Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


1 Commento

Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


3 commenti

Vacanze Romane (parte seconda)

Non risiedevamo esattamente in Roma, ma a S. Marinella, un paese vicino, sul mare. Come sempre venimmo smistati in camere doppie, e come sempre io mi ritrovai con il mio amico Donato… con un letto matrimoniale! “Mi spiace, c’è stato un errore! Cercheremo di provvedere in qualche modo!” Si affannava a spiegare il titolare dell’albergo “Ma chi se ne frega?! QUALCUNO HA DEI PROBLEMI? BATTUTE DA FARE? Lasci stare così.” Un battagliero Donato ed il suo cipiglio risolsero velocemente la situazione e vi assicuro che nessuno fece MAI un solo commento sul fatto che dividessimo lo stesso letto in quelle notti.

I giorni per visitare la città, alla fin fine, erano solo due: il terzo sarebbe stato completamente occupato dall’udienza papale e dalla successiva celebrazione; pertanto, i nostri giri turistici, rigorosamente sempre tutti insieme, erano frenetici. Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria, Piramide, Piazza del Popolo, Piazza Navona, San Paolo Fuori le Mura, San Pietro in Vincoli, San Pietro… Avevo i piedi che mi sembravano bistecche, e la sera tornando in albergo crollavamo tutti stremati. Ma ormai mi ero innamorato perdutamente. Roma la si ama o la si odia. Il suo caos frenetico, il suo disordine, a volte la sua sciatteria si alternano con angoli meravigliosi, stili completamente differenti tra loro, un miscuglio di antico, rinascimentale, moderno che stordisce come una sindrome di Stendhal. E così fu per me.

Avevo, però, anche delle piccole, grandi delusioni. San Pietro mi parve enorme e dispersiva: era più un museo opulento che una chiesa. E la Pietà di Michelangelo? Me la ero immaginata enorme, incombente nella sua tragicità… ed invece era lì, una cosina piccola, a dimensione umana: che fregatura! (Non a caso mi piacque MOLTO di più il Mosè, virile e maestoso, con ricca barba e muscolatura in vista, di San Pietro in Vincoli…piccoli gay crescono). Piazza Navona non mi parve sto granché (e, lo ammetto, continua ancora oggi ad esercitare su di me poco fascino), mentre mi colpì tantissimo il Pantheon con la sua cupola bucata dall’oculos (ed, ammettiamolo, con le tombe dei Savoia). Con questo stato d’animo alternato e un po’ confuso (insomma, sti monumenti e palazzi mi piacevano o no?) giungemmo in piazza Fontana di Trevi. Si profilava un’altra delusione: ma come? Una simile bellezza costretta in una piazzetta piiiiiiiccola così che non ti permetteva, quasi, di ammirarla in tutto il suo splendore? L’ennesimo esempio di contraddizione romana.

Mentre stavamo cercando di capire se ci piaceva o meno, (non) ascoltando naturalmente le solite noiose spiegazioni storiche (avevamo una guida, santa donna, che ci accompagnava ovunque, perdendo tempo e voce nel tentativo di raccontare ad annoiati ed ormonati adolescenti interessati più alle bellezze femminili romane, che a quelle storiche, gli aneddoti e le circostanze che avevano portato alla creazione di questo e al dipinto di quello), venimmo improvvisamente spintonati con una certa violenza. Una serie di omoni stile “Men in Black” ci schiacciò con forza e senza nessuna spiegazione contro i muri dei palazzi della piazza, generando in tutti noi vibranti e sdegnate proteste: come si permettevano sti romani coatti di trattare così noi torinesi???pertini-pazienza-258x258

