Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Amor sacro ed amor profano

Avevo iniziato l’asilo, avevo iniziato a suonare il pianoforte, volevamo non iniziare anche a servire Messa? Ovviamente no. Del resto, era abbastanza scontato come passaggio, andando all’asilo in un istituto religioso ed essendo i miei genitori ferventi cattolici praticanti. Devo dire che, come accennato nei post precedenti, il senso del sacro mi affascinava: il rituale, le vesti, quell’atmosfera rigorosa e mistica insieme esercitavano su di me, tenero fanciullo incuriosito da tutto ciò che sapeva in qualche modo di “magico”, un’attrazione irresistibile. L’odore dell’incenso che mi piaceva, il vedere il parroco della mia città (rigorosamente chiamato da tutti “il prevosto”, un appellativo che non capivo ma aveva un sentore di ieratico distacco da noi, comuni mortali) guardato con un misto di timore reverenziale e disagio, il desiderio di essere in qualche modo “diverso” da tutti, mi convinsero: come un Grisù qualsiasi un giorno dissi ai miei: “Diventerò prete!”

Per esercitarmi, cominciai a pretendere che mia madre, quando mi comprava le patatine San Carlo (ebbene sì, già all’epoca ne ero uno dei più fedeli fans e consumatore), me le imboccasse dicendo “Il corpo di Cristo”, come se stessi assumendo un’ostia… Lo so, la cosa è vagamente blasfema, ma omnia munda mundis (tutto è puro per i puri), quindi ai miei occhi di bambino del tutto lecita e comprensibile (non ho idea di che ne pensasse mia madre, ma ricordo che questa richiesta era sempre soddisfatta con un considerevole imbarazzo). Insomma, avevo preso la mia decisione e camminavo senza timore verso questo irrevocabile obiettivo.

Senonché, scoprii con un certo stupore che, andando all’asilo ed avendo ormai scoperto l’esistenza delle femmine (vedi post precedenti), tutti i nostri amiciparenticonoscenti si aspettassero, per qualche motivo a me ignoto, che con almeno una di queste io mi fidanzassi. “E la fidanzatina non ce l’hai?” era ormai la frase con cui CHIUNQUE iniziava una conversazione con me, accompagnando la domanda con un sorrisino tra il divertito ed il complice. E chi ero io per deludere le aspettative di così tante persone? Decisi che avrei avuto non una, non due, ma TRE fidanzatine ufficiali!

Rosa era una bella bimba con capelli neri e ricci, timida e gentile; Elena la figlia di un dottore (ok, state pensando tutt* alle tre civette… maialini!) amico di mio padre, capelli castani e magrolina; Egle la più bella, ai miei occhi, con capelli biondi, portati “alla maschietta” (cioè corti corti e per nulla femminili… chissà come mai era la mia preferita, eh?!). Certo, questa situazione trigama mal si conciliava con la mia vocazione precocemente sacerdotale O_O.

Ma perché limitare a loro le mie galanti avances? Ricordo un giorno in cui, con mia madre (povera donna, sempre a lei capitavano), passeggiavamo sotto i portici del paese, ed incontrammo lui, “il prevosto”. “CIAO!” salutai garrulo. “Andrea, non si dice ciao al parroco!” mi riprese scandalizzata mia madre. “Ma tra colleghi ci diamo del tu” risposi io, che mi stavo già portando avanti col lavoro, o la vocazione che dir si voglia. Come faceva mia madre a non capire una simile banalità… Tempo una decina di metri e si incrociò una bionda signora, Vanda, che gestiva l’edicola del paese (e che conoscevo molto bene perché vendeva i fumetti di cui andavo tanto ghiotto). “Ciao, amore!” fu il mio entusiasta saluto. Lei rise allegra, mentre mia madre cercava faticosamente di uscire dalla buca sottoterra in cui era sprofondata per l’imbarazzo.

Che dire? Sono del segno zodiacale della Bilancia, e le decisioni non sono mai state il mio forte, nemmeno da bambino.


