Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Pride (In The Name of Love)

(E’ una settimana che è mancata mia madre; ed è una settimana che a Torino si è celebrato l’annuale Pride. Due cose che apparentemente non c’entrano nulla tra loro… o forse sì? Questo post non segue la normale cronologia, ma si sposta molti anni avanti rispetto all’ultimo: è da molto che ce l’ho in testa, ed ho voluto anticiparlo adesso)

Sono passati ormai alcuni anni da quando ho detto a mia madre di essere gay. Dopo lo sconcerto, le ripetute insistenze di “Devi farti curare, devi andare dallo psicologo!”, i vari rifiuti, si è finalmente abituata all’idea, ed ormai ha accettato la situazione: una cosa sinceramente per me impensabile, che mi ha stupito… In fondo, è pur sempre una donna di ottant’anni, che arriva dalla provincia!

Di solito vado a trovarla una volta a settimana, il sabato; ogni tanto, però, è lei a venire da me a Torino: la vive come fosse una piccola vacanza che si concede, con i suoi rituali eccitanti. Prende il bus, io la vado ad aspettare in stazione, a volte andiamo a casa mia, a volte no, facciamo due passi in centro, mangiamo qualcosa, la riaccompagno al bus e rientra a Rivarolo: piccoli, emozionanti diversivi che la distraggono dalla vita che conduce da quando mio padre è mancato (ovviamente ci arriveremo, nel blog)

Oggi decido di portarla da McDonald’s: lo aveva scoperto nel secondo viaggio che fece a Medjugorie. In quell’occasione andarono solo lei e mio padre (a me era bastata la prima esperienza!), ed una volta scesi dall’aereo in aeroporto (mio padre non poteva più farsi un viaggio in bus come la prima volta) avevano fame, trovarono l’hamburgeria più americana del mondo aperta e si innamorarono del McBurger: potenza delle salse capitaliste!

“Allora, mamma, ti va bene McDonald’s? Te lo ricordi, no?” “Sì sì, va bene…” La vedo perplessa. “Sicura? Non mi sembri molto convinta… Possiamo cercare qualcos’altro, se vuoi, anche se a quest’ora non tutto è già aperto” Per mia madre, l’UNICA ora per pranzare sono le 12 SPAC-CA-TE. “No no, a me piace, ma… non hanno una minestrina?” “Da McDonald’s??????” Vabbè, è ovvio che non si ricorda granché bene di cosa si tratta…

Archiviato il capitolo hamburger, ci avviamo verso la stazione del bus, manca ancora un po’ prima che parta, quindi ci sediamo ad aspettarlo. “Sai, Andrea, c’è una cosa che non ho ben capito” (Oddio… quando comincia così, viene fuori qualche problema…) “Dimmi”. “Ecco, tu sei gay, no? Ti piacciono gli uomini, no?” (E adesso perché sta tirando fuori sto discorso?) “Eeeehhh… sì, diciamo di sì…” (Teniamoci sul vago… Ma sto bus quando arriva?) ” E allora pensavo…” (Oddio… ODDIO…) “Come funziona tra un uomo e una donna lo so, no, perché ho vissuto con papà” (NON CI CREDO… NON STA SUCCEDENDO DAVVERO!!!!) “Ma tra due uomini, hai capito, no, quella cosa, come funziona, perché io mica l’ho mai capit””GUARDA MAMMA IL BUS CORRI CHE LO PERDIAMO CI SENTIAMO STASERA CIAO CIAO UN BACIONE CIAO A PRESTO!!!!”

Spingo velocemente mia madre su per gli scalini del bus, non aspetto nemmeno che chiuda la porta e scappo, un po’ ansimante, con un colore tale che chi mi avesse visto avrebbe certamente pensato che mi ero sparato una intera pianta di peperoncino piccante! E mentre torno a casa, e ripenso al rapporto non proprio semplice che mia madre ed io abbiamo avuto negli anni, non posso non pensare che davvero “Amor Omnia Vincit”: quell’amore che fa superare ad una madre le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri limiti, per arrivare a paure insicurezze e limiti del proprio figlio.