Poi arrivò lui, piccolino, scattante e sorridente. Vide che indossavamo i cappellini blu con la scritta “Scuola Don Bosco” e, da ex allievo salesiano quale era, si fiondò in mezzo a noi, cominciando ad elargire grandi sorrisi, strette di mano, saluti, battute, e a TUTTE le donne del gruppo (ci avevano accompagnati alcune mamme) baci sulle guance. Era appena uscito di casa e si avviava verso il Quirinale il Presidente Pertini. Fu tutto un gridolio di emozione, commozione, di “Oddio, è proprio lui…” “Mi ha stretto la mano, non la laverò MAI PIU’!” “Ci ha visti e ci è venuti incontro, che brav’uomo” e via così. Anch’io ne fui segnato profondamente: mi stupì che un uomo che fino ad allora avevo visto solo in televisione e sui giornali si fosse dimostrato così alla mano, gentile ed incurante della propria sicurezza personale (nonostante la malcelata disperazione dei “Men in Black” che, ovviamente, erano la sua scorta) e così vicino a noi, ragazzini comuni ed eccitati. Credo che in quel momento, in un certo qual modo, sia nato il mio senso dello Stato, e sono ben felice che questo ricordo sia legato ad un così grande presidente della Repubblica Italiana.

Dal sacro al profano, il giorno successivo partecipammo alla famosa udienza papale in Sala Nervi. Ennesima contraddizione: alla bellissima scultura sul palco, si contrapponevano sedioline di legno tipo quelle che si trovavano nei cinema, durissime e scomodissime. Ma il Vaticano, pensai, non si può permettere qualcosa di meglio? La successiva celebrazione sul sagrato di S. Pietro fu lunga e molto, molto calda (nel senso di temperatura ambientale, maggio a Roma è quasi come luglio a Torino) e segnò la fine della nostra trasferta romana.

La sera , prima di andare a letto, me ne andai sulla spiaggia, a guardare il mare: mentre i miei compagni ridevano, qualcuno si buttò in acqua, qualcuno cantava con l’immancabile chitarra, io ripensai a quei giorni così ricchi ed intensi, e decisi in cuor mio che, non sapevo come, non sapevo quando, ma a Roma ci avrei abitato; ormai il mio cuore era stato ferito, come la statua che rappresentava L’estasi di Santa Teresa d’Avila, e il mio amore per la Città Eterna era scoppiato definitivamente. Avrei realizzato questo mio desiderio, molti anni più tardi, ma questa è come sempre un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

P.S.: Donato non era venuto in spiaggia con noi, aveva deciso di andare subito a dormire. Tornai in albergo, aprii delicatamente la porta e fui sorpreso, quindi, di vedere la luce del suo comodino ancora accesa. Si girò e mi guardò. “Scusa, non volevo svegliarti” “… com’è buia questa galleria…” e si rigirò dall’altra parte, continuando a sognare. Inutile dire che, il giorno dopo, quando gli raccontai l’episodio sul bus che ci stava riportando a casa, mi guardò come se avessi lasciato il cervello in albergo…


Lascia un commento

Vacanze Romane (parte prima)

Era il maggio dell’83: io frequentavo la Quarta Ginnasio, non riuscivo a partecipare agli incontri della famosa Diaspora per cause di materna forza maggiore, e per la Congregazione Salesiana ci fu un evento importantissimo: la beatificazione dei loro primi martiri, mons. Versiglia e don Caravario. imagesIn occasione della celebrazione in cui questo sarebbe ufficialmente avvenuto, la gita scolastica dell’anno sarebbe stata a Roma, dove avremmo partecipato ad una udienza papale in Sala Nervi e alla Santa Messa celebrata dal Papa, allora Giovanni Paolo II, restando sul sagrato di S. Pietro molto vicini a lui. Ero al settimo cielo!

Non ero mai stato a Roma (il massimo del Sud per me fino a quel momento, rispetto a Torino, era stata Bellaria-Igea Marina…), ma frequentando letture, da bambino prima, e studi classici, da ragazzo poi, era uno dei luoghi più affascinanti su cui mi capitasse di fantasticare. Oltretutto ci saremmo rimasti per 5 giorni, non molti, ma nemmeno pochissimi, per cui non stavo più nella pelle all’idea di visitare la Città Eterna. L’unico, grande, ENORME interrogativo era: sarebbe venuta anche mia madre?

