Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Male oscuro – Parte prima

La febbre che mi aveva colto in occasione dell’arrivo dei miei genitori (“Annus horribilis: – Appendice: trasmutazione”) era, in realtà, solo l’ultima di una lunga serie di disavventure che mi avevano colto dal mio arrivo a Pinerolo.

Pochi giorni dopo l’inizio della mia vita in Postulato, stavo tornando in convento dopo essere stato in città a svolgere non so più quale commissione. Come ho detto altrove, il convento si trova su una collina, quindi stavo salendo diretto verso la fraternità, quando una fitta improvvisa, lancinante, mi fece piegare in due, completamente senza fiato. Fortunatamente non ero solo, ed il ragazzo che era con me, uno di quelli che frequentava occasionalmente il convento, mi sorresse; facevo davvero fatica a respirare, perché ogni tentativo di dilatare i polmoni mi causava un dolore insopportabile. Mi spaventai.

Mi sedetti, e dopo circa cinque minuti di attesa riuscii a regolarizzare la respirazione ed a rialzarmi; accompagnato come un vecchio, le braccia del mio compagno a sostenermi, arrivai non senza un notevole sforzo in convento, dove venne immediatamente chiamato il medico. La diagnosi fu “forte infiammazione alla cartilagine intercostale”, anche se non si riusciva a capire a cosa fosse dovuta, e soprattutto come mai si fosse manifestata così all’improvviso e con tale virulenza. Mi toccò un ciclo di iniezioni di cortisone. Ora, io sono TERRORIZZATO dalle iniezioni. Da bambino avevo sofferto, e forse questo ne era in qualche modo un’eredità, di problemi di respirazione, tanto che per tre-quattro anni ero andato anche d’inverno al mare in Liguria con mia madre, per respirare aria salmastra. Mi ero quindi dovuto sottoporre già all’epoca sia ad iniezioni, che a frequenti inalazioni di aerosol, e il ricordo era tutt’altro che piacevole. Fu quindi una soluzione alquanto spiacevole quella che fui costretto a subire, senza contare l’imbarazzo di stare col culo all’aria davanti ad uno sconosciuto, che nella fattispecie era fra Sergio, proprio agli inizi del mio periodo conventuale. L’amabile frate in questione, peraltro, sembrava divertirsi un mondo a punzecchiare il mio deretano, e non perdeva occasione per ricordarmi, con una punta di sadismo, l’appuntamento quotidiano con la siringa. Furono 2 settimane molto lunghe. (Per inciso, quello delle infiammazioni cartilaginee è un problema che ho ancora adesso, e si ripresenta quasi ogni inverno). Inutile dire che i miei genitori non ne seppero mai nulla, perché credo che mia madre, per la preoccupazione, avrebbe preteso una stanza in convento, se non addirittura un letto direttamente in camera mia.

Il secondo evento fu anche più fastidioso. Era trascorso meno di un mese da questo episodio, e stavamo lavorando nell’orto. Come ho accennato in precedenza (“Andreino pane e vino – Parte seconda”) una delle principali attività della giornata era la cura del grande orto (un centinaio di metri quadrati) dove venivano coltivate le verdure più diverse. Del mio scarso, per non dire nullo, amore per la vita bucolica già si sa; della mia imbranataggine si può facilmente immaginare.

Quel giorno, Sergio (sempre lui) mi aveva incaricato di estirpare delle erbacce infestanti che si erano abbarbicate tra le crepe di un muretto che costeggiava parte del perimetro dell’orto; ero quindi salito sul medesimo, guanti per proteggere le mani, stivalacci ai piedi, e stavo tirando con tutte le mie forze un rovo che non voleva saperne di sradicarsi. Una delle pietre su cui poggiavo si smosse, persi l’equilibrio e caddi all’indietro, da un’altezza di mezzo metro; tanto bastò. Piegai malamente il piede, impacciato dagli stivali di gomma, sentii un forte dolore e subito un battito pulsante nella caviglia, che via via premeva sempre di più contro la calzatura. Sfilai, faticosamente, la stessa e feci appena in tempo, perché immediatamente il collo del piede si gonfiò tanto da non poter più essere infilato nello stivale.

