Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Brexit

Da bambino per anni sono andato al mare con mia madre a Bellaria-Igea Marina. Mio padre lavorava presso quella che allora si chiamava A(zienda)E(nergetica)M(unicipale) di Torino, attualmente IREN, e che, come spesso capitava all’epoca con realtà statali o parastatali, aveva delle convenzioni con alberghi per i propri dipendenti e/o colonie estive per i loro figli. OVVIAMENTE i Borgialli non potevano mandare LORO FIGLIO in una colonia estiva, perché LORO FIGLIO non poteva mischiarsi con gli altri (versione paterna) e non poteva stare tanto tempo da solo lontano dalla famiglia (versione materna). Ergo noi, ovvero mia madre ed io, perché come ho scritto precedentemente mio padre, che detestava il mare, si limitava ad accompagnarci, poi tornava a casa e veniva dopo 2 settimane a riprenderci, andavamo ogni anno nella suddetta località presso un albergo, La Pineta, tuttora esistente, col cui nome ogni singolo anno mio padre giocava, pensando di raggiungere vertici elevatissimi di spiritosaggine, dicendo “Porto la Pinota (la piccola Pina, ovvero mia madre) alla Pineta!”. E giù a ridere. Cosa non fa dire l’amore…

Fin da piccolo, quindi, quella era la meta delle mie estati, insieme con la colonia montana sempre aziendale, dove però era mio padre ad avere il ruolo di gestore (quindi ero sotto la sua supervisione e non in mano a sconosciuti) ed, essendo invece odiata da mia madre perché (e cito testualmente) “C’è troppo vento e appena esco di camera sono subito tutta spettinata!”, i ruoli si invertivano, ovvero restavo con mio padre, mentre se ne rimaneva a casa mia madre.

Ma torniamo alla realtà marina. Fin da piccolo, come ho già raccontato precedentemente, ero affascinato da tutto ciò che ai miei occhi aveva un non so che di magico, e la tecnologia rientrava in questa categoria. Il mio amico più grande dell’albergo, quindi, era l’ascensore.

L’idea di schiacciare un pulsante, vedersi chiudere una porta, sentire le farfalle nella panci(n)a e ritrovarsi ad un piano diverso era un’esperienza per me meravigliosa, e fosse dipeso dal sottoscritto avrei trascorso tutte le 2 settimane facendo su e giù in quell’aggeggio. Chiaramente, come sappiamo, anche a 3-4 anni sapevo già leggere e distinguere i numeri, quindi di solito non avevo problemi ad essere autonomo, ed essendo dotato di un ottimo senso dell’orientamento non mi perdevo nemmeno quando dovevo ritrovare la camera, in quei corridoi in cui tutte le porte sembravano uguali.

Fino a quel giorno. Dovevo salire in camera da mia madre, non ricordo perché non fossi con lei, entrai quindi nel fido ascensore, schiacciai il mio pulsante, uscii dalla porta, mi diressi verso la camera, aprii senza bussare (perché avrei dovuto? Era la MIA stanza) ed entrai. Nella MIA camera c’erano una donna ed un bambino, che avrà avuto la mia età o forse un anno in più. La signora cominciò a parlare in tedesco, in modo abbastanza concitato, ed ovviamente io non ci capivo nulla. Quindi mi rivolsi all’unica persona che ritenevo avrebbe potuto ragionare in modo intelligente e capire che erano nella camera sbagliata, il figlio.

“Questa è la mia camera, dov’è la mia mamma?” “(Parole incomprensibili)” “Ma no, sono sicuro che questa è la mia camera, la porta è quella giusta” “(Parole incomprensibili)” “Ah… Quindi secondo te sono sceso al piano sbagliato?” “(Parole incomprensibili, ed indica per terra)” “E’ vero… il pavimento è diverso da quello della mia stanza… salgo un piano… Ciao” “(Parole incomprensibili, saluto con la manina e sorriso)”.

Salii al piano superiore, e ritrovai camera e madre, alla quale non dissi nulla perché sapevo che il rivelarle di avere sbagliato piano mi avrebbe precluso per sempre l’uso indipendente dell’ascensore (che adesso sarebbe comunque vietato ai bambini non accompagnati, ma allora non si andava tanto per il sottile).

Che c’entra tutto questo col titolo? C’entra perché questo episodio mi è tornato in mente quando, un paio di mesi fa, è successo tutto il casino che ben conosciamo a proposito del referendum sulla Brexit e sui suoi esiti. Ed ho pensato che il vero, grande problema dei bambini è che, col tempo, diventano adulti. Purtroppo.


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Amarcord: In salute ed in malattia

Mio padre è sempre stato un uomo incapace di stare fermo. Proprio non concepiva l’idea di “riposo”, ed anche quando era in casa o rimaneva lo stretto indispensabile, per poi uscire e, nel caso non avesse altro da fare, cominciare a passeggiare per il paese (tanto qualcuno che conosceva lo avrebbe certamente incontrato, attaccando quindi bottone), o iniziava a fare dei “lavoretti” di varia natura, buttando nello sconcerto mia madre, vuoi perché, con tutta la buona volontà, mio padre di fatto era totalmente incapace nella sua manualità, vuoi perché aveva la capacità di sporcarsi e sporcare in qualunque parte del corpo e della casa, obbligando quindi la coniuge a passare e ripassare scopa e strofinacci.

Quando, era il periodo in cui frequentavo la quarta ginnasio, verso marzo, gli venne una tallonite, fu quindi impossibile fargli capire che non avrebbe dovuto sottovalutarla e stare un po’ fermo. E dire che aveva studiato medicina, da giovane… Stranamente, si fa per dire, la tallonite si trasformò presto in una flebite, e nemmeno quello fu sufficiente a tenerlo a freno, e la flebite, prevedibilmente, in una tromboflebite (cioè, si formò un coagulo di sangue nella gamba, che ostruiva i vasi sanguigni, con conseguente possibilità di embolia). “Devi assolutamente stare immobile! Non devi alzarti dal letto nemmeno per andare in bagno!” si allarmò il nostro medico di famiglia, peraltro suo carissimo amico.Certamente, come no…

Era il sabato santo del 1983 quando mio padre crollò in bagno, improvvisamente. Mia madre, avendo subito capito la situazione, chiamò immediatamente la guardia medica, ed anche il nostro dottore che, proprio in quanto amico da tempo, nonostante il giorno prefestivo, accorse immediatamente. Arrivò di gran carriera un’ambulanza, su cui caricarono mio padre, mia madre ed il suddetto dottore e che ripartì di corsa, destinazione l’ospedale di Ivrea, da cui noi dipendevamo (e distante circa 30km). “Appena posso ti faccio sapere qualcosa” butto lì mia madre correndo via, ed io rimasi in casa, da solo, senza avere avuto il tempo di capire bene cosa stesse succedendo. Ovviamente, all’epoca non ci si sognava nemmeno di cosa potesse essere un cellulare, quindi non mi rimase che restare in casa, in attesa di una eventuale telefonata sul fisso, che però non arrivava.

