Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


8 commenti

Maturità, t’avessi preso altrove…

Ed arrivò. Temuto ed atteso nello stesso tempo, finalmente l’esame di maturità (avevo sempre pensato che fosse un po’ pomposo chiamarlo così) , come un ingranaggio ben oliato, si mise in moto. Ho detto ben oliato? Mmmhhh… Noi, pur essendo uno dei Licei più rinomati di Torino, eravamo pur sempre un Istituto retto da religiosi, il che ci rendeva un pochino anomali nel panorama culturale cittadino; e questa anomalia, o meglio le sue possibili conseguenze, si manifestarono subito.

Avremmo sostenuto gli esami “in coppia” con un altro liceo, l’Alfieri, e se i nostri insegnanti si vantavano (abbastanza a sproposito, dal mio punto di vista, come raccontato in precedenza) del loro metodo pedagogico ispirato ai “sani principi della Chiesa” (…!), i nostri compagni/concorrenti, invece, arrivavano da quello che era considerato l’emblema della laicità torinese. Poco sarebbe importato, se non fosse che la Commissione, ed in particolare il suo Presidente, fecero immediatamente capire verso chi andavano le loro preferenze culturali ed ideologiche: non a noi. I nostri insegnanti, ed in particolare il membro di Commissione interno, capirono subito che aria tirava, ed erano seriamente preoccupati.

Ma questo saremmo venuti a saperlo solo successivamente. Al momento, nessuno volevo darci ulteriori preoccupazioni, vista la nostra normalissima agitazione da “notte prima degli esami”. E proprio la sera precedente l’inizio, seduti a tavola come in un consiglio di amministrazione, affrontammo la questione con i miei genitori, ansiosissimi.

“Parliamoci chiaro” esordii “il primo scritto è Greco, ed ho sempre avuto voti bassissimi: questa prova è praticamente persa” Mi sembrava di essere Napoleone che pianificava l’attacco definitivo con le sue truppe “Per quanto riguarda Italiano, però, non mi preoccupo minimamente, è ovvio” In tutta la mia vita infatti, come credo di aver scritto precedentemente, non avevo mai preso un voto inferiore al 7 in questa materia, la mia preferita, e di fatto potevo tranquillamente definirmi “brillante” al riguardo. “Visto che sarà anche quello che porterò all’orale, insieme con Filosofia, non arriverò certamente al massimo punteggio, ma credo che me la potrò cavare bene”. I miei genitori assentirono: LORO FIGLIO, cioè il sottoscritto, NON POTEVA fallire, perché LORO FIGLIO, sempre io, era TROPPO INTELLIGENTE per avere una prova deludente.

Alla prima prova scritta, Greco appunto, scoprimmo che il professore che avrebbe corretto i nostri lavori era non vedente ed avrebbe trascritto in braille tutti i lavori tramite una macchina apposita. La cosa lì per lì mi fece sorridere: se già le mie traduzioni erano penose di per sé, chissà cosa sarebbe venuto fuori da una simile trasposizione! Affrontai, quindi, la prima giornata con una certa sollevata rassegnazione: non puntavo affatto su un buon risultato, quindi mi impegnai sì, ma senza nemmeno preoccuparmi troppo. Quando terminai, mi guardai in giro: insieme con l’altro Istituto, eravamo in totale 83 cristiani, e vidi 82 teste chine sui fogli, le biro che scrivevano forsennatamente, ma soprattutto i vocabolari che sembravano voler prendere il volo, da quanto venivano sfogliati. Mi sentii un po’ in imbarazzo: che figura avrei fatto a consegnare per primo se poi il risultato sarebbe stato così deludente? La Commissione poteva pensare che avevo preso il tutto un po’ troppo sottogamba… Al diavolo: non avevo voglia di stare lì a leggere e rileggere quello che avevo scritto, tanto non lo avrei cambiato comunque. Mi alzai, con una certa sfrontatezza, e di fronte agli sguardi stralunati dei miei compagni, che ben conoscevano le mie capacità di traduttore, consegnai il mio lavoro. Andata.

