Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Dalle stalle alle stelle

Gli anni delle medie finalmente finirono, e si pose la necessità di decidere a quale scuola passare. Non che io avessi particolare voce in capitolo, naturalmente. Mio padre aveva iniziato, da giovane, a frequentare la facoltà di Medicina, che aveva poi dovuto interrompere dovendo portare a casa uno stipendio; questo obiettivo mai raggiunto, però, gli aveva lasciato sempre un senso di incompiutezza e di frustrazione, ed era quindi ovvio che SUO FIGLIO lo avrebbe in qualche modo dovuto riscattare.

D’altro canto, mia madre sognava un avvocato in famiglia; come la monaca di Monza, a cui la famiglia fin da piccola metteva in mano bambole vestite da suora per abituarla alla strada che era già stata scelta per lei, così a me, fin da quando avevo grosso modo 5 anni, lei non perdeva occasione di dire: “Hai proprio una parlantina da avvocato!”, frase che poteva essere declinata con tono scocciato, se frutto di una mia risposta a tono, od orgoglioso, se me ne uscivo con qualche affermazione in pubblico, generalmente con amici e/o parenti, che suscitava ammirate considerazioni su quanto fossi maturo per la mia età (in pratica, ragionavo da vecchio non avendo avuto modo di godermi la mia sacrosanta infanzia). Infine, i miei professori avevano dato l’ultima spinta alle già abbastanza sollecitate fantasie dei miei genitori: “Vostro figlio è troppo intelligente per non continuare gli studi! DEVE fare il Liceo, e che sia il Classico!” Ed amen, Classico fu.

Lo ammetto: in fondo, ero d’accordo anch’io, per diversi motivi. Intanto, amavo sempre profondamente gli studi letterari, molto più di quelli matematico-scientifici, quindi non avrei potuto pensare ad una strada diversa. Poi, questo significava trascorrere altri due anni a Valdocco, frequentando il biennio di Ginnasio, e quindi continuare a coltivare la mia idea di entrare prima o poi nella Congregazione Salesiana. Infine, avrei fatto un “salto sociale” nell’ambiente che mi avrebbe ripagato delle angherie subite negli anni precedenti.

Infatti, i ginnasiali erano da sempre visti come esseri superiori, ormai usciti dal periodo adolescenziale delle medie per tuffarsi in una vita ai nostri occhi già praticamente “adulta”; poi, mentre alle medie esistevano due sezioni, il ginnasio vedeva tutti confluire in un’unica classe: pertanto, parte dei miei compagni-aguzzini scelse altre strade e si tolse dai piedi, parte arrivò ex-novo dall’esterno, parte si unì a noi superstiti dall’altra sezione. Tutto questo rimescolamento mi portò ad avere nuove amicizie e finalmente una situazione “sociale” piacevole ed oserei dire diametralmente cambiata rispetto a prima.

Non avevo mai giocato a calcio (ovviamente…), ma sempre a “palla in quadrato”, una versione di “palla avvelenata”; passando al Ginnasio, divenni di fatto il responsabile del gruppetto di sfigat… volevo dire, di ragazzini delle medie che, per motivi diversi (e, in questo caso, la parola-chiave è “diversi” …), non aveva voglia di gettarsi un quella maschia mischia abituata a correre dietro una palla. A noi le palle piaceva lanciarcele, ed io ormai ero un esperto nel prendere pallonate in faccia (in senso lato e in senso fisico), quindi divenni una sorta di punto di riferimento per quei piccoli implumi in cui vedevo ripetersi un po’ l’esperienza che avevo vissuto io e da cui, da brava CandyCandy, cercavo in qualche modo di proteggerli.

Non facevo mistero del mio desiderio di diventare salesiano, quindi loro mi presero, piccoli ingenui, come punto di riferimento, cosa che fece salire il mio ego ad altezze mai sperimentate. Un giorno, a seguito di non ricordo nemmeno bene quale diatriba risolta, uno di loro mi guardò dal basso verso l’alto e tra l’adorante e il reverenziale mi disse: “Perché tu sarai davvero un bravo Salesiano!” In quel momento nel mio immaginario Madre Teresa di Calcutta impallidì rispetto a me, che già mi vedevo circonfuso di luce mistica ed osannato nella mia umile disponibilità.

