misto di eccitazione, paura, speranza, determinazione, timore, rivalsa, dispiacere. Conoscevo tutto del convento, avendovi trascorso una decina di giorni solo poche settimane prima (“Andreino Pane e Vino”), ma era come vi entrassi per la prima volta, e guardandomi intorno mi pareva quasi di non riconoscerlo. Perché un conto è stare in un luogo sapendo che è un passaggio transitorio, per quanto più o meno lungo, un conto è avere la consapevolezza che quella sarà la tua vita da lì in poi.

P. Oreste era uscito nel cortile antistante il convento, sorridendo, e “Benvenuto! Benvenuto!” mi abbracciava come mi vedesse tornare dopo una lunga e sofferta assenza. C’erano anche Marcello e Roby, di DanDe e Sergio non ricordo con esattezza; quello che ricordo con certezza è che uscirono coloro che sarebbero stati i miei compagni per diversi anni a venire: Danilo e Carlo.

Danilo lo avevo già conosciuto, e quindi fu una faccia non solo familiare, ma amica, che mi fece sentire un po’ meno solo e più tranquillo. Carlo, al contrario, era ancora un perfetto sconosciuto, e mi lasciò perplesso. Di stazza che più che robusta sarebbe corretto definire “panciuta”, era evidentemente più in là negli anni di me e Danilo, tanto che inizialmente, complice anche l’immancabile barba brizzolata, lo scambiai per un frate che ancora non mi fosse stato presentato. “Ciao carrrissimo! Io sono Carrrlo!” Oltre a pizzicare la “erre” (non come Maria, in modo molto più aristocratico…), aveva modi di fare un po’ affettati, formali e vagamente snob, almeno all’inizio. Figlio unico di una famiglia della borghesia torinese, suo padre prima e lui stesso poi avevano lavorato a livello dirigenziale in Iveco. Si era sposato, aveva ricevuto l’annullamento del matrimonio, e dopo diversi anni di quella che lui definiva “ricerca”, era approdato al Monte dei Cappuccini prima e, di conseguenza, a Pinerolo poi, che frequentava nei we assiduamente da almeno un anno, un anno e mezzo. La sua ammissione al Postulato, vista la sua storia personale decisamente anomala, era stata più lunga e più “vagliata”, ma alla fine ce l’aveva fatta anche lui. Aveva esattamente 20 anni più di me, e quindi iniziava questa nuova parte della vita a 40 anni (paradossalmente, era più vecchio di un anno anche di Oreste, che sarebbe stato il nostro superiore). Dotato di grande cultura e curiosità, aveva sì questo modo di fare un po’ aristocratico, ma lo coniugava con un carattere estremamente gioviale e compagnone, creando un mix estremamente divertente, e molto spesso involontariamente esilarante, che lo facevano benvolere proprio da tutti. Paradossalmente, legai molto di più con lui che con Danilo, anche perché l’amore per lo studio e per tutto ciò che era “umanistico” ci univa dandoci lo spunto per lunghe chiacchierate. E’ stata una delle poche persone più grandi di me con cui non sono entrato in una sorta di competizione edipica, perché non sono mai riuscito a proiettare su di lui l’idea di una figura paterna: era un fratellone maggiore, quello che avevo sempre desiderato fin da bambino e che non avevo mai potuto avere. Ma, ovviamente, in quel momento non potevo ancora sapere tutto ciò, e gli strinsi la mano con un misto di curiosità e perplessità.

“Hic sunt Leones!” esclamò un entusiasta p. Roby. Il Postulato, infatti, non aveva accolto nessuno negli ultimi due anni, e avere adesso addirittura tre persone che entravano era una grande gioia per tutti, ma soprattutto per lui, che nella formazione e nell’accompagnamento delle “nuove leve” aveva investito gran parte della vita conventuale. Non poteva sapere, e nemmeno noi, che di tre ne sarebbe rimasto solo uno, proprio quello che più di tutti aveva faticato per essere ammesso e sembrava il più improbabile del gruppo. Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta. Adesso, mentre il portone si chiudeva alle nostre spalle, si apriva un capitolo completamente nuovo della mia vita.

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Un momento: e i miei genitori? Labbra serrate, pugni stretti “Se ci vuoi sentire, chiamaci” avevano sibilato, indicando chiaramente che LORO non si sarebbero fatti vivi. Non ci credevo molto, ma mi sbagliavo, avrebbero mantenuto la loro promessa. Si girarono, salirono in auto e se ne andarono, senza nemmeno mettere piede in convento, proprio mia madre che fino ad allora aveva severamente ispezionato ogni camera in cui avrei dovuto soggiornare. Non salutarono nessuno dei frati, determinati a non avere nulla a che fare con quel branco di poveracci contadinotti, indegni di mischiare la loro quotidianità con la mia. Avrebbero mantenuto per oltre due mesi questo atteggiamento, ma anche la torre apparentemente più fortificata è destinata a capitolare, prima o poi. Sarebbe successo anche a loro.