Tutto questo mi è tornato alla mente al Pride della settimana scorsa: ho visto molte famiglie, o forse le ho notate di più degli anni precedenti, con bambini piccoli, ma già in età tale da capire, che spiegavano ai loro figli perché erano lì, il valore dell’amore indipendentemente da sesso e genere, il rispetto e l’apertura verso chi è “diverso” da loro. Ed ho pensato che, probabilmente, sarebbe piaciuto anche a mia madre, che avevo accompagnato nel suo ultimo viaggio il giorno prima, essere lì, in mezzo a tutti quei colori, quella musica e quella gioia.

Tutt* noi, prima o poi, ci troviamo a dover “rivelare” qualcosa di noi ai nostri genitori: la prima scappatella, di fumare, di essere gay/lesbiche, di aver mentito, di essere innamorati; ed abbiamo sempre paura del rifiuto, di non essere capit*, accettat*, di essere giudicat*. E, a volte, preferiamo tacere, per paura; impedendo così a loro di crescere nell’amore verso di noi, ed a noi stess* di scoprire che forse non li conosciamo come crediamo.

Ciao, mamma, se oggi sono “orgoglioso” è anche grazie a te (e comunque no, non le ho mai spiegato “come funziona tra due uomini”).

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De Senectute

(Nota: questo post non segue la normale cronicità delle mie vicende. E’ storia attuale, e lo scrivo per raccontare quello che mi sta succedendo ed il motivo principale per cui sono stato assente per un po’ di tempo dal blog.)

Arriveremo, ad un certo punto del blog, a tempo debito, a parlare di nuovo e più diffusamente di mio padre e mia madre. Ma per spiegare ciò che è successo di recente basti sapere che mio padre è morto 8 anni fa, dopo avene trascorsi più di 6 invalido al 100% mentalmente e fisicamente a causa di una idrocefalia, e che da allora mia madre ha vissuto da sola nella nostra casa di Rivarolo Canavese, paese distante da Torino, dove vivo io, circa 40km. Ha compiuto a marzo 85 anni, apparentemente ben portati (mia madre non ha una ruga ed ha un sacco di capelli. Io sto cominciando ad avere un sacco di rughe e nessun capello).

Già da un paio d’anni ha cominciato, però, ad avere alcuni problemi, legati a microischemie cerebrali: praticamente, all’improvviso, il suo cervello “si spegne” e lei cade per terra come un sacco di patate. Non è uno svenimento, che in qualche modo si capisce stia arrivando e permette di sedersi (so di cosa parlo, avendolo provato pure io, come descritto in “Svengooo…”); è qualcosa di imprevedibile, e di conseguenza pericoloso, visto che può capitare ovunque ed in qualunque momento.

L’ultimo episodio si è verificato lo scorso luglio, mentre era a casa, da sola. E’ capitombolata per terra e si è rotta una spalla. Ora, mia madre è la classica persona che deve trovarsi in punto di morte per andare dal dottore (e forse anche in quella circostanza lo evita…), per cui il fatto di avere un braccio al cui confronto il blu-puffo è un colore pallido e di non poterlo più muovere dal dolore, non ha minimamente intaccato la sua convinzione che non fosse necessario farsi visitare. Così come non le è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisare me o qualsiasi altro parente della cosa (forse consapevole del fatto che l’avremmo portata di corsa da un medico). Quando io, come tutte le sere, la chiamai al telefono, mi raccontò cosa fosse successo quasi “en passant”, come qualcosa di poco  rilevante. Naturalmente, essendo a 40km di distanza e senza auto, io non potei far altro che allertare una mia cugina della cosa, ma, essendo ormai sera inoltrata, fu solo il giorno dopo che questa la accompagnò al Pronto Soccorso. La diagnosi fu di frattura scomposta dell’omero, con conseguente tutore immobilizzante (impossibile, data l’età avanzato ed il versamento di sangue, operarla) e relativa impossibilità di restare da sola. Riuscimmo, con una incredibile dose di fortuna, a trovare un posto libero in una struttura per anziani nel suo stesso paese, vicino, quindi, ai suoi parenti: fratello, sorella, nipoti. Io cominciai, compatibilmente con gli impegni di lavoro, a fare la spola tra Torino e Rivarolo.