La fortuna mi assiste, e la genitrice decise che tutto quel tempo era troppo da trascorrere lontano da mio padre, che da solo non era in grado nemmeno di far scaldare il latte per la colazione del mattino, per cui la sua partecipazione si limitò ad accompagnarmi in auto il giorno della partenza. Fino a quel momento, gli unici giorni in cui ero stato assente da casa erano quelli dei famosi ritiri spirituale a Combes d’Introd (vedi post precedenti), quindi la povera donna era in un comprensibile (per lei) stato d’agitazione. Talmente agitata che chiuse la portiera dell’auto dimenticandosi le chiavi all’interno… La disperazione, proprio! “Già devi partire, stai via per tutti questi giorni (cinque… erano cinque… vabbè) e adesso pure l’auto! Come faccio? Rompo il finestrino?” Si avvicinò il padre di un mio compagno “Mi scusi, signora, ho visto cosa è successo… Ha una forcina per capelli?” TLAC “Ecco fatto, portiera aperta.” “Ma come ha fatto?” Chiese la basita madre. “Ma sa, io abito a Porta Palazzo… ;)” Ora, per chi non fosse di Torino, dire a quei tempi “abito a Porta Palazzo” era l’equivalente del dire “svaligio case tutti i giorni”: era, infatti, il classico quartiere che si trova in ogni grande città, un po’ malfamato, variamente frequentato, che negli anni successivi sarebbe diventato anche un po’ pericoloso, aggregando gran parte dell’immigrazione soprattutto nordafricana clandestina torinese, e che di recente ha subito una grande opera di riqualificazione. E’ anche sede dell’omonimo mercato all’aperto, il più grande d’Europa. Fatto sta che da quel giorno mia madre una forcina tra i capelli se la porta ancora adesso (anche se non guida più… non si sa mai cosa può succedere).

Ringraziato con le lacrime agli occhi, non si sa se per la sua gentilezza o per la mia imminente partenza, il galante scassinatore, mia madre mi accompagnò al ritrovo con gli altri miei compagni e mi vide svanire velocemente sul pulmann che mi avrebbe condotto verso la Caput Mundi. Cinque giorni di libertà mi si paravano davanti, e non ebbi il benché minimo senso di colpa quando la salutai dal finestrino mentre mi vedeva allontanarmi come se stessi partendo per la guerra al fronte, invece che per una gita cultural-religiosa.

 


Lascia un commento

Carboneria vocazionale

Uno dei motivi che mi avevano spinto a continuare la mia carriera accademica (…!) nel Ginnasio di Valdocco, era la possibilità di vivere in comunità vocazionale. Infatti, chi desiderava provare la vita di comunità, negli anni delle superiori poteva restare per tutta la settimana a vivere con altri giovini di salesiane speranze, alternando lo studio con la preghiera, la vita comune, il supporto ad alcune attività con i ragazzi che frequentavano le medie, ecc. ecc., tornando a casa nei we. Per me, che fin da bambino avevo sentito forte l’esigenza di vivere con altri miei coetanei, era come sognare il Bengodi (e, certamente, il fatto di stare tra maschietti adolescenti ed ormonati, per quanto religiosamente orientati, aveva il suo inconscio perché, ma ancora non me ne rendevo conto).

Naturalmente, l’approvazione dei genitori era necessaria alla realizzazione di questo sogno. Ed io andavo sul sicuro: i miei erano persone fortemente cattoliche, praticanti, credenti ed impegnate in parrocchia. Infatti, coerentemente, il loro “NO” fu categorico. Mia madre non poteva certo permettere che il suo pulcino, che stava sempre più diventando galletto (nonostante il suo disperato tentativo di far finta che il tempo fosse staticamente fermo a quando avevo cinque anni), stesse lontano dalle sue chiocce ali 5 giorni su 7! Mio padre pareva avere un atteggiamento più conciliante, ma certamente non osava mettersi contro la furia della genitrice. Scendemmo quindi, lui ed io, ad un compromesso.