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Annus horribilis – Parte finale

Era inutile rimandare ulteriormente il momento: avrei affrontato i miei genitori quella sera stessa. Volevo togliermi fin da subito il blocco dallo stomaco, anche se questo avrebbe significato vivere il poco più di un mese rimanente prima del mio ingresso in postulato in condizioni da tragedia greca.

“Ormai l’estate è finita, a Pinerolo sei andato, ti sei riposato, quindi è ora che ricominci a prepararti agli esami. Con sta storia dei frati riprenderai quando avrai finito l’università. Fino ad allora, non se ne parla più”. Se anche avessi avuto dei dubbi sull’opportunità o meno di aspettare a parlarne, contenuto e tono di mio padre me li aveva fugati. “Oggi ho parlato con p. Cesare”. Primo momento di gelo, evidentemente mio padre non se lo aspettava. “Ha detto che, se voglio, loro sono disponibili ad accettarmi in Postulato fin da subito”. Mia madre sbianca e mi guarda come fosse improvvisamente una statua di cera. “Ho risposto che per me va bene, entrerò il primo di ottobre”.

Fu come se fosse esploso un ordigno nucleare. Piatti e bicchieri schizzarono per aria e tutto il tavolo tremò, mentre mio padre batteva i pugni, paonazzo e digrignando i denti dalla rabbia, e “NO! TU SEI MIO FIGLIO E FARAI QUELLO CHE DICO IO! FINCHE’ SARAI IN QUESTA CASA SONO IO CHE DECIDO! TU LI’ NON CI ANDRAI! MIO FIGLIO NON ANDRA’ IN GIRO SCALZO COME UN MENDICANTE! SE PROPRIO RELIGIOSO DEVI ESSERE, ALMENO CHE SIA UN ORDINE DECENTE, COME I GESUITI! I CAPPUCCINI NO!”. Mia madre cominciò a piangere, mordendosi un labbro, poi, come di solito faceva in circostanze simili, corse in bagno e vi si chiuse dentro.

“Dimentichi un particolare. Io sono maggiorenne, se me ne voglio andare me ne vado, e tu non puoi trattenermi. Finché vivo sotto questa casa devo fare quello che vuoi tu, ma io non vivrò più sotto questa casa. Quindi il discorso finisce qui”. Le mie parole, ma soprattutto il tono con cui le pronunciai, furono come ghiaccio che cadeva spezzandosi a terra. Vi misi dentro tutta la rabbia, l’umiliazione, la paura che avevo vissuto in quei mesi. Le caricai di tutto il dolore che volevo far vivere ai miei genitori, restituendo moltiplicato quello che avevo vissuto io nell’ultimo anno. Volevo che soffrissero. Mi alzai, uscii dalla cucina e me ne andai.

Se la cosa importante per mio padre era il livello “sociale” da esibire, e quindi la scelta dei Cappuccini, da lui ritenuti il peggio del peggio dal punto di vista di prestigio, era uno smacco inaccettabile, per mia madre il punto era che me ne sarei andato e li avrei lasciati. Tutta la sua vita non avrebbe più avuto un senso, dato che lei aveva fatto girare la propria intera esistenza intorno al fatto di essere, appunto, madre. Anche il rapporto con mio padre aveva assunto una sua ragion d’essere in funzione di questa visione del proprio ruolo e, paradossalmente, il mio allontanarmi, oltre al peggiorare della situazione di salute di mio padre, l’avrebbe aiutata negli anni successivi a recuperarlo in un modo nuovo. Ma in quel momento non poteva saperlo nessuno di noi.

