Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


3 commenti

Vacanze Romane (parte seconda)

Non risiedevamo esattamente in Roma, ma a S. Marinella, un paese vicino, sul mare. Come sempre venimmo smistati in camere doppie, e come sempre io mi ritrovai con il mio amico Donato… con un letto matrimoniale! “Mi spiace, c’è stato un errore! Cercheremo di provvedere in qualche modo!” Si affannava a spiegare il titolare dell’albergo “Ma chi se ne frega?! QUALCUNO HA DEI PROBLEMI? BATTUTE DA FARE? Lasci stare così.” Un battagliero Donato ed il suo cipiglio risolsero velocemente la situazione e vi assicuro che nessuno fece MAI un solo commento sul fatto che dividessimo lo stesso letto in quelle notti.

I giorni per visitare la città, alla fin fine, erano solo due: il terzo sarebbe stato completamente occupato dall’udienza papale e dalla successiva celebrazione; pertanto, i nostri giri turistici, rigorosamente sempre tutti insieme, erano frenetici. Colosseo, Fori Imperiali, Altare della Patria, Piramide, Piazza del Popolo, Piazza Navona, San Paolo Fuori le Mura, San Pietro in Vincoli, San Pietro… Avevo i piedi che mi sembravano bistecche, e la sera tornando in albergo crollavamo tutti stremati. Ma ormai mi ero innamorato perdutamente. Roma la si ama o la si odia. Il suo caos frenetico, il suo disordine, a volte la sua sciatteria si alternano con angoli meravigliosi, stili completamente differenti tra loro, un miscuglio di antico, rinascimentale, moderno che stordisce come una sindrome di Stendhal. E così fu per me.

Avevo, però, anche delle piccole, grandi delusioni. San Pietro mi parve enorme e dispersiva: era più un museo opulento che una chiesa. E la Pietà di Michelangelo? Me la ero immaginata enorme, incombente nella sua tragicità… ed invece era lì, una cosina piccola, a dimensione umana: che fregatura! (Non a caso mi piacque MOLTO di più il Mosè, virile e maestoso, con ricca barba e muscolatura in vista, di San Pietro in Vincoli…piccoli gay crescono). Piazza Navona non mi parve sto granché (e, lo ammetto, continua ancora oggi ad esercitare su di me poco fascino), mentre mi colpì tantissimo il Pantheon con la sua cupola bucata dall’oculos (ed, ammettiamolo, con le tombe dei Savoia). Con questo stato d’animo alternato e un po’ confuso (insomma, sti monumenti e palazzi mi piacevano o no?) giungemmo in piazza Fontana di Trevi. Si profilava un’altra delusione: ma come? Una simile bellezza costretta in una piazzetta piiiiiiiccola così che non ti permetteva, quasi, di ammirarla in tutto il suo splendore? L’ennesimo esempio di contraddizione romana.

Mentre stavamo cercando di capire se ci piaceva o meno, (non) ascoltando naturalmente le solite noiose spiegazioni storiche (avevamo una guida, santa donna, che ci accompagnava ovunque, perdendo tempo e voce nel tentativo di raccontare ad annoiati ed ormonati adolescenti interessati più alle bellezze femminili romane, che a quelle storiche, gli aneddoti e le circostanze che avevano portato alla creazione di questo e al dipinto di quello), venimmo improvvisamente spintonati con una certa violenza. Una serie di omoni stile “Men in Black” ci schiacciò con forza e senza nessuna spiegazione contro i muri dei palazzi della piazza, generando in tutti noi vibranti e sdegnate proteste: come si permettevano sti romani coatti di trattare così noi torinesi???pertini-pazienza-258x258

