Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amarcord: Gira e spera, Spera e gira, Quel che vuoi si avvererà

Fermo immagine: un pomeriggio qualunque di un giorno qualunque, nel cortile di casa. Ho 10 anni e frequento la quinta elementare (vedi post “C’è tutto un mondo intorno”). La camere delle suore da cui vado a scuola si affacciano proprio su casa mia, e vedo la mia maestra ogni tanto affacciarsi alla finestra.

Ho un lungo straccio nero attaccato al collo, che mi ricade sulle spalle come un mantello, tenuto fermo da una spilla da balia; in mano una specie di bastoncino di legno; i pantaloncini e le pantofoline ai piedi, giro su me stesso come una piccola trottola, mentre il cane, Boby, saltella ed abbaia felice. La maestra, dalla sua camera, mi guarda, un attimo, poi scompare.

Cambio scena: giorno successivo, scuola. Durante un intervallo, la maestra mi prende da parte (era molto brava, si chiamava suor Attilia, sorrideva sempre, le piaceva farci cantare e ci aveva insegnato a memoria l’Inno d’Italia, cosa per cui la ringrazierò tutta la vita) e mi dice: “Ti ho visto ieri, in cortile, da solo… Mi hai fatto tanta pena…” e mi carezza la guancia, con un sorriso un po’ mesto.

Nuovo flash: la sera, casa. Mia madre sta preparando la cena, mio padre, come sempre, deve ancora rientrare dal lavoro. Le racconto quello che mi ha detto la maestra. Mia madre si ferma, si gira come una furia, con gli occhi infuocati e “Come si permette di dire che mio figlio le fa pena??? Le fa pena per cosa, poi??? Pensa che siamo cattivi genitori??? Pensa che non sono capace di badare a mio figlio??? DOMANI VADO DALLA DIRETTRICE!”.

Come sempre accade tra adulti e bambini, nessuno aveva capito niente. Suor Attilia aveva visto un bimbo solo, giocare senza nessuno, con uno straccio legato attorno al collo. Mia madre aveva visto la sua stessa esistenza, quella di genitrice, criticata e messa in discussione.

Ma in realtà io ero un grande e potente mago, che con la sua bacchetta magica ed il suo mantello incantato sfidava il possente drago che stava per divorare il mondo! Così come altre volte diventavo il Principe del Paese dell’Arcobaleno,  che distribuiva felicità a tutti coloro che soffrivano per le ingiustizie della vita; oppure il signore della Terra dei Fiori, il cui potere nascosto teneva in vita il pianeta; il coraggioso pilota di un enorme robot, che salvava il mondo dall’invasione dei cattivi; un affascinante ladro, che rubava ai poveri per dare ai ricchi; un cantante dalla voce fatata, una bambola che prendeva vita, un, un, un…

Poi la vita è trascorsa. Il mantello è diventato prima un saio, poi una giacca con cravatta, poi la cuffia di un servizio clienti, poi il giubbotto che mi accompagna sui treni che prendo. E la bacchetta magica si è trasformata in un rosario, una 24 ore, uno zaino, una serie di testi contrattuali che sono il mio pane quotidiano. Ma da qualche parte quel bambino è ancora lì, a girare su se stesso come un trottola, convinto di salvare il suo piccolo mondo, o almeno di poterlo rendere un po’ migliore di quello che è. Lo proteggo e lo nascondo, perché non voglio che venga ancora frainteso. E finché crederà che si può ancora fare qualche magia, probabilmente ci riuscirà.

Auguri per i tuoi 48 anni, ragazzino. Non stancarti di girare.

 


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Male oscuro – Parte terza

Non sai mai quando e come comincia di preciso. E’ un po’ un declinare lento, che diventa un giorno dopo l’altro una discesa più ripida, fino a trasformarsi in una slavina senza che tu te ne accorga; un non dare peso a tanti piccoli segnali: quel senso di malessere che “tanto poi passa”, una sorta di insoddisfazione generale, il sentirti sempre fuori posto, sempre sbagliato. Io adesso lo identifico con una specie di cappa nera, un drappo che scende davanti agli occhi dell’anima e del cuore, come il trovarsi costantemente dentro ad una stanza buia con la sensazione che non si riuscirà mai più a vedere una qualsiasi luce. Non serve a niente, quando si arriva a questo punto, la voce della ragione che dice che non ci sono motivi reali per sentirsi così; e le persone che ti stanno intorno, nel peggiore dei casi non capiscono e pensano che tu sia un ingrato che non sa apprezzare le cose che ha; oppure credono che tu viva in una sorta di menopausa (o andropausa) costante; nel migliore dei casi, ma sono rari, capiscono qual è il problema, ma non sanno come affrontarlo, e spesso fanno più male che bene con i loro rimedi-fa-da-te.

