Volevo vivere come CandyCandy…

Racconti di vita in un caos organizzato


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Annus horribilis – Parte finale

Era inutile rimandare ulteriormente il momento: avrei affrontato i miei genitori quella sera stessa. Volevo togliermi fin da subito il blocco dallo stomaco, anche se questo avrebbe significato vivere il poco più di un mese rimanente prima del mio ingresso in postulato in condizioni da tragedia greca.

“Ormai l’estate è finita, a Pinerolo sei andato, ti sei riposato, quindi è ora che ricominci a prepararti agli esami. Con sta storia dei frati riprenderai quando avrai finito l’università. Fino ad allora, non se ne parla più”. Se anche avessi avuto dei dubbi sull’opportunità o meno di aspettare a parlarne, contenuto e tono di mio padre me li aveva fugati. “Oggi ho parlato con p. Cesare”. Primo momento di gelo, evidentemente mio padre non se lo aspettava. “Ha detto che, se voglio, loro sono disponibili ad accettarmi in Postulato fin da subito”. Mia madre sbianca e mi guarda come fosse improvvisamente una statua di cera. “Ho risposto che per me va bene, entrerò il primo di ottobre”.

Fu come se fosse esploso un ordigno nucleare. Piatti e bicchieri schizzarono per aria e tutto il tavolo tremò, mentre mio padre batteva i pugni, paonazzo e digrignando i denti dalla rabbia, e “NO! TU SEI MIO FIGLIO E FARAI QUELLO CHE DICO IO! FINCHE’ SARAI IN QUESTA CASA SONO IO CHE DECIDO! TU LI’ NON CI ANDRAI! MIO FIGLIO NON ANDRA’ IN GIRO SCALZO COME UN MENDICANTE! SE PROPRIO RELIGIOSO DEVI ESSERE, ALMENO CHE SIA UN ORDINE DECENTE, COME I GESUITI! I CAPPUCCINI NO!”. Mia madre cominciò a piangere, mordendosi un labbro, poi, come di solito faceva in circostanze simili, corse in bagno e vi si chiuse dentro.

“Dimentichi un particolare. Io sono maggiorenne, se me ne voglio andare me ne vado, e tu non puoi trattenermi. Finché vivo sotto questa casa devo fare quello che vuoi tu, ma io non vivrò più sotto questa casa. Quindi il discorso finisce qui”. Le mie parole, ma soprattutto il tono con cui le pronunciai, furono come ghiaccio che cadeva spezzandosi a terra. Vi misi dentro tutta la rabbia, l’umiliazione, la paura che avevo vissuto in quei mesi. Le caricai di tutto il dolore che volevo far vivere ai miei genitori, restituendo moltiplicato quello che avevo vissuto io nell’ultimo anno. Volevo che soffrissero. Mi alzai, uscii dalla cucina e me ne andai.

Se la cosa importante per mio padre era il livello “sociale” da esibire, e quindi la scelta dei Cappuccini, da lui ritenuti il peggio del peggio dal punto di vista di prestigio, era uno smacco inaccettabile, per mia madre il punto era che me ne sarei andato e li avrei lasciati. Tutta la sua vita non avrebbe più avuto un senso, dato che lei aveva fatto girare la propria intera esistenza intorno al fatto di essere, appunto, madre. Anche il rapporto con mio padre aveva assunto una sua ragion d’essere in funzione di questa visione del proprio ruolo e, paradossalmente, il mio allontanarmi, oltre al peggiorare della situazione di salute di mio padre, l’avrebbe aiutata negli anni successivi a recuperarlo in un modo nuovo. Ma in quel momento non poteva saperlo nessuno di noi.