Arrivò, molto più tardi, a notte fonda, mia madre, gli occhi rossi ed i capelli (cosa mai vista) scarmigliati. “E’ in terapia intensiva. E’ partito un embolo, che ha raggiunto i polmoni. La dottoressa ha detto che se passa la notte forse ce la fa, ma di non contarci…” E giù a piangere a dirotto. Io non sapevo che pesci pigliare, eppure non riuscivo a credere, dentro di me, che fosse giunto il momento di perdere mio padre. Ebbi ragione.

Rimase in terapia intensiva per una settimana, per altre tre nel reparto di medicina. Fu poi dimesso, ma le conseguenze si fecero sentire. La circolazione era compromessa, così come in parte l’apparato respiratorio e polmonare. Quella che si pensava si sarebbe risolta relativamente in fretta si rivelò invece essere una degenza lunga, molto lunga… Per diversi mesi mio padre rimase fermo a letto, con mia madre che lo seguiva ogni minuto per evitare che facesse altre stupidaggini, ed il suo nervosismo per l’essere costretto all’immobilità che cresceva esponenzialmente e si manifestava con scoppi di rabbia improvvisi. Ciononostante, però, la paura presa fu tanta, e nemmeno lui volle rischiare di nuovo la pelle anticipando le cose.

Non tornò più al lavoro. Aveva iniziato a lavorare molto giovane, e quello, insieme con la possibilità del prepensionamento dovuto a motivi di salute, lo convinsero a restare a casa e fare il pensionato. Da allora, naturalmente, dovette convivere con controlli costanti, l’assunzione continua di anticoagulanti per il sangue, una dieta rigorosa. Nonostante i disagi, però, ebbe una vita abbastanza tranquilla per altri 17 anni, quando si verificò un nuovo problema, questa volta ancora più grave e definitivo. Ma, naturalmente, ne parleremo un’altra volta.


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The end is just a little harder (cit.)

Dire che a casa, nel frattempo, la situazione era diventata pesante, è un eufemismo. Durante quei pochi giorni di assenza, ai miei genitori era ormai apparso in modo ineluttabile che entro pochissimo me ne sarei andato per entrare in noviziato. Mia madre sembrava costantemente sull’orlo di una crisi isterica, e mio padre oscillava tra il cercare di calmarla, una sorta di muta rassegnazione, un certo nervosismo ed una dose di orgoglio. Senza contare la gestione del “mondo intorno”. Ai miei parenti, nulla era stato detto: per quanto entrare tra i salesiani avesse ancora una certa allure aristocratica, ciononostante non corrispondeva certo alle prospettive che la mia famiglia si era fatta riguardo al mio futuro, dove la professione di avvocato sembrava essere già la meno peggio tra tutto quello che avrei potuto (dovuto…) scegliere; era quindi qualcosa che andava nascosto fino a quando non fosse più stato impossibile farlo. Gli amici a cui avevo comunicato la cosa, di contro, cominciavano a portare regali di saluto e fare le solite battute del caso, simpaticamente goliardiche; cosa che non faceva che peggiorare lo stato d’umore dei miei genitori.

Nel mezzo di questo piccolo tornado familiare c’ero io, che non sapevo più che pesci pigliare e come uscirne. Continuare sulla via salesiana mi sembrava sempre più improbabile, dopo il ritorno da Assisi, ma d’altra parte rinunciarvi ed annunciarlo a tutte le persone che credevano il contrario, genitori in primis, avrebbe significato generare reazioni il cui esito non ero in grado di prevedere. Fu con questo spirito assai confuso e depresso che mi recai da p. Luca, al Monte dei Cappuccini.

Quella volta, la consueta salita (non per nulla si chiama “Monte”) non fu per nulla piacevole. Avevo quasi paura di quello che p. Luca avrebbe potuto dirmi, e mentre camminavo si alternava la speranza di sentirmi rassicurare sul fatto che i miei dubbi fossero solo frutto dello sbandamento dell’ultimo minuto, con il timore di vedere invece distrutta la prospettiva per cui avevo sostanzialmente lottato interi anni ed il trovarmi, quindi, con un futuro tutto da ricostruire. Suonai al portone, mi annunciai ed entrai.

Come stai, come non stai, cominciai a raccontare dei due viaggi, Medjugorie ed Assisi. La misi sul ridere, la tirai per le lunghe, cercando di differire la sentenza finale. Dato che era da un po’ che non ci vedevamo, narrai anche di un incontro che si era svolto pochi giorni prima della fine dell’anno scolastico in comunità vocazionale tra tutti i prenovizi d’Italia, coloro, quindi, che sarebbero dovuti essere i miei compagni per l’anno successivo. In particolare, uno di loro mi aveva colpito, in parte per come si era presentato, in parte per motivi più… fisici… ma quest’ultimo aspetto evitai di specificarlo a p. Luca. Alla fine, era tanta la foga di convincimento che ci avevo messo, che mi ero quasi rassicurato da solo, pensando che, in fondo, forse, potevo ancora non cambiare nulla e proseguire verso il noviziato.

“Bene. Tutto questo è la cornice. Ma il quadro, che sei tu, come ci entra?” Ed ovviamente il mio mondo crollò.

Tornai verso casa, consapevole che ormai non avevo più possibilità di fuga. Dovevo comunicare la mia decisione prima di tutto ai miei, ed un istante dopo ai salesiani, ovviamente. E nessuna delle due cose sarebbe stata semplice.

In realtà, la seconda la giocai nel modo più vigliacco possibile. Chiesi di vedere quello che per diversi anni era stato il mio confessore, don Pellegrino, che in qualche modo si sentiva anche il mio mentore. Sorridendo, ed in maniera molto sbrigativa, gli comunicai piuttosto freddamente che no, non volevo più entrare in noviziato (mancavano TRE giorni alla cerimonia di ingresso ufficiale), avevo cambiato idea, ed avevo capito che la strada di don Bosco non faceva più per me. Il poveretto rimase, comprensibilmente, scioccato e “Capisco, hai avuto paura all’ultimo” mi disse, soffocando palesemente le lacrime. Non provai nemmeno a smentirlo: sarebbe stato molto più complicato, e probabilmente doloroso anche per lui, dirgli che no, non avevo affatto avuto paura, ma era realmente così, avevo capito, anche se con un certo ritardo, che quella davvero non era la mia strada. Non mi preoccupai di dirlo a nessun altro, nemmeno a chi prima di tutti avrebbe dovuto saperlo, l’Ispettore dei salesiani, lasciando l’ingrato compito al mio povero confessore. Mi girai, e per molti, moltissimi anni non rimisi mai più piede a Valdocco.