Ho sempre avuto una personalità molto sfaccettata e complessa, difficile da comprendere, anche perché ne mostro sempre e solo un tratto ad ogni persona che entra a far parte della mia vita, come una sorta di specchio spezzato o di puzzle i cui pezzi non combaciano mai. E quando qualcuno che è abituato a vedere un lato di me ne scopre un altro inaspettato, resta spiazzato, e non capisce come realtà così dissimili possano coesistere tra loro. E’ una sorta di schizofrenia psicologica. Credo nasca dal fatto che mi sono sentito spesso castrato e costretto, quindi, a cambiare il mio modo di essere in base alle circostanze.

Da bambino amavo mettermi al centro della scena, cercando probabilmente quelle attenzioni che nei primi mesi di vita, passati in brefotrofio, nessuno mi aveva potuto dare: mi piaceva fare imitazioni (Gatto Silvestro era il mio cavallo di battaglia), cantare, recitare poesie, raccontare ai bambini miei coetanei le favole che avevo letto. Ma lo stare tanto tempo da solo; il sentirmi spesso dire dai miei genitori “questo non si dice, questo non si fa, questo è sconveniente” in una litania castrante per essere sempre compìto, sempre perfetto, un piccolo Ken da esibire agli amici; il vivermi come “diverso” per le attività che svolgevo rispetto ai miei coetanei già alle elementari; tutto ciò mi portò progressivamente a trasformarmi da bambino allegro e “presente” ad introverso e ripiegato su se stesso, nella perenne ricerca di un equilibrio tra l’accettazione e la manifestazione di un sé.

Forse fu tutto questo, unito a quanto trascorso negli ultimi due anni, a farmi cadere improvvisamente, quasi da un giorno all’altro, in uno stato depressivo. Come avevo fatto con i miei solo alcuni mesi prima, adesso, senza però più ne’ volerlo ne’ preventivarlo, precipitai in un mutismo assoluto. La faccia sempre scura, la fronte china ed aggrottata, la voglia di piangere costante, divennero il mio modo di presentarmi al mondo intorno e le mie compagne di vita quotidiane. I frati, ovviamente, non capivano cosa fosse successo, ma nemmeno intervennero più di tanto. Non dimentichiamo, infatti, che il Postulato è un periodo di prova, e se io avessi dimostrato di non essere in grado di superare quel momento di buio interiore, questo avrebbe significato che la vita religiosa non faceva per me.

Intendiamoci: non voglio dire che, come i miei genitori prima, anche la fraternità adesso mi ignorasse; cercavano di interagire nella normale quotidianità, come se il problema non esistesse; ogni tanto, con delicatezza, Dante mi chiedeva “Non stai bene?”; dimostravano la loro presenza nei fatti; ma non affrontammo mai direttamente la situazione, ne’ ci furono approcci medici o psicologici per gestirla. Credo che questo modo di fare sia al contempo uno dei vantaggi, ma anche uno dei grandi limiti, della formazione della vita religiosa, almeno per quanto ho avuto modo di viverla io. E’ un vantaggio, perché non punta il dito accentuando un disagio; ma corre sul filo pericoloso del far finta di nulla, del non affrontare mai seriamente un problema, specie quando questo, paradossalmente trattandosi di un ambiente religioso, investe la sfera dell’intimo di una persona. Sarebbe avvenuto così anche quando, diversi anni dopo, avrei affrontato la presa di consapevolezza riguardante la mia omosessualità, e sarebbe stato, di fatto, il motivo principale della mia uscita dalla vita religiosa. Ma questa è un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Neverendin’ stooooo-oriiiii… aaa-aaa-aaa… (ovvero “DICOTI NERD!” Parte Terza)