Mio padre, che evidentemente non aveva ancora imparato la lezione, pensò di passare al livello successivo, come nei videogiochi. Dopo aver scritto al p. Provinciale dei Cappuccini, p. Cesare appunto, decise di scrivere al Vescovo. Solo che sbagliò obiettivo. Infatti, nell’ambito della vita religiosa il Vescovo non ha alcuna giurisdizione ne’ autorità, se non per quanto riguarda la gestione della propria diocesi. In sostanza, se un convento è ANCHE parrocchia, allora in quel caso il Vescovo può ovviamente dire la sua, almeno per quello che riguarda la pastorale, la catechesi, ecc ecc. Ma in tutto ciò che riguarda la vita INTERNA di una qualunque casa di religiosi, maschile o femminile che sia, l’unico ad avere autorità decisionale è l’Ordine di appartenenza, nei suoi vari gradi. Oltretutto, il Monte dei Cappuccini si trova a Torino, e quindi ricade sotto la diocesi del capoluogo piemontese. Il Postulato, d’altro canto, era a Pinerolo, a sua volta sede vescovile. E mio padre, che ovviamente non aveva agganci ne’ presso la Curia torinese, ne’ presso quella pinerolese, scrisse all’unica realtà dove pensava di avere qualche chance di essere considerato, quella sotto cui rientrava il nostro paese, Rivarolo: la diocesi di Ivrea. Che, per un usare un francesismo, non c’entrava assolutamente un cazzo. Quindi il vescovo, con una lettera molto gentile, sostanzialmente comunicò all’amato genitore che lui non poteva farci niente, perché non ne aveva l’autorità ne’ a livello di competenza, ne’ a livello di territorialità. In sostanza, lo mandava a… quel paese (ma molto educatamente eh).

Il problema principale, a questo punto, era quello di comunicare quest’onta alla collettività di amiciparenticonoscenti. E, dato che la ruota del karma gira, come io avevo ingannato i miei mentendo su voti scolastici e scelte di vita, adesso i miei si sarebbero trovati nelle condizioni di dover ingannare, per non vivere una vergogna per loro inaccettabile di fronte a tutti, chiunque mi conoscesse. Semplicemente, io sparii. Senza entrare troppo nel merito del dove, come, quando e perché, improvvisamente io me ne dovetti andare da Rivarolo per seguire dei non meglio precisati studi in una non meglio precisata città per un non meglio precisato periodo di tempo. Immagino che questa versione lasciasse molti punti oscuri in chi se la sentiva propinare, ma naturalmente io non ebbi mai modo di vedere come fosse gestita da parte dei miei. Certo è che, due anni dopo, d’improvviso il parentame fu inondato di santini del sottoscritto in saio che annunciavano gioiosamente dell’ingresso nella vita religiosa con la formale funzione religiosa durante la quale avrei preso i voti. Con tutto il comprensibile sconquasso che questa nuova, improvvisa ed inaspettata versione avrebbe generato.

Ma questo era ancora molto in là da venire; io, invece, che non dovevo ne’ volevo fingere (anzi…) avrei dato il lieto annunzio ai miei amici e a mia zia. Con esiti… che vedremo.


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And the Winner is…

Quando tornai a casa, mantenni un very low profile. Ovviamente non potevo lasciar trapelare che non aspettavo altro che parlare con p. Cesare per sapere cosa sarebbe stato di me da lì a poche settimane, perché temevo qualche improvviso colpo di testa dei miei genitori. Quindi ripresi la mia apparente normalità, fatta di ore trascorse al pianoforte, finte preparazioni ai prossimi esami universitari (perché, se anche non fossi stato ammesso al Postulato, almeno non avevo la minima intenzione di continuare con quella facoltà per me insopportabile, quindi avrei bucato ogni appello finché i miei non si fossero arresi all’evidenza), sorrisi e gentilezze assortite. Dentro di me, però, si agitava una vera e propria tempesta fatta di speranze e timori, aspettative e rassegnazioni.

Il giorno che salii al Monte sapendo che avrei parlato col Provinciale, l’unico sentimento che provavo era paura. Comunque fosse andata, ero spaventato: lasciare casa dei miei, questa volta sul serio e definitivamente, era un’opzione che, in fondo, era sempre sembrata lontana, anche quando ero dai Salesiani, perché nel mio inconscio avevo saputo, da un certo punto in poi, che non sarei mai entrato nel loro noviziato. Ma anche la prospettiva che tutto si interrompesse, mi venisse detto che no, non potevo ancora, forse mai, accendere al postulato cappuccino e quindi sarei dovuto restare a casa mi terrorizzava, perché in quel caso, forse per la prima volta, non avevo più davvero idea di cosa avrei fatto della  mia vita. Entrai, attraversai il chiosco, salii le scale che portavano alle aree generalmente interdette a chi non fosse frate e bussai alla porta dell’ufficio dove p. Cesare mi stava aspettando.

“Allora, com’è andata a Pinerolo?” “Beh, mi sono trovato bene…” Non sapevo come rispondere: se sembravo troppo sicuro di me, davo l’impressione di strafottenza; se facevo troppo il timido, si poteva pensare che non fossi convinto della decisione di andare in Postulato. Cercavo di lasciare che fosse p. Cesare ad esporsi, ma lui non era uno stupido. Dopo un po’ di schermaglie reciproche, durante le quali nessuno voleva evidentemente scoprire le proprie carte, sbottai.