Inutile dire che non potevo camminare, quindi lo stoico Sergio (che credo non avesse mai visto un simile concentrato di incapacità in tutta la sua esistenza) mi prese letteralmente in braccio e mi portò in casa. Oreste, che aveva spesso l’atteggiamento da chioccia, si preoccupò istantaneamente, e volle che fossi accompagnato senza aspettare oltre in ospedale. Questa volta il responso fu “lesione ai legamenti”, ed assoluta necessità di operare urgentemente la caviglia. “Torni lunedì” (era un venerdì) “e la ricovereremo d’urgenza, bisogna operare subito, il rischio è che lei resti zoppo per tutta la vita!” fu il rassicurante discorso che il medico ci fece al termine della visita. “E se io non venissi…?” buttai lì. Mi guardò come si guarda una persona che, sotto evidente stato di shock, non sa quello che dice. “Ma non scherziamo!” Ed uscimmo.

Dato che la situazione con i miei genitori era ancora nella fase “gelo” (tutto questo si svolse prima del loro ravvedimento sulla via di Damasco), Oreste era semplicemente terrorizzato dal responso che gli aveva riportato Sergio. Avrebbe dovuto per forza informare i miei della situazione, e certamente la prospettiva non era particolarmente piacevole. “E se lo facessimo vedere da Lucia?” propose Sergio. “Sì, sì, portalo da Lucia! Magari lei riesce a fare qualcosa!” decise Oreste. E Lucia fu.


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Amarcord: In salute ed in malattia

Mio padre è sempre stato un uomo incapace di stare fermo. Proprio non concepiva l’idea di “riposo”, ed anche quando era in casa o rimaneva lo stretto indispensabile, per poi uscire e, nel caso non avesse altro da fare, cominciare a passeggiare per il paese (tanto qualcuno che conosceva lo avrebbe certamente incontrato, attaccando quindi bottone), o iniziava a fare dei “lavoretti” di varia natura, buttando nello sconcerto mia madre, vuoi perché, con tutta la buona volontà, mio padre di fatto era totalmente incapace nella sua manualità, vuoi perché aveva la capacità di sporcarsi e sporcare in qualunque parte del corpo e della casa, obbligando quindi la coniuge a passare e ripassare scopa e strofinacci.

Quando, era il periodo in cui frequentavo la quarta ginnasio, verso marzo, gli venne una tallonite, fu quindi impossibile fargli capire che non avrebbe dovuto sottovalutarla e stare un po’ fermo. E dire che aveva studiato medicina, da giovane… Stranamente, si fa per dire, la tallonite si trasformò presto in una flebite, e nemmeno quello fu sufficiente a tenerlo a freno, e la flebite, prevedibilmente, in una tromboflebite (cioè, si formò un coagulo di sangue nella gamba, che ostruiva i vasi sanguigni, con conseguente possibilità di embolia). “Devi assolutamente stare immobile! Non devi alzarti dal letto nemmeno per andare in bagno!” si allarmò il nostro medico di famiglia, peraltro suo carissimo amico.Certamente, come no…

Era il sabato santo del 1983 quando mio padre crollò in bagno, improvvisamente. Mia madre, avendo subito capito la situazione, chiamò immediatamente la guardia medica, ed anche il nostro dottore che, proprio in quanto amico da tempo, nonostante il giorno prefestivo, accorse immediatamente. Arrivò di gran carriera un’ambulanza, su cui caricarono mio padre, mia madre ed il suddetto dottore e che ripartì di corsa, destinazione l’ospedale di Ivrea, da cui noi dipendevamo (e distante circa 30km). “Appena posso ti faccio sapere qualcosa” butto lì mia madre correndo via, ed io rimasi in casa, da solo, senza avere avuto il tempo di capire bene cosa stesse succedendo. Ovviamente, all’epoca non ci si sognava nemmeno di cosa potesse essere un cellulare, quindi non mi rimase che restare in casa, in attesa di una eventuale telefonata sul fisso, che però non arrivava.