A tenermi con i piedi per terra ci pensava il mio nuovo amico, Donato. Arrivava dall’altra sezione delle medie, e per quanto possa sembrare strano non ci eravamo mai frequentati fino a quel momento. Vigeva, infatti, una sorta di separazione netta tra chi frequentava la “A” e chi la “B”, per cui difficilmente si stringeva amicizia al di fuori del proprio gruppo di appartenenza. Nel gran calderone ginnasiale, invece, ci scoprimmo e trovammo immediatamente simpatici e complementari, diventando praticamente inseparabili. Intendiamoci: non c’era nel nostro rapporto nessuna connotazione sessuale o che avesse anche la benché minima promiscuità. Semplicemente, io ero sempre il solito idealista, un po’ con la testa tra le nuvole, lui estremamente pragmatico, impetuosamente generoso; io mediatore, lui che non si faceva scrupolo di minacciare sonore scazzottate se qualcuno si comportava in modo che non ritenesse corretto; insomma, perfettamente bilanciati, anche fisicamente, essendo io magro ed allampanato e lui tracagnotto e ben piantato. Iniziò così un rapporto che durò anche durante il Liceo e si interruppe solo perché, come spesso capita, la vita ci condusse per strade diverse.

In buona sostanza, il periodo del Ginnasio fu certamente il più felice trascorso a Valdocco, ponendosi come una sorta di oasi tra il turbolento periodo delle Medie e quello che non sapevo ancora sarebbe stato lo sconvolgente, a livello di equilibri e dinamiche familiari, triennio del Liceo. Ma, lo sapete vero?, questa è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Preghiere, mutande e vin brulè

Combes, dove si svolgevano i famosi giorni di ritiro spirituale, mi fece immediatamente un’impressione bellissima. Intanto, io amavo profondamente la montagna: mio padre d’estate aveva ricoperto il ruolo di gestore della casa di villeggiatura per i dipendenti dell’azienda per cui lavorava, l’AEM (Azienda Energetica Municipale di Torino), fino ai miei 7 anni, per cui io avevo trascorso con lui almeno un mese all’anno a Ceresole Reale, nel Parco del Gran Paradiso, ed avevo imparato a scoprire ed apprezzare le bellezze alpine. Era un luogo che associavo al vento, al sole e ad una certa libertà, non avendo mio padre sempre tempo di starmi dietro, vista l’attività che svolgeva, per cui ho sempre identificato questi concetti con l’essenza stessa della montagna; poi, la parte più spirituale del mio essere si è sempre sentita attratta dalla maestosità delle vette che, pur potentemente ancorate alla terra, tendono in modo quasi spasmodico verso il cielo, ben rappresentando, quindi, la dualità del mio essere e dei miei stati d’animo.

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Uno scorcio di panorama visibile dalla Casa Alpina

Inutile dire che anche qui il senso di libertà e di liberazione che provai furono travolgenti: il panorama già ben si prestava a queste sensazioni, incastonando la casa estiva dei salesiani poco lontano da uno strapiombo ai cui piedi si apriva la valle al cui centro spiccava la città di Aosta con ai lati l’arco alpino; poi, ero per la prima volta senza i miei genitori o altro parentame assortito intorno, e poco importava che ci fossero altri 29 ragazzi della mia età, un numero imprecisato di salesiani e qualche volontario per le attività pratiche, tipo lo sfamare un gruppo di preadolescenti resi ulteriormente affamati dall’aria frizzantina montana.

Le giornate trascorsero alternando momenti di preghiera, di riflessioni su passi evangelici, di silenzio (questi ultimi ben pochi e molto brevi, a voler ben guardare…) con attività di gruppo, workshops e giochi: per una volta, non ero il solito escluso, ma potevo finalmente integrarmi con i miei coetanei e sentirmi parte di un gruppo; credo che questa sensazione avrebbe, in futuro, giocato un ruolo fondamentale nella mia scelta religiosa e nel tentativo di entrare nella Congregazione Salesiana. Ma anche qui riuscii a farmi notare.