“Come le ho già detto in altre occasioni, se non entrerò in postulato quest’anno temo che i miei genitori mi impediranno di frequentare non solo Pinerolo, ma anche il Monte. In queste settimane hanno un po’ allentato la corda perché è estate, ma con la ripresa degli studi universitari è ovvio che per loro sarà quella la priorità, ed io sarò di nuovo ingabbiato, come nell’ultimo anno che ho trascorso.” Il mio tono era tra il rassegnato, il terrorizzato ed il determinato.

“Sì, lo penso anch’io. La situazione è certamente complicata in casa tua. D’altra parte, i confratelli di Pinerolo mi hanno detto che sei una persona volenterosa, ma poco portata alla manualità ed alla fatica, quindi potresti essere inadatto ad un certo tipo di vita: noi non siamo intellettuali (-e questo non poteva che essere il giudizio di fra’ Sergio-). Sei anche consapevole delle tue capacità, e questo fa di te una persona poco umile, un po’ troppo saccente (-grazie tante, p. Oreste-). Ma io, e non solo io, credo che come Cappuccini noi abbiamo bisogno di un po’ di precisione, di cultura, di un po’ di quell’atteggiamento salesiano che ti porti dietro (-oltre a quello di p. Cesare qui c’era anche la valutazione di p. Roby, senza dubbio-). Quindi, per me puoi entrare a far parte del postulato a partire dal mese di ottobre. Ci saranno altre 2 persone con te, Danilo che hai già conosciuto, e Carlo. Sarà un anno impegnativo e potrai capire cosa fare del tuo futuro, se la tua strada è tra i frati Cappuccini o meno. Ma io sono contento che tu sia con noi. Dei tuoi genitori non preoccuparti, se ti vogliono realmente bene, capiranno.”

Mesi e mesi di tensione finalmente scoppiarono. Se non fossi stato seduto, probabilmente sarei caduto a terra, perché mi sentii improvvisamente debole, con la testa che girava, come se tutta l’adrenalina accumulata in quel periodo che sembrava infinito fosse improvvisamente defluita dal mio corpo. E, contemporaneamente, mi assalì subito da una parte l’ansia per il dover affrontare i miei, dall’altra la consapevolezza di un passo questa volta sì ineluttabile, che avrebbe realmente cambiato la mia vita. E, forse, non ero ancora così pronto come volevo far credere, a me stesso prima che agli altri. Ma il dado era tratto.

Questa volta non ci potevano essere ripensamenti dell’ultimo minuto, non potevo tirarmi indietro 3 giorni prima di entrare; sapevo quale sarebbe stata l’alternativa, e comunque, rispetto a quello che avevo vissuto con i salesiani, ero realmente più convinto che la spiritualità francescana si avvicinasse maggiormente al mio modo di essere e di interpretare il rapporto col “divino”. Ma certamente, ancora una volta, la situazione che si era venuta a creare e dalla quale era dipesa in parte la mia decisione, aveva creato la necessità di cominciare un percorso in tutta fretta, saltando delle tappe. E questo non potevo ancora saperlo, ma sarebbe stato qualcosa che avrei pagato molto, molto caro. Ma questa è un ‘altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta. Ora, dovevo affrontare la mia famiglia.


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Annus horribilis – Parte sesta

Si stava avvicinando l’estate, e con essa almeno due appuntamenti: uno, i primi esami universitari; l’altro, il tentativo ad ogni costo di entrare in postulato ed andarmene da quella casa nella quale non ritenevo più possibile restare. Sapevo che la seconda scadenza si sarebbe dovuta realizzare quell’autunno, o sarei rimasto inchiodato per i prossimi 4 anni almeno, e non ero psicologicamente ed emotivamente nelle condizioni di poterlo accettare.

Ma non ero comunque preparato, quel giorno che salii al Monte, a sentire quello che mi disse p. Luca. “P. Cesare ha deciso che puoi saltare tutta la solita trafila che normalmente viene richiesta per entrare in postulato. Devi però trascorrere almeno una o due settimane nel convento dove dovrai andare, in modo che possiate reciprocamente conoscervi; dopodiché, se per la fraternità andrà bene, potrai comunque iniziare questo autunno”. Ecco la mia espressione in una rara immagine dell’epoca.