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Sim Sala Bim!

http://www.youtube.com/watch?v=67g5WgxvZfk

Alla televisione in quegli anni (era il 1973) non trasmettevano solo films in cui i dottori suscitavano in me interrogativi imbarazzanti (vedi post precedente), ma anche uno spettacolo meraviglioso, che possiamo definire la seconda pietra miliare nella costruzione della mia nerd-personalità: Sim Sala Bim, programma basato sui giochi di prestigio del grande mago Silvan. Ne potete avere un amarcordico assaggio qui: http://www.youtube.com/watch?v=67g5WgxvZfk

Essendo stato da solo per molto tempo, ed avendo letto un sacco di favole, fiabe, leggende e simili, era ovvio che credessi con tutto me stesso nell’esistenza di streghe, maghi, folletti ed ogni sorta di magia, e Silvan era la dimostrazione vivente che queste mie convinzioni erano assolutamente vere! Seguivo le sue meraviglie con stupore e convinzione assoluti, senza pormi a riguardo nessun altro tipo di interrogativo, che non fosse quello di come fare ad avere anch’io simili fantastici poteri.

Finché, una sera, arrivò il momento che prima o poi tutt* quant* dobbiamo vivere, una sorta di passaggio iniziatico all’età adulta (ok, avevo solo 5 anni e parlare di età adulta era forse un po’ prematuro, ma ci siamo capiti): la Prima Vera Delusione. Passi che ero stato adottato (in fondo, mi rendeva un po’ speciale, e chi poteva dire che non fossi figlio di un mago potentissimo che prima o poi sarebbe tornato a reclamarmi e ad insignirmi del mio vero retaggio?); passi che mia madre non conoscesse il significato di certi termini e nemmeno la differenza tra maschietti e femminucce (in fondo avevo capito che con gli adulti ci voleva molta pazienza); passi anche che Gesù Bambino, che portava i doni a Natale (da noi non passava Babbo Natale), avesse qualcosa che non mi convinceva del tutto; ma nulla mi aveva preparato a ciò che stava per succedere… Davanti alla tv, al termine di un prodigio che non ricordo nemmeno bene quale fosse, Silvan pronunciò la frase a causa della quale la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa: “Adesso vi spiego il trucco”.

IL TRUCCO????

Visto? Visto che degli adulti proprio non ci si poteva fidare? Cazzo, anche Silvan però no! Mi voltai verso mia madre, con il labbro un po’ tremolante, e chiesi, al limite delle lacrime (solo al limite, i veri maghi non piangono mai): “Ma allora non è vera magia?!” Per tutta risposta, qualche giorno dopo mi arrivò la scatola dei giochi di prestigio di Silvan, prima di una serie di tre, che ammetto mi piacque moltissimo ed in qualche modo compensò la cocente delusione subita (arriveranno in futuro anche il Manuale di Silvan, quello di Paperinik, il gioco della telepatia di Tony Binarelli… Insomma, diciamo che ho un po’ approfittato della situazione, ecco).

Comunque, il fatto che Silvan avesse imbrogliato (e nonostante tutto lo avevo perdonato, in fondo non era mica colpa sua se non era nato con i veri poteri magici) non dimostrava proprio niente: non voleva certo dire che la magia, quella VERA, non esistesse comunque! Fu posto così il secondo tassello della mia nerditudine, quello che mi farà appassionare a tutto ciò che è magico, misterioso, oscuro, al genere fantasy, ma anche a ciò che, non sapendo come funziona, mi appare in qualche modo “incantato” (e tutta la tecnologia rientra in questo ambito).

Ma, soprattutto, mi aprirà, complici anche le letture fatte e l’educazione profondamente cattolica impartitami dai miei genitori (per non dimenticare l’imprinting suoresco dei miei primi sei mesi passati in brefotrofio e l’anno di asilo trascorso) alla ricerca del sacro, dello spirituale, che mi porterà, molti anni dopo, a bussare (ed entrare) alle porte del convento. Ma -indovinate un po’?- questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.