In casa fu tutto un altro paio di maniche. Ho rimosso il momento ed il modo in cui ho comunicato la decisione ai miei genitori, ma il lampo di trionfo negli occhi di mia madre e quell’espressione di “adesso non ti lascerò più andare via così facilmente” che immediatamente assunse, quelli no, non li ho dimenticati. Ed avrebbero segnato in modo definitivo il mio rapporto con lei e con mio padre, già decisamente logorato da tutto quello che era capitato in quegli ultimi anni. Ma sì, questa è un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-4)

Man mano che ci avvicinavamo a s. Giovanni Rotondo, dove avremmo soggiornato per 2 notti, mio padre si dimostrava sempre più insofferente. Del resto, era comprensibile: vuoi mettere l’idea di tornare a Rivarolo e raccontare come il viaggio lo avesse provato? Come si fosse sentito male ed avesse stoicamente resistito, finché il dolore non avesse preso il sopravvento? E come, MIRACOLOSAMENTE, tutto questo fosse avvenuto proprio mentre eravamo nei pressi di uno degli ospedali più famosi d’Italia, fondato nientepopodimeno che da padre Pio in persona? E quindi eccolo là “Pina… sto male…”, con la classica voce da sto-morendo-ma-non-voglio-farvelo-pesare-però-sto-morendo-tanto, con mia madre che, di conseguenza “Oddio! Gino, stai male? Stai male, Gino? Ma dimmi, stai male? Ma come stai, Gino? MA PARLA! Oddio, Gino sta male…” e giù a stare peggio di lui.

Morale della favola: mentre tutto il resto del gruppo prendeva posto in albergo, noi prendevamo posto in ospedale, con mio padre accompagnato all’interno su una sedia a rotelle, immagine del crocifisso, però seduto, e mia madre della Veronica, però che si asciugava il proprio, di volto, dal sudore per lo spavento. Ovviamente, non era assolutamente nulla, un semplice calo di pressione dovuto probabilmente al caldo. Poi, perché i medici lo dicessero praticamente ridendo, lo lascio alla vostra libera interpretazione. L’importante era che mio padre avesse avuto la Sua Grande Avventura da raccontare una volta tornato a casa, che naturalmente si sarebbe arricchita via via di particolari sempre più drammatici.

Archiviata la pratica-ospedale, potemmo dedicarci completamente alla pratica-padre Pio (che all’epoca non era ne’ santo ne’ beato). Visitammo le stanze in cui aveva vissuto, in cui aveva pregato, in cui era stato tentato dal dimonio (cito testualmente), fino ad arrivare alle sue miracolosamente mantenute vestigia (in realtà alla statua di cera che le racchiudeva, ma fu tutto un fiorire di “Uhhhh! Ohhhh! E’ un miracolo! Se non è l’opera divina questa…!”, anche se a me sfuggiva cosa potesse fregare a Dio di mantenere o meno integro il corpo di un vecchio barbuto, ma che fossi un miscredente ormai si era capito). Ma il colpo di scena doveva ancora arrivare. “Io” esordì la nostra guida, ovviamente un canuto frate cappuccino “sono l’ultimo dei figli spirituali di padre Pio ancora in vita. E lui mi disse che avrei potuto trasmettere l’essere suoi figli spirituali anche a tutti coloro che lo avessero invocato come padre. Quindi, se voi volete, da adesso siete tutti figli e figlie spirituali di padre Pio!”.

Svenimenti, commozioni, lacrime a profusione, sventolare di fazzoletti per evitare il mancamento… ed offerte a pioggia, naturalmente. Che poi, a quel punto, l’unicità della figliolanza di padre Pio del canuto frate mi sembrava un filo essere venuta meno, ma poco importa, come ho già detto che io fossi un miscredente eccetera eccetera. E dopo questa specie di inseminazione eterologa spirituale che ci aveva resi tutti figli e figlie spirituali del (futuro) santo cappuccino, partimmo per l’ultima tappa del viaggio, monte s. Angelo con il santuario dedicato a s. Michele Arcangelo, sul Gargano. Una curiosità. Sono 3 i santuari dedicati a s. Michele Arcangelo: il succitato, quello della Sacra di S. Michele in Piemonte ed il famosissimo Mont S. Michel in Francia. Ebbene, la distanza tra il primo ed il secondo e tra il secondo ed il terzo è esattamente identica (1000km), ed i 3 sono posti su una linea retta immaginaria, che se prolungata si congiunge con Gerusalemme. All’epoca non conoscevo questa particolarità, ma l’atmosfera del luogo, finalmente, mi colpì.

Anche qui non mancavano alcune caratteristiche, diciamo così, folcloristiche, prima fra tutte la presunta impronta che l’Arcangelo stesso avrebbe lasciato schiacciando il demonio durante una delle loro infinite lotte mistiche, orma ovviamente ben visibile e molto simile a quella di un bambino. Così come, nell’immancabile negozio di ricordi (che, come sempre, mi attirò come il fuoco una falena), una presenza infinita di rosari i più diversi dedicati a tutte le specie conosciute (conosciute…?) di angeli. Ma il santuario, di fatto scavato all’interno di una grotta, aveva un’aura di calma, di serenità, di raccoglimento che fino a quel punto, in tutto il resto del viaggio, mi era mancata. Ma, soprattutto, scoprii che era stato meta di pellegrinaggio di s. Francesco, che aveva lasciato disegnato il proprio simbolo, il Tau (lettera greca che ricorda la croce, da non confondersi col Tao, che è tutta un’altra cosa), su una delle rocce della grotta stessa.

Eccolo là, il segno che IO aspettavo. Alla fine di quella serie interminabile di soli che ballavano, madonne che piangevano (e quante ne avevo tirate giù io, di madonne), frati che si autoconservavano, un banale, semplice disegno, come quello che fanno i bambini per dire “sono stato qui”, mi richiamò alla decisione che dovevo prendere, ed in fretta, riguardo al mio futuro. Ed improvvisamente seppi anche quale sarebbe stato il credito che avrei riscosso nei confronti dei miei genitori per quelle due settimane infinite: sarei andato ad Assisi, là dove Francesco aveva vissuto, ed anch’io, come lui, avrei ascoltato quello che il Signore aveva da dirmi! E come Francesco aveva il fido frate Leone con sè, io avrei avuto il fido Marco M. ad accompagnarmi!

Fu con questa immagine a metà tra il mistico e l’eroico che mi ronzava negli occhi, entusiasmandomi ogni minuto di più, che tornai verso Torino, preparandomi a sciogliere finalmente i dubbi che non mi avevano dato tregua da quasi un anno. La mia estate non era ancora finita.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-3)

Il traghetto fendeva le onde, mentre il sole sorgeva all’orizzonte. Gli schizzi d’acqua formavano dei piccoli arcobaleni ai lati dello scafo, ed il cielo passava dal nero della notte ad un rosa tenue, fino ad un rosso acceso, scintillando riflesso sulle acque del mare. Avevo ceduto il mio posto in cabina ad una compagna di viaggio, dormendo quindi, si fa per dire, su una poltrona, ed ora ero affacciato alla balaustra del ponte godendomi un attimo di tranquillità e di solitudine. Tra poco saremmo attraccati al porto di Dobrovnich e quel momento sarebbe scomparso, ma per ora era mio, solo mi…”PINAAAAAAAAA! Dov’è Andrea? PINAAAAAAAAA!” Ok, quel momento ERA scomparso.

