Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Parte terza

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Con il famoso gruppo dell’oratorio quell’anno si decise di trascorrere Capodanno presso la casa alpina della diocesi di Ivrea, la Gino Pistoni a Gressoney. Una cosa breve: partenza il 30 dicembre e rientro il 3 gennaio, che per me sarebbe stata ancora più ridotta, in quanto, per qualche impegno familiare che non ricordo, sarei venuto via anticipatamente il giorno prima. Ma, se non altro, mi sarei risparmiato il rito che da sempre veniva consumato in quell’occasione, ovvero di trascorrere l’ultimo dell’anno mangiando come bovi presso una famiglia di amici, per rientrare a casa alle 00.05. Se c’era un’occasione in cui mi volevo risparmiare finti sorrisi ed il millantare che andasse tutto bene, era proprio quella.

Partimmo, quindi, allegramente (quantomeno i miei amici, io un po’ meno), armati di doposci (Gressoney è una nota località turistica invernale), giacconi, petardi ed eleganti abiti da sera per la festa del 31 dicembre, almeno per quello che era considerato il livello di eleganza della fine anni ’80, quindi in realtà agghiaccianti. C’era tutto il caravanserraglio descritto in altri post (“Amici miei – parte prima, seconda, terza”) ed oltre, perché si erano aggregati anche molti di quelli che frequentavano l’oratorio con minore assiduità di noi.

Trascorremmo l’ultima giornata dell’anno prendendo il sole per tentare di non avere un colorito più idoneo ad Halloween che al Capodanno (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…), facendo un po’ di sci, chi di pista chi, impedito come me, di fondo (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…) ed, arrivata la sera, preparandoci per il cenone (se di cenone possiamo parlare in una casa alpina gestita dalla diocesi… ma vabbè) ed agghindandoci a festa, quindi trattandosi della fine anni ’80 sempre in maniera agghiacciante (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…). Lo ammetto: non conservo nessun ricordo chiaro di quella serata; ho vaghi barlumi di fuochi d’artificio che illuminavano la neve, mentre noi tentavamo di far partire i nostri petardi mezzi congelati (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di brindisi e baci scambiati, con qualcuno che veniva preso in giro, e qualcunaltro che infilava la lingua in bocca al/alla fidanzato/a del momento (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); di giochi di società, o forse di balli, il ricordo è ancora più confuso (…ma io pensavo rabbiosamente ai miei genitori…); ma in tutto ciò io ero estraniato, nervoso, con una rabbia crescente che sembrava essere stata stappata violentemente come il tappo dello spumante che stavamo bevendo e che molto più di quello mi confondeva, mi faceva bollire il sangue, mi saliva alla testa, mi annebbiava la vista… e pensavo rabbiosamente ai miei genitori.

Questa sensazione non mi abbandonò nemmeno il giorno dopo, gli altri smaltita la sbornia, io non la rabbia, che anzi cresceva, cresceva come una slavina che stava per spazzare non solo l’ultimo, ma anche gli anni precedenti. Andammo a pattinare sul ghiaccio, ridemmo, scherzammo, cademmo, ci rialzammo, ma in tutto questo era come se ci fossero due “me”: uno che partecipava alle iniziative con gli altri e provava a divertirsi, un altro che lo guardava distaccato, dall’esterno, come si trattasse di un qualcuno che già non esisteva più, ricordo di un passato che si ostinava a persistere, come una fata morgana, reale ed evanescente insieme. Una cosa emergeva su tutto, quella frase che mia madre mi aveva urlato in faccia solo poche settimane prima: “TU SEI MIO!”. Se nei confronti di mio padre avevo sempre provato un certo distacco e i nostri caratteri ed interessi erano così diversi da farmi sentire con assoluta certezza che non fosse il mio padre biologico, per mia madre avevo invece sempre avuto un attaccamento morboso, frutto e riflesso di quello che aveva lei per me, ed il cordone ombelicale che non c’era mai stato fisicamente era sempre stato presente, anche se invisibile, emotivamente. E quella frase, con tutto il sottinteso contenuto, l’aveva bruscamente reciso. Io non ero AFFATTO suo. Non lo ero in nessun modo, ne’ fisicamente, perché col corredo genetico di qualcun altro, ne’ emotivamente, perché ero davvero stanco di sentirmi castrato e di dover lottare per ogni singola decisione desiderassi prendere per me stesso ed il mio futuro.