Il giorno dopo, prova di Italiano. Se per il Greco ero stato sorprendentemente più sollevato di quello che pensassi, sapendo già come sarebbe andata a finire, per questa proprio non mi preoccupavo. Il Commissario, con un forte accento siciliano, ci lesse le tracce, ed io decisi, pur sapendo che era un po’ rischioso, di buttarmi su quella di carattere generale. Sapevo che era di solito la meno apprezzata, perché le altre permettevano di dare una valutazione non solo sull’esposizione, ma anche sulla cultura dei candidati, ma proprio per quello le evitai: volevo evidenziare la mia conoscenza della lingua, dei termini ed il mio stile di scrittura, perché risaltasse quanto amassi e maneggiassi la nostra lingua. Questa volta non consegnai per primo, anzi: mi presi tutto il tempo per rimaneggiare, limare, impreziosire il testo, che alla fine fu di oltre sei pagine. Mi alzai abbastanza stanco, certamente più del giorno prima, ma anche molto più soddisfatto.

Il primo dei due Istituti che avrebbe affrontato le prove orali sarebbe stato l’Alfieri: avevamo diversi giorni, quindi, prima che arrivasse il nostro turno. Il nostro membro di Commissione interno ne approfittò per aggiornarci un po’ sulla situazione e darci qualche consiglio. “Su 83 persone, solo 5 hanno avuto la sufficienza nella prova scritta di Greco” ci disse un pomeriggio, mentre passeggiavamo sotto il colonnato del cortile. Ora, io sapevo di essere già perso in partenza, ma il dato era comunque quello di una vera e propria ecatombe: il nostro scoramento era assoluto. “Ma anche la prova di Italiano potrebbe riservare delle sorprese” Sbaglio, o nel dirlo aveva guardato me? “Quindi, vi consiglio di prepararvi al meglio, e magari di andare ad assistere agli orali dell’altro Istituto, in modo da capire qual è il metodo di interrogazione e le cose su cui vogliono puntare”. Ce ne andammo senza sapere cosa pensare. Tutte le nostre previsioni sembravano essere saltate come fuochi d’artificio. Decidemmo di trovarci il primo giorno delle prove orali per capire come si sarebbero messe le cose.

“E mi sa dire, signorina, in che data avvenne tutto questo?” Il barbuto Presidente di Commissione stava interrogando personalmente una maturanda dell’Alfieri (ebbene sì, noi eravamo un Liceo solo maschile, ma le ragazze esistevano, e pure loro si sottoponevano agli esami di Maturità!) “Beh, no… Ihihihihihihih… Ma non ci si può mica ricordare tutto, no?… Ihihihihihihih…” (GIURO che non sto inventando). “Eheheheheheh… Certo che no, signorina. Vada, vada pure, grazie” Era una mia impressione o le aveva fatto l’occhiolino? A giudicare dalle facce alcune basite, altre sconcertate, qualcuna divertita dei miei compagni no, non era una mia impressione. Ascoltammo qualche altro candidato, e sinceramente l’impressione che ne avemmo fu di una preparazione a dir poco approssimativa. Ora, come avrete letto nei post precedenti, io non sono affatto tenero nei confronti di Valsalice, dei suoi insegnanti e dei loro metodi; ma una cosa era certa: il nostro livello di studio era ottimo, ed in particolare alcuni miei compagni erano davvero bravi. Quelli dell’Alfieri ce li saremmo mangiati in insalata, e la Commissione non avrebbe potuto che prenderne atto. Mi sentivo molto più tranquillo.

Fui uno degli ultimi a passare, a causa del sorteggio dell’iniziale del cognome da cui iniziare che non mi aveva favorito. Era una calda mattinata di luglio, ed io mi presentai con la mia giacca, ma concedendomi il primo bottone della camicia sbottonato, lasciando a casa la cravatta. Prima di iniziare, il professore di Greco dava la propria valutazione sul compito scritto, evidenziando gli errori commessi. Mi preparai e sorrisi tra me e me.

