Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Maria…

Fin da bambino, una delle famiglie che frequentavamo maggiormente era quella dei testimoni di nozze dei miei genitori. Ne ho accennato in un post precedente (“Questo piccolo grande amore – parte seconda”), ma finora non avevo mai parlato della loro nipote, mia coetanea nonché frequentatrice del famoso oratorio e relativo gruppo di amici (“Amici miei”): Maria.

La fanciulla ed io abbiamo sempre avuto un rapporto strano, di amore ed odio (quantomeno da parte sua, perché da parte mia più che altro era di indifferenza). Narra la leggenda (mia madre) che, quando ero piccolo, una volta fossimo a pranzo dai suddetti amici, e Maria ed io fossimo seduti vicini. Lei, gelosa delle attenzioni che in quanto ospite mi venivano riservate, mi morsicò il braccio; mia madre, ovviamente inferocita per l’affronto subito dal suo pargolo, la riprese duramente “Maria! Guai a te se fai ancora una cosa simile ad Andrea! Ti prendo a sberle!” e mentre lei, compunta, rispondeva con un pudico “Va bene…”, contemporaneamente cominciava a prendermi a calci sotto la tavola. Ecco, la nostra amicizia era così, simpatica ed affettuosa.

Non stupisce, quindi (in realtà io non ho mai capito come possa essere avvenuto, ma vabbè, su certe cose ammetto la mia totale stupidità), come lei, ad un certo punto, si fosse messa in testa che un giorno saremmo convolati a giuste nozze. Forse avrà pensato che, essendo tutti e due non esattamente dei potenziali partecipanti ai rispettivi concorsi di Miss Mondo e Mister Universo, non potessimo avere chances al di fuori l’uno dell’altra; oppure, essendo stati anche compagni all’inizio dello studio del pianoforte, che avessimo moltissimi interessi che ci accomunavano; di certo, lei era decisamente più maschiaccio di me, e non che ci volesse molto in realtà. Sta di fatto che in oratorio, piuttosto che nel gruppo di canto che animava le messe, piuttosto che in ogni possibile occasione, lei assumeva quell’atteggiamento da fidanzatina scazzata che avesse a che fare con un mezzo cerebroleso. Di sicuro, non c’era mai stata nessuna dichiarazione esplicita. Fino a quel momento.

Dovevo dire anche ai miei amici che sarei entrato in convento, e naturalmente non avevo nessuna intenzione di mentire al riguardo, anzi. Vivevo la cosa come un successo ed ero eccitato ed orgoglioso insieme, visto che questo passo mi avrebbe posto ad un livello diverso rispetto a tutti loro. Non riuscendo minimamente a trattenere il mio entusiasmo, quindi, lo comunicai prima di iniziare la messa durante la quale, come ogni domenica, noi avremmo cantato e Maria ci avrebbe accompagnato suonando (con esiti disastrosi, va detto) l’organo. Sapendo già tutto quello che era successo in precedenza col tentativo fallito della comunità vocazionale salesiana, i miei amici espressero la loro gioia e si congratularono con me per il passo importante che stavo per compiere. Iniziò la celebrazione, e noi accompagnammo il rito col canto, come da copione. Al termine, uscimmo sotto i portici antistanti la chiesa ed iniziammo a parlare, come facevamo sempre.

Rallenty. Maria esce, confusa tra la folla di persone che sciamano fuori dalla chiesa; si guarda intorno, quasi affannata; ci vede; a passo deciso, i pugni stretti e le nocche sbiancate, si avvicina al nostro gruppo, che la guarda meravigliato arrivare; la gonna si agita intorno alle gambe magre, spinta dalla camminata concitata; si fa largo, quasi spintonando chi mi sta intorno, e mi si para davanti; le labbra tremano, le lacrime sono trattenute a stento; trattengo il fiato.

“Andrvrea!” (sì, pizzica la erre…) “Ti sHei” (sì, pizzica anche la esse e questo la porta a sputacchiare un po’…) “innamorvrato di Qualcuno” (credo parli di Dio…) “con cui io non posHHso competervre! Ma rvricorvrdati che sHe cambiervrai idea io sHarvrò qui ad asHpettarvrti!”

Si gira, corre via singhiozzando, le spalle che sobbalzano un po’ per la corsa, un po’ per le lacrime. Campo lungo. Musica. Titoli di coda.