La valle ai piedi della collinetta ch chiamavamo "pancia della mucca", con Aosta sullo sfondo

La valle ai piedi della collinetta che chiamavamo “pancia della mucca”, con Aosta sullo sfondo

La sera si andava a dormire divisi in due grandi camerate, un po’ stile militare (credo: in realtà io il militare non l’ho mai fatto, come vedremo più avanti), ed ognuno di noi si era portato un sacco a pelo da mettere sui materassi delle brandine: molto spartano, ma si trattava in fondo di due sole notti, e, per qualche motivo che non mi era molto chiaro, trovavo tutta la situazione estremamente eccitante. Ovviamente, non si andava a dormire vestiti, ci si infilava un pigiama; e, ovviamente, io a casa, dove non avevo fratelli o sorelle, ero abituato a togliermi pantaloni e mutande direttamente in camera, seduto sul letto: non vedevo il motivo di fare diversamente lì, e la presenza degli altri 29 non mi dava minimamente fastidio… anzi…! “Ma cosa fai? Queste operazioni si fanno in bagno!” fu il preoccupatissimo rimprovero di uno dei nostri responsabili che accorreva di gran carriera durante le mie operazioni di esposizione dei gioielli(ni) di famiglia. “Che problema c’è? Siamo tutti maschi…” fu la mia innocentissima e disarmante risposta. L’occhiataccia che ricevetti in risposta, per quanto non ne capissi molto il senso, mi convinse la sera dopo a seguire il gentile invito e a compiere la svestizione in luoghi un po’ meno pubblici.

La prima sera dormire non fu semplice: eravamo tutti estremamente eccitati, com’è normale che siano ragazzi di 12 anni o giù di lì la notte in montagna, anche in mancanza di elementi femminili, per cui i salesiani che giravano nelle camerate ebbero il loro bel daffare a cercare di convincerci che la notte era fatta per riposare e non per tirarsi cuscini, chiaccherare da una brandina all’altra o fare chissà che altro (non pensate male, malizios*). Quindi, non so per questo motivo o perché ne avevano bisogno loro più di noi, la seconda ed ultima sera decisero di concludere il campo non con un bel bicchiere di the come il giorno prima, ma con abbondanti dosi di vin brulè  (per chi non lo conoscesse, ecco un link esplicativo: http://it.wikipedia.org/wiki/Vin_brul%C3%A9). Cantammo come non ci fosse un domani, ridemmo come non ci fosse un domani, ci giurammo amicizia eterna come non ci fosse un domani, e crollammo addormentati come non era accaduto ieri: la seconda notte anche i nostri responsabili riuscirono tranquillamente a riposare, le camerate registrarono al massimo sonore russate, ma niente di più.

Tre giorni sono pochi, e volarono velocissimi: neanche il tempo di dire “vin brulè” ed eravamo già di ritorno sulla strada di casa. L’autobus ci depositò fuori dal cortile della scuola da cui eravamo partiti solo poche ore prima, che sembravano già una vita fa. Il portone si aprì, ed io, che ero il primo, vidi al lato opposto il gruppo di genitori che ci aspettava… e di madri! (suggerisco di continuare la lettura con questa scena e colonna sonora in sottofondo: http://www.youtube.com/watch?v=BxjX_jn_0gA). Come una specie di slavina, un primo, piccolo elemento si mosse, cominciando a correre, e tutte le altre dietro di lei, formando quella che a me sembrava un’onda umana, non tanto per la quantità, ma per l’intensità del movimento, il cui obiettivo era quello di raggiungerci e travolgerci; ed indovinate un po’ chi era questo primo elemento che mise in moto il terrificante meccanismo? Ovviamente lei, MIA madre. Mi abbracciò, mi strinse, mi guardò preoccupata, si allontanò un attimo per squadrarmi meglio, mi riabbracciò come tornassi da un campo di sminamento in Africa, invece che da un ritiro vocazionale in montagna. “Adesso torniamo a casa e non vai via maipiùmaipiùmaipiù” era l’allarmantissimo (per me) mantra che recitava, come si fosse incantato il disco. E, mentre salivamo in auto per tornare a casa, io già pensavo all’estate successiva ed ai mesi che mi separavano dal prossimo ritiro spirituale.


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FIGGHIU, TONNA! QUESTA CASA ASPETTA ATTE’!