“Bene, la sua prova è sufficiente” Calò un silenzio di tomba. Il sangue mi salì alla testa e sentii che stavo diventando paonazzo (tanto lui era non vedente e non poteva accorgersi dell’effetto delle sue parole). Mi sembrò di vedere, come avessi avuto gli occhi sulla nuca, i compagni che erano venuti ad assistere, anche se ormai per loro gli esami erano finiti, allibire e agitarsi. Improvvisamente tutto era praticamente finito, e quel pomeriggio sarei potuto tornare a casa dai miei genitori a dire loro che sì, LORO FIGLIO era DAVVERO intelligente!

“Invece abbiamo ritenuto la prova di Italiano IN-SUF-FI-CIIIIIII-ENTE”. Il pesante accento siciliano mi rimbombava improvvisamente nelle orecchie, che cominciarono a ronzare. Come prima avevo sentito il sangue schizzare alla testa, adesso improvvisamente mi sembrò che tutto cominciasse a girare e per un attimo pensai che sarei svenuto. “Sì sì, tranquillo! Non proprio insufficiente! Cinque e mezzo, cinque al sei!” La mano del mio membro interno, seduto irritualmente di fianco a me, si strinse sul mio braccio, e mi riportò alla realtà. Ero senza parole, ed il mio esame doveva ancora iniziare. E dovevo farlo proprio con quell’incompetente, quell’individuo che aveva osato dare a me, A M-E!, la prima insufficienza di Italiano in tutta la mia carriera scolastica, dall’asilo fino a quel momento! Gli avrei dimostrato con chi aveva a che fare.

“Che poesia ci PRE-SIIIIIIIIIIII-ENTA?” (Razza di imbecille che non sa nemmeno parlare) “A Silvia, di Leopardi” (Te la faccio pagare, brutto stronzo) “Cominci, la DE-CLA-MI” (A quelli dell’Alfieri le avevi fatte leggere, però. Pensi che non me la ricordi, idiota?) Non solo comincia a recitarla, ma la interpretai, la recitai come un attore consumato, alzando ed abbassando il tono di voce, inasprendolo ed addolcendolo a seconda dei versi, come dovessi tessere un incantesimo che trasformasse quel cinque in un dieci e lode. Mi fermò a metà, ed io lo guardai con un odio palese. Se ne accorse, eccome se se ne accorse, e lo ricambiò. Ma interruppe anche l’interrogazione, e mi fece quindi passare alla professoressa di Filosofia. Da quanto ci aveva detto il nostro membro interno, lei era la più ben disposta nei nostri confronti, e non si accanì ulteriormente con me: dopo cinque minuti avevo finito, ero uscito, non mi ero fermato a parlare con nessuno, quasi scappando via, con le lacrime di nervoso e di rabbia che mi scendevano dagli occhi senza che potessi fare niente per fermarle. L’unica cosa che volevo era finire con quell’incubo e vedere a quale risultato mi avrebbe portato. Ma dovevo aspettare una settimana per saperlo.


Lascia un commento

Neverendin’ stooooo-oriiiii… aaa-aaa-aaa… (ovvero “DICOTI NERD!” Parte Terza)

svsa4j

 

Da bambino non mi limitavo a leggere fumetti (vedi “DICOTI NERD!” parti Prima e Seconda). Avendo imparato a leggere a tre anni, essendo sempre solo, avendo molto tempo libero, leggevo anche favole di tutti i tipi. La parte del leone, ovviamente, la facevano le versioni Disney, i cui lungometraggi animati conoscevo a memoria; non solo perché andavamo regolarmente al cinema ogni volta che ne usciva uno, ma anche perché avevamo in casa un cofanetto composto di sette vinili con la colonna sonora completa delle principali fiabe e relativi libretti illustrati. E quando dico “colonna sonora” non intendo solo “le musiche”, ma proprio i dialoghi completi. Insomma, ancora oggi ricordo a memoria interi passaggi di Biancaneve, La Bella Addormentata, Alice nel Paese delle Meraviglie, ecc ecc, perché, naturalmente, quei dischi furono praticamente consumati a furia di ascoltarli e credo che, avessero potuto, si sarebbero suicidati dalla disperazione. Ma mi dilettavo anche con “Le fiabe Italiane”, “Il Grande Libro della Mitologia Greca e Romana”, “Le Mille e Una Notte”, la bibliografia di Gianni Rodari, fino ad arrivare, quando avevo ormai 12, 13 anni, ai “Racconti” di Edgar Alla Poe. Insomma, tutto ciò che era fantastico ed in qualche modo magico, mi attirava come il fuoco le falene.