Non avevo potuto decidere o meno di imparare a leggere a 3 anni, di cominciare a suonare il pianoforte a 5, di andare a scuola privata di inglese a 7, di fare il pendolare da Rivarolo a Torino a 10, di rinunciare alla comunità vocazionale a 14, di andare all’Università a seguire una facoltà che odiavo a 20. Non avevo avuto voce in capitolo in nulla, mai. E ne presi consapevolezza con una rabbia che stava rischiando di sfociare nell’odio. No, se c’era una cosa che potevo affermare con certezza, era di non essere figlio loro. Perché non sei genitore quando dai da mangiare, un’istruzione ed un tetto sulla testa a qualcuno; lo diventi quando questo qualcuno viene accompagnato da te su quella strada che è la sua, e sua soltanto, e tu lo aiuti ad essere la persona che è destinato che sia. Solo allora sei un genitore; ed i miei non lo erano. Avevano fatto quello che erano stati in grado di fare, certamente. Ma il senso di perdita di mia madre quando non era riuscita a portare avanti le sue gravidanze, il sentirsi inadeguata ed in qualche modo incompleta come donna e come moglie per il fatto di non avere un figlio, ed il desiderio di mio padre di vederla felice erano tutte cose che erano venute prima di me, ed in qualche modo avevano giustificato la mia presenza in quella famiglia, e tutte le scelte che nonostante me, e non per me, erano state fatte.

In quel 1 gennaio di molti anni fa si consumò, in una innevata vallata alpina, il mio commiato definitivo alla famiglia Borgialli. Non fisicamente, perché avrei trascorso ancora alcuni mesi in quella casa; non legalmente, perché certo non potevo rinnegare la mia storia di 20 anni; ma esistenzialmente, perché da lì in poi cominciai a pensare a me stesso solo in quanto tale, e non come ad un qualcuno “facente parte di”. Molto tempo dopo mi sarei anche riconciliato con questa parte di me; ma sarebbe stata una fase che sarebbe arrivata ad anni di distanza, quando le parti si sarebbero invertite ed in qualche modo da figlio sarei diventato genitore ed i miei da genitori, figli. Ma è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Annus horribilis – Parte seconda

Il viaggio a Medjugorie aveva lasciato strascichi su mia madre di cui non mi ero immediatamente reso conto. Aveva iniziato a ricercare il contatto con gruppi, persone, avvenimenti dove un presunto e deviato senso del miracolistico aveva preso il sopravvento su qualunque altra forma di spiritualità e religiosità. La frequentazione, fisica e/o telefonica, di movimenti mariani e non, in cui più si gridava al prodigio più si credeva di entrare in contatto con una qualche entità superiore era diventata, per lei, quasi una forma ossessiva. Non stupisce, quindi, che anche per quanto riguardava me ed i miei, per lei e mio padre, incomprensibili comportamenti nei confronti loro e delle scelte che LORO facevano, cercasse risposte presso elementi che avevano più a che fare con fattucchiere e approfittatori della creduloneria popolare che con la fede. Ma quali erano questi comportamenti che tanto creavano problema?

In contemporaea con quanto raccontato nel post precedente, dovetti sottopormi ad una visita per la colonna vertebrale. Non sono mai stato uno sportivo ne’ ho mai dato peso alla forma fisica, specie da bambino, anche in questo spinto dai miei genitori che ritenevano assolutamente più importante per il mio sviluppo di persona suonare il pianoforte piuttosto che frequentare le già di per sé superficiali lezioni di educazione fisica fin dalle elementari. Nel tempo, quindi, avevo sviluppato tutto un po’ di tutto: scoliosi, lordosi e cifosi, non a livelli patologici, ma sufficienti per farmi avere continui problemi posturali e conseguenti fastidi. Inoltre, la pratica quotidiana al pianoforte, di non meno di 2 ore giornaliere, con la posizione che richiedeva a schiena-spalle-braccia-mani, non mi aveva certo aiutato. Il dottore che mi visitò, quindi, mi prescrisse una serie di sedute di fisioterapia ed esercizi presso una struttura di Torino, dove mi dovevo recare due volte a settimana, alternando queste mattinate con quelle in cui dovevo frequentare l’Università. In sostanza, quindi, mi trovavo di nuovo a fare il pendolare ogni giorno, come era stato per gli 8 anni precedente, eccezion fatta per il periodo trascorso in comunità vocazionale.

Cosa c’entrava tutto questo con mia madre? Per due motivi principalmente. Intanto, approfittavo del mio essere a Torino per continuare ad andare al Monte dei Cappuccini da p. Luca. Non avevo messo da parte il mio intento di entrare a far parte dell’Ordine dei frati francescani, ovviamente, ed ero stato scioccamente così incauto da non nasconderlo ai miei genitori. Del resto, la frequentazione del Monte era l’unica boccata di aria fresca che avevo in quel periodo di oppressione che vivevo quotidianamente. Ma, e questo fu il vero problema, continuavo anche a vedere Marco L., quello che per primo mi aveva accompagnato da p. Luca e che non mi lasciava indifferente, diciamo così, a livello fisico, perché ormai di fatto viveva in convento, pur continuando a svolgere il proprio lavoro. Infatti, come era per i salesiani, anche per entrare nei frati Cappuccini si dovevano seguire delle tappe, che prevedevano alcuni periodi, più o meno lunghi in base alle possibilità personali (perché qui avevamo a che fare con persone adulte, non più con ragazzini incasellati in orari scolastici), trascorsi in convento per sperimentare la vita comune, per poi passare al cosiddetto “postulato”, dove invece si viveva per almeno un anno in fraternità in modo costante, per finire con il già conosciuto “noviziato”. Ovviamente, quindi, l’accoppiata “Monte dei Cappuccini-Marco L.” erano per me un richiamo irresistibile.