Arrivammo a Dubrovnich, sbarcammo i bus, sbrigammo le veloci pratiche doganali e senza quasi accorgercene eravamo già in viaggio, diretti verso Medjugorie. Avevo avuto modo, durante il tragitto, di scoprire che, a sentire loro, più o meno tutti i nostri compagni di viaggio avevano avuto meravigliosi quanto incredibili episodi di visioni private della Madonna (intendo proprio della Vergine, non era una interiezione), colloqui interiori che nemmeno s. Teresa d’Avila ed altre amenità simili. In particolare la nostra guida, un baffuto signore di una certa età, chiamava la Madonna “la mamma”, commuovendosi alle lacrime ogniqualvolta la citava… e la citava molto di frequente…, lasciando intravvedere un rapporto con lei così intimo da far invidia anche a Gesù Cristo. Del resto, ebbi modo di riscontrare che il suo rapporto con lo spirito di-vino era realmente stretto, e questo certamente aiutava. Dato che, come ho accennato in precedenza, si era ancora relativamente agli inizi di quello che sarebbe diventato un baraccone spiritual-mediatico, non c’erano ancora strutture alberghiere in grado di accogliere i pellegrini, quindi avremmo tutti soggiornato in case di privati, loro graditi ospiti (paganti). Noi, cioè i miei genitori, Marco M. ed io, più una coppia composta da padre e figlia, avremmo alloggiato presso una certa Drakna (con grande sconcerto di mio padre e mia madre, che credo pensassero, da bravi provinciali mai usciti dall’Italia se non per andare, una sola volta anni prima, a Lourdes, di trovarsi in una capanna di frasche, stile tribù dell’Africa più profonda).

In realtà, nonostante la nostra guida ci avesse preventivamente avvertito che “purtroppo molti hanno capito che così si fanno i soldi e quindi cercano di approfittarne… Bisogna capirli, e non farsi distrarre dalla spiritualità del luogo, che è tutta un’altra cosa!” (ma dai…?!), Drakna si rivelò essere una donn(on)a gentilissima, molto disponibile, accogliente, che non capiva un’acca di italiano e quindi, quando si creavano le ovvie incomprensioni del caso, rideva con una risata squillante e gioiosa. Ho di lei un ottimo ricordo.

Non altrettanto dei giorni di permanenza. Si passava dalla solita messa quotidiana (in italiano, perché è vero che si era ancora agli inizi, ma ci si era già organizzati per scandire tutte le ore del giorno con celebrazioni in ogni lingua), agli immancabili rosari, alle interviste E-SCLU-SI-VE con i veggenti (che duravano con un tempo cronometrato perché, essendo E-SCLU-SI-VE, li vedevano correre al gruppo successivo allo scadere dei minuti concessi). Era tutto un florilegio di sorrisi, sospiri, pianti e gare a chi avesse visto il prodigio più rilevante. Sì, perché non si poteva, proprio non-si-poteva, tornare da Medjugorie senza essere stati testimoni di almeno UN prodigio. E c’era anche una specie di classifica, che andava dal vedere la statua della Madonna sbattere gli occhi, all’ostia consacrata assumere un colore od una luce particolari, fino al classico e più ricercato di tutti, il sole che si muoveva danzando nel cielo. Credo che mia madre sia riuscita a collezionarli tutti, lei che aveva sempre impedito a me, da bambino, di completare anche la più piccola raccolta di figurine… Com’è ingiusta la vita!

Il clou lo raggiungemmo il 5 di agosto. Sì, perché ci spiegarono che la Madonna, sempre lei, aveva raccontato che quel giorno ricorreva il suo compleanno. E va bene che è la Beata Vergine, va bene che è stata Assunta in cielo in corpo e spirito, ma rimane pur sempre una donna, perbacco! E quale donna non vuole che le venga offerto un fiore, una poesia, un canto, insomma un cadeaux per il proprio compleanno? Quindi, il 5 agosto ci sarebbe stata una “apparizione pubblica”, che non significava che noi tutti avremmo visto la Madonna (anche se molti dei presenti mi sembrava che una certa dimestichezza con la maria l’avessero, ad essere sinceri), ma che avremmo potuto assistere all’apparizione che si svolgeva ogni giorno, ad un’ora ben precisa, davanti ai veggenti, che di norma era rigorosamente privata e solo in rarissime occasioni, e questa sarebbe stata una di quelle, si mostravano al pubblico durante l’evento.

Per partecipare a questo avvenimento, salimmo tutti sulla cime del Podbrdo, il monte dove sarebbe apparsa la Vergine la prima volta ai veggenti, salita non priva di qualche disagio per le persone più anziane, in quanto il sentiero, all’epoca, era roccioso e molto terroso. Erano circa le 19, ed il gruppo complessivo di persone era decisamente nutrito, proprio perché da molte parti si era arrivati in concomitanza con questa data apposta per festeggiare il radioso genetliaco. I 7 veggenti erano al centro del cerchio formato dai pellegrini, e recitavano con noi il rosario. Ad un certo punto, sincronizzati come la nazionale di ginnastica artistica, caddero simultaneamente in ginocchio, lo sguardo rivolto verso una roccia e le labbra a muoversi, ma questa volta silenziosamente. Intorno, manco a dirlo, un silenzio tombale. Sorridevano, e sembrò che uno ad uno parlassero, ascoltando qualcosa rivolto a loro e a loro soli. Poi sollevarono ulteriormente la testa, come a seguire qualcosa che si alzava nell’aria, mentre tutto intorno, all’improvviso cominciò a risuonare gioioso… TANTI AUGURI A TEEEEEEE! Volevo morire.

Scendemmo, inutile dirvi con quale eccitazione tra i membri di tutto il gruppo (e tralascio per decenza la descrizione di mia madre). Il giorno dopo saremmo partiti per tornare in Italia ed affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, S. Giovanni Rotondo prima e la visita al Santuario dell’arcangelo Michele poi. Le mie perplessità erano andate sempre più aumentando, e mi chiedevo una volta di più se tutto questo, che era così simile a quanto avevo già vissuto a Valdocco (vedi post “Le Baccanti”) era realmente quello che volevo per me e la mia vita da lì a poco. Carico di dubbi, salii sul bus, mi imbarcai sul traghetto che ci avrebbe condotti a Taranto e lasciai Medjugorie. Non vi sarei mai più tornato, contrariamente ai miei genitori che, folgorati sulla via di Damasco, vi avrebbero fatto altri due viaggi. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-2)

Il bus che avremmo dovuto prendere partiva presto… MOLTO presto. E quindi, quando arrivammo alla fermata di ritrovo a Torino, mio padre era già scoglionato (cosa assolutamente nella norma, dato il suo carattere così accondiscendente). Il bus in questione, poi, era a 2 piani, ed era la prima volta che tutta la famiglia Borgialli ne vedeva uno: potete quindi immaginare la mia eccitazione ed il mio non pensarci nemmeno mezzo secondo per decidere che noi saremmo assolutamente saliti al piano superiore! Quasi tutti gli altri compagni di viaggio, che ovviamente non conoscevamo, erano già seduti. Non li conoscevamo, ho scritto? Durò poco.