Non ero, naturalmente, l’unica persona in queste condizioni, e per noi, zelanti reietti, esisteva una specie di Carboneria chiamata “Diaspora”. Nella Bibbia, la diaspora indica la lontananza del popolo ebraico dalla Terra Promessa, ed è uno stato più mentale ed esistenziale che puramente fisico e stanziale. Così sarebbe dovuto essere per noi: un giorno la settimana (SOLO UNO!) avremmo partecipato alla preghiera ed alla Messa in comunità, per poi tornare al nostro forzato esilio familiare. In piemontese, diciamo che era l’equivalente di “‘na frola ‘n buca a ‘n asu” (una fragola in bocca ad un asino, ovvero una cosa talmente piccola da non sentirne nemmeno il gusto), ma di questo mi sarei dovuto accontentare, nella speranza che settimana dopo settimana magari le cose fossero cambiate. Mio padre mi avrebbe coperto con mia madre, giustificando con qualche scusa il ritardo del mio rientro a casa (non dimentichiamo che ero legato agli orari di treni e/o bus, vivendo a 40km di distanza).

Vissi l’avvicinarsi del Grande Giorno con immensa emozione: finalmente anch’io avrei provato l’ebbrezza dello stare insieme, anche se per pochissimo tempo e per un’attività certamente non molto coinvolgente dal punto di vista di proattività come il partecipare ad una Messa… Ma già mi pareva tantissimo, e speravo che le cose nel tempo si sarebbero potute evolvere diversamente e positivamente: insomma, mia madre prima o poi avrebbe pur ceduto!

Quel pomeriggio, era un martedì, invece di uscire prima da scuola per andare a prendere il bus delle 17.30 mi fermai, e mi diressi verso la cappella della comunità vocazionale: fui accolto da grandi sorrisi, abbracci, rassicurazioni, come un figliol prodigo tornato all’ovile (ovviamente i responsabili della comunità conoscevano benissimo la mia situazione, e non ne avevano fatto mistero con gli altri ragazzi che invece vivevano, fortunati loro, lì in maniera stanziale; ed io stesso non avevo perso occasione per indossare i panni del martire che, testa alta ed occhio sereno anche se col cuore straziato, lottava, pervicacemente ma umilmente, contro le avversità della vita, che in quel momento si riassumevano in un solo nome: MAM-MA). Tutta questa dimostrazione di vicinanza ebbe però la spiacevole conseguenza di fare iniziare la funzione in ritardo… E canta di qua, salmeggia di là, le lancette dell’orologio, un po’ come per Cenerentola, segnarono ad un certo punto l’ineluttabile arrivo del momento in cui dovevo scappare non perché la mia carrozza si sarebbe trasformata in zucca, ma perché in caso contrario avrei perso l’ultimo treno per tornare a casa. La Messa non era ancora nemmeno a metà…

Vergognandomi come un ladro, e sorridendo a mò di scusa come un ebete, cominciai ad indietreggiare, rinculando ed avvicinandomi alla porta, che aprii con estrema delicatezza e chiusi sbattendola precipitosamente, buttandomi letteralmente giù per le scale temendo di non arrivare in tempo alla stazione. Inutile dire che gli sguardi perplessi che accompagnarono tutta l’operazione mi trasformarono in una specie di pomodoro rosso di vergogna ed imbarazzo. E già questo mi creò molta perplessità sulle possibilità che questa situazione si potesse ripetere di settimana in settimana.

Ma il colpo ferale giunse quando arrivai a casa. Mio padre mi aveva aspettato, apparentemente per coprirmi con mia madre, ma quando entrai lo sguardo di lei, fronte corrucciata, occhi stretti ed accusatori, sopracciglia a formare una linea unica e dritta, sembrava quello di una moderna Medusa, pronta a trasformarmi in pietra da un momento all’altro. “Tu sei stato in comunità vocazionale!” fu il suo benvenuto. “IO??? NO!” spergiurai, sbattendo innocente le palpebre come una vergine pudica. “Smettila! E tu zitto!” (laddove il “tu” in questione era mio padre). “Non ci andrai mai più! Chiaro?! Mai più!”. Ed il mio tentativo carbonaro fu stroncato sul nascere.