Richiamo che, secondo mia madre, mi allontanavano di nuovo da lei, che già scottata dall’esperienza salesiana era diventata sempre più ossessiva ed ossessionata. Un giorno mi sorprese al telefono proprio con Marco (nel secolo scorso non esistevano i cellulari, ahimè…) e scoppiò in una scenata isterica, come se stessi cospirando chissà quali nefandezze. Il tempo di rientrare dal lavoro mio padre e la sera stessa dopo cena, “Da domani non andrai più a Torino per la fisioterapia, ma solo per le lezioni all’Università. Tanto sappiamo gli orari (avevo l’obbligo di frequenza, quindi non potevo sgarrare), quindi da adesso in poi ti dedicherai solo allo studio. Non devi perdere tempo dietro ai frati o ad altro, se ne parlerà una volta che ti sarai laureato” fu la sentenza emessa.

Mi chiesi se fossero impazziti o cosa. Fui talmente scioccato da non riuscire a replicare praticamente nulla, guardandoli con bocca aperta ed occhi spalancati come mi trovassi in un horror di serie B. Non avevo via di scampo, perché non solo ero costretto a frequentare le lezioni, ma con me erano iscritte alla stessa facoltà delle ragazze con cui si seguivano insieme i corsi e che, soprattutto, erano figlie di amici di famiglia, da cui, quindi, i miei genitori potevano tranquillamente sapere se effettivamente frequentassi l’Ateneo o meno. Se già prima mi ero sentito in gabbia, adesso mi pareva di non avere più ossigeno per respirare, ed entrai in uno stato di agitazione costante.

“Per il momento non possiamo fare altro, tieni duro e fai come ti dicono, magari con il tempo, vedendo che stai tranquillo, anche i tuoi si rilasseranno ed allenteranno la tensione…” mi disse un pochissimo convinto p. Luca quando, disperato, gli raccontai della cosa. “Non capisco, non ce la faccio… Non posso continuare così, ormai sono quasi 3 mesi che andiamo avanti… Io non capisco cosa gli abbia detto questo Roberto C…” “ROBERTO C.?”

I miei genitori si erano lasciati sfuggire di essere andati da un presunto veggente della nostra zona, appunto tale Roberto C., e che era stato lui a suggerire loro di stringere la morsa nei miei confronti. Tale individuo, però, era ben conosciuto da p. Luca, che si era occupato di lui per conto della Curia vescovile, proprio per capire di che tipo di persona si trattasse. “Cerca di capire cos’ha detto su di te e poi fammelo sapere” fu quindi la sua richiesta. Niente di più facile.

La rabbia e la paura che covavo da tempo dentro di me non chiedevano altro che una scusa per trovare un violento sfogo, e questa fu la scintilla di uno scontro che volutamente cercai con mia madre. Cominciai, tornato a casa, ad urlare, volutamente, per liberarmi della tensione nervosa, per ferirla, per restituirle il male che mi stava facendo. Ma lei fece altrettanto, gridando che lei mi aveva voluto, era venuta a cercarmi in brefotrofio, e quindi “TU SEI MIO!”. Ed il famoso Roberto C., vedendo una foto che i miei gli avevano portato, aveva sentenziato che io ero gay, anche se non poteva dire se avessi già avuto esperienze sessuali o meno, e quindi di fare attenzione alle persone che frequentavo. Da qui, la proibizione assoluta di vedere Marco L., e già che c’eravamo anche p. Luca.

Quando, a metà tra lo sconvolto e il furioso, raccontai allo stesso frate quanto sopra (dopo aver raccontato ai miei non so più quale scusa per poter salire al Monte) “Strano”, disse lui guardandomi attentamente “Roberto è uno sfruttatore ed una persona sporca, ma ha delle innegabili capacità parasensoriali, e di solito quello che dice di una persona è vero…”. Certo che era vero, ma io non ne ero ancora consapevole, ed in quel momento non mi interessava affatto, anzi lo ritenevo la farneticazione di un pazzo che cercava solo (ed anche questo era assolutamente inoppugnabile) di sfruttare economicamente ed emotivamente i miei. E se di mia madre non mi stupivo, non riuscivo a capacitarmi di come mio padre, di solito assolutamente razionale e concreto, fosse caduto preda di simili deliri da streghe di paese.