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Cos’era successo per far velocizzare così tanto la situazione? Lo venni a sapere alcuni mesi dopo. Mio padre, preso evidentemente da un raptus di demenza senile anticipata, perché sennò non si spiega, aveva preso carta e penna e scritto direttamente allo stesso p. Cesare. Non ho mai letto personalmente la lettera in questione, mentre 2 anni fa, quando per motivi che saranno raccontati un’altra volta (molto, molto più avanti) ho dovuto mettere mani a tutta una serie di documenti che avevo nella vecchia casa dove viveva ancora mia madre, venni in possesso della risposta del frate, che confermava nella sostanza quello che mi avevano detto essere i contenuti dell’iniziativa paterna.

Fondamentalmente mio padre diceva di me, l’amato figlio, che ero un fancazzista, un bugiardo, una persona falsa e di cui non ci si poteva fidare, e che accogliendomi tra loro i frati avrebbero commesso uno dei più grandi errori della loro storia, di cui si sarebbero amaramente pentiti. La bellezza dell’amore paterno…! La genialata, come se la cosa in sé non fosse già abbastanza discutibile, era di citare come teste inequivocabile il famoso Roberto C., che sia p. Luca che, di conseguenza, p. Cesare conoscevano molto bene (e che di lì a pochi mesi sarebbe stato scomunicato ufficialmente dalla Curia vescovile torinese). Ovvio che il buon Provinciale capisse, a seguito di questa serie di perle dispensate sul mio conto, che le mie affermazioni in fondo non erano affatto così esagerate come potevano sembrare, e che realmente correvo il rischio di restare ingabbiato in una realtà che a questo punto si rivelava essere anche vagamente pericolosa dal punto di vista psicologico ed ambientale per come si stava venendo a delineare.

Tornai a casa, da una parte quasi non toccando terra con i piedi dalla felicità, dall’altra pensando a come architettare la richiesta di trascorrere almeno quell’unica settimana in convento. Tra l’altro, il postulato in questione, come già accennato in altri post, era fuori Torino, a Pinerolo, paradossalmente su una collina esattamente di fronte a dove si trovava, a poche centinaia di metri di distanza in linea d’aria, il noviziato dei Salesiani dove, se le cose avessero seguito un altro corso, io mi sarei dovuto trovare esattamente in quel momento. Lo presi come un segno.

Decisi di giocare la carta, che sapevo avrebbe sempre fatto breccia nelle difese paterne, della tripletta università-voti-stanchezza. Mi presentai al pre-appello per il primo esame universitario, a fine maggio, in modo da poter partecipare al secondo appello qualora l’esame non fosse andato bene (per regola universitaria, infatti, non ci si poteva presentare a 2 appelli consecutivi per lo stesso esame; utilizzando il pre-appello, però, si poteva di fatto dare 2 volte lo stesso esame nella medesima sessione, cosa che normalmente non sarebbe stata possibile). La scelta cadde su Diritto Costituzionale, intanto perché era uno dei pochi che realmente mi piaceva, poi perché il docente era formalmente il prof. Pizzetti, che però, essendo entrato a far parte della commissione tecnica dell’allora governo Goria, non aveva di fatto mai tenuto nemmeno una lezione, salvo tornare in tempo per farci sostenere gli esami, a seguito della caduta anticipata del Governo in questione, e che godeva fama, meritata, di essere particolarmente severo.

I miei genitori, evidentemente, avevano la memoria corta e non pensavano più alla famosa storia del pagellino di un paio d’anni prima (“Piccoli falsari crescono”), perché caddero facilmente nel mio inganno: avevano detto che ero un bugiardo ed una persona falsa? Si sarebbero accorti di quanto avevano ragione, se solo volevo recitare una parte. Andai, ovviamente, all’esame, perché dovevo produrre la firma che attestava che avessi realmente provato a sostenerlo; ma feci sostanzialmente scena muta davanti al docente, che quindi mi rimandò velocemente a casa. Casa dove io sostenni, con una certa fierezza, di aver dato una prova più che discreta, ma che mi aveva fruttato un banale 24 “E non voglio” dissi con convinzione “iniziare con un voto così basso che può rovinarmi tutta la media successiva!” Naturalmente mio padre non poté che darmi assolutamente ragione: non fosse mai che suo figlio (lo stesso fancazzista di cui aveva amorevolmente scritto) prendesse meno di un 27 o 28! Trascorse il mese e mezzo circa che mi separava dal secondo tentativo, durante il quale, probabilmente per tutta la tensione vissuta fino a quel momento, mi ammalai. Fu quindi facile tornare, dopo essermi di nuovo presentato all’appello, dicendo con aria furibonda “Appena mi sono seduto mi ha guardato e mi ha detto: -Lei è venuto qui un mese fa e torna adesso credendo di poter di nuovo sostenere l’esame a così poco tempo di distanza? Se ne vada-! Non mi ha praticamente fatto nessuna domanda!” Cosa che, peraltro, questa volta era abbastanza vera, perché le cose si svolsero realmente così dopo che il prof. Pizzetti mi ebbe fatto la prima, ed unica, domanda ed io feci, volutamente, scena muta.