Arrivò, molto più tardi, a notte fonda, mia madre, gli occhi rossi ed i capelli (cosa mai vista) scarmigliati. “E’ in terapia intensiva. E’ partito un embolo, che ha raggiunto i polmoni. La dottoressa ha detto che se passa la notte forse ce la fa, ma di non contarci…” E giù a piangere a dirotto. Io non sapevo che pesci pigliare, eppure non riuscivo a credere, dentro di me, che fosse giunto il momento di perdere mio padre. Ebbi ragione.

Rimase in terapia intensiva per una settimana, per altre tre nel reparto di medicina. Fu poi dimesso, ma le conseguenze si fecero sentire. La circolazione era compromessa, così come in parte l’apparato respiratorio e polmonare. Quella che si pensava si sarebbe risolta relativamente in fretta si rivelò invece essere una degenza lunga, molto lunga… Per diversi mesi mio padre rimase fermo a letto, con mia madre che lo seguiva ogni minuto per evitare che facesse altre stupidaggini, ed il suo nervosismo per l’essere costretto all’immobilità che cresceva esponenzialmente e si manifestava con scoppi di rabbia improvvisi. Ciononostante, però, la paura presa fu tanta, e nemmeno lui volle rischiare di nuovo la pelle anticipando le cose.

Non tornò più al lavoro. Aveva iniziato a lavorare molto giovane, e quello, insieme con la possibilità del prepensionamento dovuto a motivi di salute, lo convinsero a restare a casa e fare il pensionato. Da allora, naturalmente, dovette convivere con controlli costanti, l’assunzione continua di anticoagulanti per il sangue, una dieta rigorosa. Nonostante i disagi, però, ebbe una vita abbastanza tranquilla per altri 17 anni, quando si verificò un nuovo problema, questa volta ancora più grave e definitivo. Ma, naturalmente, ne parleremo un’altra volta.


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De Senectute

(Nota: questo post non segue la normale cronicità delle mie vicende. E’ storia attuale, e lo scrivo per raccontare quello che mi sta succedendo ed il motivo principale per cui sono stato assente per un po’ di tempo dal blog.)

Arriveremo, ad un certo punto del blog, a tempo debito, a parlare di nuovo e più diffusamente di mio padre e mia madre. Ma per spiegare ciò che è successo di recente basti sapere che mio padre è morto 8 anni fa, dopo avene trascorsi più di 6 invalido al 100% mentalmente e fisicamente a causa di una idrocefalia, e che da allora mia madre ha vissuto da sola nella nostra casa di Rivarolo Canavese, paese distante da Torino, dove vivo io, circa 40km. Ha compiuto a marzo 85 anni, apparentemente ben portati (mia madre non ha una ruga ed ha un sacco di capelli. Io sto cominciando ad avere un sacco di rughe e nessun capello).

Già da un paio d’anni ha cominciato, però, ad avere alcuni problemi, legati a microischemie cerebrali: praticamente, all’improvviso, il suo cervello “si spegne” e lei cade per terra come un sacco di patate. Non è uno svenimento, che in qualche modo si capisce stia arrivando e permette di sedersi (so di cosa parlo, avendolo provato pure io, come descritto in “Svengooo…”); è qualcosa di imprevedibile, e di conseguenza pericoloso, visto che può capitare ovunque ed in qualunque momento.