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Da bambino non mi limitavo a leggere fumetti (vedi “DICOTI NERD!” parti Prima e Seconda). Avendo imparato a leggere a tre anni, essendo sempre solo, avendo molto tempo libero, leggevo anche favole di tutti i tipi. La parte del leone, ovviamente, la facevano le versioni Disney, i cui lungometraggi animati conoscevo a memoria; non solo perché andavamo regolarmente al cinema ogni volta che ne usciva uno, ma anche perché avevamo in casa un cofanetto composto di sette vinili con la colonna sonora completa delle principali fiabe e relativi libretti illustrati. E quando dico “colonna sonora” non intendo solo “le musiche”, ma proprio i dialoghi completi. Insomma, ancora oggi ricordo a memoria interi passaggi di Biancaneve, La Bella Addormentata, Alice nel Paese delle Meraviglie, ecc ecc, perché, naturalmente, quei dischi furono praticamente consumati a furia di ascoltarli e credo che, avessero potuto, si sarebbero suicidati dalla disperazione. Ma mi dilettavo anche con “Le fiabe Italiane”, “Il Grande Libro della Mitologia Greca e Romana”, “Le Mille e Una Notte”, la bibliografia di Gianni Rodari, fino ad arrivare, quando avevo ormai 12, 13 anni, ai “Racconti” di Edgar Alla Poe. Insomma, tutto ciò che era fantastico ed in qualche modo magico, mi attirava come il fuoco le falene.

Giocavo spesso da solo, immaginandomi tutti i personaggi di una fiaba in cui ero alternativamente re, principe (no, principessa no) e, soprattutto, mago. Una volta, indossato una specie di lungo straccio nero fissato con una spilla al collo, e preso in mano un bastoncino che aveva molto, ma molto, vagamente la forma di una bacchetta magica, cominciai a girare su me stesso come un deficiente in cortile, lanciando incantesimi (si fa per dire…) a destra e a manca, e gridando formule magiche. Peccato che la scuola elementare che frequentavo, quella delle suore di Antonia Maria Verna già citata, avesse le stanze delle religiose che si affacciavano sul succitato cortile, e che in quell’occasione mi vedesse la mia maestra (frequentavo all’epoca la quinta elementare). La sorella fu colpita al vedere quello che in classe era un brillante studente giocare da solo come un rimbambito, tanto da muoversi a compassione; incautamente disse a mia mamma, uno dei giorni seguenti, che “le avevo fatto molta pena”, suscitando le ire funeste della pelìde madre: SUO figlio che faceva pena a LEI???? Inconcepibile, era come accusarla, indirettamente, di non essere la perfetta genitrice che sapeva ASSOLUTAMENTE di essere! Credo che anche questo episodio contribuì all’atteggiamento critico, a dir poco, che mia madre tenne da lì in poi verso le scuole di religiosi.

Comunque, per molti anni a seguire le mie letture furono necessariamente più serie, un po’ per necessità, perché mica si possono continuare a leggere le stesse favole per sempre (anche se, nel frattempo, avevo esteso le mie conoscenze alla mitologia cinese, giapponese, vichinga ed egiziana), un po’ perché mio padre, ritenendo quel tipo di interessi poco indicato al genio intellettuale che voleva diventassi, mi costrinse ad approcciarmi a generi completamente diversi, e, per essere sicuro che davvero lo  facessi, a scrivere anche relativi riassunti che lui controllava (o perlomeno diceva di fare…) di volta in volta.

Finché, ero ovviamente al liceo a Valsalice, non mi imbattei in una recensione. La scuola ci passava una rivista che, tra le altre cose, suggeriva un libro in ogni numero, facendone un riassunto e dandone una valutazione critica. Quella volta toccò a “La Storia Infinita”, di M. Ende. Inutile dire che la sintesi che lessi mi intrigò non poco, e mi spinse ad investire i pochissimi risparmi che avevo (all’epoca non si usava dare una paghetta ai propri figli, quindi mi dovevo arrangiare) nell’acquisto del volume. Già il fatto di entrare in una libreria era eccitante: tutti quei libri nuovi di zecca, che sembravano dire “comprami, leggimi”, invitanti nelle loro copertine lucide, mi davano un senso di vertigine molto vicino ad un orgasmo. E quando uscii col mio bell’acquisto in borsa, mi sentii come se avessi conquistato la tana di un drago.lastoriainfinita

Lo lessi in 24h esatte. Che è pure, guarda caso, il tempo entro cui si svolge la storia raccontata nel libro stesso (non farò un riassunto, primo perché non ci starei con lo spazio, secondo perché non posso credere che esista qualcuno al mondo che non lo abbia letto!). Il sacro fuoco, necessariamente sopito, dell’amore per il fantastico tornò prepotentemente alla ribalta. Inutile dire che mi aspettavo di veder comparire un drago bianco della fortuna da un momento all’altro alla finestra di casa, o di trovare un Auryn (il simbolo dell’Infanta Imperatrice, stampato anche sulla copertina del libro che stavo leggendo) camminando per la strada.