L’esito dell’esame, voluto, abbinato alla malattia che avevo avuto, non voluta ma assolutamente provvidenziale, bastarono per dimostrare la mia stanchezza e prostrazione fisica. Dissi che se non mi fossi riposato un minimo rischiavo di bucare anche gli esami della sessione autunnale e che quindi dovevo staccare un po’ con la testa e respirare un po’ di aria diversa… fresca… tranquilla… e che, guarda caso, p. Luca mi aveva invitato a trascorrere una decina di giorni a Pinerolo.

Mia madre entrò in fase di “allarme rosso” totale, iniziando di nuovo con le sue crisi isteriche durante le quali no, assolutamente no, io in quel convento non ci sarei MAI andato. Ma mio padre, per il quale i miei risultati scolastici avevano la precedenza assoluta su qualunque cosa, convinto probabilmente anche dell’esito positivo della geniale iniziativa che aveva preso con la famosa lettera inviata a p. Cesare, decise che ci sarei andato. Dieci giorni, non uno di più. E mi avrebbero accompagnato loro, in auto, per vedere il luogo in cui mi sarei trovato. Le persone no, perché non avevano intenzione nemmeno di incontrarle.

Un pomeriggio di fine luglio, quindi, mi trovai finalmente davanti alla porta del convento di Pinerolo con il mio zaino, ed i miei genitori che mi salutavano; mio padre, forse, più perplesso, come se avesse finalmente capito di essere caduto in una trappola; mia madre che, come tanti anni prima, ripeteva “Adesso stai qui dieci giorni, poi torni a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù!”, stringendomi con le lacrime agli occhi. Ma con una sorta di maggiore disperazione nella voce, come se in qualche modo capisse che, stavolta, le cose stavano precipitando verso una situazione su cui non aveva più controllo. Non aspettai nemmeno che partissero, mi voltai ed entrai. Cominciava il mio primo periodo in un convento cappuccino.


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Annus horribilis – Parte quinta

E’ ovvio che la situazione che si era venuta a creare non poteva durare all’infinito, nemmeno da parte mia: la tensione psicologica ed emotiva diventava via via più insostenibile, ed anche il mantenere una facciata di normalità davanti al resto del mondo, tanto più in una realtà come quella di un paesino di provincia dove tutti sapevano anche quando e quante volte andavi a fare la pipì in una giornata (uno dei motivi per cui odio i paesi). Decisi, quindi, che la stessa facciata di normalità sarebbe stata mantenuta anche davanti ai miei genitori, mentre mi sarei dato da fare per trovare una soluzione definitiva alla faccenda.

Dopo circa tre mesi di totale mutismo, una mattina mi alzai, scesi a fare colazione e, come se nulla fosse, sorrisi allegramente a mia madre e le diedi un bel bacione sulla guancia. La poveretta rischiò uno svenimento. Da quel momento, per quanto mi riguardava, tutto tornò alla normalità… almeno in apparenza, appunto. E dato che parlare di cose sconvenienti era a sua volta sconveniente, i miei non sollevarono MAI una domanda, un dubbio, un interrogativo, una questione su quanto fosse successo e perché. Cosa che, dal mio punto di vista, ovviamente non era altro che una conferma ed un peggiorare ulteriormente le cose.

Intanto, utilizzai la  nuova situazione per ottenere di poter di nuovo frequentare p. Luca al Monte dei Cappuccini senza dover ricorrere ad ulteriori sotterfugi. I miei pensarono che, probabilmente, almeno il potermi sfogare con qualcuno fosse di aiuto a mantenere un equilibrio psicofisico, quindi scelsero il minore dei mali e non mi fecero più problemi, almeno apparentemente. Di fatto, cercarono di tenermi ancora più d’occhio e sotto freno, ma non potevano peggiorare di molto la situazione rispetto a quello che già avevano fatto fino a quel momento, ed io ero più determinato, avevo di nuovo un obiettivo: entro fine anno me ne sarei andato di casa.