L’ultimo episodio si è verificato lo scorso luglio, mentre era a casa, da sola. E’ capitombolata per terra e si è rotta una spalla. Ora, mia madre è la classica persona che deve trovarsi in punto di morte per andare dal dottore (e forse anche in quella circostanza lo evita…), per cui il fatto di avere un braccio al cui confronto il blu-puffo è un colore pallido e di non poterlo più muovere dal dolore, non ha minimamente intaccato la sua convinzione che non fosse necessario farsi visitare. Così come non le è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisare me o qualsiasi altro parente della cosa (forse consapevole del fatto che l’avremmo portata di corsa da un medico). Quando io, come tutte le sere, la chiamai al telefono, mi raccontò cosa fosse successo quasi “en passant”, come qualcosa di poco  rilevante. Naturalmente, essendo a 40km di distanza e senza auto, io non potei far altro che allertare una mia cugina della cosa, ma, essendo ormai sera inoltrata, fu solo il giorno dopo che questa la accompagnò al Pronto Soccorso. La diagnosi fu di frattura scomposta dell’omero, con conseguente tutore immobilizzante (impossibile, data l’età avanzato ed il versamento di sangue, operarla) e relativa impossibilità di restare da sola. Riuscimmo, con una incredibile dose di fortuna, a trovare un posto libero in una struttura per anziani nel suo stesso paese, vicino, quindi, ai suoi parenti: fratello, sorella, nipoti. Io cominciai, compatibilmente con gli impegni di lavoro, a fare la spola tra Torino e Rivarolo.

Cominciarono le inaspettate scoperte. Mia madre, che per me all’esterno era sempre uguale (nonostante mi fossi accorto che perdeva un po’ di memoria e di consapevolezza, ma ad 85 anni chi non lo fa?), si rivelò essere molto più svanita di quello che avevo pensato, o forse mi ero rifiutato di comprendere. Aveva iniziato ad essere incontinente, senza che mai me ne avesse fatto cenno, e a trascurare la pulizia, propria, degli effetti personali, della casa. Era evidente che, una volta terminato il periodo di riabilitazione, non sarebbe più potuta tornare in quella casa a vivere da sola. Come gestire la situazione?

Chi segue il mio blog, sa che ho un rapporto non facile con la mia famiglia, e con mia madre in particolare. Ma ho un rapporto anche peggiore con certi aspetti della vecchiaia per i quali ho un vero e proprio terrore. Sono un maniaco del controllo, e l’idea di non essere più autosufficiente (cosa capitata a mio padre) è per me inaccettabile. Il vedere mia madre iniziare a percorrere a sua volta questa strada mi ha lasciato spaventato ed impreparato. Forse, proprio per questo, non ho voluto vedere nel tempo le avvisaglie di ciò che stava capitando, fino a quando, come spesso succede in questi casi, l’ineluttabilità dei fatti non mi ha posto di fronte alla realtà con violenza. L’unica soluzione che mi è sembrata percorribile, vuoi per motivi economici, vuoi perché pensavo che, comunque, fosse ancora in grado di avere una certa dose di autosufficienza, è stata quella di prenderla in casa con me. Così, da metà settembre, la famiglia è stata composta da 2 uomini, 3 gatti, alcuni pesci rossi, e mia madre.

La convivenza si è rivelata fin da subito molto più complessa del previsto. Intanto, pensavo che, anche lasciandola a casa da sola per pranzo, almeno fosse in grado di farsi scaldare qualcosa da mangiare. Ed invece no. Inoltre, si rivelò essere molto più confusa, quindi ingestibile, capricciosa, a volte anche aggressiva, di quello che avrei mai immaginato. La notte si alzava più volte, entrando all’improvviso in camera nostra mentre dormivamo e svegliandoci, accendendo e spegnendo continuamente le luci, andando in bagno nonostante le mettessi ogni sera il pannolone per l’incontinenza.