“Pina! Ma siamo in una piccionaia!” risuonò l’entusiastico (si fa per dire) commento paterno, con la voce discreta che lo contraddistingueva. “Zitto, Gino!” sussurrò, ormai inutilmente, l’imbarazzata madre. Ecco, la conoscenza, almeno per quanto riguardava la nostra simpatica famigliola, era bella che fatta. Da quel momento, mio padre divenne il punto di riferimento per tutto il gruppo, guida compresa, che si sbellicava ai suoi racconti, si inteneriva ascoltando della sua malattia (ops, non ne ho parlato… rimedierò con un “Amarcord”), si indignava quando parlava di politica. Sì, perché mio padre tanto era compagnone e simpatico in pubblico, quanto diventava serioso ed a volte aggressivo (con la voce) in famiglia. Mi chiedo da chi abbia potuto prendere io, almeno nel voler essere appariscente…

Comunque, a me la cosa in fondo stava benissimo: laddove mio padre avesse catalizzato attorno a sè, e di riflesso a mia madre, l’attenzione, io sarei stato più libero di farmi i fatti miei, almeno per quello che avrebbe potuto essere in una “gita” in bus che sarebbe durata poco meno di 2 settimane. Infatti, il tragitto era un vero e proprio tour: scendendo verso Ancona, da dove saremo partiti, ci dovevamo fermare alla Basilica di Loreto. Al ritorno, poi, era prevista una tappa a s. Giovanni Rotondo di ben 3 giorni, per visitare, oltre ai luoghi di p. Pio, anche Monte s. Angelo, con il santuario di s. Michele. Insomma, una vagonata di quel tipo di religiosità per cui stravedevo, proprio. Nel mezzo, Medjugorie, appunto, dove ci saremo fermati 5 giorni. Ovviamente, fin da quel momento cominciai a pensare a cosa chiedere come contrappasso per farmi risarcire dai miei genitori per quel girone dantesco in cui mi ero venuto a trovare.

Il santuario della Madonna di Loreto non mi piacque particolarmente. Lo trovai enorme e ben poco predisposto alla preghiera ed alla meditazione. Ovviamente, ancora non potevo sapere che vi sarei tornato molte volte, in seguito, una volta diventato frate cappuccino, proprio perché retto dal medesimo Ordine di cui avrei fatto parte anch’io. Marco M., invece, che era molto più “mariano” di me (nel senso che aveva una predilezione per tutto ciò che riguardava la Madonna, e si interessava di ogni santuario, ogni racconto, ogni leggenda, ogni fuffa possibile), rimase affascinato da tutta quella “grandeur” ed ogni angolo, ogni colonna, ogni cero erano suoi. E meno male che avevo voluto ci accompagnasse per non sentirmi troppo immerso in religiosate da comari! Non ci fermammo molto, in fondo: giusto il tempo di una Messa, e di un rosario, e di una predica da hoc di uno dei frati cappuccini, e del racconto di come la casa di Maria (quella VERA, eh!) fosse stata trasportata dagli angeli e deposta PROPRIO LI’, e dell’immancabile visita al negozio di chincaglieria religiosa (quella, almeno, gradita anche a me). Insomma, dopo quel primo, lunghissimo pomeriggio volevo già morire.

Ma la delusione maggiore arrivò al porto di Ancona, dove ci saremmo imbarcati su un traghetto che, durante la notte, ci avrebbe portati a Dubrovnich (o Ragusa che dir si voglia), in Croazia: il bus a due piani NON ENTRAVA! Con le lacrime agli occhi dovetti abbandonare il posto che mi ero conquistato con tanto amore nella piccionaia, e trasbordare in un dei due bus sostitutivi che avremmo dovuto usare da quel momento in poi. No, decisamente Medjugorie si stava facendo odiare sempre di più.


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Amarcord: Summer graffiti

(Mi sono reso conto che, andando avanti con il blog, mi vengono alla mente ricordi che dovrebbero essere collocati temporalmente prima rispetto alle vicende che sto raccontando ora, un po’ perché la memoria, stimolata, li tira fuori a scoppio ritardato, un po’ perché amici che che li hanno condivisi e leggono il blog me li fanno notare. ho deciso, quindi, ogni tanto, di inserire dei post fuori logica temporale, recuperando qualcosa che non mi sono ricordato in tempo, e che indicherò con il termine “Amarcord” nel titolo. Visto che siamo alla fine dell’estate, inizio con qualcosa in tema)

Durante la mia infanzia, le estati coincidevano con la noia assoluta. Fino ai 7 anni ne trascorrevo una parte in montagna con mio padre, come raccontato precedentemente, ma da lì in poi si erano ridotte a coincidere con le 2 settimane che passavo al mare con mia madre, (vedi “Questo Piccolo Grande Amore”) ed il resto a casa, da solo. Il massimo del divertimento era andare in bicicletta, facendo il giro dell’isolato, in un carosello autistico, dove fingevo di essere un supereroe in sella ad un mezzo tecnologicamente eccezionale (una Graziella…), che avevo pomposamente chiamato Giuseppa (ok, nessun commento, abbiate pietà). Se si pensa che il modello a cui mi rifacevo in quel periodo era Paperinik, si capisce l’abisso di poraccitudine in cui ero caduto.

Con l’adolescenza, però, le cose un po’ cambiarono in meglio (e ci voleva DAVVERO poco). Intanto, cominciando a frequentare l’oratorio ed inserendomi in un gruppo di amici, avevo anch’io una parvenza di vita sociale; poi, i miei mi lasciavano un filo di indipendenza in più, niente di eccezionale, beninteso, ma perlomeno potevo stare alzato fino a tardi a guardare la televisione mentre loro andavano a letto, e già questo mi sembrava un traguardo di trasgressione ed emancipazione. Ma ricordo in particolare segnare un po’ un punto di non-ritorno, una presa di coscienza diversa dalle altre, pur nella sua assoluta, totale, banale normalità, l’estate dell’85.

Era l’anno in cui uscì “La Vita è Adesso” di Baglioni. Non mi era mai piaciuto, Baglioni. Troppo melenso, troppo sdolcinato, e poi TUTTE le mie amiche stravedevano per lui, i suoi capelli, la sua voce, i suoi capelli, le sue canzoni, i suoi capelli, il suo sorriso, i suoi capelli. Fu l’anno in cui, assente dalle scene da un po’, per il suo ritorno con un nuovo disco di inediti, i famosi capelli se li tagliò. La TRA-GE-DIA! Le mie amiche, prima ancora che uscisse l’album, erano devastate: sembrava che la capacità di cantare del Divo Claudio fosse direttamente proporzionale alla lunghezza del crine, un po’ come la forza per il biblico Sansone. Naturalmente, date le premesse non vedevo l’ora di sentire il suo nuovo lavoro per poterle prendere per i fondelli a sangue.