La prima volta che tornai da p. Luca avevo molto da raccontare, ma non era saggio specificare proprio tutto tutto… Non ci avrei fatto una gran bella figura, ed il mio scopo era quello di entrare assolutamente entro l’autunno in postulato, bypassando a bella posta tutta la trafila che prevedeva la frequentazione, sporadica ma anche abbastanza regolare allo stesso tempo, di una fraternità (con il termine “fraternità” si intende la comunità religiosa di frati che risiede in un convento; è un termine usato soprattutto in ambito francescano, perché il rapporto fraterno tra le persone è alla base della spiritualità di Francesco d’Assisi) e che verificasse la predisposizione o meno del candidato alla vita comunitaria. Esaltai, quindi, la parte che riguardava il soffocamento, il sospetto continuo, la paura dei miei genitori, glissando elegantemente sulle mie reazioni dell’ultimo periodo. Gli feci pressione, facendogli capire che più passava il tempo, più avrei rischiato di venire tagliato fuori da ogni forma di frequentazione del convento almeno fino al termine del percorso universitario che, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe protratto per i prossimi 5 anni. Decise di farmi parlare con la persona che avrebbe dovuto dare il suo assenso per ammettermi al postulato, il Provinciale (l’equivalente del Rettore per i Salesiani, ovvero la persona che aveva sotto la propria responsabilità un gruppo di conventi, denominato appunto “provincia”, che non necessariamente coincide con l’omologa geografica. Ad esempio, la Provincia Cappuccina di Torino comprendeva anche tutto il territorio del cuneese), p. Cesare.

Era un uomo di stazza robusta, come tutti i frati cappuccini dotato di una barbetta bianca che gli incorniciava il viso, ma che gli dava anche un’aria un po’ austera. Laddove p. Luca era più basso di me e relativamente giovane, superava di poco i 30 anni all’epoca, lui era oltre i 40 ma ne dimostrava di più, e fisicamente un po’ mi sovrastava. P. Luca vestiva in abiti civili, mentre p. Cesare non si separava mai dal saio d’ordinanza. Insomma, incuteva un certo timore reverenziale, almeno a me che lo vedevo per la prima volta. Ma quando voglio, so essere estremamente affabulatore, e sfoderai con lui tutto il mio vasto repertorio. Sorrisi, fui educato, ma senza essere servile o timido; dimostrai una certa cultura, ma senza dare l’impressione di essere uno spocchioso; parlai con serietà della situazione familiare, ma senza dare ad intendere di volerne fuggire, piuttosto buttando là con nonchalance un certo malcelato dispiacere per non poter seguire la mia vocazione perché impedito a farlo; evidenziai la mia precedente esperienza salesiana, sottolineando come, di fatto, avessi già avuto esperienza di vita comunitaria ed, al contempo, cosa mi avesse deluso in quell’ambito ed invece mi attirasse in quello francescano-cappuccino. Ce la misi davvero tutta.

Ma p. Cesare non era uno sprovveduto. Certamente aveva già parlato anticipatamente con p. Luca, era a sua volta una persona dotata di notevole cultura ed intelligenza ed ascoltava, sapendo andare molto al di là, nella comprensione, di quello che dicevano le semplici parole. Forse non ce l’avrei fatta a spuntarla… Forse, se paradossalmente non mi avesse dato, involontariamente ed inconsapevolmente, una grossa mano mio padre.


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Annus horribilis – Parte quarta

Dovevo rientrare un giorno prima rispetto ai miei amici dalla casa alpina: in teoria, avrei dovuto prendere un bus e raggiungere i miei che mi aspettavano alcuni paesi più in basso, per andare insieme a pranzo al ristorante. Piccola precisazione: la mia famiglia non è mai stata ricca. Mio padre aveva ereditato da mio nonno la casa dove abbiamo abitato per i miei primi 5 anni, poi, abbattuta una stalla a fianco dello stabile (mio nonno vendeva stoffe al mercato ed aveva un carretto trainato da un asino che, ahimè, non ho mai conosciuto), ha costruito una nuova abitazione per noi 3, affittando l’altra. A parte questo investimento patrimoniale,  ed un già in precedenza citato piccolissimo appezzamento di terra con delle betulle da taglio, non abbiamo mai avuto possedimenti, beni-rifugio, azioni o quant’altro. Facevamo parte di quel ceto medio che è stato praticamente spazzato via dalle varie crisi che si sono susseguite nel tempo, con la differenza che il poco che mio padre era riuscito a mettere da parte se n’era già andato in precedenza a causa della sua malattia e delle cure conseguenti… Ma ci arriveremo.