Cominciarono le inaspettate scoperte. Mia madre, che per me all’esterno era sempre uguale (nonostante mi fossi accorto che perdeva un po’ di memoria e di consapevolezza, ma ad 85 anni chi non lo fa?), si rivelò essere molto più svanita di quello che avevo pensato, o forse mi ero rifiutato di comprendere. Aveva iniziato ad essere incontinente, senza che mai me ne avesse fatto cenno, e a trascurare la pulizia, propria, degli effetti personali, della casa. Era evidente che, una volta terminato il periodo di riabilitazione, non sarebbe più potuta tornare in quella casa a vivere da sola. Come gestire la situazione?

Chi segue il mio blog, sa che ho un rapporto non facile con la mia famiglia, e con mia madre in particolare. Ma ho un rapporto anche peggiore con certi aspetti della vecchiaia per i quali ho un vero e proprio terrore. Sono un maniaco del controllo, e l’idea di non essere più autosufficiente (cosa capitata a mio padre) è per me inaccettabile. Il vedere mia madre iniziare a percorrere a sua volta questa strada mi ha lasciato spaventato ed impreparato. Forse, proprio per questo, non ho voluto vedere nel tempo le avvisaglie di ciò che stava capitando, fino a quando, come spesso succede in questi casi, l’ineluttabilità dei fatti non mi ha posto di fronte alla realtà con violenza. L’unica soluzione che mi è sembrata percorribile, vuoi per motivi economici, vuoi perché pensavo che, comunque, fosse ancora in grado di avere una certa dose di autosufficienza, è stata quella di prenderla in casa con me. Così, da metà settembre, la famiglia è stata composta da 2 uomini, 3 gatti, alcuni pesci rossi, e mia madre.

La convivenza si è rivelata fin da subito molto più complessa del previsto. Intanto, pensavo che, anche lasciandola a casa da sola per pranzo, almeno fosse in grado di farsi scaldare qualcosa da mangiare. Ed invece no. Inoltre, si rivelò essere molto più confusa, quindi ingestibile, capricciosa, a volte anche aggressiva, di quello che avrei mai immaginato. La notte si alzava più volte, entrando all’improvviso in camera nostra mentre dormivamo e svegliandoci, accendendo e spegnendo continuamente le luci, andando in bagno nonostante le mettessi ogni sera il pannolone per l’incontinenza.

Già, il pannolone, questo sconosciuto. Intendiamoci: già io sono gay, quindi potete bene immaginare quale familiarità possa avere con le parti intime di una donna. Per di più, per (quasi) ogni maschio, la madre è una specie di essere asessuato; per cui, farle indossare ogni sera questo ammenicolo, oltretutto scomodissimo da gestire, è stata una delle cose più traumatiche che mi siano capitate negli ultimi anni. I miei tempi cominciarono ad essere scanditi in base ai suoi: tornavo il più possibile a casa per pranzo e, qualora non potessi farlo io, o cercava di esserci il mio compagno, o dovevo chiamare una signora che le scaldasse il cibo per farla mangiare. Diventò impossibile uscire la sera, dovendo attrezzarla e prepararla per la notte (e per lei le 21.00 era già tardi per andare a letto, salvo poi andare avanti ed indietro camera-bagno-salotto-bagno-camera-stanzaperfumare-bagno-camera per almeno un’ora). Tornare a casa non voleva più dire, dopo una giornata di lavoro, potersi fermare e rilassare, ma avere altro lavoro, ed un peso psicologico non indifferente, da gestire, senza più un minimo di privacy e di spazi personali. Ogniqualvolta stavo in camera per lavorare al pc (perché, ovviamente, anche la disposizione della casa è stata cambiata, per lasciarle una stanza personale dove stare), lei entrava ed usciva, entrava ed usciva, obbligandomi ad un certo punto a chiudermi dentro per non essere continuamente interrotto.

In questo lasso di tempo ho capito fondamentalmente due cose.

La prima, che il nostro tempo, rispetto probabilmente anche a poche decine di anni fa, non consente più la gestione di una persona anziana non autosufficiente in casa. I ritmi sono troppo veloci, troppo frenetici, anche quando si è a casa telefono-pc-impegni impediscono di seguire chi a questa corsa non può più stare dietro, e si vive quella che dovrebbe essere sempre considerata una persona, in realtà come un problema, un impedimento, un fastidio che non permette di stare dietro alla frenesia che ci accompagna.