Non seppi mai se fu mio padre che, in un ingenuo od intimorito impeto di sincerità, aveva parlato con mia madre, o se lei avesse colto autonomamente dalla mia eccitazione qualcosa (ho sempre pensato che, come io sono dotato del naturale radar omosessuale che mi consente di percepire se un uomo appartenga o meno al mio stesso genere, il famoso “GayDar” a cui dedicheremo un post futuro, così lei fosse dotata di una specie di MammaDar, che le consentiva di sgamare i miei più o meno maldestri tentativi di sfuggire alle sue amorevoli spire). Fatto sta che quella fu la mia prima ed ultima esperienza di diaspora, e visti i risultati devo dire che, in parte, ne fui sollevato. Mi sarei preso la mia rivincita, perché l’ultimo anno di liceo, quello della Maturità, lo avrei passato davvero in comunità, ma in quel momento ancora non potevo prevederlo… E, naturalmente, ne parlerò più avanti, perché questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


3 commenti

What a Feelin’!

MPW-21233

L’insano desiderio di mio padre di farmi imparare le lingue straniere non si era mai sopito. Già durante la terza media, per prepararmi agli studi futuri, complice il preside della scuola che sarebbe successivamente diventato mio insegnante, mi obbligò a frequentare un corso preparatorio di Latino, con l’ovvio risultato di farmelo odiare per tutto il periodo del Liceo (ho sempre avuto risultati discutibili in Latino e Greco, ma tra i due preferivo quest’ultimo, la cui letteratura mi sembrava più ricca ed affascinante). Ma non contento di questo, nell’estate antecedente l’inizio del Ginnasio mi aveva messo in mano una grammatica Francese (“Tanto è praticamente uguale al piemontese!”) ed una di tedesco, potete immaginare con quali risultati.

A scuola ormai iniziata, volle tentare il tutto per tutto, ed acquistò un Corso Fonovisivo di Tedesco! Altro non era, di fatto, che una serie di esercizi correlati da audiocassette, contenuto in un’elegante 24h di pelle; ma l’unico motivo per cui, apparentemente,io acconsentii all’acquisto, fu la presenza, nel kit, di un Walkman necessario per l’ascolto dei suddetti supporti. Intendiamoci: era un modello “base”, senza grosse pretese, anzi; ma stuzzicava il mio “io” nerd, che per la prima volta si sposava con l’amore per la musica, e la prospettiva di poter ascoltare quello che volevo ovunque ed in cuffia, cosa che non avevo mai fatto prima, era un canto delle sirene troppo irresistibile perché potessi dire di no.

Come ricorderete, per frequentare la scuola facevo il pendolare, viaggiando un’ora per l’andata ed una per il ritorno ogni giorno; questo tempo poteva essere proficuamente impiegato per l’ascolto e l’apprendimento del tedesco, secondo mio padre, ed io fui perfettamente d’accordo con lui; quindi, mi accinsi ad acquistare una MUSIcassetta che mi avrebbe consentito di passare il tempo. La scelta ricadde sulla colonna sonora del film “Flashdance” (che non ha bisogno di presentazioni, ma per chi volesse rinfrescarsi la memoria ecco il solito link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Flashdance).

Fiero ed emozionato per il mio acquisto, salii sul bus, mi incassai in fondo nel posto più defilato possibile, in modo da non rischiare che mi si sedesse accanto qualcuno che avrebbe potuto intavolare una non voluta discussione, ed infilai le cuffie in testa. Erano grandi, coperte da un’orribile gommapiuma blu e con un’asticella di metallo flessibile e regolabile per adattarle alla bell’e meglio alle orecchie. Cliccai il tasto “Play”.