Giocavo spesso da solo, immaginandomi tutti i personaggi di una fiaba in cui ero alternativamente re, principe (no, principessa no) e, soprattutto, mago. Una volta, indossato una specie di lungo straccio nero fissato con una spilla al collo, e preso in mano un bastoncino che aveva molto, ma molto, vagamente la forma di una bacchetta magica, cominciai a girare su me stesso come un deficiente in cortile, lanciando incantesimi (si fa per dire…) a destra e a manca, e gridando formule magiche. Peccato che la scuola elementare che frequentavo, quella delle suore di Antonia Maria Verna già citata, avesse le stanze delle religiose che si affacciavano sul succitato cortile, e che in quell’occasione mi vedesse la mia maestra (frequentavo all’epoca la quinta elementare). La sorella fu colpita al vedere quello che in classe era un brillante studente giocare da solo come un rimbambito, tanto da muoversi a compassione; incautamente disse a mia mamma, uno dei giorni seguenti, che “le avevo fatto molta pena”, suscitando le ire funeste della pelìde madre: SUO figlio che faceva pena a LEI???? Inconcepibile, era come accusarla, indirettamente, di non essere la perfetta genitrice che sapeva ASSOLUTAMENTE di essere! Credo che anche questo episodio contribuì all’atteggiamento critico, a dir poco, che mia madre tenne da lì in poi verso le scuole di religiosi.

Comunque, per molti anni a seguire le mie letture furono necessariamente più serie, un po’ per necessità, perché mica si possono continuare a leggere le stesse favole per sempre (anche se, nel frattempo, avevo esteso le mie conoscenze alla mitologia cinese, giapponese, vichinga ed egiziana), un po’ perché mio padre, ritenendo quel tipo di interessi poco indicato al genio intellettuale che voleva diventassi, mi costrinse ad approcciarmi a generi completamente diversi, e, per essere sicuro che davvero lo  facessi, a scrivere anche relativi riassunti che lui controllava (o perlomeno diceva di fare…) di volta in volta.

Finché, ero ovviamente al liceo a Valsalice, non mi imbattei in una recensione. La scuola ci passava una rivista che, tra le altre cose, suggeriva un libro in ogni numero, facendone un riassunto e dandone una valutazione critica. Quella volta toccò a “La Storia Infinita”, di M. Ende. Inutile dire che la sintesi che lessi mi intrigò non poco, e mi spinse ad investire i pochissimi risparmi che avevo (all’epoca non si usava dare una paghetta ai propri figli, quindi mi dovevo arrangiare) nell’acquisto del volume. Già il fatto di entrare in una libreria era eccitante: tutti quei libri nuovi di zecca, che sembravano dire “comprami, leggimi”, invitanti nelle loro copertine lucide, mi davano un senso di vertigine molto vicino ad un orgasmo. E quando uscii col mio bell’acquisto in borsa, mi sentii come se avessi conquistato la tana di un drago.lastoriainfinita

Lo lessi in 24h esatte. Che è pure, guarda caso, il tempo entro cui si svolge la storia raccontata nel libro stesso (non farò un riassunto, primo perché non ci starei con lo spazio, secondo perché non posso credere che esista qualcuno al mondo che non lo abbia letto!). Il sacro fuoco, necessariamente sopito, dell’amore per il fantastico tornò prepotentemente alla ribalta. Inutile dire che mi aspettavo di veder comparire un drago bianco della fortuna da un momento all’altro alla finestra di casa, o di trovare un Auryn (il simbolo dell’Infanta Imperatrice, stampato anche sulla copertina del libro che stavo leggendo) camminando per la strada.