Mio padre, che evidentemente non aveva ancora imparato la lezione, pensò di passare al livello successivo, come nei videogiochi. Dopo aver scritto al p. Provinciale dei Cappuccini, p. Cesare appunto, decise di scrivere al Vescovo. Solo che sbagliò obiettivo. Infatti, nell’ambito della vita religiosa il Vescovo non ha alcuna giurisdizione ne’ autorità, se non per quanto riguarda la gestione della propria diocesi. In sostanza, se un convento è ANCHE parrocchia, allora in quel caso il Vescovo può ovviamente dire la sua, almeno per quello che riguarda la pastorale, la catechesi, ecc ecc. Ma in tutto ciò che riguarda la vita INTERNA di una qualunque casa di religiosi, maschile o femminile che sia, l’unico ad avere autorità decisionale è l’Ordine di appartenenza, nei suoi vari gradi. Oltretutto, il Monte dei Cappuccini si trova a Torino, e quindi ricade sotto la diocesi del capoluogo piemontese. Il Postulato, d’altro canto, era a Pinerolo, a sua volta sede vescovile. E mio padre, che ovviamente non aveva agganci ne’ presso la Curia torinese, ne’ presso quella pinerolese, scrisse all’unica realtà dove pensava di avere qualche chance di essere considerato, quella sotto cui rientrava il nostro paese, Rivarolo: la diocesi di Ivrea. Che, per un usare un francesismo, non c’entrava assolutamente un cazzo. Quindi il vescovo, con una lettera molto gentile, sostanzialmente comunicò all’amato genitore che lui non poteva farci niente, perché non ne aveva l’autorità ne’ a livello di competenza, ne’ a livello di territorialità. In sostanza, lo mandava a… quel paese (ma molto educatamente eh).

Il problema principale, a questo punto, era quello di comunicare quest’onta alla collettività di amiciparenticonoscenti. E, dato che la ruota del karma gira, come io avevo ingannato i miei mentendo su voti scolastici e scelte di vita, adesso i miei si sarebbero trovati nelle condizioni di dover ingannare, per non vivere una vergogna per loro inaccettabile di fronte a tutti, chiunque mi conoscesse. Semplicemente, io sparii. Senza entrare troppo nel merito del dove, come, quando e perché, improvvisamente io me ne dovetti andare da Rivarolo per seguire dei non meglio precisati studi in una non meglio precisata città per un non meglio precisato periodo di tempo. Immagino che questa versione lasciasse molti punti oscuri in chi se la sentiva propinare, ma naturalmente io non ebbi mai modo di vedere come fosse gestita da parte dei miei. Certo è che, due anni dopo, d’improvviso il parentame fu inondato di santini del sottoscritto in saio che annunciavano gioiosamente dell’ingresso nella vita religiosa con la formale funzione religiosa durante la quale avrei preso i voti. Con tutto il comprensibile sconquasso che questa nuova, improvvisa ed inaspettata versione avrebbe generato.

Ma questo era ancora molto in là da venire; io, invece, che non dovevo ne’ volevo fingere (anzi…) avrei dato il lieto annunzio ai miei amici e a mia zia. Con esiti… che vedremo.


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Un mistero è l’uomo e il suo cuore un abisso

Stavo finalmente per coronare il mio sogno, entrando nella comunità vocazionale di Valdocco. Ma una delle domande che mi sono più sentito porre da sempre, ogniqualvolta parlo dei miei trascorsi come religioso, è “Come ti è venuta la vocazione?” (e la seconda che segue immediatamente a ruota è “E perché hai deciso di uscire?”…). Di solito, questo interrogativo, che a leggerlo sembra un po’ banale, è formulato con tonalità di voce diverse, del tipo: “Ma come cavolo ti è saltato in mente?”; oppure: “Dai, volevi giocare ad incularella in convento, eh? Tutti maschi!”; o ancora: “Poveretto, ti è capitata sta brutta cosa in un momento della tua vita; ma ne sei uscito, per fortuna”; ma anche: “Un po’ ti invidio…”.

Ho pensato molto a lungo se scrivere questo posto, quindi, perché tratterò di cose intime, che se già possono essere fraintese quando se ne parla, e la parola è mediata dal tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesticolare, ci può essere un contraditorio che aiuti a chiarire, figurarsi quando tutto questo non c’è e la parola è solo scritta, e quindi filtrata dalle esperienze e convinzioni personali di chi legge, fraintendibile. Ma ho deciso fosse giusto trattare anche questo aspetto, quindi… partiamo!

Scena uno. Ho circa 4 anni, e sto servendo messa, inizio la mia carriera da chierichetto. Una carriera fulgida, che mi darà, e darà soprattutto a mio padre che tanto ci teneva, grandi soddisfazioni; in un paese come quello dove sono cresciuto, c’erano alcuni piccoli status symbol, e il servire messa, piuttosto che leggere le Sacre Scritture, era uno di quelli: venivi guardato con tenerezzaammirazioneinvidiacuriosità, specie se eri un bambino che continuava a ripetere di voler intraprendere la carriera ecclesiastica, e la mia famiglia di tutto questo si beava, esibendomi con falsa modestia, come fossi una specie di genio precoce della religiosità paesana.