La delusione per la scomparsa di Eliana durò un paio di mesi, ma scomparve nel momento in cui si avvicinò un momento per me eccitantissimo: la Prima Volta Fuori Casa Da Solo (cioè senza i miei)! Il mio inaspettato amore estivo, infatti, non aveva comunque scalfito il mio desiderio di avvicinarmi alla vita religiosa, ed i salesiani in questo erano bravissimi: il motto evangelico “vi farò pescatori di uomini” era da loro preso molto sul serio, e non a caso era anche una precisa indicazione di don Bosco ai suoi successori; proprio per stimolare/incuriosire le giovani menti al mistero dell’eterno, organizzavano ritiri spirituali di alcuni giorni presso una loro casa alpina, che diversi anni dopo sarebbe diventata il riposo estivo di papa Giovanni Paolo II, a Combes d’Introd, in Val d’Aosta. Ovviamente, solo persone scelte ed accuratamente selezionate venivano invitate a partecipare a queste giornate, e volevamo che io non fossi uno di quelli?

L’evento scatenò una vera e propria tempesta in casa. Da una parte mio padre era inorgoglito dal fatto che facessi parte di questa ristretta cerchia di prescelti (per lui i salesiani erano una Congregazione un po’ radical-chic, appena al di sotto dei Gesuiti, quindi assolutamente un segno di vanto che SUO FIGLIO fosse stato indicato da loro come un possibile futuro prelato), epperò era pur sempre preoccupato dal fatto che me ne andassi da solo per la prima volta; dall’altra, mia madre non aveva la minima intenzione di lasciarmi andare per ben TRE giorni via di casa senza di lei: non era mia successo e, nei suoi intenti, non sarebbe mai dovuto succedere (lo sposarmi, andare a vivere con una eventuale moglie, farmi una famiglia, penso che da parte sua non fosse proprio contemplato come possibilità)!

Il viaggio in auto da casa nostra a Torino, il giorno della partenza, fu incredibilmente silenzioso: io ero emozionatissimo (tre giorni di ritiro spirituale: chissà quali misteri sarebbero accaduti! Avremmo parlato con il Divino in persona? Ci sarebbero stati strani riti iniziatici? E poi, in fondo, che cazzo voleva dire “ritiro spirituale”? Che ci saremmo chiusi dentro anguste celle, come monaci medievali?); i miei oscillavano tra il disperato, lo sconfortato e l’ansioso andante. Imboccammo l’ultimo controviale che ci avrebbe condotti a destinazione e “Se vuoi ti riportiamo ancora indietro, a casa!” sbottò, con tono melodrammatico, mia madre. “Sì sì, se vuoi ti riportiamo a casa!” le fece eco altrettanto preoccupato mio padre. Ma, come tanti anni prima quando mi venne chiesto se volevo restare a casa od andare all’asilo, anche questa volta la mia risposta fu alquanto deludente: “No no! Io VOGLIO andarci!”

Il momento precedente la partenza era una specie di passaggio del Mar Rosso: da una lato un gruppo di genitori sull’orlo delle lacrime (a quanto pare, non ero il solo per cui quella era la Prima Volta Da Solo), dall’altro giovani maschi preadolescenti schiamazzanti come se stessero per partire per una gita scolastica (e, anche se eravamo in estate, un po’ lo era). Con un senso di euforia salii sul bus, sistemandomi vicino ad un finestrino: non volevo perdermi nemmeno un metro di strada di quell’avventura! Mia mamma venne al di là del vetro, le lacrime trattenute a stento. Io la guardavo felice, lei mi guardava disperata. Forse entrambi sentivamo inconsciamente che non era un autobus quello che ci stava allontanando, ma la vita ed il passaggio da un’età ad un’altra: e questa nessuno può fermarla, neanche una madre.


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Crocifissi e barbe sudate

Gli anni delle elementari trascorrevano veloci, senza grossi sobbalzi tra studi, lezioni di pianoforte ed inglese, frequentazione della chiesa locale e poco altro. Amicizie continuavo a non averne molte, nonostante fossi in una classe con altri 29 bambin* (per essere precisi, 7 maschietti e 22 femminucce: sono sicuro che anche questo ha avuto un’influenza fondamentale nello sviluppo della mia gaYezza!): abitavano tutt* abbastanza lontano da me, e comunque, tra le varie lezioni che dovevo seguire ed il fatto che la scuola era a tempo pieno e terminavamo tutti i giorni alle 16, di tempo ne restava ben poco. C’erano, sì, i sabati e le domeniche, ma i primi trascorrevano per lo più facendo i compiti (in particolare esercizi di calligrafia: avevo una scrittura talmente orrenda che pure io facevo fatica a capire cosa avevo scritto, alle volte… Mi sono espresso al passato? Ops… O_O); le seconde le passavo leggendo, quando non si andava da qualche amico dei miei genitori, rigorosamente senza figli o i cui pargoli erano troppo grandi per divertirsi a giocare con un bimbetto come me. Morale della favola, pur avendo uno spiccato senso della scena (amavo fare imitazioni, raccontare favole e cercare disperatamente l’approvazione degli altri) ero diventato abbastanza timido ed introverso: insomma, un perfetto Bilancia.