Ma il vero tracollo avvenne il mese successivo. Mi ero fidato, con piena soddisfazione, della recensione di quella rivista, quindi andai di corsa a vedere quale fosse il libro suggerito nel nuovo numero. E fu quello che divenne la mia bibbia da allora in poi, del quale molti brani conosco a memoria, che da allora rileggo ogni anno, in occasione del mio compleanno, insomma: “Il Signore degli Anelli”, di J. R. R. Tolkien. Ovviamente, leggendo semplicemente la recensione non potevo sapere a cosa stavo per andare incontro. Intanto, la mole del volume: una mappazza enorme, che mi riempiva da sola un bel pezzo di borsa scolastica; poi, il prezzo, ovviamente adeguato: assolutamente inarrivabile per le mie finanze, già duramente provate dall’acquisto precedente. Per fortuna, però, eravamo vicini a Natale, quindi chiesi ad una mia zia di regalarmelo, e così bypassai il problema economico. Sfruttando le vacanze festive, inoltre, pensavo di riuscire a leggerlo prima di riprendere la scuola, e quindi, appena ricevuto, mi misi d’impegno per riuscire nel mio progetto.

Il primo approccio fu tremendo. Se lo avete letto , saprete che ci sono una serie di prologhi all’inizio ed una altrettanto corposa serie di appendici alla fine, a cui si rimanda di continuo durante lo svolgimento della narrazione. Abituato, da buon studente, ad andare a leggere ogni singolo rimando, cominciai ad avere in testa una confusione enorme, dove le vicende di Frodo si intersecavano con l’origine dell’erba-pipa e la genealogia dei Re di Numenor. Insomma, un casino a non finire. In realtà, me la stavo godendo un mondo. Non capivo sostanzialmente niente, ma mi piaceva tantissimo, aumentava quel senso di fantastico e di proiezione in un mondo completamente diverso, eppure così reale. Lo terminai in dieci giorni (ed è una vera impresa, degna di un Eroe!), e fui costretto (certo, COS-TRET-TO!) a ricominciarlo subito, saltando questa volta tutti i “prima” e “poi” per concentrarmi solo sulla storia, e, sapendo come andava a finire, godendomi con più calma tutti i particolari e le sfumature. Questa volta impiegai ben venti giorni, e ne uscii con l’assoluta convinzione che dovevo (DO-VE-VO!) imparare a scrivere e leggere l’alfabeto elfico delle rune.

Per fortuna, gli impegni scolastici presero il sopravvento e mi obbligarono a desistere dalla mia convinzione. Ma fu l’inizio di una deriva che non terminò mai più. Intanto, decisi che era assolutamente necessario, per la mia sopravvivenza mentale e fisica, avere tutta (TUT-TA!) la bibliografia di Tolkien. Lessi, quindi, immediatamente dopo “Lo Hobbit” (facile), “Il Silmarillion” (un casino, mi intrigò moltissimo), “Albero e Foglia” e vi risparmio tutto il resto. Poi, cominciai quella raccolta infinita, che continua ancora oggi, di libri fantasy, di cui posso vantarmi essere un discreto esperto. Il sacro fuoco della nerditudine, una volta acceso, non può più essere spento.

Solo un’ultima cosa mancava perché la mia trasformazione fosse completa: la parte tecnologica. Ma era ancora un po’ presto, e, quindi, questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.

il-signore-degli-anelli


Lascia un commento

Piccoli falsari crescono

Valsalice aveva alle proprie spalle una storia importante, e questa storia ne condizionava anche certe prassi un po’ discutibili, a mio modesto parere. Ad esempio, mentre tutto il resto del mondo divideva l’anno scolastico in quadrimestri, noi eravamo rimasti fermi ai trimestri. Non solo: giusto per mettere ancora più sotto pressione i già abbastanza spremuti studenti, a metà trimestre veniva mandato alle famiglie il “pagellino informativo”, con la media dei voti raggiunta fino a quel momento. E’ chiaro che, parlando di un periodo di circa un mese e mezzo, capitava spesso e (non) volentieri che questa “media” fosse data, in realtà, da un voto solo (la nostra classe era formata da venti persone, interrogarci tutti richiedeva il suo tempo), magari da un’unica interrogazione orale, e quindi non fosse proprio molto attendibile. Ma questo era irrilevante agli occhi dei nostri genitori, o quantomeno dei miei.