Il suono stereofonico mi invase il cervello, accendendo sinapsi e stimolando sensi che fino a quel momento non sapevo di avere. L’intro del primo pezzo, “Flashdance” appunto, scorreva dall’orecchio destro a quello sinistro e viceversa, creandomi una sensazione di stupore, appagamento, eccitazione, confusione, stordimento e voglia di continuare all’infinito l’ascolto. Era la cosa più simile ad un orgasmo che avessi mai provato (avevo già imparato da tempo cos’era un orgasmo, grazie a Federica-la-mano-amica), e fu amore a prima vista (o al primo ascolto) e per sempre. Ancora oggi ricordo gran parte delle canzoni a memoria, e rivedo il film ogniqualvolta passa in televisione (sempre più di rado, ahimè).

Irene Cara, la cantante del brano in questione, divenne la mia eroina, passione, questa, condivisa con un mio compagno dell’epoca, Carlo, con il quale scambiavamo figurine, ritagli di giornale, articoli, ogni cosa parlasse di lei, quasi fossimo due ragazzine adolescenti brufolose in preda ad un innamoramento folle per il loro sex symbol del momento (oddio, io in effetti brufoloso all’epoca lo ero, Carlo molto meno; ma per lui, forse, Irene Cara era davvero un sex symbol, mentre per me no, ovviamente… Insomma, ci compensavamo). La mia idealizzazione finì quando la vidi in una foto a seno nudo e la sua immagina artistica ne fu ai miei occhi definitivamente e per sempre compromessa.

La cassetta si suicidò a furia di essere suonata ancora, ed ancora, ed ancora, ed ancora. Le mie finanze non mi permettevano (già allora…) di poter acquistare con frequenza altri supporti musicali, ma quando potei cominciai ad investire lì i miei soldi; seguirono altre grandi passioni: “Thriller”, la colonna sonora de “La Storia Infinita”, “Born in the USA” (e non a caso Michael Jackson e Bruce Springsteen restano ancora oggi due dei miei artisti preferiti… Quando si dice l’imprinting). Anche il Walkman fu presto sostituito da un apparecchio tecnologicamente più avanzato. Quando mio padre me ne chiese il motivo, l’ovvia risposta fu che con quel modello non riuscivo a capire perfettamente le sfumature della difficile pronuncia tedesca. Il poveretto ci credette, ma io il tedesco non l’ho mai imparato.


Lascia un commento

Dalle stalle alle stelle

Gli anni delle medie finalmente finirono, e si pose la necessità di decidere a quale scuola passare. Non che io avessi particolare voce in capitolo, naturalmente. Mio padre aveva iniziato, da giovane, a frequentare la facoltà di Medicina, che aveva poi dovuto interrompere dovendo portare a casa uno stipendio; questo obiettivo mai raggiunto, però, gli aveva lasciato sempre un senso di incompiutezza e di frustrazione, ed era quindi ovvio che SUO FIGLIO lo avrebbe in qualche modo dovuto riscattare.

D’altro canto, mia madre sognava un avvocato in famiglia; come la monaca di Monza, a cui la famiglia fin da piccola metteva in mano bambole vestite da suora per abituarla alla strada che era già stata scelta per lei, così a me, fin da quando avevo grosso modo 5 anni, lei non perdeva occasione di dire: “Hai proprio una parlantina da avvocato!”, frase che poteva essere declinata con tono scocciato, se frutto di una mia risposta a tono, od orgoglioso, se me ne uscivo con qualche affermazione in pubblico, generalmente con amici e/o parenti, che suscitava ammirate considerazioni su quanto fossi maturo per la mia età (in pratica, ragionavo da vecchio non avendo avuto modo di godermi la mia sacrosanta infanzia). Infine, i miei professori avevano dato l’ultima spinta alle già abbastanza sollecitate fantasie dei miei genitori: “Vostro figlio è troppo intelligente per non continuare gli studi! DEVE fare il Liceo, e che sia il Classico!” Ed amen, Classico fu.