I miei amici, che avevano trattenuto il fiato fino a quel momento increduli, scoppiano a ridere come dei pazzi. Io resto interdetto e non so se mi sento più divertito per il nonsense della cosa, più imbarazzato per la comica figura involontaria o più dispiaciuto per la sua reazione. Inutile dire che questo episodio è rimasto negli annali della storia del nostro gruppo, ed ancora oggi ogni tanto capita che lo rievochiamo. Maria, adesso, è sparita dal nostro sempre più decimato giro (si sa, la vita e le storie personali allontanano e cambiano rapporti e ritmi). Nel tempo ha iniziato a lavorare, poi ha lasciato il lavoro per entrare a sua volta in convento, tra le suore presso cui da bambino avevo frequentato le elementari. Non è mai arrivata a prendere i voti ed è uscita dopo un paio d’anni, tornando al lavoro che aveva lasciato. Ha avuto diverse vicissitudini sentimentali, e tra un fidanzamento e l’altro capitava che si rifacesse sentire, proponendo rimpatriate ed incontri che non sono mai avvenuti. Ho perso definitivamente i contatti con lei, unica donna che abbia mai pianto per il mio amore non corrisposto. Anche se in verità, sempre all’oratorio, altre due avevano fatto addirittura a botte per me… Ma questa è un’altra storia, e sarà raccontata (in un “Amarcord”) un’altra volta.


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La domenica, andando alla messa… (Amici Miei: parte prima)

La mia vita non si svolgeva solo tra casa e scuola, ovviamente. Facendo il pendolare e partendo alle 7 del mattino per tornare alle 19, mi restava molto tempo libero (…!). Continuavo a frequentare le lezioni di pianoforte il sabato pomeriggio, e mi esercitavo almeno un paio d’ore tutti i giorni, saltando alcune ricreazioni a scuola; il lunedì sera partecipavo alle prove di canto della corale del mio paese; la domenica mattina, prima che cominciasse la messa, iniziavo le prove col coro che avrebbe accompagnato la celebrazione, per alcuni anni limitandomi a cantare ed insegnare nuovi brani sacri da eseguire, successivamente anche accompagnandolo (molto male, a dire la verità) suonando l’organo (“Ma come molto male”, direte voi, “se suonavi il pianoforte da anni?” Car* lettori/trici, io tanto amavo il pianoforte, quanto detestavo l’organo in chiesa, e tanto amavo suonare per me stesso e pochi intimi, quanto odiavo farlo in pubblico… Quindi le mie performances domenicali facevano oggettivamente schifo). Il pomeriggio della domenica, invece, veniva trascorso in oratorio, con le stesse persone che formavano il gruppo canterino del mattino e che componevano, di fatto, il mio gruppo di amici.

Infatti, dei miei compagni delle elementari era rimasta unica superstite (non nel senso di unica ancora viva, ma unica che ancora frequentavo…) Anna; quelli delle medie erano, ovviamente, tutti a Torino, così come quelli del Ginnasio. Per cui, tutte le nuove amicizie che avevo intrapreso erano all’ombra del locale campanile con oratorio annesso. Non ricordo come avessi iniziato a frequentare l’ambiente, forse era stata la stessa Anna ad introdurmici, visto che non solo lei, ma anche il fratello andavano a trascorrere le domeniche pomeriggio in quei locali un po’ polverosi, ma accoglienti, almeno ai nostri occhi, tra classiche partite di calciobalilla, pingpong, le prime sigarette (e non solo quelle…) fumate sul ballatoio ed i primi amori che iniziavano, come in una classica cartolina da cittadina di provincia.

Il gruppo era alquanto variegato. Anna, appunto, era mia coetanea e ci frequentavamo ormai da anni. Ci si vedeva spesso in giro per il paese, tanto che molti, anche tra i miei parenti, pensavano che ci fosse tra noi qualcosa di più di una semplice amicizia: la cosa ci faceva ridere, e quindi non facevamo assolutamente nulla per smentirla, anzi, in fondo veniva comodo anche a noi: io potevo continuare a pensare ai miei intenti vocazionali senza che zii e zie impiccioni cominciassero a fare domande, mentre lei poteva frequentare chi realmente le interessava, coperta dall’apparente frequentazione affettuosa con me. Dotata di una voce squillante e di una altrettanto squillante risata, era soprannominata “la Neta” (storpiatura del nome “Anna” in piemontese).

Suo fratello Carlo era di 3 anni più vecchio di noi. Me lo ricordavo alle elementari, in un grande stanzone dove ci ritrovavamo tutti man mano che arrivavamo prima che iniziassero le lezioni; aveva imparato a lavorare all’uncinetto (!) ed ho ancora presente la sua immagine sferruzzante intento a preparare una tovaglia da regalare in occasione della festa della mamma; ovviamente, quando lo rividi in oratorio era cresciuto, in altezza e soprattutto in larghezza, e proprio per la sua stazza ricevette (da me) l’appellativo di “Tatone”, in quanto il suo carattere tranquillo e un po’ schivo strideva un po’ con la stazza imponente. In seguito al gruppo si sarebbe aggiunta Monica, che sarebbe diventata la sua compagna ed ormai lo sopporta da più di 20 anni, santa donna.