Tutto questo lungo preambolo per dire che il massimo dell’espressione della festa, per i miei genitori, era andare a mangiare al ristorante. A mio padre piaceva bere bene, era, al contrario di me, un discreto intenditore di vino; a mia madre, come già spiegato in altri post, essendo casalinga non sembrava vero, ogni tanto, di “mettere i piedi sotto la tavola”, come era solita dire, e farsi servire, invece di essere lei a farlo spadellando, apparecchiando, sparecchiando, lavando, pulendo (perché mio padre, anche per volontà materna che temeva i disastri potenziali, non muoveva un dito). Era un rito che si consumava in alcune occasioni specifiche dell’anno: per il compleanno di mio padre, mia madre e il di lei onomastico, che cadevano tutti nell’arco di un mese e mezzo e quindi venivano celebrati collettivamente intorno a metà marzo; l’anniversario di matrimonio congiunto all’onomastico di mio padre a giugno; il mio compleanno ed onomastico verso metà ottobre; e sporadicamente eventi eccezionali. Questo era uno di quelli, perché usciva dalla normale cadenza.

Dovevo prendere un bus, dicevo; ma non lo feci. La rabbia che era straripata violentemente nei giorni scorsi non era minimamente diminuita, anzi: l’idea di rivedere i miei mi dava un fastidio quasi fisico; pertanto, decisi di scendere da Gressoney fino al punto di ritrovo a piedi. Ora, è notorio che la rabbia sia sempre una cattiva consigliera; infatti, avendo ai piedi una sorta di stivaletti-doposci e dovendo fare a piedi un bel tratto di strada asfaltata in forte discesa, arrivai ad un certo punto con al posto delle estremità inferiori una massa di bolle e piaghe che mi facevano stringere i denti dal dolore. Un vero genio, insomma. Il che, naturalmente, non fece altro che accrescere ulteriormente il mio malanimo.

I miei, quando mi videro, attivarono la ormai nota modalità “ritrovamento-dopo-mesi-di-assenza-e-stenti-senza-di-loro”, come se fossero passati 3 anni e non 3 giorni da quando ero partito. Mi abbracciarono e baciarono; non ricambiai. Salimmo in auto e ci dirigemmo verso il ristorante, i miei parlavano ed ogni tanto mi rivolgevano qualche domanda; feci finta di non sentirli, guardando fuori dal finestrino. Entrammo, ci sedemmo al nostro tavolo, ordinammo, e di nuovo i miei mi chiesero com’era andata la breve (troppo breve, per me) gita; risposi a monosillabi, sottolineando il fatto che i miei amici erano ancora là ed io, come sempre, avevo dovuto esaudire i desideri altrui (i loro) e venire via prima. I miei si adombrarono, mio padre visibilmente stizzito, e cominciarono, come facevano sempre in situazioni simili, a parlare tra di loro escludendomi, convinti di farmi sentire in colpa e non capendo che, al contrario, era esattamente quello che volevo.

Tornammo a casa, mi infilai in camera e riemersi  a fine pomeriggio per suonare al pianoforte le mie due ore quotidiane di esercizi; per il resto, rimasi in silenzio. Cena, tentativi di conversazione da parte dei miei; silenzio. Ora di andare a dormire; silenzio. Mattina dopo, colazione; silenzio. Pranzo; silenzio. Cena; silenzio. Mi ero chiuso in un mutismo totale, assoluto. Cercavo di  non guardarli neppure, tanto era il fastidio che provavo anche solo alla loro vista. I miei inizialmente non capirono e si sentirono spaesati; poi si arrabbiarono; poi, soprattutto mia madre, cominciarono a preoccuparsi dell’evoluzione della cosa; e finalmente, quello che volevo, furono feriti, dolorosamente. Col senno di poi mi rendo conto della crudeltà che ebbi nei loro confronti, ma in quel momento ero del tutto incapace di affrontare la situazione diversamente. Tutto quello che avevo tentato fino ad allora era stato inutile, non ne potevo più ed ero ferito ed accecato dal dolore e dall’umiliazione che avevo vissuto a mia volta, tanto più forti quanto da parte loro inconsapevoli nonostante tutto.

“Ma che cosa ti abbiamo fatto?” ricordo che una sera scoppiò piangendo mia madre. “Adesso provate anche voi cosa vuol dire” fu la mia risposta. L’ultima per un bel po’, perché continuai nel mio mutismo assoluto per oltre 3 mesi. Mi limitavo ad aprire bocca nei momenti indispensabili, e per lo più con monosillabi, mentre, di contro, recitavo la parte del figlio perfetto, brillante e sorridente in pubblico, con amici, parenti e conoscenti. Sapevo perfettamente che i miei non avrebbero mai rivelato quello che stava avvenendo in casa, perché sarebbe stata un’onta per loro, e quindi avrebbero dovuto a loro volta continuare a recitare la parte della Famiglia Felice, e la dissociazione tra le due situazioni sarebbe stata per loro ancora più dolorosa. Ma in quel momento era tutto ciò che volevo, annebbiato da una specie di autodistruzione inconscia.

Sunshine-Family