Ma il vero tracollo avvenne il mese successivo. Mi ero fidato, con piena soddisfazione, della recensione di quella rivista, quindi andai di corsa a vedere quale fosse il libro suggerito nel nuovo numero. E fu quello che divenne la mia bibbia da allora in poi, del quale molti brani conosco a memoria, che da allora rileggo ogni anno, in occasione del mio compleanno, insomma: “Il Signore degli Anelli”, di J. R. R. Tolkien. Ovviamente, leggendo semplicemente la recensione non potevo sapere a cosa stavo per andare incontro. Intanto, la mole del volume: una mappazza enorme, che mi riempiva da sola un bel pezzo di borsa scolastica; poi, il prezzo, ovviamente adeguato: assolutamente inarrivabile per le mie finanze, già duramente provate dall’acquisto precedente. Per fortuna, però, eravamo vicini a Natale, quindi chiesi ad una mia zia di regalarmelo, e così bypassai il problema economico. Sfruttando le vacanze festive, inoltre, pensavo di riuscire a leggerlo prima di riprendere la scuola, e quindi, appena ricevuto, mi misi d’impegno per riuscire nel mio progetto.

Il primo approccio fu tremendo. Se lo avete letto , saprete che ci sono una serie di prologhi all’inizio ed una altrettanto corposa serie di appendici alla fine, a cui si rimanda di continuo durante lo svolgimento della narrazione. Abituato, da buon studente, ad andare a leggere ogni singolo rimando, cominciai ad avere in testa una confusione enorme, dove le vicende di Frodo si intersecavano con l’origine dell’erba-pipa e la genealogia dei Re di Numenor. Insomma, un casino a non finire. In realtà, me la stavo godendo un mondo. Non capivo sostanzialmente niente, ma mi piaceva tantissimo, aumentava quel senso di fantastico e di proiezione in un mondo completamente diverso, eppure così reale. Lo terminai in dieci giorni (ed è una vera impresa, degna di un Eroe!), e fui costretto (certo, COS-TRET-TO!) a ricominciarlo subito, saltando questa volta tutti i “prima” e “poi” per concentrarmi solo sulla storia, e, sapendo come andava a finire, godendomi con più calma tutti i particolari e le sfumature. Questa volta impiegai ben venti giorni, e ne uscii con l’assoluta convinzione che dovevo (DO-VE-VO!) imparare a scrivere e leggere l’alfabeto elfico delle rune.

Per fortuna, gli impegni scolastici presero il sopravvento e mi obbligarono a desistere dalla mia convinzione. Ma fu l’inizio di una deriva che non terminò mai più. Intanto, decisi che era assolutamente necessario, per la mia sopravvivenza mentale e fisica, avere tutta (TUT-TA!) la bibliografia di Tolkien. Lessi, quindi, immediatamente dopo “Lo Hobbit” (facile), “Il Silmarillion” (un casino, mi intrigò moltissimo), “Albero e Foglia” e vi risparmio tutto il resto. Poi, cominciai quella raccolta infinita, che continua ancora oggi, di libri fantasy, di cui posso vantarmi essere un discreto esperto. Il sacro fuoco della nerditudine, una volta acceso, non può più essere spento.

Solo un’ultima cosa mancava perché la mia trasformazione fosse completa: la parte tecnologica. Ma era ancora un po’ presto, e, quindi, questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

il-signore-degli-anelli


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Innocenti evasioni

(N.B.: Questo post ha come argomento sessualità, autoerotismo e simili. Come sempre, cerco di usare un tono scanzonato e non volgare, ma se la cosa vi disturba semplicemente non leggetelo 😀 )

Giunge il momento, nella vita di un uomo (inteso come “maschio”), in cui ci si rende conto di avere una parte del proprio corpo che funziona in maniera più o meno autonoma: si agita, si muove, si allunga come volesse vedere cosa c’è intorno e preme per avere attenzione, cosa che, peraltro, riesce quasi sempre ad ottenere, in un modo o nell’altro, a volte anche in situazioni un filo imbarazzanti. Qualcuno lo chiama pomposamente “il ciclope con un occhio solo” (che scoperta, i ciclopi per definizione avevano un occhio solo), nel mio caso potremmo parlare di “nanetto da giardino guercio”, ma ci siamo intesi: è QUELLO LI’!