La seconda, che in queste situazioni si è profondamente, inesorabilmente, crudelmente soli. I parenti, suo fratello, le sue nipoti, non sono venuti una volta a trovarla; i miei amici, reali o virtuali, non mi hanno chiesto una volta come stesse lei o come stessi io, se avessi bisogno di aiuto, se volessi anche solo parlare di quello che stava succedendo. La frase più gettonata del periodo, quando c’è stata una frase, è “Non ti chiamo perché non voglio disturbarti”. No, non mi chiami perché non TI vuoi disturbare; perché quel fastidio, quella paura che erano le mie, sono anche le tue. Perché in questo periodo in cui tutti, chi più chi meno, siamo sempre più “social-addicted”, in realtà è venuta a mancare quella rete di aiuto, attenzione e solidarietà che permettevano, una volta, di sopportare e gestire meglio situazioni come questa. Mi sono sentito abbandonato, e di conseguenza di-sperato (=senza speranza).

L’epilogo, per il momento, ieri. E’ stato dolorosamente evidente fin da subito che non ero nelle condizioni di poter gestire questa situazione, troppo complessa per due uomini che lavorano e devono fare i conti con orari ed impegni a volte non programmabili. Ho dovuto riportare mia madre nella stessa struttura da cui volevo a tutti i costi toglierla, raccontando la pietosa bugia di avere dei corsi di formazione che mi avrebbero tenuto lontano da Torino per alcune settimane (bugia, a dire il vero, solo parziale), e che quindi il ricondurla là sarebbe stato solo temporaneo. Ovviamente non sarà così.

Se da una parte sono razionalmente consapevole di non avere avuto alternative e che non avrei potuto seguirla come necessitava, dall’altra non riesco a superare il senso di frustrazione e di sconfitta che questa soluzione mi lascia addosso. Mi sembra di averla tradita, di non aver fatto abbastanza per lei, e che non si meritava, dopo una vita, di trascorrere in un’anonima struttura gli ultimi anni che le rimangono. Spero, e credo, che il tempo mi aiuterà a far pace con me stesso e con questa vicenda, ma non sarà subito. Anche per questo bisogno di scrivere di questo pezzo di vita presente. Ma qui non ci sarà un’altra storia e non verrà raccontata un’altra volta.


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Questo piccolo grande amore (parte prima)

Ogni anno, d’estate, andavamo al mare, mia madre ed io. Mio padre non lo sopportava, quindi ci accompagnava in auto, poi tornava a casa, e veniva due settimane dopo a riprenderci. Sì, perché vi trascorrevamo 15 giorni, per giustificare i quali mia madre diceva sempre: “Io lavoro come una negra (all’epoca non c’era il politically correct n.d.r.) tutto l’anno, almeno per 2 settimane voglio mettere i piedi sotto la tavola e non fare nulla!”. Tutti i torti non li aveva, ma non era del tutto vero che non facesse nulla: si portava dietro una montagna di valigie con cambi di vestiti praticamente quotidiani, soprattutto per me, che venivo esibito come fossi una specie di Barbie gigante; quindi, la sera, in camera, lavava gli indumenti necessari, soprattutto l’intimo, e (non sia mai che io indossassi un paio di mutande stropicciate!) la mattina li stirava. Comunque, almeno non cucinava e trascorreva le giornata sulla spiaggia, alternando mezzorapancia-mezzoraschiena-mezzoralatodestro-mezzoralatosinistro.

Personalmente ODIAVO quelle settimane. Ero molto pallido di carnagione, e lo stare al sole mi era impossibile, causandomi fortissimi eritemi (soprattutto da bambino; col tempo, per fortuna, il problema è rientrato, ma ancora oggi, nei primi giorni di esposizione, devo mettere creme con protezione asbesto). Naturalmente, il non avere avuto molti amici da bambino, i continui scherzi a cui ero sottoposto nel periodo delle medie, l’amore per la lettura ed i fumetti, non mi rendevano particolarmente intraprendente nel cercare di giocare con gli altri bambini villeggianti; quindi, la mia timidezza nel tempo era aumentata e trascorrevo le giornata sotto l’ombrellone, annoiandomi come non mai (in prima media avrei imparato finalmente a nuotare, ma la mia miopia non mi invogliava comunque ad entrare in acqua: ero praticamente una talpa vagante). Andavamo ogni anno presso una pensione a Bellaria-Igea Marina, convenzionata con l’azienda per cui lavorava mio padre. Ma quell’anno, avevo terminato la seconda media, non ricordo per quale motivo decidemmo di spostarci a Riccione. Fu lì che avvennero due passaggi di vita fondamentali per me e la mia crescita personale.

