Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-3)

Il traghetto fendeva le onde, mentre il sole sorgeva all’orizzonte. Gli schizzi d’acqua formavano dei piccoli arcobaleni ai lati dello scafo, ed il cielo passava dal nero della notte ad un rosa tenue, fino ad un rosso acceso, scintillando riflesso sulle acque del mare. Avevo ceduto il mio posto in cabina ad una compagna di viaggio, dormendo quindi, si fa per dire, su una poltrona, ed ora ero affacciato alla balaustra del ponte godendomi un attimo di tranquillità e di solitudine. Tra poco saremmo attraccati al porto di Dobrovnich e quel momento sarebbe scomparso, ma per ora era mio, solo mi…”PINAAAAAAAAA! Dov’è Andrea? PINAAAAAAAAA!” Ok, quel momento ERA scomparso.

Arrivammo a Dubrovnich, sbarcammo i bus, sbrigammo le veloci pratiche doganali e senza quasi accorgercene eravamo già in viaggio, diretti verso Medjugorie. Avevo avuto modo, durante il tragitto, di scoprire che, a sentire loro, più o meno tutti i nostri compagni di viaggio avevano avuto meravigliosi quanto incredibili episodi di visioni private della Madonna (intendo proprio della Vergine, non era una interiezione), colloqui interiori che nemmeno s. Teresa d’Avila ed altre amenità simili. In particolare la nostra guida, un baffuto signore di una certa età, chiamava la Madonna “la mamma”, commuovendosi alle lacrime ogniqualvolta la citava… e la citava molto di frequente…, lasciando intravvedere un rapporto con lei così intimo da far invidia anche a Gesù Cristo. Del resto, ebbi modo di riscontrare che il suo rapporto con lo spirito di-vino era realmente stretto, e questo certamente aiutava. Dato che, come ho accennato in precedenza, si era ancora relativamente agli inizi di quello che sarebbe diventato un baraccone spiritual-mediatico, non c’erano ancora strutture alberghiere in grado di accogliere i pellegrini, quindi avremmo tutti soggiornato in case di privati, loro graditi ospiti (paganti). Noi, cioè i miei genitori, Marco M. ed io, più una coppia composta da padre e figlia, avremmo alloggiato presso una certa Drakna (con grande sconcerto di mio padre e mia madre, che credo pensassero, da bravi provinciali mai usciti dall’Italia se non per andare, una sola volta anni prima, a Lourdes, di trovarsi in una capanna di frasche, stile tribù dell’Africa più profonda).

In realtà, nonostante la nostra guida ci avesse preventivamente avvertito che “purtroppo molti hanno capito che così si fanno i soldi e quindi cercano di approfittarne… Bisogna capirli, e non farsi distrarre dalla spiritualità del luogo, che è tutta un’altra cosa!” (ma dai…?!), Drakna si rivelò essere una donn(on)a gentilissima, molto disponibile, accogliente, che non capiva un’acca di italiano e quindi, quando si creavano le ovvie incomprensioni del caso, rideva con una risata squillante e gioiosa. Ho di lei un ottimo ricordo.

Non altrettanto dei giorni di permanenza. Si passava dalla solita messa quotidiana (in italiano, perché è vero che si era ancora agli inizi, ma ci si era già organizzati per scandire tutte le ore del giorno con celebrazioni in ogni lingua), agli immancabili rosari, alle interviste E-SCLU-SI-VE con i veggenti (che duravano con un tempo cronometrato perché, essendo E-SCLU-SI-VE, li vedevano correre al gruppo successivo allo scadere dei minuti concessi). Era tutto un florilegio di sorrisi, sospiri, pianti e gare a chi avesse visto il prodigio più rilevante. Sì, perché non si poteva, proprio non-si-poteva, tornare da Medjugorie senza essere stati testimoni di almeno UN prodigio. E c’era anche una specie di classifica, che andava dal vedere la statua della Madonna sbattere gli occhi, all’ostia consacrata assumere un colore od una luce particolari, fino al classico e più ricercato di tutti, il sole che si muoveva danzando nel cielo. Credo che mia madre sia riuscita a collezionarli tutti, lei che aveva sempre impedito a me, da bambino, di completare anche la più piccola raccolta di figurine… Com’è ingiusta la vita!