Già, il pannolone, questo sconosciuto. Intendiamoci: già io sono gay, quindi potete bene immaginare quale familiarità possa avere con le parti intime di una donna. Per di più, per (quasi) ogni maschio, la madre è una specie di essere asessuato; per cui, farle indossare ogni sera questo ammenicolo, oltretutto scomodissimo da gestire, è stata una delle cose più traumatiche che mi siano capitate negli ultimi anni. I miei tempi cominciarono ad essere scanditi in base ai suoi: tornavo il più possibile a casa per pranzo e, qualora non potessi farlo io, o cercava di esserci il mio compagno, o dovevo chiamare una signora che le scaldasse il cibo per farla mangiare. Diventò impossibile uscire la sera, dovendo attrezzarla e prepararla per la notte (e per lei le 21.00 era già tardi per andare a letto, salvo poi andare avanti ed indietro camera-bagno-salotto-bagno-camera-stanzaperfumare-bagno-camera per almeno un’ora). Tornare a casa non voleva più dire, dopo una giornata di lavoro, potersi fermare e rilassare, ma avere altro lavoro, ed un peso psicologico non indifferente, da gestire, senza più un minimo di privacy e di spazi personali. Ogniqualvolta stavo in camera per lavorare al pc (perché, ovviamente, anche la disposizione della casa è stata cambiata, per lasciarle una stanza personale dove stare), lei entrava ed usciva, entrava ed usciva, obbligandomi ad un certo punto a chiudermi dentro per non essere continuamente interrotto.

In questo lasso di tempo ho capito fondamentalmente due cose.

La prima, che il nostro tempo, rispetto probabilmente anche a poche decine di anni fa, non consente più la gestione di una persona anziana non autosufficiente in casa. I ritmi sono troppo veloci, troppo frenetici, anche quando si è a casa telefono-pc-impegni impediscono di seguire chi a questa corsa non può più stare dietro, e si vive quella che dovrebbe essere sempre considerata una persona, in realtà come un problema, un impedimento, un fastidio che non permette di stare dietro alla frenesia che ci accompagna.

La seconda, che in queste situazioni si è profondamente, inesorabilmente, crudelmente soli. I parenti, suo fratello, le sue nipoti, non sono venuti una volta a trovarla; i miei amici, reali o virtuali, non mi hanno chiesto una volta come stesse lei o come stessi io, se avessi bisogno di aiuto, se volessi anche solo parlare di quello che stava succedendo. La frase più gettonata del periodo, quando c’è stata una frase, è “Non ti chiamo perché non voglio disturbarti”. No, non mi chiami perché non TI vuoi disturbare; perché quel fastidio, quella paura che erano le mie, sono anche le tue. Perché in questo periodo in cui tutti, chi più chi meno, siamo sempre più “social-addicted”, in realtà è venuta a mancare quella rete di aiuto, attenzione e solidarietà che permettevano, una volta, di sopportare e gestire meglio situazioni come questa. Mi sono sentito abbandonato, e di conseguenza di-sperato (=senza speranza).

L’epilogo, per il momento, ieri. E’ stato dolorosamente evidente fin da subito che non ero nelle condizioni di poter gestire questa situazione, troppo complessa per due uomini che lavorano e devono fare i conti con orari ed impegni a volte non programmabili. Ho dovuto riportare mia madre nella stessa struttura da cui volevo a tutti i costi toglierla, raccontando la pietosa bugia di avere dei corsi di formazione che mi avrebbero tenuto lontano da Torino per alcune settimane (bugia, a dire il vero, solo parziale), e che quindi il ricondurla là sarebbe stato solo temporaneo. Ovviamente non sarà così.

Se da una parte sono razionalmente consapevole di non avere avuto alternative e che non avrei potuto seguirla come necessitava, dall’altra non riesco a superare il senso di frustrazione e di sconfitta che questa soluzione mi lascia addosso. Mi sembra di averla tradita, di non aver fatto abbastanza per lei, e che non si meritava, dopo una vita, di trascorrere in un’anonima struttura gli ultimi anni che le rimangono. Spero, e credo, che il tempo mi aiuterà a far pace con me stesso e con questa vicenda, ma non sarà subito. Anche per questo bisogno di scrivere di questo pezzo di vita presente. Ma qui non ci sarà un’altra storia e non verrà raccontata un’altra volta.