Erano ormai passati i primi 3 giorni, e come sempre io non avevo ancora fatto amicizia con nessuno. Ormai preadolescente, trascorrevo comunque le giornate e i dopocena attaccato alle gonne materne, come un disadattato sociale qualunque. Mia madre , ormai lo sappiamo tutt*, era molto gelosa e possessiva, ma in certi momenti si rompeva le palle pure lei di avermi appiccicato addosso, oppure era semplicemente imbarazzata dal fatto che SUO FIGLIO non socializzasse con gli altri, come invece facevano tutti i pargoli delle altre coppie presenti. Quella sera si era deciso di fare due passi dopo cena insieme con alcune persone conosciute nei giorni scorsi, ma non subito, pertanto mia madre, vedendo che i miei coetanei stavano giocando, urlando, scorazzando come faceva qualsiasi ragazzino della mia età a parte me, mi invitò ad unirmi a loro (tradotto: a togliermi dai coglioni, mentre lei fumava come un turco con le amiche).

Guardavo in disparte un gruppetto che giocava a nascondino, ovviamente senza pensare minimamente di avvicinarmi; ma una ragazzina di un paio d’anno più grande di me se ne accorse, e si avvicinò. “Perché non giochi anche tu?” “Perché non oso, non conosco nessuno” “Ho capito, sei timido, vero? Anch’io lo ero, sai? (Ok, mi stava raccontando una balla stratosferica, era ovvio! Si era avvicinata senza conoscermi, parlava come fossimo amici da una vita e dava l’impressione di essere tutto, meno che timida) Sai come ho fatto? Mi sono detta: -Conto fino a 3 e mi butto!- Funziona, eh! Provaci, vedrai che col tempo andrà sempre meglio! Intanto EHI, VOI LAGGIU’, FATE GIOCARE A NASCONDINO ANCHE IL MIO AMICO?”

L’insegnamento del contare fino a 3 e buttarsi è stata una delle cose più importanti di tutta la mia vita. Mi ha salvato in situazioni dalle quali non avrei sinceramente saputo uscire, mi ha reso una persona più forte e sicura, ed ha tirato fuori quel lato estremamente sociale del mio carattere che anni di inibizione rischiavano di far scomparire per sempre. Non ricordo nemmeno come si chiamasse quella ragazza, ma è stata una delle insegnanti fondamentali del mio percorso come persona (e, lo ammetto, a volte uso questo metodo ancora adesso).

Ma in quel momento non potevo certo saperlo: ero impegnato a diventare rosso come un peperone, mentre un gruppetto di perfetti sconosciuti si avvicinava, capeggiati da una delle figlie del gestore della pensione presso cui alloggiavamo. “Vuoi giocare con noi, allora?” “Eh, se volete…” “Sì, sì, va bene, solo che deve ancora uscire dal nascondiglio quella scema che non ha capito che abbiamo finito questo giro (tecnicamente il giro finiva se e quando la scema usciva e veniva presa o faceva un liberitutti, ma era chiaro che le due non si amavano, e comunque quella era la figlia del capo della struttura, mica potevo contraddirla). STREGHETTAAAA??? ESCI FUORI! DOVE SEI? STREGHETTAAAA??!!”

Uscì. Uscì, con il suo vestitino bianco e rosa con gonnellina larga anni ’60. Uscì, con i suoi capelli biondo cenere. Uscì, con le sue gambe magre, dritte e affusolate. Uscì, circondata dalla luce del tramonto, il chiacchericcio dei villeggianti che improvvisa spariva e tutto intorno che si fermava. Uscì, ed il mio cuore le andò incontro: era la persona più bella che avessi mai visto. “(Unoduetre) Ciao, io mi chiamo Andrea…” “Io sono Eliana, ciao (è timida anche lei, si vede!)” “(Unoduetre) Posso giocare con voi?” “Certo… vuoi che ti faccia vedere dove nasconderci?” “(Unoduetre) Sì sì!”E scappammo via, guardandoci di sottecchi, emozionati ed imbarazzati, non capendo come mai, noi due timidini, mai incontrati fino a quella sera, ci sentissimo come ritrovati dopo un’eternità.