Lo ammetto: in fondo, ero d’accordo anch’io, per diversi motivi. Intanto, amavo sempre profondamente gli studi letterari, molto più di quelli matematico-scientifici, quindi non avrei potuto pensare ad una strada diversa. Poi, questo significava trascorrere altri due anni a Valdocco, frequentando il biennio di Ginnasio, e quindi continuare a coltivare la mia idea di entrare prima o poi nella Congregazione Salesiana. Infine, avrei fatto un “salto sociale” nell’ambiente che mi avrebbe ripagato delle angherie subite negli anni precedenti.

Infatti, i ginnasiali erano da sempre visti come esseri superiori, ormai usciti dal periodo adolescenziale delle medie per tuffarsi in una vita ai nostri occhi già praticamente “adulta”; poi, mentre alle medie esistevano due sezioni, il ginnasio vedeva tutti confluire in un’unica classe: pertanto, parte dei miei compagni-aguzzini scelse altre strade e si tolse dai piedi, parte arrivò ex-novo dall’esterno, parte si unì a noi superstiti dall’altra sezione. Tutto questo rimescolamento mi portò ad avere nuove amicizie e finalmente una situazione “sociale” piacevole ed oserei dire diametralmente cambiata rispetto a prima.

Non avevo mai giocato a calcio (ovviamente…), ma sempre a “palla in quadrato”, una versione di “palla avvelenata”; passando al Ginnasio, divenni di fatto il responsabile del gruppetto di sfigat… volevo dire, di ragazzini delle medie che, per motivi diversi (e, in questo caso, la parola-chiave è “diversi” …), non aveva voglia di gettarsi un quella maschia mischia abituata a correre dietro una palla. A noi le palle piaceva lanciarcele, ed io ormai ero un esperto nel prendere pallonate in faccia (in senso lato e in senso fisico), quindi divenni una sorta di punto di riferimento per quei piccoli implumi in cui vedevo ripetersi un po’ l’esperienza che avevo vissuto io e da cui, da brava CandyCandy, cercavo in qualche modo di proteggerli.

Non facevo mistero del mio desiderio di diventare salesiano, quindi loro mi presero, piccoli ingenui, come punto di riferimento, cosa che fece salire il mio ego ad altezze mai sperimentate. Un giorno, a seguito di non ricordo nemmeno bene quale diatriba risolta, uno di loro mi guardò dal basso verso l’alto e tra l’adorante e il reverenziale mi disse: “Perché tu sarai davvero un bravo Salesiano!” In quel momento nel mio immaginario Madre Teresa di Calcutta impallidì rispetto a me, che già mi vedevo circonfuso di luce mistica ed osannato nella mia umile disponibilità.

A tenermi con i piedi per terra ci pensava il mio nuovo amico, Donato. Arrivava dall’altra sezione delle medie, e per quanto possa sembrare strano non ci eravamo mai frequentati fino a quel momento. Vigeva, infatti, una sorta di separazione netta tra chi frequentava la “A” e chi la “B”, per cui difficilmente si stringeva amicizia al di fuori del proprio gruppo di appartenenza. Nel gran calderone ginnasiale, invece, ci scoprimmo e trovammo immediatamente simpatici e complementari, diventando praticamente inseparabili. Intendiamoci: non c’era nel nostro rapporto nessuna connotazione sessuale o che avesse anche la benché minima promiscuità. Semplicemente, io ero sempre il solito idealista, un po’ con la testa tra le nuvole, lui estremamente pragmatico, impetuosamente generoso; io mediatore, lui che non si faceva scrupolo di minacciare sonore scazzottate se qualcuno si comportava in modo che non ritenesse corretto; insomma, perfettamente bilanciati, anche fisicamente, essendo io magro ed allampanato e lui tracagnotto e ben piantato. Iniziò così un rapporto che durò anche durante il Liceo e si interruppe solo perché, come spesso capita, la vita ci condusse per strade diverse.

In buona sostanza, il periodo del Ginnasio fu certamente il più felice trascorso a Valdocco, ponendosi come una sorta di oasi tra il turbolento periodo delle Medie e quello che non sapevo ancora sarebbe stato lo sconvolgente, a livello di equilibri e dinamiche familiari, triennio del Liceo. Ma, lo sapete vero?, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.