La prima volta in cui ricordo di aver preso coscienza della sua esistenza e del suo autonomo funzionamento è legata, tanto per cambiare, alla lettura di un fumetto, ed avevo circa 4 anni: il Dottor Destino aveva preso possesso dell volontà di Reed Richards, capo e fondatore dei Fantastici Quattro, il quale cercava disperatamente di resistergli, cedendo però alla fine al suo volere, completamente soggiogato. Chissà perché, chissà percome, quella scena mi causò una eccitazione incredibile, e fu per mooooolto tempo anche ciò a cui pensavo per stimolare quella parte del corpo le volte in cui non voleva collaborare, un po’ impigrita. Chiaro, comunque, che l’idea di un uomo completamente rivestito di un’armatura metallica, che soggioga uno che può allungare ogni parte del proprio corpo a piacimento (…!) un po’ intrigante lo è… La teoria del “dominatore” aveva un suo perché, ma io all’epoca non ne ero minimamente consapevole, avrei recuperato più tardi.

Durante l’infanzia, invece di giocare al dottore con le mie compagne di scuola, guardavo i giovani barbuti e capelluti (erano gli anni ’70, periodo post-hippy) che sollecitavano le fantasie e le agitazioni del nanetto sotto-ombelicale, e che giustificavo alla parte razionale, quella che ragiona col cervello invece che col c…o, dicendomi che mi piacevano perché mi identificavo in loro e volevo in qualche modo essere così da grande (poi, a 15 anni i capelli se ne sono andati per conto proprio, e addio alla lunga criniera; la barba è cresciuta a macchia di leopardo, e addio al fascino del maschio vissuto… insomma, una vita di frustrazioni). Tutto filò liscio e si limitò a semplici elucubrazioni mentali da imberbe fanciullo per diversi anni.

Intorno ai 10, però, decisi che era giunto il momento di far conoscere il nanetto guercio con Federica, la-mano-amica; o meglio, lo decisero in qualche modo i due, in maniera più o meno autonoma. Era una sera, ovviamente a letto, il tipo là sotto si agitava un po’, e Federica, molto servizievole, decise di scendere a presentarsi e calmarlo: tocca di qua, tocca di là, stringi amicizia a destra, stringi amicizia a sinistra, i due si piacquero molto, io rimasi stupito dei piacevoli e positivi effetti che a volte le buone amicizie possono produrre, e questo sodalizio da allora non si è di fatto mai interrotto, con soddisfazione di tutti i 3 soggetti (lui, lei, io) coinvolti.

Ma, come spesso accade nelle relazioni che funzionano, arrivò un terzo incomodo, o meglio incomoda: l’onnipresente madre. Già la genitrice aveva subodorato che ci fosse del movimento sotto le lenzuola da un po’ di sangue che, complice un coinvolgimento un po’ troppo entusiastico, i due in un momento di amichevole lotta avevano lasciato sul campo. Il patatrac vero e proprio, però, avvenne un pomeriggio di fine estate: ero in camera mia, un po’ annoiato, a leggere un libro di cui in quel momento mi importava ben poco. Il nanetto cominciò ad agitarsi, richiedendo la mia attenzione, e non avendo niente di meglio da fare decisi di assecondarlo. Mandai quindi, novella colomba di pace, Federica a rincuorarlo, e mentre i due si scambiavano serenamente le reciproche opinioni, senza alcun preavviso entrò mia madre (“privacy” in casa mia non si sapeva nemmeno come si scrivesse). Fermo immagine: io guardo mia madre, Federica guarda mia madre, il nanetto guercio guarda mia madre, e mia madre guarda noi tre, passando lo sguardo terreo da uno all’altro all’altra senza soluzione di continuità. “Co-co-cosa stai facendo…?” “Niente, mi sto riposando” (tecnicamente era vero) “E-e-esci subito di qui e vai in cucina a studiare…!” Non avevo più niente da studiare, qualche giorno dopo avrei ripreso la scuola, ma qualcosa mi diceva che non fosse il caso di stare a sottilizzare, in quel momento… Presi il libro che stavo leggendo e me ne andai, scocciatamente sdegnato per questa totale mancanza di tatto da parte materna.