Le sue fans più sfegatate erano due sorelle, Stefania e Roberta, che abitavano in una casa con giardino, custodia di un piccolo castello che a Rivarolo viene chiamato “il Castellazzo”. Eravamo sdraiati lì fuori, il sole era caldo ma non troppo, loro in bikini per abbronzarsi, io vestito di tutto punto come sempre, perché è vero che i miei mi concedevano qualche libertà in più, ma era pur sempre disdicevole in paese stare in costume da bagno, anche in una proprietà privata. Ero prontissimo a dimostrare quanto fosse “da femmine” quel tipo di musica, che loro, che avevano comprato l’album il giorno dell’uscita e quindi lo conoscevano già a memoria, si ostinavano a decantare con tanto sospirare. Fecero partire il pezzo che dava il titolo al lavoro; e la sonorità mi avviluppò.

Mi avviluppò “La vita è Adesso” con il suo dare un senso al mio grigiore quotidiano; mi avviluppò “E Adesso la Pubblicità” che raccontava dei secoli di noia che vivevo anch’io; mi avviluppò “Notte di Note, Note di Notte” che dava voce a quell’anelito di silenziosa contemplazione che identificavo con la mia vocazione.

E pensai al senso di libertà che vivevo la sera, quando uscivo con gli amici e rincasavo, finalmente possessore della chiave di casa; o quando stavo alzato per guardare il Festivalbar con le sue musiche, le sue luci, le sue trasgressioni provinciali che mi sembravano così eccitanti; e ancora, nei pomeriggi in cui uscivo, dicendo che sarei andato in piscina a nuotare, mentre mi compravo un vasetto di Nutella, un Topolino e mi andavo a sdraiare su un prato, rincasando non prima di aver inumidito costume ed accappatoio perché mia madre non si insospettisse. Quella canzone ancora oggi racchiude in sè tutto questo, quel raro momento in cui hai una vita davanti, ne diventi improvvisamente consapevole, non sai ancora come sarà, ma sei certo che sarà piena e bellissima.

Sarebbero arrivate le delusioni, le sconfitte, i fallimenti; ma nel mio iPod “La Vita è Adesso” continua ad avere un suo angolo in cui mi  rifugio ogni tanto, per tornare là, sdraiato su un prato pieno di sole, quando sapevo con certezza che tutto sarebbe andato per il meglio.


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De Senectute

(Nota: questo post non segue la normale cronicità delle mie vicende. E’ storia attuale, e lo scrivo per raccontare quello che mi sta succedendo ed il motivo principale per cui sono stato assente per un po’ di tempo dal blog.)

Arriveremo, ad un certo punto del blog, a tempo debito, a parlare di nuovo e più diffusamente di mio padre e mia madre. Ma per spiegare ciò che è successo di recente basti sapere che mio padre è morto 8 anni fa, dopo avene trascorsi più di 6 invalido al 100% mentalmente e fisicamente a causa di una idrocefalia, e che da allora mia madre ha vissuto da sola nella nostra casa di Rivarolo Canavese, paese distante da Torino, dove vivo io, circa 40km. Ha compiuto a marzo 85 anni, apparentemente ben portati (mia madre non ha una ruga ed ha un sacco di capelli. Io sto cominciando ad avere un sacco di rughe e nessun capello).

Già da un paio d’anni ha cominciato, però, ad avere alcuni problemi, legati a microischemie cerebrali: praticamente, all’improvviso, il suo cervello “si spegne” e lei cade per terra come un sacco di patate. Non è uno svenimento, che in qualche modo si capisce stia arrivando e permette di sedersi (so di cosa parlo, avendolo provato pure io, come descritto in “Svengooo…”); è qualcosa di imprevedibile, e di conseguenza pericoloso, visto che può capitare ovunque ed in qualunque momento.

L’ultimo episodio si è verificato lo scorso luglio, mentre era a casa, da sola. E’ capitombolata per terra e si è rotta una spalla. Ora, mia madre è la classica persona che deve trovarsi in punto di morte per andare dal dottore (e forse anche in quella circostanza lo evita…), per cui il fatto di avere un braccio al cui confronto il blu-puffo è un colore pallido e di non poterlo più muovere dal dolore, non ha minimamente intaccato la sua convinzione che non fosse necessario farsi visitare. Così come non le è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisare me o qualsiasi altro parente della cosa (forse consapevole del fatto che l’avremmo portata di corsa da un medico). Quando io, come tutte le sere, la chiamai al telefono, mi raccontò cosa fosse successo quasi “en passant”, come qualcosa di poco  rilevante. Naturalmente, essendo a 40km di distanza e senza auto, io non potei far altro che allertare una mia cugina della cosa, ma, essendo ormai sera inoltrata, fu solo il giorno dopo che questa la accompagnò al Pronto Soccorso. La diagnosi fu di frattura scomposta dell’omero, con conseguente tutore immobilizzante (impossibile, data l’età avanzato ed il versamento di sangue, operarla) e relativa impossibilità di restare da sola. Riuscimmo, con una incredibile dose di fortuna, a trovare un posto libero in una struttura per anziani nel suo stesso paese, vicino, quindi, ai suoi parenti: fratello, sorella, nipoti. Io cominciai, compatibilmente con gli impegni di lavoro, a fare la spola tra Torino e Rivarolo.

Cominciarono le inaspettate scoperte. Mia madre, che per me all’esterno era sempre uguale (nonostante mi fossi accorto che perdeva un po’ di memoria e di consapevolezza, ma ad 85 anni chi non lo fa?), si rivelò essere molto più svanita di quello che avevo pensato, o forse mi ero rifiutato di comprendere. Aveva iniziato ad essere incontinente, senza che mai me ne avesse fatto cenno, e a trascurare la pulizia, propria, degli effetti personali, della casa. Era evidente che, una volta terminato il periodo di riabilitazione, non sarebbe più potuta tornare in quella casa a vivere da sola. Come gestire la situazione?

Chi segue il mio blog, sa che ho un rapporto non facile con la mia famiglia, e con mia madre in particolare. Ma ho un rapporto anche peggiore con certi aspetti della vecchiaia per i quali ho un vero e proprio terrore. Sono un maniaco del controllo, e l’idea di non essere più autosufficiente (cosa capitata a mio padre) è per me inaccettabile. Il vedere mia madre iniziare a percorrere a sua volta questa strada mi ha lasciato spaventato ed impreparato. Forse, proprio per questo, non ho voluto vedere nel tempo le avvisaglie di ciò che stava capitando, fino a quando, come spesso succede in questi casi, l’ineluttabilità dei fatti non mi ha posto di fronte alla realtà con violenza. L’unica soluzione che mi è sembrata percorribile, vuoi per motivi economici, vuoi perché pensavo che, comunque, fosse ancora in grado di avere una certa dose di autosufficienza, è stata quella di prenderla in casa con me. Così, da metà settembre, la famiglia è stata composta da 2 uomini, 3 gatti, alcuni pesci rossi, e mia madre.