Poi arrivò lui, piccolino, scattante e sorridente. Vide che indossavamo i cappellini blu con la scritta “Scuola Don Bosco” e, da ex allievo salesiano quale era, si fiondò in mezzo a noi, cominciando ad elargire grandi sorrisi, strette di mano, saluti, battute, e a TUTTE le donne del gruppo (ci avevano accompagnati alcune mamme) baci sulle guance. Era appena uscito di casa e si avviava verso il Quirinale il Presidente Pertini. Fu tutto un gridolio di emozione, commozione, di “Oddio, è proprio lui…” “Mi ha stretto la mano, non la laverò MAI PIU’!” “Ci ha visti e ci è venuti incontro, che brav’uomo” e via così. Anch’io ne fui segnato profondamente: mi stupì che un uomo che fino ad allora avevo visto solo in televisione e sui giornali si fosse dimostrato così alla mano, gentile ed incurante della propria sicurezza personale (nonostante la malcelata disperazione dei “Men in Black” che, ovviamente, erano la sua scorta) e così vicino a noi, ragazzini comuni ed eccitati. Credo che in quel momento, in un certo qual modo, sia nato il mio senso dello Stato, e sono ben felice che questo ricordo sia legato ad un così grande presidente della Repubblica Italiana.

Dal sacro al profano, il giorno successivo partecipammo alla famosa udienza papale in Sala Nervi. Ennesima contraddizione: alla bellissima scultura sul palco, si contrapponevano sedioline di legno tipo quelle che si trovavano nei cinema, durissime e scomodissime. Ma il Vaticano, pensai, non si può permettere qualcosa di meglio? La successiva celebrazione sul sagrato di S. Pietro fu lunga e molto, molto calda (nel senso di temperatura ambientale, maggio a Roma è quasi come luglio a Torino) e segnò la fine della nostra trasferta romana.

La sera , prima di andare a letto, me ne andai sulla spiaggia, a guardare il mare: mentre i miei compagni ridevano, qualcuno si buttò in acqua, qualcuno cantava con l’immancabile chitarra, io ripensai a quei giorni così ricchi ed intensi, e decisi in cuor mio che, non sapevo come, non sapevo quando, ma a Roma ci avrei abitato; ormai il mio cuore era stato ferito, come la statua che rappresentava L’estasi di Santa Teresa d’Avila, e il mio amore per la Città Eterna era scoppiato definitivamente. Avrei realizzato questo mio desiderio, molti anni più tardi, ma questa è come sempre un’altra storia, e sarà raccontata un’altra volta.

P.S.: Donato non era venuto in spiaggia con noi, aveva deciso di andare subito a dormire. Tornai in albergo, aprii delicatamente la porta e fui sorpreso, quindi, di vedere la luce del suo comodino ancora accesa. Si girò e mi guardò. “Scusa, non volevo svegliarti” “… com’è buia questa galleria…” e si rigirò dall’altra parte, continuando a sognare. Inutile dire che, il giorno dopo, quando gli raccontai l’episodio sul bus che ci stava riportando a casa, mi guardò come se avessi lasciato il cervello in albergo…


2 commenti

Questo piccolo grande amore (parte seconda)

Quel famoso nascondino mi rimediò un sonoro ceffone da parte di mia madre. La genitrice era facile alle sberle, che non aveva mai particolarmente lesinato. Capitò una volta, in casa di amici di famiglia, che, innervosita per non so quale motivo (avevo circa 4 anni), mi mollasse uno spataflone in faccia, facendomi ovviamente piangere. Il patriarca della famiglia ospite la guardò con occhi di fuoco: “Guai a te se lo rifai un’altra volta davanti a me!” fu la sua sdegnatissima reazione. Mia madre ammutolì, in quella casa fui sempre salvo, ma di norma quella regola altrove non valeva.

Anche quella sera non fece eccezione: ero stato lavato, cambiato e profumato come le lenzuola stese al sole, per la famosa passeggiata post-cena. Ma il gioco, le corse, l’eccitazione per aver conosciuto Eliana avevano creato un effetto-sudore per cui sembrava mi fossi immerso in mare completamente vestito. “Guarda come ti sei conciato! Non so chi mi trattenga dal darti una sberla!… Anzi, lo so: nessuno!” SCIAF. Sinceramente, me ne fregai altamente: che male può fare un ceffone il giorno in cui hai conosciuto il tuo primo, grande amore? Cambiati (di nuovo) i vestiti, finalmente uscimmo, ed è superfluo dire che alla passeggiata si unirono Eliana e la sua famiglia (ovvero certamente una madre, credo un fratellino e non ricordo chi altri).