Per qualche giorno mia madre mi guardò di sottecchi, a testa un po’ bassa, a metà strada tra il “sono molto incazzata” ed il “sono molto imbarazzata” (il “sono molto dispiaciuta di essere entrata in camera tua senza permesso” non era contemplato). Finché, circa una settimana dopo, un mattina andando a prendere il bus che ci avrebbe portati a Torino, io a scuola, lui al lavoro, mio padre, guardando fisso avanti a sé e camminando rigido come un brigadiere, biascicò qualcosa del tipo: ” Capitano certe cose… Cose normali… Un uomo… Perché stai diventando uomo, stai crescendo… L’importante è che non ti faccia male… La mamma… Insomma, ci siamo capiti…” Era evidente che avevamo una idea diversa di “comprensione”, infatti non capii un tubo di quello che voleva dirmi e solo vagamente qualcosa mi suggerì che questo discorso avesse a che fare con l’episodio della settimana precedente.

Annoverai quello come un nuovo capitolo de “L’educazione sessuale impartitami dai miei genitori” (vedi post precedenti) e non ci feci caso più di tanto. Qualcosa mi diceva che le esplorazioni del nanetto guercio non erano ancora finite ed, in futuro, mi avrebbe dato ben altre soddisfazioni ma, come sempre, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Lingue, che passione!

L’anno dell’asilo era passato senza infamia e senza lode, alcune malattie infantili le avevo fatte, con grande soddisfazione dei miei genitori (significava che sarei stato meno a casa nel periodo scolastico vero e proprio, tutto tempo guadagnato allo studio), le lezioni di pianoforte andavano a gonfie vele (frequentavo, in effetti, una insegnante che trascorreva più tempo a fare conversazione e dividere con me patatine, cioccolata, biscotti e quantaltro, che ad insegnarmi la nobile arte della musica… La cuccagna durò un paio d’anni, poi i miei genitori la sgamarono ed io cambiai maestro, ahimè). Eppure, mi rimaneva tanto tempo libero a disposizione (almeno secondo i miei: faccio notare che, frequentando una scuola privata -perché dall’asilo ero passato alle elementari sempre gestite dalle stesse religiose- terminavo le lezioni tutti i giorni alle 16), per cui perché non riempirlo con una bella scuola di lingua inglese?

Detto, fatto. I miei mi iscrissero alla gloriosa “British School”, con insegnanti madrelingua, per iniziare ad avvicinarmi all’inglese, la prima, nelle loro intenzioni, di una serie di lingue straniere da imparare in vista di una fulgida carriera… una fulgida carriera in… insomma, per una fulgida carriera di qualsiasi tipo le lingue sarebbero pur servite, no?! Intanto, questa ennesima eccezione agli orari scolastici (per frequentare pianoforte, una volta a settimana, e inglese, due volte a settimana, dovevo uscire da scuola prima degli altri) faceva storcere alle dolci suorine il baffuto naso, in quanto sembravo un privilegiato rispetto a tutt* gli/le altr* (privilegiato: sai che culo!). Inoltre, mentre i miei compagni una volta terminate le lezioni se ne andavano allegramente gli uni a casa degli altri e socializzavano, giocando e facendo i compiti insieme, io mi trovavo ancora una volta ad essere solo, senza contare che una volta terminate le lezioni di pianoforte ed inglese mi restavano ancora i compiti da fare. Però ero molto privilegiato.

Potete quindi ben immaginare l’entusiasmo con cui affrontai questo nuovo impegno culturale. Intendiamoci: gli insegnanti erano molto bravi, io poi avevo una maestra davvero simpatica e mi trovavo sostanzialmente bene. Ma capite che dovevo suonare almeno un’ora al giorno per imparare solfeggio ed esercitarmi al pianoforte tutte le settimane con pezzi nuovi; fare compiti e studiare per la scuola, che essendo parificata, prevedeva un esame di stato ogni anno per passare alla classe superiore; lo stesso valeva, ovviamente, anche per la scuola d’inglese, che al termine del ciclo annuale faceva sostenere esami interni per poter proseguire; e tutto questo alla tenera età di 7 anni. Insomma, prima o poi qualcosa doveva pure andare storto.