Ma anche così non se ne usciva. Si stava avvicinando Natale, erano trascorsi ormai 3 mesi in un crescendo di vessazioni, sospetti, paure e rinfacciamenti reciproci tra me ed i miei e la situazione, con quella nuova rivelazione, era diventata emotivamente e psicologicamente insostenibile. Mancava davvero poco.


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Annus horribilis – Parte prima

La decisione che avevo preso non era stata indolore ne’ priva di conseguenze. Ero semplicemente sconvolto: cosa dovevo fare? Che direzione intendevo dare alla mia vita? Ero abbastanza certo di voler entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Cappuccini, ma non era una cosa immediata, ci sarebbe voluto almeno un anno prima che questo potesse realizzarsi: e nel frattempo?

Arrivavo da una Maturità che definire deludente è un eufemismo, da un anno di vita sia scolastico che in comunità vocazionale assolutamente pesanti, dal vedere infranto quello che pensavo fosse il mio progetto di vita da sempre. Volevo una scossa forte, poter fare qualcosa che non avevo mai fatto prima, staccare completamente con il mio essere precedente e dare un taglio differente alle mie giornate. Mi sarei cercato un lavoro! Intendiamoci: non volevo certo rinunciare agli studi universitari, qualora non fossi entrato in convento (ed ormai non ero più certo di nulla), ma l’idea di rimettermi immediatamente a studiare dopo l’esperienza traumatica di Valsalice mi dava semplicemente la nausea ed un senso di rifiuto assoluto. Inoltre, mi rendevo conto di non sapere praticamente niente della vita, di essere sempre dipeso dai miei genitori, e sentivo l’esigenza di capire cosa volesse dire avere un lavoro con i suoi ritmi e le sue esigenze, e cosa significasse guadagnarsi uno stipendio. Non intendevo, quindi, cercare una sistemazione definitiva, ma un qualcosa di passaggio, tipo commesso o cameriere, che quindi potesse essere interrotto velocemente e senza conseguenze qualora la mia strada fosse andata verso l’Ordine Cappuccino o gli studi universitari.

“Domani andrai a Torino ad iscriverti all’Università”. Quella sera a cena rimasi ghiacciato. “No, io non voglio andare all’Università, non me la sento di ricominciare subito gli studi, mi fermo per un po’ poi ricomincio, devo staccare con la testa”. “Non dire sciocchezze! Tu non farai niente che non decida io! Sei a casa mia e finché starai sotto questo tetto farai quello che dico IO! TU farai l’Università e ti iscriverai a Giurisprudenza!” Il tono di mio padre era via via salito fino ad arrivare alla fase, che ben conoscevo, che non ammetteva nessuna possibilità di replica. E mia madre, che di solito in quei casi giocava il ruolo di intermediaria, rimase immobile, lo sguardo freddo chino sul cibo, continuando a mangiare come se nulla fosse. Era evidente che il mio destino era stato deciso congiuntamente, visto che l’idea del figlio avvocato era, come già ho accennato in precedenza, un chiodo fisso materno. Mi sentii soffocare. Se Università doveva essere, almeno che fosse Lettere o Filosofia, le mie due amate materie umanistiche. “Non dire scempiaggini” ribatte sprezzante mio padre quando provai almeno quel compromesso. “Sono materie inutili che non ti daranno da mangiare. Ho detto Giurisprudenza, e non si discute!”.

Smisi di mangiare, con stizza, ma non riuscii a replicare. Salii in camera e lasciai che il blocco che si era formato in gola si sciogliesse con tutta la rabbia che avevo in corpo, ma sentendomi del tutto impotente, e quasi violentato. Sapevo che continuare ora sarebbe stata una battaglia persa in partenza, ed aspettavo di poter giocare le mie carte, ben poche peraltro, in un altro momento. Ma non sapevo che quello era solo l’inizio di un crescendo che avrebbe cambiato per sempre i rapporti tra me e la mia famiglia.


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Amarcord: Brexit

Da bambino per anni sono andato al mare con mia madre a Bellaria-Igea Marina. Mio padre lavorava presso quella che allora si chiamava A(zienda)E(nergetica)M(unicipale) di Torino, attualmente IREN, e che, come spesso capitava all’epoca con realtà statali o parastatali, aveva delle convenzioni con alberghi per i propri dipendenti e/o colonie estive per i loro figli. OVVIAMENTE i Borgialli non potevano mandare LORO FIGLIO in una colonia estiva, perché LORO FIGLIO non poteva mischiarsi con gli altri (versione paterna) e non poteva stare tanto tempo da solo lontano dalla famiglia (versione materna). Ergo noi, ovvero mia madre ed io, perché come ho scritto precedentemente mio padre, che detestava il mare, si limitava ad accompagnarci, poi tornava a casa e veniva dopo 2 settimane a riprenderci, andavamo ogni anno nella suddetta località presso un albergo, La Pineta, tuttora esistente, col cui nome ogni singolo anno mio padre giocava, pensando di raggiungere vertici elevatissimi di spiritosaggine, dicendo “Porto la Pinota (la piccola Pina, ovvero mia madre) alla Pineta!”. E giù a ridere. Cosa non fa dire l’amore…