Sto servendo messa, dicevamo, ma ovviamente non capisco granché di quello che si celebra sull’altare e, soprattutto, non capisco un granché di quella Entità sovrannaturale che tutti chiamano “Dio” ma che nessuno mi sa spiegare molto bene cosa sia e come funzioni. Pareva che se eri buono ti ricompensasse, ma neanche sempre, solo a sua discrezione, per non farti montare la testa, e se eri cattivo ti punisse, ma anche questo con poca regolarità, un po’ tipo corrente alternata. O, almeno, questo era ciò che mi dicevano tutt*, ma che mi convinceva molto poco. Avevo notato, infatti, che appena entravo un po’ nel merito (“Ma come fa Dio a sapere tutto quello che faccio? Ma dove vive Dio? Ma se ci vuole bene, perché ci sono tante persone cattive? E perché le persone cattive non vengono punite?”) arrivavano risposte vaghe, MOLTO vaghe, che mi facevano pensare che di sto Dio quell* a cui chiedevo ne sapessero quanto me, se non di meno.

Decido di andare direttamente alla fonte. Se è vero che Dio vedesentecapisce tutto di tutt*, allora DEVE ascoltarmi (la logica dei bambini di 4 anni è assolutamente ineccepibile), per cui comincio a dirgli, tra me e me, una cosa del tipo: “Ciao Dio. Senti, io non è che capisco molto di te, perché non ti vedo e non ti sento. Però mi piacerebbe che fossimo amici. Perciò se ti va di farti sentire, fammelo sapere.”

Questa richiesta va avanti per diverso tempo, praticamente ogni volta che servo messa (quindi TUTTI-I-GIORNI!), e dev’essere stato abbastanza seccante sentirsela ripetere quotidianamente, per cui, quel giorno in particolare, mentre mi avvicino al tabernacolo per prendere la pisside con le ostie da portare al famoso prevosto (vedi post precedenti) per distribuire la comunione, TAC!

Un attimo prima non c’era, un attimo dopo c’è: una consapevolezza, profonda, assoluta, certa, di una presenza tangibile, reale, come di qualcuno che sai perfettamente che esiste, perché ne hai esperienza, semplicemente non lo vedi, un po’ come un amico che non è fisicamente con te, ma sai che c’è, ti ama, ti pensa, ti è vicino. Una cosa del tipo “Ok, basta, piantala, sono qui, contento?”. Da quel giorno per me l’esistenza di una entità divina, non astratta, personale, è stato un dato di fatto, come l’aria che respiro e di cui non potrei dubitare, perché sarei scemo a farlo, anche se non è fisicamente tangibile.

Scena due. Diversi anni dopo, ne ho circa 16, durante una di quelle settimane di ritiro spirituale che trascorrevamo in montagna, sempre con i Salesiani (vedi post precedenti). Un giorno è sempre dedicato al cosiddetto “romitaggio”: si va verso gli alpeggi, in alto, ci si divide in modo da stare completamente soli per alcune ore, ci si ritrova, si celebra messa tutti insieme e si rientra alla casa-base. Un giorno di totale solitudine immersi nella natura, insomma.

Ogni anno, e questo è già il terzo, mi scelgo sempre lo stesso posto, una specie di sottobosco immerso tra i pini, con una vallata di fronte e cascata sullo sfondo: sì, ho un certo buongusto… Di solito, novella piccola Heidi, trascorro le 4-5 ore a disposizione leggendo, scrivendo, riposando, pregando. No, le caprette non ci sono e non mi fanno “ciao”. Ma questa volta mi sento più irrequieto, come se stesse per avvenire qualcosa. E di nuovo, un attimo prima non c’è, un attimo dopo, TAC!

Se l’esperienza che ho narrato prima è stata molto individuale, molto “io e te, tu ed io”, qui mi sento investire da quella che le religioni orientali chiamano “esperienza cosmica”, ovvero la consapevolezza del mondo, intorno e non solo, di cui si fa parte. E’ davvero difficile da spiegare, ma è come se improvvisamente capissi (nel senso esperienziale del termine, non intellettuale) e fossi in un colpo solo erbaalberoinsettouccelloacquaariasolemondo, stordito ed euforico insieme, sovreccitato e con un senso di pace interiore assoluto insieme.