Il fattaccio avvenne al terzo anno della scuola di lingue. La mia insegnante venne sostituita da un giovane maschio baffuto, molto simpatico, che rideva spesso, ma aveva il piccolo, irrilevante difetto di non sapere spiccicare una-parola-una in italiano. Ora, va bene che di solito cercavano di farci parlare inglese tutto il tempo e la nostra lingua d’origine era utilizzata solo in caso di emergenza, ma proprio non poterla MAI usare per cercare di capire meglio le cose generava qualche difficoltà (almeno a me). All’epoca avevo 9 anni e il mio senso di responsabilità (oltre che la consapevolezza che per andare in quella scuola i miei genitori pagavano lire sonanti) era proporzionato all’età. Terminato l’anno e sostenuto l’esame di rito, il risultato fu: BOCCIATO! (ad essere precisi: rimandato. Ci sarebbe stato un esame di riparazione a settembre, che avrei superato e mi avrebbe permesso di passare comunque al livello successivo; ma questo, in quel momento, era irrilevante).

La tragedia che si scatenò fa impallidire i commediografi greci, e Romeo e Giulietta al confronto diventa un romanzo d’avventure. Nonna e zie materne mi circondarono consolandomi, accarezzandomi, baciandomi, maledicendo gli insegnanti che, naturalmente, con la loro incompetenza erano i veri colpevoli del mio fallimento. Mia madre scoprì strade e vicoli finora inesplorati e che non sapevo nemmeno esistessero per evitare le genitrici degli altri miei compagni. Credo di aver anche saltato qualche giorno a scuola (quella vera) per evitare domande inopportune delle altre mamme. E mio padre si chiuse in un cupo silenzio: la cena, quella sera, sembrava l’ultimo pasto di un condannato a morte.

In tutto questo, io ero beatamente tranquillo e non capivo proprio il perché di tutto quel subbuglio. Insomma, suonavo molto bene il pianoforte e ricevevo grandi complimenti a riguardo; a scuola (sempre quella vera) ero un gran secchione, tutti gli anni superavo l’esame di stato brillantemente; non vedevo proprio dove stava il problema di una rimandatura in inglese: avrei sostenuto l’esame a settembre e sarebbe finito tutto lì! Ma ormai avevo capito da tempo che gli adulti erano strani e si complicavano la vita inutilmente. Peccato che mio padre non fosse d’accordo con me. Pertanto, quando quella sera venne a sedersi sul divano per guardare la televisione, ed io, per fargli uno scherzo e farlo ridere, gli misi una appuntita matita sotto il sedere facendogli fare un salto alla Sara Simeoni, cominciò ad urlare come un forsennato, mandandomi bruscamente a letto gridando che ero in punizione fino a data da destinarsi e con mia madre che mi guardava con il suo tipico sguardo da “ma-come-fai-ad-essere-così-ingrato-con-noi-che-ti-vogliamo-tanto-bene-e-facciamo-tutto-questo-per-te” (Freud, mi leggi?). Ok, il gesto non era stato il più furbo che potessi fare, ma era a fin di bene, dopotutto.

Inutile dire che trascorsi l’estate a fare compiti di inglese tutti i giorni, rimediai l’esame a settembre, ma da allora mi rimase una cordiale antipatia verso ogni lingua che non fosse quella italiana (che continuavo ad amare moltissimo). Antipatia che si sarebbe manifestata anche in futuro davanti ai (a quel punto vani) tentativi di mio padre di farmi studiare anche francese e tedesco, nonché (ma qui la cosa si fece più complicata) in occasione dei miei approcci obbligati al latino e greco del liceo.

Le lingue per me furono veramente una passione, ma intesa in senso biblico, come quella di Cristo.


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The Addams Family

Ok, non proprio Addams, ovviamente, ma Borgialli, cioè la mia famiglia. In effetti, credo sia ora di fare una breve presentazione ufficiale del “Piccolo Mondo Antico” in cui mi trovavo a muovere i miei primi passi. Naturalmente cercherò di omettere nomi di persone e città: non è carino rischiare di ricevere una denuncia per sputtanamento pubblico non consentito.