Fin da piccolo, quindi, quella era la meta delle mie estati, insieme con la colonia montana sempre aziendale, dove però era mio padre ad avere il ruolo di gestore (quindi ero sotto la sua supervisione e non in mano a sconosciuti) ed, essendo invece odiata da mia madre perché (e cito testualmente) “C’è troppo vento e appena esco di camera sono subito tutta spettinata!”, i ruoli si invertivano, ovvero restavo con mio padre, mentre se ne rimaneva a casa mia madre.

Ma torniamo alla realtà marina. Fin da piccolo, come ho già raccontato precedentemente, ero affascinato da tutto ciò che ai miei occhi aveva un non so che di magico, e la tecnologia rientrava in questa categoria. Il mio amico più grande dell’albergo, quindi, era l’ascensore.

L’idea di schiacciare un pulsante, vedersi chiudere una porta, sentire le farfalle nella panci(n)a e ritrovarsi ad un piano diverso era un’esperienza per me meravigliosa, e fosse dipeso dal sottoscritto avrei trascorso tutte le 2 settimane facendo su e giù in quell’aggeggio. Chiaramente, come sappiamo, anche a 3-4 anni sapevo già leggere e distinguere i numeri, quindi di solito non avevo problemi ad essere autonomo, ed essendo dotato di un ottimo senso dell’orientamento non mi perdevo nemmeno quando dovevo ritrovare la camera, in quei corridoi in cui tutte le porte sembravano uguali.

Fino a quel giorno. Dovevo salire in camera da mia madre, non ricordo perché non fossi con lei, entrai quindi nel fido ascensore, schiacciai il mio pulsante, uscii dalla porta, mi diressi verso la camera, aprii senza bussare (perché avrei dovuto? Era la MIA stanza) ed entrai. Nella MIA camera c’erano una donna ed un bambino, che avrà avuto la mia età o forse un anno in più. La signora cominciò a parlare in tedesco, in modo abbastanza concitato, ed ovviamente io non ci capivo nulla. Quindi mi rivolsi all’unica persona che ritenevo avrebbe potuto ragionare in modo intelligente e capire che erano nella camera sbagliata, il figlio.

“Questa è la mia camera, dov’è la mia mamma?” “(Parole incomprensibili)” “Ma no, sono sicuro che questa è la mia camera, la porta è quella giusta” “(Parole incomprensibili)” “Ah… Quindi secondo te sono sceso al piano sbagliato?” “(Parole incomprensibili, ed indica per terra)” “E’ vero… il pavimento è diverso da quello della mia stanza… salgo un piano… Ciao” “(Parole incomprensibili, saluto con la manina e sorriso)”.

Salii al piano superiore, e ritrovai camera e madre, alla quale non dissi nulla perché sapevo che il rivelarle di avere sbagliato piano mi avrebbe precluso per sempre l’uso indipendente dell’ascensore (che adesso sarebbe comunque vietato ai bambini non accompagnati, ma allora non si andava tanto per il sottile).

Che c’entra tutto questo col titolo? C’entra perché questo episodio mi è tornato in mente quando, un paio di mesi fa, è successo tutto il casino che ben conosciamo a proposito del referendum sulla Brexit e sui suoi esiti. Ed ho pensato che il vero, grande problema dei bambini è che, col tempo, diventano adulti. Purtroppo.


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Amarcord: In salute ed in malattia

Mio padre è sempre stato un uomo incapace di stare fermo. Proprio non concepiva l’idea di “riposo”, ed anche quando era in casa o rimaneva lo stretto indispensabile, per poi uscire e, nel caso non avesse altro da fare, cominciare a passeggiare per il paese (tanto qualcuno che conosceva lo avrebbe certamente incontrato, attaccando quindi bottone), o iniziava a fare dei “lavoretti” di varia natura, buttando nello sconcerto mia madre, vuoi perché, con tutta la buona volontà, mio padre di fatto era totalmente incapace nella sua manualità, vuoi perché aveva la capacità di sporcarsi e sporcare in qualunque parte del corpo e della casa, obbligando quindi la coniuge a passare e ripassare scopa e strofinacci.