La convivenza si è rivelata fin da subito molto più complessa del previsto. Intanto, pensavo che, anche lasciandola a casa da sola per pranzo, almeno fosse in grado di farsi scaldare qualcosa da mangiare. Ed invece no. Inoltre, si rivelò essere molto più confusa, quindi ingestibile, capricciosa, a volte anche aggressiva, di quello che avrei mai immaginato. La notte si alzava più volte, entrando all’improvviso in camera nostra mentre dormivamo e svegliandoci, accendendo e spegnendo continuamente le luci, andando in bagno nonostante le mettessi ogni sera il pannolone per l’incontinenza.

Già, il pannolone, questo sconosciuto. Intendiamoci: già io sono gay, quindi potete bene immaginare quale familiarità possa avere con le parti intime di una donna. Per di più, per (quasi) ogni maschio, la madre è una specie di essere asessuato; per cui, farle indossare ogni sera questo ammenicolo, oltretutto scomodissimo da gestire, è stata una delle cose più traumatiche che mi siano capitate negli ultimi anni. I miei tempi cominciarono ad essere scanditi in base ai suoi: tornavo il più possibile a casa per pranzo e, qualora non potessi farlo io, o cercava di esserci il mio compagno, o dovevo chiamare una signora che le scaldasse il cibo per farla mangiare. Diventò impossibile uscire la sera, dovendo attrezzarla e prepararla per la notte (e per lei le 21.00 era già tardi per andare a letto, salvo poi andare avanti ed indietro camera-bagno-salotto-bagno-camera-stanzaperfumare-bagno-camera per almeno un’ora). Tornare a casa non voleva più dire, dopo una giornata di lavoro, potersi fermare e rilassare, ma avere altro lavoro, ed un peso psicologico non indifferente, da gestire, senza più un minimo di privacy e di spazi personali. Ogniqualvolta stavo in camera per lavorare al pc (perché, ovviamente, anche la disposizione della casa è stata cambiata, per lasciarle una stanza personale dove stare), lei entrava ed usciva, entrava ed usciva, obbligandomi ad un certo punto a chiudermi dentro per non essere continuamente interrotto.

In questo lasso di tempo ho capito fondamentalmente due cose.

La prima, che il nostro tempo, rispetto probabilmente anche a poche decine di anni fa, non consente più la gestione di una persona anziana non autosufficiente in casa. I ritmi sono troppo veloci, troppo frenetici, anche quando si è a casa telefono-pc-impegni impediscono di seguire chi a questa corsa non può più stare dietro, e si vive quella che dovrebbe essere sempre considerata una persona, in realtà come un problema, un impedimento, un fastidio che non permette di stare dietro alla frenesia che ci accompagna.

La seconda, che in queste situazioni si è profondamente, inesorabilmente, crudelmente soli. I parenti, suo fratello, le sue nipoti, non sono venuti una volta a trovarla; i miei amici, reali o virtuali, non mi hanno chiesto una volta come stesse lei o come stessi io, se avessi bisogno di aiuto, se volessi anche solo parlare di quello che stava succedendo. La frase più gettonata del periodo, quando c’è stata una frase, è “Non ti chiamo perché non voglio disturbarti”. No, non mi chiami perché non TI vuoi disturbare; perché quel fastidio, quella paura che erano le mie, sono anche le tue. Perché in questo periodo in cui tutti, chi più chi meno, siamo sempre più “social-addicted”, in realtà è venuta a mancare quella rete di aiuto, attenzione e solidarietà che permettevano, una volta, di sopportare e gestire meglio situazioni come questa. Mi sono sentito abbandonato, e di conseguenza di-sperato (=senza speranza).

L’epilogo, per il momento, ieri. E’ stato dolorosamente evidente fin da subito che non ero nelle condizioni di poter gestire questa situazione, troppo complessa per due uomini che lavorano e devono fare i conti con orari ed impegni a volte non programmabili. Ho dovuto riportare mia madre nella stessa struttura da cui volevo a tutti i costi toglierla, raccontando la pietosa bugia di avere dei corsi di formazione che mi avrebbero tenuto lontano da Torino per alcune settimane (bugia, a dire il vero, solo parziale), e che quindi il ricondurla là sarebbe stato solo temporaneo. Ovviamente non sarà così.

Se da una parte sono razionalmente consapevole di non avere avuto alternative e che non avrei potuto seguirla come necessitava, dall’altra non riesco a superare il senso di frustrazione e di sconfitta che questa soluzione mi lascia addosso. Mi sembra di averla tradita, di non aver fatto abbastanza per lei, e che non si meritava, dopo una vita, di trascorrere in un’anonima struttura gli ultimi anni che le rimangono. Spero, e credo, che il tempo mi aiuterà a far pace con me stesso e con questa vicenda, ma non sarà subito. Anche per questo bisogno di scrivere di questo pezzo di vita presente. Ma qui non ci sarà un’altra storia e non verrà raccontata un’altra volta.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Neverendin’ stooooo-oriiiii… aaa-aaa-aaa… (ovvero “DICOTI NERD!” Parte Terza)

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Da bambino non mi limitavo a leggere fumetti (vedi “DICOTI NERD!” parti Prima e Seconda). Avendo imparato a leggere a tre anni, essendo sempre solo, avendo molto tempo libero, leggevo anche favole di tutti i tipi. La parte del leone, ovviamente, la facevano le versioni Disney, i cui lungometraggi animati conoscevo a memoria; non solo perché andavamo regolarmente al cinema ogni volta che ne usciva uno, ma anche perché avevamo in casa un cofanetto composto di sette vinili con la colonna sonora completa delle principali fiabe e relativi libretti illustrati. E quando dico “colonna sonora” non intendo solo “le musiche”, ma proprio i dialoghi completi. Insomma, ancora oggi ricordo a memoria interi passaggi di Biancaneve, La Bella Addormentata, Alice nel Paese delle Meraviglie, ecc ecc, perché, naturalmente, quei dischi furono praticamente consumati a furia di ascoltarli e credo che, avessero potuto, si sarebbero suicidati dalla disperazione. Ma mi dilettavo anche con “Le fiabe Italiane”, “Il Grande Libro della Mitologia Greca e Romana”, “Le Mille e Una Notte”, la bibliografia di Gianni Rodari, fino ad arrivare, quando avevo ormai 12, 13 anni, ai “Racconti” di Edgar Alla Poe. Insomma, tutto ciò che era fantastico ed in qualche modo magico, mi attirava come il fuoco le falene.