I miei orari, poi, erano ulteriormente peggiorati: se prima partivo da casa alle 7 per tornare alle 19, ma avendo già sbrigato compiti, studiato ed addirittura esercitatomi al pianoforte (perché a Valdocco parte del pomeriggio era dedicato allo studio, appunto), adesso partivo alle 6.40 (Valsalice era dall’altra parte della città e mi ci voleva molto più tempo per raggiungerla) e tornavo alle 15 (non avevamo il tempo pieno), mangiavo, studiavo con l’abbiocco prevedibile da post-pranzo, interrompevo verso le 18, suonavo il pianoforte per almeno un paio d’ore, cenavo e crollavo a letto. Aggiunto al disagio che vivevo in quell’ambiente scolastico, non c’era da stupirsi che i miei voti ricordassero più il “Viaggio al centro della terra” di Verne che non il “Dalla terra alla luna” del medesimo autore. Vivevo, quindi, la consegna dell’odiato pagellino con un’ansia ed una rabbia difficilmente esprimibili.

All’inizio del secondo anno decisi che non potevo continuare così, ed avevo un’unica soluzione possibile davanti: no, non migliorare i risultati scolastici, falsificare il pagellino! Ero relativamente tranquillo sul fatto che la cosa sarebbe passata liscia: non era un documento ufficiale come la pagella trimestrale, i miei genitori non partecipavano mai agli incontri con gli insegnati, vista la distanza e gli orari di ricevimento, ed avrei potuto migliorare i disastrosi voti prima della fine del trimestre, allineandoli a quelli “presunti”. Con pazienza certosina ed una precisione che nemmeno gli amanuensi medievali, trasformai l’insufficienza cronica di Greco in qualcosa di più accettabile. Non andai oltre con altre materie, perché non si deve mai esagerare nella vita.

Chiaramente, passare improvvisamente da un 4 ad un 6 di Greco scritto era quantomeno inaspettato, e mio padre e mia madre rimasero notevolmente sorpresi della cosa; giustificai l’incredibile miracolo adducendolo ad un cambiamento momentaneo di docente: nel mio racconto il buon (si fa per dire) “Callistos” si era infortunato (in fondo aveva una certa età…) ed aveva quindi ceduto la cattedra al più incline alla sufficienza professore di Latino. L’eventuale ritorno alla mia solita media sarebbe poi stato motivato dal rientro in ruolo dell’odiato insegnante. Se non altro, il momento dell’ennesima umiliazione contornata da urla paterne sulla mia ingratitudine e pigrizia era stato rimandato. O così credevo.

Un giorno il “Callistos” a termine lezione mi chiese di fermarmi. “Ieri è venuto tuo padre a colloquio” ed il mondo mi crollò addosso. Ma cxxxo, mio padre mai, e dico MAI, in tutta la mia vita scolastica era andato a colloquio con gli insegnanti, e proprio quella volta doveva scegliere per farlo? “Mi ha detto che è contento che tu sia migliorato di Greco scritto: devi dirmi qualcosa?” Sgamato. Ho sempre pensato che, di fronte all’evidenza, negare sia inutile, oltre che autolesionista, meglio tentare una via più vicina ad una parvenza di pentimento, per provare a suscitare compassione nell’interlocutore. Spiattellai quindi il mio piano ingegnoso (oddio, ingegnoso mica tanto). “Ho capito. Si può sbagliare, ma l’importante è assumersi la responsabilità di quello che si è fatto: tu adesso andrai dai tuoi genitori e racconterai tutto quello che è successo”. Certo, come no, facevo prima ad autodiseredarmi. “Promesso”, mentii spudoratamente, consapevole che la china diventava sempre più pericolosamente in discesa. Passò circa una settimana, durante la quale tenni,soprattutto durante le lezioni di Greco, un profilo il più basso possibile, fino a che “Hai fatto quello che mi avevi promesso?” mi chiese il “Callistos”. “Certamente!” squillai, fissandolo dritto negli occhi, per dare ancora maggior forza alla mia affermazione. “Bravo!” chiuse lui, sorridendo; e per me la cosa finiva lì. Per me, appunto.