Quando, era il periodo in cui frequentavo la quarta ginnasio, verso marzo, gli venne una tallonite, fu quindi impossibile fargli capire che non avrebbe dovuto sottovalutarla e stare un po’ fermo. E dire che aveva studiato medicina, da giovane… Stranamente, si fa per dire, la tallonite si trasformò presto in una flebite, e nemmeno quello fu sufficiente a tenerlo a freno, e la flebite, prevedibilmente, in una tromboflebite (cioè, si formò un coagulo di sangue nella gamba, che ostruiva i vasi sanguigni, con conseguente possibilità di embolia). “Devi assolutamente stare immobile! Non devi alzarti dal letto nemmeno per andare in bagno!” si allarmò il nostro medico di famiglia, peraltro suo carissimo amico.Certamente, come no…

Era il sabato santo del 1983 quando mio padre crollò in bagno, improvvisamente. Mia madre, avendo subito capito la situazione, chiamò immediatamente la guardia medica, ed anche il nostro dottore che, proprio in quanto amico da tempo, nonostante il giorno prefestivo, accorse immediatamente. Arrivò di gran carriera un’ambulanza, su cui caricarono mio padre, mia madre ed il suddetto dottore e che ripartì di corsa, destinazione l’ospedale di Ivrea, da cui noi dipendevamo (e distante circa 30km). “Appena posso ti faccio sapere qualcosa” butto lì mia madre correndo via, ed io rimasi in casa, da solo, senza avere avuto il tempo di capire bene cosa stesse succedendo. Ovviamente, all’epoca non ci si sognava nemmeno di cosa potesse essere un cellulare, quindi non mi rimase che restare in casa, in attesa di una eventuale telefonata sul fisso, che però non arrivava.

Arrivò, molto più tardi, a notte fonda, mia madre, gli occhi rossi ed i capelli (cosa mai vista) scarmigliati. “E’ in terapia intensiva. E’ partito un embolo, che ha raggiunto i polmoni. La dottoressa ha detto che se passa la notte forse ce la fa, ma di non contarci…” E giù a piangere a dirotto. Io non sapevo che pesci pigliare, eppure non riuscivo a credere, dentro di me, che fosse giunto il momento di perdere mio padre. Ebbi ragione.

Rimase in terapia intensiva per una settimana, per altre tre nel reparto di medicina. Fu poi dimesso, ma le conseguenze si fecero sentire. La circolazione era compromessa, così come in parte l’apparato respiratorio e polmonare. Quella che si pensava si sarebbe risolta relativamente in fretta si rivelò invece essere una degenza lunga, molto lunga… Per diversi mesi mio padre rimase fermo a letto, con mia madre che lo seguiva ogni minuto per evitare che facesse altre stupidaggini, ed il suo nervosismo per l’essere costretto all’immobilità che cresceva esponenzialmente e si manifestava con scoppi di rabbia improvvisi. Ciononostante, però, la paura presa fu tanta, e nemmeno lui volle rischiare di nuovo la pelle anticipando le cose.

Non tornò più al lavoro. Aveva iniziato a lavorare molto giovane, e quello, insieme con la possibilità del prepensionamento dovuto a motivi di salute, lo convinsero a restare a casa e fare il pensionato. Da allora, naturalmente, dovette convivere con controlli costanti, l’assunzione continua di anticoagulanti per il sangue, una dieta rigorosa. Nonostante i disagi, però, ebbe una vita abbastanza tranquilla per altri 17 anni, quando si verificò un nuovo problema, questa volta ancora più grave e definitivo. Ma, naturalmente, ne parleremo un’altra volta.


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The end is just a little harder (cit.)

Dire che a casa, nel frattempo, la situazione era diventata pesante, è un eufemismo. Durante quei pochi giorni di assenza, ai miei genitori era ormai apparso in modo ineluttabile che entro pochissimo me ne sarei andato per entrare in noviziato. Mia madre sembrava costantemente sull’orlo di una crisi isterica, e mio padre oscillava tra il cercare di calmarla, una sorta di muta rassegnazione, un certo nervosismo ed una dose di orgoglio. Senza contare la gestione del “mondo intorno”. Ai miei parenti, nulla era stato detto: per quanto entrare tra i salesiani avesse ancora una certa allure aristocratica, ciononostante non corrispondeva certo alle prospettive che la mia famiglia si era fatta riguardo al mio futuro, dove la professione di avvocato sembrava essere già la meno peggio tra tutto quello che avrei potuto (dovuto…) scegliere; era quindi qualcosa che andava nascosto fino a quando non fosse più stato impossibile farlo. Gli amici a cui avevo comunicato la cosa, di contro, cominciavano a portare regali di saluto e fare le solite battute del caso, simpaticamente goliardiche; cosa che non faceva che peggiorare lo stato d’umore dei miei genitori.

Nel mezzo di questo piccolo tornado familiare c’ero io, che non sapevo più che pesci pigliare e come uscirne. Continuare sulla via salesiana mi sembrava sempre più improbabile, dopo il ritorno da Assisi, ma d’altra parte rinunciarvi ed annunciarlo a tutte le persone che credevano il contrario, genitori in primis, avrebbe significato generare reazioni il cui esito non ero in grado di prevedere. Fu con questo spirito assai confuso e depresso che mi recai da p. Luca, al Monte dei Cappuccini.