I giorni seguenti fummo logicamente inseparabili. In spiaggia eravamo insieme; a pranzo e cena eravamo insieme; a giocare eravamo insieme; solo a dormire non andavamo insieme, ma sinceramente non ci passava nemmeno per la testa: eravamo entrambi ancora troppo giovani e, diciamocelo, imbranati per pensare ad altro che non fosse il tenersi teneramente mano nella mano come i fidanzatini di Peynet, scambiandoci sguardi che causavano carie e, nei casi più disperati, coma diabetici dato l’elevatissimo tasso di zuccherosità presente, abbassando lo sguardo, le gote rosse, salvo poi cercarci immediatamente di nuovo con gli occhi, come avessimo paura che l’uno o l’altra potesse sparisse improvvisamente.

Una sera andammo al cinemino all’aperto locale: trasmettevano un inguardabile e famosissimo, ancora oggi, tra noi nerd, b-movie di Spiderman (http://www.ubcfumetti.com/mag/spidermovies.htm), ma ovviamente per noi il titolo in sé non era importante: ciò che contava era che andassimo al cinema insieme. Naturalmente “insieme” significava con tutte le rispettive famiglie, che per me comprendeva solo mia madre, per lei anche gli altri di cui sopra: non fosse mai che nelle nostre giovani menti preadolescenziali (e soprattutto negli organi più a sud dei cervelli) sorgessero strani impeti e voglie! Ad un certo punto, avvicinandoci allo spazio dove si sarebbe trasmessa la pellicola, lei tirò fuori dalla sua borsettina un paio di occhiali. UN-PAIO-DI-OCCHIALI, capite? “Ma sei miope anche tu?” chiesi meravigliato “Eh, sì…” rispose un po’ imbarazzata. Uccellini cominciarono a cantare, campanelli a suonare a festa ed io mi sentii la persona più felice della terra: era miope! Come ME! Era un chiaro segno del destino (l’ennesimo) che fossimo fatti l’uno per l’altra, ed il fatto che al mondo ci fosse qualche altro milione di persone miopi era un dettaglio del tutto irrilevante, che non scalfiva minimamente la nostra convinzione.

Ma, come recita De Andrè a proposito di Marinella, “come le più belle cose, vivesti solo un giorno, come le rose”. Non Eliana, naturalmente, ma la nostra storia d’amore eterna, che tanto eterna non poteva essere. Già le passioni estive hanno di solito vita breve, ma qui si parlava di 2 settimane di mare e, per di più, lei partì prima di me. Sì, essendo arrivata già da alcuni giorni quando noi iniziammo il nostro periodo, naturalmente ad un certo punto dovette andare via. Ed il mio mondo crollò. Quella mattina non andammo in spiaggia, per salutarla. In effetti, non ci salutammo affatto, perché eravamo entrambi muti, continuando a tenerci per mano come se quel gesto potesse improvvisamente interrompere il corso dei minuti che scorrevano inesorabilmente verso la sua partenza. Continuavo a guardare la sua auto che si riempiva di valigie, come se fossi immerso in una boccia di cristallo che si riempiva d’acqua, togliendomi il respiro. “Scrivimi…” supplicai. “Scrivimi…” implorò. “Su, su, vi scriverete e resterete in contatto” garrularono in coro le nostre madri. Poi l’auto partì, lei girata verso di me sul sedile posteriore, le mani schiacciate contro il lunotto, mentre io piangevo tutte le mie lacrime senza riuscire ad emettere un singhiozzo, lasciandole semplicemente scorrere lungo le guance. Degli ultimi 5 giorni di vacanza non serbo più alcun ricordo.