Arrivò, quindi, il momento in cui decidere del mio futuro. “Come”, direte voi “già si parlava di scuole superiori? Non era presto?” Infatti, in realtà si parlò delle medie. Era OVVIO, per i miei genitori, che il loro figlio adorato non avrebbe mai frequentato scuole pubbliche che, lo sapevano tutt*, erano posti dove non si studiava, non si imparava nulla, le insegnanti fumavano in classe e spesso erano covi di pericolos* comunist* (i miei erano convinti democristiani, o meglio lo era mio padre, mia madre votava quello che le diceva lui). Sarei andato in una scuola privata, ma quale? E, soprattutto, dove? La risposta alla prima domanda era abbastanza scontata: la scelta, più o meno obbligata, cadde sugli istituti dei Salesiani, da cui proveniva anche mio padre, vuoi per tradizione di famiglia, appunto, vuoi per mancanza di reali alternative serie (secondo i miei). La risposta alla seconda domanda, invece, suscitò una accesa e prolungata discussione tra mio padre e mia madre: quest’ultima optava per la scuola più vicina, in un paese ad una decina di chilometri di distanza, che mi avrebbe quindi permesso di tornare a casa in orari tali per cui avrei potuto passare più tempo con lei (certo, l’istruzione era importante, ma non poteva mica tenermi troppo tempo fuori da casa e lontano dalle materne sottane!); il primo, invece, voleva per me il top del top: l’iscrizione alla culla della Salesianità, Valdocco, peraltro una delle scuole più prestigiose del tempo. Unico neo: si trovava a Torino, a 40 chilometri di distanza, ed avrei quindi dovuto fare il pendolare (come lui, peraltro, che a Torino ci andava a lavorare tutti i giorni). Voleva dire partire alle 7 e tornare alle 19, essendo anche quella una scuola a tempo pieno.

Di solito, il mio parere era irrilevante, se non in quei casi in cui, come questo, ciascuno dei due cercava di far pendere la bilancia a proprio favore. A me la scelta sembrava ovvia: Torino, in quelle poche volte che ci eravamo andati per qualche commissione od a visitare lontani parenti, non mi piaceva. La trovavo noiosa (associandola a cose che non mi andava affatto di fare), lontana, e sapevo che alcuni dei miei compagni sarebbero andati anch’essi dai salesiani, ma presso l’istituto più vicino.

La decisione per me era presa: NON sarei MAI andato a Valdocco!

Mio padre capitolò. Saremmo andati alla scuola che avrebbe voluto lui solo per comunicare ad un suo vecchio insegnante, presso il quale si era preventivamente informato sui passaggi da fare in caso di iscrizione, la decisione presa. Durante il viaggio in auto, mia madre era un po’ rigida e sospettosa, come se subodorasse qualcosa, ed io abbastanza scocciato: come ho detto, non amavo andare a Torino, il tragitto mi sembrava infinito e mi annoiavo decisamente. Arrivammo, finalmente, dopo un tempo che mi sembrava tremendamente lungo, parcheggiammo ed entrammo in quella che di fatto era ed è una piccola città nella città.

Per chi non ci fosse mai stato, Valdocco è davvero un complesso molto grande: l’imponente Basilica dedicata a Maria Ausiliatrice è uno dei simboli di Torino, ed alle sue spalle si snodano uffici, una scuola media, un ginnasio, diverse scuole professionalizzanti, un oratorio, un’altra chiesa più piccola, una cappella e, all’epoca, pure una casa editrice, la LDC, oltre naturalmente agli spazi abitativi di una comunità religiosa tra le più grandi della città. Il tutto collegato da cortili, cortiletti, passaggi, un vero e proprio dedalo di vie che ne fanno una realtà del tutto autonoma e che comprende un recinto grande di fatto un paio di isolati. Ci ero già stato altre volte, naturalmente: i miei genitori si erano sposati lì diversi anni prima, quindi non era un luogo nuovo. Ma quella volta ci addentrammo verso la scuola media, che non avevo mai visto. Ed incontrai sul mio percorso due elementi fortemente destabilizzanti.