Quella volta, la consueta salita (non per nulla si chiama “Monte”) non fu per nulla piacevole. Avevo quasi paura di quello che p. Luca avrebbe potuto dirmi, e mentre camminavo si alternava la speranza di sentirmi rassicurare sul fatto che i miei dubbi fossero solo frutto dello sbandamento dell’ultimo minuto, con il timore di vedere invece distrutta la prospettiva per cui avevo sostanzialmente lottato interi anni ed il trovarmi, quindi, con un futuro tutto da ricostruire. Suonai al portone, mi annunciai ed entrai.

Come stai, come non stai, cominciai a raccontare dei due viaggi, Medjugorie ed Assisi. La misi sul ridere, la tirai per le lunghe, cercando di differire la sentenza finale. Dato che era da un po’ che non ci vedevamo, narrai anche di un incontro che si era svolto pochi giorni prima della fine dell’anno scolastico in comunità vocazionale tra tutti i prenovizi d’Italia, coloro, quindi, che sarebbero dovuti essere i miei compagni per l’anno successivo. In particolare, uno di loro mi aveva colpito, in parte per come si era presentato, in parte per motivi più… fisici… ma quest’ultimo aspetto evitai di specificarlo a p. Luca. Alla fine, era tanta la foga di convincimento che ci avevo messo, che mi ero quasi rassicurato da solo, pensando che, in fondo, forse, potevo ancora non cambiare nulla e proseguire verso il noviziato.

“Bene. Tutto questo è la cornice. Ma il quadro, che sei tu, come ci entra?” Ed ovviamente il mio mondo crollò.

Tornai verso casa, consapevole che ormai non avevo più possibilità di fuga. Dovevo comunicare la mia decisione prima di tutto ai miei, ed un istante dopo ai salesiani, ovviamente. E nessuna delle due cose sarebbe stata semplice.

In realtà, la seconda la giocai nel modo più vigliacco possibile. Chiesi di vedere quello che per diversi anni era stato il mio confessore, don Pellegrino, che in qualche modo si sentiva anche il mio mentore. Sorridendo, ed in maniera molto sbrigativa, gli comunicai piuttosto freddamente che no, non volevo più entrare in noviziato (mancavano TRE giorni alla cerimonia di ingresso ufficiale), avevo cambiato idea, ed avevo capito che la strada di don Bosco non faceva più per me. Il poveretto rimase, comprensibilmente, scioccato e “Capisco, hai avuto paura all’ultimo” mi disse, soffocando palesemente le lacrime. Non provai nemmeno a smentirlo: sarebbe stato molto più complicato, e probabilmente doloroso anche per lui, dirgli che no, non avevo affatto avuto paura, ma era realmente così, avevo capito, anche se con un certo ritardo, che quella davvero non era la mia strada. Non mi preoccupai di dirlo a nessun altro, nemmeno a chi prima di tutti avrebbe dovuto saperlo, l’Ispettore dei salesiani, lasciando l’ingrato compito al mio povero confessore. Mi girai, e per molti, moltissimi anni non rimisi mai più piede a Valdocco.

In casa fu tutto un altro paio di maniche. Ho rimosso il momento ed il modo in cui ho comunicato la decisione ai miei genitori, ma il lampo di trionfo negli occhi di mia madre e quell’espressione di “adesso non ti lascerò più andare via così facilmente” che immediatamente assunse, quelli no, non li ho dimenticati. Ed avrebbero segnato in modo definitivo il mio rapporto con lei e con mio padre, già decisamente logorato da tutto quello che era capitato in quegli ultimi anni. Ma sì, questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-4)

Man mano che ci avvicinavamo a s. Giovanni Rotondo, dove avremmo soggiornato per 2 notti, mio padre si dimostrava sempre più insofferente. Del resto, era comprensibile: vuoi mettere l’idea di tornare a Rivarolo e raccontare come il viaggio lo avesse provato? Come si fosse sentito male ed avesse stoicamente resistito, finché il dolore non avesse preso il sopravvento? E come, MIRACOLOSAMENTE, tutto questo fosse avvenuto proprio mentre eravamo nei pressi di uno degli ospedali più famosi d’Italia, fondato nientepopodimeno che da padre Pio in persona? E quindi eccolo là “Pina… sto male…”, con la classica voce da sto-morendo-ma-non-voglio-farvelo-pesare-però-sto-morendo-tanto, con mia madre che, di conseguenza “Oddio! Gino, stai male? Stai male, Gino? Ma dimmi, stai male? Ma come stai, Gino? MA PARLA! Oddio, Gino sta male…” e giù a stare peggio di lui.