Quando torniamo alla casa-base, mi precipito da quello che era in quegli anni il mio “direttore spirituale”, la persona con cui mi confrontavo e parlavo del mio cammino interiore e non, un salesiano di nome Genesio: gli racconto tutto, eccitatissimo!

“Certo, capisco, probabilmente questa mattina quando hai fatto colazione non hai digerito bene e l’altitudine, con un po’ di carenza di ossigeno, ti ha fatto questo effetto. Tranquillo, niente di grave” mi risponde con aria la più serafica del mondo.

Lo guardo, mi guarda, capisco. Non può dare corda ad un adolescente con improvvise avvisaglie di pazzia mistica: dovrebbe forse gridare con me al miracolo e convincermi di avere improvvisamente delle esperienze alla santa Teresa d’Avila? Capisco, quindi, che ci sono cose che è meglio tenere per sé, e che proprio il fatto che lui sminuisca quello che gli racconto, non dandogli troppo peso, è indice della sua importanza.

Comunque sia, da quel momento un altro tassello di consapevolezza è andato al suo posto: la sensazione, no, la PERCEZIONE dell’essere amato e di una dimensione universale di questo amore, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso verso la scelta vocazionale. Decisi che per me non ci sarebbe potuta essere altra strada.

Ecco la risposta all’interrogativo iniziale, come è nata la mia vocazione. Arriverà anche quella alla seconda domanda: perché ho deciso di uscire dal convento molti anni più tardi. Ma, per il momento, stavo entrando finalmente in quella che credevo sarebbe stata la mia comunità per il resto della vita. Da qui è un’altra storia, che sarà raccontata un’altra volta.


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Donna Barbuta

Inesorabile come la fame, arrivò anche per me e la mia compagnia di amici l’appuntamento con il Compimento dei Diciotto Anni, anche detto Raggiungimento della Maggiore Età. A me personalmente fregava molto poco: non mi interessava conseguire la patente (infatti non la presi, passeranno altri dtre anni prima che questo avvenisse e lo avrei fatto, già in convento, solo sotto ripetute pressioni dei frati e dei miei genitori che si coalizzarono in tal senso) e non sarebbe fondamentalmente cambiato nulla nella mia vita, se non che avrei iniziato a votare; ma per i miei amici sembrava essere qualcosa di mitico, al pari della scoperta del Sacro Graal o dell’estrazione di Excalibur dalla roccia. Iniziò, così, una lunga sequela di feste di compleanno a cui era imperativo categorico partecipare.

Inutile dire che cercai di dribblarne il più possibile, come un novello Pelè, vista la mia propensione (che dura ancora oggi…) ad evitare festefrizzilazzi&affini; ma a qualcuna proprio NON potevo scampare. Una di queste era quella del mio (all’epoca) migliore amico Davide.

Anche lui, come me, faceva il pendolare per frequentare scuola a Torino, per cui prendevamo il treno insieme, tutti i giorni, andata e ritorno: in realtà si era formato un gruppetto di aficionados (per obbligo lavorativo), e si viaggiava sempre più o meno tutti insieme (dalle 4 alle 8 persone), risolvendo i giochi della settimana enigmistica e parlando del più e del meno.

Davide mi raccontava spesso dei suoi compagni di scuola, come io facevo con lui dei miei; ma, al contrario di me, lui frequentava un Istituto Magistrale dove “le femmine” erano ammesse, anzi erano la maggioranza. Ognuna di loro aveva una propria caratteristica che le aveva fatto conseguire anche il relativo soprannome. Tra tutte spiccava “Donna Barbuta”, che ovviamente non aveva come tratto specifico l’azzurro profondo degli occhi. Davide ne parlava spesso, per non dire sempre, sottolineando come fosse, ovviamente sempre alle spalle, il soggetto preferito dei pettegolezzi scolastici.