Carlo formava un quartetto quasi inseparabile con Luca, Flavio M. ed Adriano. Il primo era il classico “vecchio saggio” del gruppo, quello posato, anche un po’ secchione (ebbene sì, PERSINO più di me!), fidanzato storico di Stefania (che sarebbe diventata poi sua moglie): non aveva un soprannome, al contrario di lei, che, essendo molto piccola di statura, era chiamata “Ciripiri”. Il secondo non è mai stato chiamato per nome, ma sempre “Chetto”, diminuitivo del cognome: fidanzato con la sorella di Stefania (ovviamente) Roberta (ebbene sì, anche loro diventeranno marito e moglie), era per stazza molto simile a Carlo. Il terzo era il vero titolare del famoso organo della chiesa; era anche titolare dell’organo di Silvia, che avrebbe impalmato alcuni anni più tardi, ed il più scanzonato tra tutti noi, quello che affettuosamente definirei “bulletto”, ma non in senso offensivo, quanto di atteggiamento nei confronti della vita.

Completava il gioco delle coppie l’abbinamento Flavio V., lui sì chiamato col suo nome, ed Antonella, da lui soprannominata “la Tenera”; lui alto, lei piccola; lui piemontese, lei calabrese; lui alla mano, lei che si atteggiava ad essere un po’ snob. Naturalmente anche loro convoleranno anni dopo a giuste nozze, ma resta ancora oggi nelle nostre memorie epica la volta in cui dovevamo decidere dove andare una domenica pomeriggio: tutti si pensava di andare in montagna, a passeggiare nei pressi di un orrido, senonché lei, sguardo terreo, occhi spalancati, lanciò il suo grido di dolore: “FLAAAA! Ma io non sono vestita da orrido! Sono vestita da pub!” “La Tenera ha detto pub!” venne in soccorso l’intrepido cavaliere… e pub fu.

Completavano l’allegra brigata Paolo R., Paolo D. Angelo e Fabio. Il primo lo conoscevo di vista da anni. Veniva spesso a messa anche durante i giorni feriali, come me, ed io che servivo messa lo vedevo venire a fare la comunione… ma non capivo mai se fosse un ragazzo o una ragazza! Aveva lineamenti vagamente androgini, e la voce tipicamente chioccia della preadolescenza con cui diceva “Amen” ricevendo l’ostia non mi aiutava a definirne il sesso: capii solo frequentandolo gli anni successivi che era un (u)omo. Il secondo era il bello del gruppo: capelli neri ricciolini, intelligente, un po’ schivo, suonava, frequentando il Conservatorio, il flauto traverso, e formava un inseparabile duo con il terzo, Angelo. Inseparabile, quantomeno, fino a quando non litigarono furiosamente anni dopo, guarda caso a causa di una ragazza. Quanto più Paolo era raffinato ed elegante, tanto più Angelo era il Pippo della situazione. Si sforzava di essere il migliore in qualsiasi cosa, con risultati spesso esilaranti, essendo alquanto goffo (ma GUAI a dirglielo!). Fabio, che fu uno degli ultimi ad arrivare in pianta stabile, è sostanzialmente indescrivibile: dotato di uno spirito caustico e sarcastico che adoro, lui ed io formiamo la coppia della sfiga, perché quando siamo insieme accade sempre qualche disastro. Famoso per le sue braccine corte, casa sua divenne una sorta di “oratorio numero due”, luogo di ritrovo e sede di lunghe chiacchierate notturne.

Intorno a quella corte dei miracoli andarono e venirono molte altre persone, ma quello era di fatto lo zoccolo duro. Con alcuni di loro ci si vede ancora, nonostante la vita ci abbia fatto intraprendere strade molto diverse e ci siano stati anni in cui siamo rimasti a lungo separati.

Poi, ovviamente, c’ero io. Il mio soprannome derivò da una gustosa scenetta che ebbe come protagoniste, oltre al sottoscritto, la Neta e la Tenera. Tutti sapevano che desideravo intraprendere la carriera ecclesiastica, e giustificavano così la mia totale mancanza di attrazione per il gentil sesso. Un giorno, eravamo appoggiati alla ringhiera del balcone in oratorio, misi il braccio intorno alle spalle di Anna, che magra non era, ed era dotata anche lei, come l’oratorio, di un balcone sufficientemente sviluppato: la mano cadde LI’… Nessuno di noi due ci fece minimamente caso, ma la Tenera sì. “Il frate (che ero io) tocca le tette ad Anna!” ansimò scandalizzata. “Perché, sei gelosa? Se vuoi le tocco anche a te” risposi, e con estrema nonchalanche le strizzai il seno a mò di ventosa. Lei con uno strillo corse dentro, i maschi cominciarono tutti a ridere e qualcuno venne fuori con un “Hai visto frà clitoride? Mica scemo!” E da qual momento divenni (e continuo tuttoggi a restare) frà Clito.