Un pomeriggio rientrai a casa, e trovai mia madre ad aspettarmi sulle scale. “Che cos’hai fatto!?” chiese, labbra tremolanti e sguardo a metà tra il furente ed il basito. “Perché? Che è successo?” chiesi, già immaginano la disastrosa risposta. “Ci ha chiamati il professore di Greco. Ci ha detto di averti dato una insufficienza, e che tu hai cambiato il voto sul pagellino. Non oso pensare cosa dirà papà! Perché lo hai fatto?” (Perché odio quel posto? Odio quelle persone? Odio questi ritmi? Perché vi interessa solo sapere come vado a scuola, ma di come sto non vi sognate nemmeno di chiedermelo? Perché sono stufo di dover corrispondere alle vostre aspettative, che tanto non raggiungo mai perché per voi c’è sempre qualcuno migliore di me?) “Non volevo darvi un dispiacere…” (Vile, sei un vile). Quella sera mio padre fu, fortunatamente, completamente silenzioso, un po’ per la vergogna che provava nei confronti dell’Istituto, un po’ perché, probabilmente, si rendeva conto di non riconoscere più quella persona che gli stava davanti e che mai avrebbe pensato potesse fare una cosa simile.

Tornato in classe, non feci parola di tutto questo con il “Callistos”, ne’ lui sollevò più la questione con me. Ma qualcosa si era definitivamente rotto, nei confronti della scuola, dei miei genitori, e si stava pericolosamente incrinando anche nella mia convinzione di voler a tutti i costi entrare nella Congregazione Salesiana, la cui immagine ideale corrispondeva sempre meno a quella reale che mi trovavo quotidianamente davanti. Ma si faceva anche sempre più strada non la voglia, ma proprio la necessità fisica di andare via da una casa che sentivo ogni giorno che passava sempre meno mia.


Lascia un commento

Manager del domani

Gli anni passavano, e venne il momento di lasciare la mia amata Valdocco per passare al livello superiore: il liceo. Il problema della scelta non si era mai posto: come il destino della principessa Aurora era segnato fin dalla nascita, e prevedeva la puntura con un fuso avvelenato che l’avrebbe fatta cadere in un sonno profondo fino all’arrivo del Vero Amore, così il mio sarebbe stato quello di frequentare una delle scuole più prestigiose di Torino, vanto ed orgoglio dei Salesiani, Valsalice.

photo

Il nome, vagamente romantico ed un po’ Oxfordiano, trae in inganno: non si trova, infatti, sulle rive di un fiume o di un lago, segnata da placidi salici piangenti che chinano le loro chiome sull’acqua, ma sulla precollina torinese, appena passato il Po, e come ogni Liceo che si rispetti è un luogo un po’ austero, reso all’epoca ancora più serio dalla totale assenza, come già a Valdocco, di esponenti del genere femminile. Ebbene sì, ancora una volta mi trovavo in un ambiente a totale tasso maschile, dove l’unica testimonianza di vita dotata di seni era la professoressa di Scienze, Chimica e Biologia, che oltretutto era anche giovane ed, ai nostri occhi, carina… il che lascia ben immaginare l’effetto che poteva avere sugli ormoni di giovani baldanzosi e completamente privi di altre bellezze muliebri. Del resto, il cliché della professoressa e dell’alunno è iscritto nel codice genetico di ogni maschio italiano, e consacrato da anni ed anni di film di Edwige Fenech ed Alvaro Vitali.

Ero ben contento di proseguire il mio percorso in ambito salesiano, perché ritenevo sarebbe stato di aiuto e conferma alle mie velleità vocazionali; senonché la prima doccia fredda arrivò proprio all’inizio del nuovo anno scolastico, alla cerimonia ufficiale a cui partecipammo noi nuovi arrivati (un po’ sullo stile dello Smistamento di Harry Potter, ma senza Cappello Parlante). Il Direttore dell’Istituto fece un lungo discorso su quanto fossimo fortunati a frequentare quell’Istituto (ok, normale, Cicero pro domo sua), di quante persone importanti ed insigni esponenti del mondo culturale e politico ci avessero preceduto (e vabbè, facciamo un po’ gli sboroni…) e che quindi noi dovevamo impegnarci al massimo, perché (e cito testualmente) “(in crescendo) destinati ad essere la classe dirigente del futuro, (quasi urlando) I MANAGER DEL DOMANI!” (scroscio di applausi, ego, e non solo, che si gonfiavano, e qualche lacrima di commozione da parte dei più sensibili).