Morale della favola: mentre tutto il resto del gruppo prendeva posto in albergo, noi prendevamo posto in ospedale, con mio padre accompagnato all’interno su una sedia a rotelle, immagine del crocifisso, però seduto, e mia madre della Veronica, però che si asciugava il proprio, di volto, dal sudore per lo spavento. Ovviamente, non era assolutamente nulla, un semplice calo di pressione dovuto probabilmente al caldo. Poi, perché i medici lo dicessero praticamente ridendo, lo lascio alla vostra libera interpretazione. L’importante era che mio padre avesse avuto la Sua Grande Avventura da raccontare una volta tornato a casa, che naturalmente si sarebbe arricchita via via di particolari sempre più drammatici.

Archiviata la pratica-ospedale, potemmo dedicarci completamente alla pratica-padre Pio (che all’epoca non era ne’ santo ne’ beato). Visitammo le stanze in cui aveva vissuto, in cui aveva pregato, in cui era stato tentato dal dimonio (cito testualmente), fino ad arrivare alle sue miracolosamente mantenute vestigia (in realtà alla statua di cera che le racchiudeva, ma fu tutto un fiorire di “Uhhhh! Ohhhh! E’ un miracolo! Se non è l’opera divina questa…!”, anche se a me sfuggiva cosa potesse fregare a Dio di mantenere o meno integro il corpo di un vecchio barbuto, ma che fossi un miscredente ormai si era capito). Ma il colpo di scena doveva ancora arrivare. “Io” esordì la nostra guida, ovviamente un canuto frate cappuccino “sono l’ultimo dei figli spirituali di padre Pio ancora in vita. E lui mi disse che avrei potuto trasmettere l’essere suoi figli spirituali anche a tutti coloro che lo avessero invocato come padre. Quindi, se voi volete, da adesso siete tutti figli e figlie spirituali di padre Pio!”.

Svenimenti, commozioni, lacrime a profusione, sventolare di fazzoletti per evitare il mancamento… ed offerte a pioggia, naturalmente. Che poi, a quel punto, l’unicità della figliolanza di padre Pio del canuto frate mi sembrava un filo essere venuta meno, ma poco importa, come ho già detto che io fossi un miscredente eccetera eccetera. E dopo questa specie di inseminazione eterologa spirituale che ci aveva resi tutti figli e figlie spirituali del (futuro) santo cappuccino, partimmo per l’ultima tappa del viaggio, monte s. Angelo con il santuario dedicato a s. Michele Arcangelo, sul Gargano. Una curiosità. Sono 3 i santuari dedicati a s. Michele Arcangelo: il succitato, quello della Sacra di S. Michele in Piemonte ed il famosissimo Mont S. Michel in Francia. Ebbene, la distanza tra il primo ed il secondo e tra il secondo ed il terzo è esattamente identica (1000km), ed i 3 sono posti su una linea retta immaginaria, che se prolungata si congiunge con Gerusalemme. All’epoca non conoscevo questa particolarità, ma l’atmosfera del luogo, finalmente, mi colpì.

Anche qui non mancavano alcune caratteristiche, diciamo così, folcloristiche, prima fra tutte la presunta impronta che l’Arcangelo stesso avrebbe lasciato schiacciando il demonio durante una delle loro infinite lotte mistiche, orma ovviamente ben visibile e molto simile a quella di un bambino. Così come, nell’immancabile negozio di ricordi (che, come sempre, mi attirò come il fuoco una falena), una presenza infinita di rosari i più diversi dedicati a tutte le specie conosciute (conosciute…?) di angeli. Ma il santuario, di fatto scavato all’interno di una grotta, aveva un’aura di calma, di serenità, di raccoglimento che fino a quel punto, in tutto il resto del viaggio, mi era mancata. Ma, soprattutto, scoprii che era stato meta di pellegrinaggio di s. Francesco, che aveva lasciato disegnato il proprio simbolo, il Tau (lettera greca che ricorda la croce, da non confondersi col Tao, che è tutta un’altra cosa), su una delle rocce della grotta stessa.

Eccolo là, il segno che IO aspettavo. Alla fine di quella serie interminabile di soli che ballavano, madonne che piangevano (e quante ne avevo tirate giù io, di madonne), frati che si autoconservavano, un banale, semplice disegno, come quello che fanno i bambini per dire “sono stato qui”, mi richiamò alla decisione che dovevo prendere, ed in fretta, riguardo al mio futuro. Ed improvvisamente seppi anche quale sarebbe stato il credito che avrei riscosso nei confronti dei miei genitori per quelle due settimane infinite: sarei andato ad Assisi, là dove Francesco aveva vissuto, ed anch’io, come lui, avrei ascoltato quello che il Signore aveva da dirmi! E come Francesco aveva il fido frate Leone con sè, io avrei avuto il fido Marco M. ad accompagnarmi!

Fu con questa immagine a metà tra il mistico e l’eroico che mi ronzava negli occhi, entusiasmandomi ogni minuto di più, che tornai verso Torino, preparandomi a sciogliere finalmente i dubbi che non mi avevano dato tregua da quasi un anno. La mia estate non era ancora finita.