Il clou lo raggiungemmo il 5 di agosto. Sì, perché ci spiegarono che la Madonna, sempre lei, aveva raccontato che quel giorno ricorreva il suo compleanno. E va bene che è la Beata Vergine, va bene che è stata Assunta in cielo in corpo e spirito, ma rimane pur sempre una donna, perbacco! E quale donna non vuole che le venga offerto un fiore, una poesia, un canto, insomma un cadeaux per il proprio compleanno? Quindi, il 5 agosto ci sarebbe stata una “apparizione pubblica”, che non significava che noi tutti avremmo visto la Madonna (anche se molti dei presenti mi sembrava che una certa dimestichezza con la maria l’avessero, ad essere sinceri), ma che avremmo potuto assistere all’apparizione che si svolgeva ogni giorno, ad un’ora ben precisa, davanti ai veggenti, che di norma era rigorosamente privata e solo in rarissime occasioni, e questa sarebbe stata una di quelle, si mostravano al pubblico durante l’evento.

Per partecipare a questo avvenimento, salimmo tutti sulla cime del Podbrdo, il monte dove sarebbe apparsa la Vergine la prima volta ai veggenti, salita non priva di qualche disagio per le persone più anziane, in quanto il sentiero, all’epoca, era roccioso e molto terroso. Erano circa le 19, ed il gruppo complessivo di persone era decisamente nutrito, proprio perché da molte parti si era arrivati in concomitanza con questa data apposta per festeggiare il radioso genetliaco. I 7 veggenti erano al centro del cerchio formato dai pellegrini, e recitavano con noi il rosario. Ad un certo punto, sincronizzati come la nazionale di ginnastica artistica, caddero simultaneamente in ginocchio, lo sguardo rivolto verso una roccia e le labbra a muoversi, ma questa volta silenziosamente. Intorno, manco a dirlo, un silenzio tombale. Sorridevano, e sembrò che uno ad uno parlassero, ascoltando qualcosa rivolto a loro e a loro soli. Poi sollevarono ulteriormente la testa, come a seguire qualcosa che si alzava nell’aria, mentre tutto intorno, all’improvviso cominciò a risuonare gioioso… TANTI AUGURI A TEEEEEEE! Volevo morire.

Scendemmo, inutile dirvi con quale eccitazione tra i membri di tutto il gruppo (e tralascio per decenza la descrizione di mia madre). Il giorno dopo saremmo partiti per tornare in Italia ed affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, S. Giovanni Rotondo prima e la visita al Santuario dell’arcangelo Michele poi. Le mie perplessità erano andate sempre più aumentando, e mi chiedevo una volta di più se tutto questo, che era così simile a quanto avevo già vissuto a Valdocco (vedi post “Le Baccanti”) era realmente quello che volevo per me e la mia vita da lì a poco. Carico di dubbi, salii sul bus, mi imbarcai sul traghetto che ci avrebbe condotti a Taranto e lasciai Medjugorie. Non vi sarei mai più tornato, contrariamente ai miei genitori che, folgorati sulla via di Damasco, vi avrebbero fatto altri due viaggi. Ma questa è un’altra storia, e dovrà essere raccontata un’altra volta.


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Di sole e d’azzurro (Vacanze parte prima: Medjugorie-2)

Il bus che avremmo dovuto prendere partiva presto… MOLTO presto. E quindi, quando arrivammo alla fermata di ritrovo a Torino, mio padre era già scoglionato (cosa assolutamente nella norma, dato il suo carattere così accondiscendente). Il bus in questione, poi, era a 2 piani, ed era la prima volta che tutta la famiglia Borgialli ne vedeva uno: potete quindi immaginare la mia eccitazione ed il mio non pensarci nemmeno mezzo secondo per decidere che noi saremmo assolutamente saliti al piano superiore! Quasi tutti gli altri compagni di viaggio, che ovviamente non conoscevamo, erano già seduti. Non li conoscevamo, ho scritto? Durò poco.