Giocavo spesso da solo, immaginandomi tutti i personaggi di una fiaba in cui ero alternativamente re, principe (no, principessa no) e, soprattutto, mago. Una volta, indossato una specie di lungo straccio nero fissato con una spilla al collo, e preso in mano un bastoncino che aveva molto, ma molto, vagamente la forma di una bacchetta magica, cominciai a girare su me stesso come un deficiente in cortile, lanciando incantesimi (si fa per dire…) a destra e a manca, e gridando formule magiche. Peccato che la scuola elementare che frequentavo, quella delle suore di Antonia Maria Verna già citata, avesse le stanze delle religiose che si affacciavano sul succitato cortile, e che in quell’occasione mi vedesse la mia maestra (frequentavo all’epoca la quinta elementare). La sorella fu colpita al vedere quello che in classe era un brillante studente giocare da solo come un rimbambito, tanto da muoversi a compassione; incautamente disse a mia mamma, uno dei giorni seguenti, che “le avevo fatto molta pena”, suscitando le ire funeste della pelìde madre: SUO figlio che faceva pena a LEI???? Inconcepibile, era come accusarla, indirettamente, di non essere la perfetta genitrice che sapeva ASSOLUTAMENTE di essere! Credo che anche questo episodio contribuì all’atteggiamento critico, a dir poco, che mia madre tenne da lì in poi verso le scuole di religiosi.

Comunque, per molti anni a seguire le mie letture furono necessariamente più serie, un po’ per necessità, perché mica si possono continuare a leggere le stesse favole per sempre (anche se, nel frattempo, avevo esteso le mie conoscenze alla mitologia cinese, giapponese, vichinga ed egiziana), un po’ perché mio padre, ritenendo quel tipo di interessi poco indicato al genio intellettuale che voleva diventassi, mi costrinse ad approcciarmi a generi completamente diversi, e, per essere sicuro che davvero lo  facessi, a scrivere anche relativi riassunti che lui controllava (o perlomeno diceva di fare…) di volta in volta.

Finché, ero ovviamente al liceo a Valsalice, non mi imbattei in una recensione. La scuola ci passava una rivista che, tra le altre cose, suggeriva un libro in ogni numero, facendone un riassunto e dandone una valutazione critica. Quella volta toccò a “La Storia Infinita”, di M. Ende. Inutile dire che la sintesi che lessi mi intrigò non poco, e mi spinse ad investire i pochissimi risparmi che avevo (all’epoca non si usava dare una paghetta ai propri figli, quindi mi dovevo arrangiare) nell’acquisto del volume. Già il fatto di entrare in una libreria era eccitante: tutti quei libri nuovi di zecca, che sembravano dire “comprami, leggimi”, invitanti nelle loro copertine lucide, mi davano un senso di vertigine molto vicino ad un orgasmo. E quando uscii col mio bell’acquisto in borsa, mi sentii come se avessi conquistato la tana di un drago.lastoriainfinita

Lo lessi in 24h esatte. Che è pure, guarda caso, il tempo entro cui si svolge la storia raccontata nel libro stesso (non farò un riassunto, primo perché non ci starei con lo spazio, secondo perché non posso credere che esista qualcuno al mondo che non lo abbia letto!). Il sacro fuoco, necessariamente sopito, dell’amore per il fantastico tornò prepotentemente alla ribalta. Inutile dire che mi aspettavo di veder comparire un drago bianco della fortuna da un momento all’altro alla finestra di casa, o di trovare un Auryn (il simbolo dell’Infanta Imperatrice, stampato anche sulla copertina del libro che stavo leggendo) camminando per la strada.

Ma il vero tracollo avvenne il mese successivo. Mi ero fidato, con piena soddisfazione, della recensione di quella rivista, quindi andai di corsa a vedere quale fosse il libro suggerito nel nuovo numero. E fu quello che divenne la mia bibbia da allora in poi, del quale molti brani conosco a memoria, che da allora rileggo ogni anno, in occasione del mio compleanno, insomma: “Il Signore degli Anelli”, di J. R. R. Tolkien. Ovviamente, leggendo semplicemente la recensione non potevo sapere a cosa stavo per andare incontro. Intanto, la mole del volume: una mappazza enorme, che mi riempiva da sola un bel pezzo di borsa scolastica; poi, il prezzo, ovviamente adeguato: assolutamente inarrivabile per le mie finanze, già duramente provate dall’acquisto precedente. Per fortuna, però, eravamo vicini a Natale, quindi chiesi ad una mia zia di regalarmelo, e così bypassai il problema economico. Sfruttando le vacanze festive, inoltre, pensavo di riuscire a leggerlo prima di riprendere la scuola, e quindi, appena ricevuto, mi misi d’impegno per riuscire nel mio progetto.

Il primo approccio fu tremendo. Se lo avete letto , saprete che ci sono una serie di prologhi all’inizio ed una altrettanto corposa serie di appendici alla fine, a cui si rimanda di continuo durante lo svolgimento della narrazione. Abituato, da buon studente, ad andare a leggere ogni singolo rimando, cominciai ad avere in testa una confusione enorme, dove le vicende di Frodo si intersecavano con l’origine dell’erba-pipa e la genealogia dei Re di Numenor. Insomma, un casino a non finire. In realtà, me la stavo godendo un mondo. Non capivo sostanzialmente niente, ma mi piaceva tantissimo, aumentava quel senso di fantastico e di proiezione in un mondo completamente diverso, eppure così reale. Lo terminai in dieci giorni (ed è una vera impresa, degna di un Eroe!), e fui costretto (certo, COS-TRET-TO!) a ricominciarlo subito, saltando questa volta tutti i “prima” e “poi” per concentrarmi solo sulla storia, e, sapendo come andava a finire, godendomi con più calma tutti i particolari e le sfumature. Questa volta impiegai ben venti giorni, e ne uscii con l’assoluta convinzione che dovevo (DO-VE-VO!) imparare a scrivere e leggere l’alfabeto elfico delle rune.

Per fortuna, gli impegni scolastici presero il sopravvento e mi obbligarono a desistere dalla mia convinzione. Ma fu l’inizio di una deriva che non terminò mai più. Intanto, decisi che era assolutamente necessario, per la mia sopravvivenza mentale e fisica, avere tutta (TUT-TA!) la bibliografia di Tolkien. Lessi, quindi, immediatamente dopo “Lo Hobbit” (facile), “Il Silmarillion” (un casino, mi intrigò moltissimo), “Albero e Foglia” e vi risparmio tutto il resto. Poi, cominciai quella raccolta infinita, che continua ancora oggi, di libri fantasy, di cui posso vantarmi essere un discreto esperto. Il sacro fuoco della nerditudine, una volta acceso, non può più essere spento.

Solo un’ultima cosa mancava perché la mia trasformazione fosse completa: la parte tecnologica. Ma era ancora un po’ presto, e, quindi, questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

il-signore-degli-anelli