Finì anche per noi il periodo di mare, venne mio padre a riprenderci ed io cercai di recuperare i cocci del mio giovane cuore spezzato tornando a casa. Trascorsero alcune settimane, e nessuno mi scrisse. “Perché non le scrivi tu?” suggerì un giorno mia madre. “Non oso…” fu la prevedibile risposta. Purtroppo, in questo caso la regola dell’unduetremibutto non funzionava; e dentro di me ero sicuro che la stessa situazione si stava consumando chilometri più in là, in quel di Verona: la conoscevo troppo bene, per non sapere che non avrebbe mai avuto il coraggio di prendere, lei per prima, in mano una penna. L’estate finì, venne l’autunno, ricominciò la scuola e come tutte le piccole grandi delusioni d’amore giovanile anche questa passò. Ma mai, mai  venne dimenticata; ed ancora oggi, ogni tanto, mi chiedo dove sia Eliana, cosa stia facendo, se è felice; e, soprattutto, cosa sarebbe successo se, invece di un ragazzino timido, un intraprendente scrittore avesse avuto il coraggio di prendere in mano quella penna e mantenere i contatti col suo primo, piccolo grande amore, l’unico amore eterosessuale che abbia mai vissuto in vita mia.


Lascia un commento

Questo piccolo grande amore (parte prima)

Ogni anno, d’estate, andavamo al mare, mia madre ed io. Mio padre non lo sopportava, quindi ci accompagnava in auto, poi tornava a casa, e veniva due settimane dopo a riprenderci. Sì, perché vi trascorrevamo 15 giorni, per giustificare i quali mia madre diceva sempre: “Io lavoro come una negra (all’epoca non c’era il politically correct n.d.r.) tutto l’anno, almeno per 2 settimane voglio mettere i piedi sotto la tavola e non fare nulla!”. Tutti i torti non li aveva, ma non era del tutto vero che non facesse nulla: si portava dietro una montagna di valigie con cambi di vestiti praticamente quotidiani, soprattutto per me, che venivo esibito come fossi una specie di Barbie gigante; quindi, la sera, in camera, lavava gli indumenti necessari, soprattutto l’intimo, e (non sia mai che io indossassi un paio di mutande stropicciate!) la mattina li stirava. Comunque, almeno non cucinava e trascorreva le giornata sulla spiaggia, alternando mezzorapancia-mezzoraschiena-mezzoralatodestro-mezzoralatosinistro.

Personalmente ODIAVO quelle settimane. Ero molto pallido di carnagione, e lo stare al sole mi era impossibile, causandomi fortissimi eritemi (soprattutto da bambino; col tempo, per fortuna, il problema è rientrato, ma ancora oggi, nei primi giorni di esposizione, devo mettere creme con protezione asbesto). Naturalmente, il non avere avuto molti amici da bambino, i continui scherzi a cui ero sottoposto nel periodo delle medie, l’amore per la lettura ed i fumetti, non mi rendevano particolarmente intraprendente nel cercare di giocare con gli altri bambini villeggianti; quindi, la mia timidezza nel tempo era aumentata e trascorrevo le giornata sotto l’ombrellone, annoiandomi come non mai (in prima media avrei imparato finalmente a nuotare, ma la mia miopia non mi invogliava comunque ad entrare in acqua: ero praticamente una talpa vagante). Andavamo ogni anno presso una pensione a Bellaria-Igea Marina, convenzionata con l’azienda per cui lavorava mio padre. Ma quell’anno, avevo terminato la seconda media, non ricordo per quale motivo decidemmo di spostarci a Riccione. Fu lì che avvennero due passaggi di vita fondamentali per me e la mia crescita personale.