“Pina! Ma siamo in una piccionaia!” risuonò l’entusiastico (si fa per dire) commento paterno, con la voce discreta che lo contraddistingueva. “Zitto, Gino!” sussurrò, ormai inutilmente, l’imbarazzata madre. Ecco, la conoscenza, almeno per quanto riguardava la nostra simpatica famigliola, era bella che fatta. Da quel momento, mio padre divenne il punto di riferimento per tutto il gruppo, guida compresa, che si sbellicava ai suoi racconti, si inteneriva ascoltando della sua malattia (ops, non ne ho parlato… rimedierò con un “Amarcord”), si indignava quando parlava di politica. Sì, perché mio padre tanto era compagnone e simpatico in pubblico, quanto diventava serioso ed a volte aggressivo (con la voce) in famiglia. Mi chiedo da chi abbia potuto prendere io, almeno nel voler essere appariscente…

Comunque, a me la cosa in fondo stava benissimo: laddove mio padre avesse catalizzato attorno a sè, e di riflesso a mia madre, l’attenzione, io sarei stato più libero di farmi i fatti miei, almeno per quello che avrebbe potuto essere in una “gita” in bus che sarebbe durata poco meno di 2 settimane. Infatti, il tragitto era un vero e proprio tour: scendendo verso Ancona, da dove saremo partiti, ci dovevamo fermare alla Basilica di Loreto. Al ritorno, poi, era prevista una tappa a s. Giovanni Rotondo di ben 3 giorni, per visitare, oltre ai luoghi di p. Pio, anche Monte s. Angelo, con il santuario di s. Michele. Insomma, una vagonata di quel tipo di religiosità per cui stravedevo, proprio. Nel mezzo, Medjugorie, appunto, dove ci saremo fermati 5 giorni. Ovviamente, fin da quel momento cominciai a pensare a cosa chiedere come contrappasso per farmi risarcire dai miei genitori per quel girone dantesco in cui mi ero venuto a trovare.

Il santuario della Madonna di Loreto non mi piacque particolarmente. Lo trovai enorme e ben poco predisposto alla preghiera ed alla meditazione. Ovviamente, ancora non potevo sapere che vi sarei tornato molte volte, in seguito, una volta diventato frate cappuccino, proprio perché retto dal medesimo Ordine di cui avrei fatto parte anch’io. Marco M., invece, che era molto più “mariano” di me (nel senso che aveva una predilezione per tutto ciò che riguardava la Madonna, e si interessava di ogni santuario, ogni racconto, ogni leggenda, ogni fuffa possibile), rimase affascinato da tutta quella “grandeur” ed ogni angolo, ogni colonna, ogni cero erano suoi. E meno male che avevo voluto ci accompagnasse per non sentirmi troppo immerso in religiosate da comari! Non ci fermammo molto, in fondo: giusto il tempo di una Messa, e di un rosario, e di una predica da hoc di uno dei frati cappuccini, e del racconto di come la casa di Maria (quella VERA, eh!) fosse stata trasportata dagli angeli e deposta PROPRIO LI’, e dell’immancabile visita al negozio di chincaglieria religiosa (quella, almeno, gradita anche a me). Insomma, dopo quel primo, lunghissimo pomeriggio volevo già morire.

Ma la delusione maggiore arrivò al porto di Ancona, dove ci saremmo imbarcati su un traghetto che, durante la notte, ci avrebbe portati a Dubrovnich (o Ragusa che dir si voglia), in Croazia: il bus a due piani NON ENTRAVA! Con le lacrime agli occhi dovetti abbandonare il posto che mi ero conquistato con tanto amore nella piccionaia, e trasbordare in un dei due bus sostitutivi che avremmo dovuto usare da quel momento in poi. No, decisamente Medjugorie si stava facendo odiare sempre di più.