Il primo fu lui: il Negozietto Dei Souvenir! Mio padre non ci aveva mai voluto passare, ritenendolo un’inutile perdita di tempo (e potenzialmente di soldi). Per qualche misterioso motivo, decise improvvisamente di farci una tappa, con sconcerto materno. Ora, intendiamoci: io non ne ero ancora cosciente, ma ero pur sempre un piccolo gay. E quale piccolo gay è in grado di resistere al richiamo luccicante di chincaglieria varia, che più è trash meglio è? NES-SU-NO! Crocifissi (no, non quelli da muro, quelli da indossare), rosari di ogni foggia e colore (pure profumati), addirittura anelli da mettere al dito con piccoli punti che rappresentavano le Ave Marie da recitare, in un affascinante mix di religioso e sadomaso (sembravano anellini con le borchie), fermacarte con palle di vetro che girate facevano cadere neve di polistirolo su raffigurazioni della Basilica, immaginette per tutti i gusti, persino con quadratini di abiti di d. Bosco o di altri salesiani incollati a mò di reliquia… Insomma, il bengodi del Piccolo Gay Cattolico (non dimentichiamoci che io ero convinto di diventare sacerdote, questo pensiero non mi aveva mai abbandonato, anzi nel tempo si era ulteriormente rafforzato). “Ma se venissi a scuola qui potrei passarci tutti i giorni?” Chiesi, gli occhioni (dietro le lenti da miope) sgranati. “Beh, certo, saresti proprio qui” rispose con estrema (e falsissima) nonchalance mio padre. “Figuriamoci, dopo due giorni ti saresti già annoiato di vedere le stesse cose” affermò ragionevolmente (e molto preoccupata) mia madre.

Uscimmo da quel piccolo paradiso e ci avviammo non verso la solita portoncina a vetri che infilavamo per andare dal vecchio insegnate di mio padre, ma (“Passiamo da un’altra parte, facciamo prima” stava dicendo l’innocente genitore) verso il cortile della scuola media. Era il momento della ricreazione e si sentivano i ragazzi schiamazzare. Svoltato l’angolo, comparve davanti ai miei occhi una massa di adolescenti urlante che giocava a calcio. Intendiamoci: a me il calcio non interessava affatto; a scuola,  caso strano eh, giocavo con le femmine a palla avvelenata, e i miei contatti con “il pallone” si erano limitati ad un paio di giorni di ricreazione, giusto il tempo di capire che quel sollazzo proprio non faceva per me.

Non fu, quindi, il gioco in sè che mi colpì come un fulmine a ciel sereno (cosa che, forse, aveva pensato inizialmente mio padre), quanto lui: un giovane sudato, in pantaloncini, barbuto e con discreta criniera gocciolante al vento, che svettava in mezzo a tutti quei ragazzini brufolosi. Correva impegnandosi con tutto se stesso per evitare un gol, e non potei fare a meno di notare le gambe muscolose… e non solo. Vedendoci, interruppe il gioco, e si avvicinò sorridendo: “Piacere, don Giuliano”. lo sguardo scandalizzato che gli lanciò mia madre avrebbe incenerito un’araba fenice, ma lui sembrò non accorgersene nemmeno, anzi fu molto cortese con lei e con mio padre. Io restai timidamente in silenzio, guardandolo dal basso verso l’alto, così diverso dal mio anziano prevosto, quello le cui orme avrei voluto seguire, e rendendomi vagamente conto che mi stava capitando qualcosa, ma non riuscivo bene a capire cosa.

Il resto è storia. Tornammo a casa con mia madre inferocita , consapevole di aver perso la sua più grande partita (“Un prete in pantaloncini! E’ vergognoso!”); mio padre sornione che se la rideva nemmeno troppo sotto i baffi (“Vedrai che si troverà bene”); ed io, entusiasta come il bambino che ero e deciso più che mai:

SAREI ASSOLUTAMENTE andato a Valdocco!

La scuola media ed il cortile dove avvenne l'incontro con la barba sudata

La scuola media ed il cortile dove avvenne l’incontro con la barba sudata