Ok, qualcosa non mi tornava: va bene essere orgogliosi di quello che si fa, della storia che ci si porta dietro, dei risultati anche importanti raggiunti, ma eravamo pur sempre in un istituto religioso… non avremmo dovuto parlare più di etica, di spiritualità, di attenzione agli altri e di tutte quelle belle cose che avevo sempre sentito affermare essere i capisaldi dello stile salesiano? Che era ‘sta presentazione in stile televendita americana? Le mie perplessità divennero certezze nel momento in cui conobbi il parterre che costituiva il corpo docente e che mi avrebbe accompagnato (o sarebbe meglio dire con cui mi sarei scontrato) per i successivi tre anni.

Professoressa a parte (la cui presenza lì per me resta ancora oggi un mistero), l’età media era intorno ai 65 anni, con punte di 73. Ben diversi dai severi, ma bonari, insegnati di Valdocco, i loro omologhi della collina (sembrava di essere in un altro universo, altro che) presentavano caratteri e stili che definire bizzarri è un simpatico eufemismo. Il professore di Greco era una persona intelligentissima e dotata di una cultura immensa, ma si faceva chiamare “O Callistos”, che in greco significa “Il Meraviglioso”, ed era noto per darci un compito in classe a settimana, il cui risultato era una insufficienza generale tranna che ad una persona, giusto per non doverlo annullare: credo di non essere mai stato io quella persona. L’omologo di Latino ed Italiano pizzicava la erre, era timido e come molti timidi si difendeva assumendo un atteggiamento un po’ di scherno, un po’ aggressivo che lo rendeva decisamente più antipatico di quanto poi realmente sarebbe stato. L’insegnante di Matematica era anche il Preside della scuola, non era particolarmente odioso, ma, chissà per quale motivo, lui ed io non ci eravamo per nulla simpatici: già la materia non era tra le mie preferite, ma in quel triennio divenne davvero una tortura, non perdendo lui occasione per mettermi in difficoltà con un sadismo ed una costanza peraltro ammirevoli. Quello di Fisica era completamente pazzo: il più anziano tra tutti, parlava da solo durante le lezioni, muovendosi a scatti con le mani e la testa, ma non interrogava mai, dando a quasi tutti una insufficienza sulla pagella dei primi due trimestri, che si trasformava miracolosamente in una sufficienza a fine anno. Ma la vera battaglia avvenne tra me e il docente di Storia e Filosofia: sprezzante e sadico, si divertiva ad umiliare e mettere in imbarazzo chi tra noi era più facile al rossore, facendo battute discutibili per una persona qualunque, figuriamoci, ai miei occhi, per un sacerdote. Iniziai a disprezzarlo (laddove, invece, adoravo la materia che insegnava, Filosofia) ed a mettermi più o meno apertamente contro di lui ogniqualvolta ne avessi l’occasione, mentre lui, da parte sua, dimostrava praticamente sempre chi aveva il coltello dalla parte del manico.

Il risultato di tutto questo fu un crollo in verticale dei miei risultati scolastici: io, da sempre considerato un secchione e che potevo contare le insufficienze di tutta la mia carriera scolastica sulle dita di una mano, cominciai ad avere il rendimento di un Franti qualsiasi ed a scoprire un Andrea che non avevo ancora conosciuto: sprezzante dell’autorità, polemico, incurante dei danni che si sarebbe causato con le proprie mani, pur di difendere quelli che gli sembravano essere ideali irrinunciabili ed, in quel luogo, costantemente traditi. A cosa mi avrebbe portato tutto questo è, naturalmente, un’altra storia e la dovremo raccontare un’altra volta.