Erano ormai passati i primi 3 giorni, e come sempre io non avevo ancora fatto amicizia con nessuno. Ormai preadolescente, trascorrevo comunque le giornate e i dopocena attaccato alle gonne materne, come un disadattato sociale qualunque. Mia madre , ormai lo sappiamo tutt*, era molto gelosa e possessiva, ma in certi momenti si rompeva le palle pure lei di avermi appiccicato addosso, oppure era semplicemente imbarazzata dal fatto che SUO FIGLIO non socializzasse con gli altri, come invece facevano tutti i pargoli delle altre coppie presenti. Quella sera si era deciso di fare due passi dopo cena insieme con alcune persone conosciute nei giorni scorsi, ma non subito, pertanto mia madre, vedendo che i miei coetanei stavano giocando, urlando, scorazzando come faceva qualsiasi ragazzino della mia età a parte me, mi invitò ad unirmi a loro (tradotto: a togliermi dai coglioni, mentre lei fumava come un turco con le amiche).

Guardavo in disparte un gruppetto che giocava a nascondino, ovviamente senza pensare minimamente di avvicinarmi; ma una ragazzina di un paio d’anno più grande di me se ne accorse, e si avvicinò. “Perché non giochi anche tu?” “Perché non oso, non conosco nessuno” “Ho capito, sei timido, vero? Anch’io lo ero, sai? (Ok, mi stava raccontando una balla stratosferica, era ovvio! Si era avvicinata senza conoscermi, parlava come fossimo amici da una vita e dava l’impressione di essere tutto, meno che timida) Sai come ho fatto? Mi sono detta: -Conto fino a 3 e mi butto!- Funziona, eh! Provaci, vedrai che col tempo andrà sempre meglio! Intanto EHI, VOI LAGGIU’, FATE GIOCARE A NASCONDINO ANCHE IL MIO AMICO?”

L’insegnamento del contare fino a 3 e buttarsi è stata una delle cose più importanti di tutta la mia vita. Mi ha salvato in situazioni dalle quali non avrei sinceramente saputo uscire, mi ha reso una persona più forte e sicura, ed ha tirato fuori quel lato estremamente sociale del mio carattere che anni di inibizione rischiavano di far scomparire per sempre. Non ricordo nemmeno come si chiamasse quella ragazza, ma è stata una delle insegnanti fondamentali del mio percorso come persona (e, lo ammetto, a volte uso questo metodo ancora adesso).

Ma in quel momento non potevo certo saperlo: ero impegnato a diventare rosso come un peperone, mentre un gruppetto di perfetti sconosciuti si avvicinava, capeggiati da una delle figlie del gestore della pensione presso cui alloggiavamo. “Vuoi giocare con noi, allora?” “Eh, se volete…” “Sì, sì, va bene, solo che deve ancora uscire dal nascondiglio quella scema che non ha capito che abbiamo finito questo giro (tecnicamente il giro finiva se e quando la scema usciva e veniva presa o faceva un liberitutti, ma era chiaro che le due non si amavano, e comunque quella era la figlia del capo della struttura, mica potevo contraddirla). STREGHETTAAAA??? ESCI FUORI! DOVE SEI? STREGHETTAAAA??!!”

Uscì. Uscì, con il suo vestitino bianco e rosa con gonnellina larga anni ’60. Uscì, con i suoi capelli biondo cenere. Uscì, con le sue gambe magre, dritte e affusolate. Uscì, circondata dalla luce del tramonto, il chiacchericcio dei villeggianti che improvvisa spariva e tutto intorno che si fermava. Uscì, ed il mio cuore le andò incontro: era la persona più bella che avessi mai visto. “(Unoduetre) Ciao, io mi chiamo Andrea…” “Io sono Eliana, ciao (è timida anche lei, si vede!)” “(Unoduetre) Posso giocare con voi?” “Certo… vuoi che ti faccia vedere dove nasconderci?” “(Unoduetre) Sì sì!”E scappammo via, guardandoci di sottecchi, emozionati ed imbarazzati, non capendo come mai, noi due timidini, mai incontrati fino a quella sera, ci sentissimo come ritrovati dopo un’eternità.