Intanto, il mio paese: sono nato a Torino, è vero, ma i miei abitavano, ed abitano tuttora, in una ridente (…) località del Canavese a circa 40km dal capoluogo. Ora, 40km possono essere un nulla, oppure una enormità. Nel nostro caso, buona la seconda. Pur essendo relativamente popoloso, circa 12.000 abitanti all’epoca, era il classico coacervo di pettegolezzi, curiosità morbose, sorrisi e sorrisetti che al confronto Wisteria Lane di Desperate Housewifes lèvati, proprio. Ed i miei parenti, o perlomeno parte di loro, ci sguazzavano in pieno.

I miei genitori meriteranno dei post a parte. Per ora mi soffermo sulla corte dei miracoli che ci girava intorno. Del mio nonno paterno ho vaghissimi ricordi; viveva con noi, ma venne a mancare quando avevo poco più di 4 anni, e di lui mi resta solo una foto che ci ritrae insieme in cortile, io bimbetto paffuto, lui vecchietto curvo: ci teniamo per mano, e non si capisce chi conduce chi; ma si sa, bambini ed anziani in fondo sono diversi all’aspetto, ma simili nell’animo. Sua moglie, la nonna paterna, non l’ho mai conosciuta, ma, come accennato in un altro post, in qualche modo la porto sempre con me, in quanto devo il mio nome, Andrea, a lei, che si chiamava Andreina.

Situazione uguale e contraria da parte di madre: mai conosciuto il nonno, presenza attiva (MOLTO attiva) la nonna. Madre di una tribù di 5 figlie (l’ultima delle quali mia mamma) e un figlio, rimasta vedova dovette badare da sola alla famiglia relativamente presto, ma per sua fortuna aveva ascendenze prussiane, e si capiva… Eccome, se si capiva. Era quella che, quando mi vide, decise che ero il bambino più bello del mondo, molto più dei miei cugini suoi nipoti naturali (sì, era dotata di notevole buongusto), ma questo non la esimeva dal considerarsi una specie di generale che doveva condurre le proprie truppe verso le guerra della vita, e prendeva questo incarico molto sul serio. Mi viziava, ovviamente, come tutte le nonne: con quello che dava da mangiare a me (che ero di salute un po’ cagionevole, a dire il vero) probabilmente in anni passati aveva sfamato l’intera famiglia. Ma aveva un cipiglio da generale Radetzky e, soprattutto, sapeva istillare perfettamente quel senso di colpa che sarebbe poi stato il tratto distintivo di mia madre. Ricordo una volta in cui, non so più per quale motivo, ero a casa sua ed ero offeso con lei. Si pranzava là e lei aveva preparato un’insalata di sedano, di cui ero particolarmente ghiotto. Ovviamente, non perse occasione per farmelo notare in tutti i modi: “La nonna, CHE TI VUOLE BENE, TI ha preparato l’insalata di sedano… quella che A TE piace tanto… la NONNA… quella CHE-TI-VUOLE-TANTO-BENE…!” Avevo circa 8 anni, potete ben capire con quali traumi infantili sono cresciuto. E questo è uno di quei casi da manuale in cui l’allieva (mia madre) avrebbe superato la maestra (mia nonna). Purtroppo, anche lei venne a mancare relativamente presto, verso i miei 11 anni.

Poi, loro: gli zii/zie. Due zitelle da parte di padre, altrettante da parte di madre, cui se ne aggiungono altre due sposate, ed un unico maschio rimasto anch’egli signorino. Insomma, una vera invasione! E la parte materna non era particolarmente ben disposta verso quella paterna, che considerava non della stessa altezza sociale. Perciò mio padre non vedeva di buon occhio, cordialmente ricambiato, tutto il parentame acquisito. Intorno a tutti noi si muoveva, poi, un piccolo universo fatto di amici, conoscenti, colleghi di mio padre (mia madre, quando mi adottarono, lasciò il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo al frugoletto) che accompagnarono, negli anni a venire, la mia crescita, ma sempre abbastanza superficialmente. I miei genitori, infatti, da bravi piemontesi DOC, erano un po’ orsi e non amavano molto la vita sociale, tratto che hanno trasmesso in effetti anche a me. Anch’io amo molto gli orsi… i bears, per dirla all’americana… e chi bazzica un po’ il mondo gay sa a cosa mi riferisco, per tutt* gli/le altr* c’è Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Comunità_ursina O_O