Facendo parte della piccola borghesia del mio paese, il compleanno per la maggiore età di Davide DOVEVA essere perfetto in ogni minimo particolare, per cui fu scontato invitare i, ma soprattutto le, amici/che torinesi… e me. Per settimane ci sorbimmo, in treno, il racconto, in ogni suo minimo particolare, di quanto fosse complicato organizzare una festa degna di questo nome: e gli inviti, e il buffet, e i pasticcini, e i fuochi d’artificio (ebbene sì, pure quelli), ecc ecc ecc. Insomma, alla fine non so se ero più eccitato od intimorito all’idea di prendervi parte.

E venne finalmente il mitico giorno! La festa sarebbe iniziata nel pomeriggio, per terminare una volta già tramontato il sole, in modo da poter far partire i mortarett… pardon, i fuochi d’artificio dalla terrazza dell’abitazione del festeggiato. Più che un compleanno, da come ci eravamo vestiti (e chiunque di voi abbia un minimo ricordo della moda anni ’80 può capire quanto fossimo agghiaccianti…) sembrava il Ballo delle Debuttanti: trionfi di pizzi e crinoline per le ragazze, giacche con spalline e pantaloni ascellari per i ragazzi (peraltro molto, molto pochi).

Io aiutavo il festeggiato per un buon svolgimento della festa, per cui solo quando il sole cominciava a tramontare potei avvicinarmi e fare un po’ di conversazione con gli/le altr* invitat*. Ora, io sono miope. MOLTO miope. Porto gli occhiali da quando frequentavo la terza elementare. Il terrazzo era in quel momento poco illuminato, per permettere agli imminenti petard… scusate ancora, fuochi d’artificio di risplendere nel massimo della loro beltà. Era ovvio, quindi, che avvicinandomi al gruppetto di  quattro compagnE di classe di Davide non potessi scorgere proprio tuttitutti i particolari…

“Ciao!” “Ciaaaaao…” “Bella festa, eh!” “Sììììì…” “E quindi voi siete le compagne di Davide? Mi parla spesso di voi” “Graaaaazie…” “Io sono Andrea, piacere” “Piaceeeere…” “Siete venute tutte?” “Noooo, qualcuna non poteeeeeva…” ” Ah, infatti mi sembrava doveste essere di più. Da come mi parla di voi dovete divertirvi molto a scuola, eh? La più citata è Donna Barbu…”

Mi resi conto solo in quel momento che proprio la persona a cui stavo parlando aveva un’ombra intorno alla bocca… e non spariva a seconda di come si muovevano le luci… restava lì… un’ombra inquietante… così come inquietante era il labbro inferiore che cominciava a tremare, gli occhi che si inumidivano e lei che si girava di scatto, correndo via, mentre le altre tre si coprivano le risate con le mani e correvano, lo sapevo già, da Davide a raccontargli tutto. Ora, Davide è (anche adesso) la classica persona che DEVE fare bella figura con tutt*, mantenere buoni rapporti di facciata con tutt*, essere perfetto con tutt*; quindi mi guardò (da lontano, mentre le tre arpie sghignazzavano spudoratamente) tra l’atterrito e l’inferocito e corse da Donna Barbuta a cercare di salvare il salvabile.

Non so se e come i rapporti tra loro si ricucirono, probabilmente me lo avrà anche detto, ma non ricordo; me lo avrà detto quando cominciò a riparlarmi, perché per una settimana misteriosamente sparì dal nostro solito vagone. Il mio senso di colpa in quel momento crebbe esponenzialmente; non per lui, ovviamente, della cui figura davvero poco mi importava; ma per lei, per l’umiliazione e la sofferenza che le avevo causato, anche se involontariamente. Mi ripromisi, da allora in poi, che sarei stato MOLTO più attento a quello che dicevo e con chi lo dicevo, ma quella rimane una delle mie maggiori figura di m…a di sempre. Fa il paio con quella volta che chiesi ad una ragazza che frequentava con me un corso di Yoga se voleva essere esonerata da una serie di lavori essendo incinta… solo che NON era incinta…

Ma questa è un’altra storia, ed ormai lo sapete come va a finire, vero?

 


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Sul lago dorato (Amici Miei: parte terza)

Era un bellissimo primo maggio, e decidemmo di passarlo con al classica gita fuori porta. Ma dove? Mare ligure, troppo lontano; montagna valdostana, troppo affollata; campagna, troppo noiosa; la scelta cadde sul lago, e in specifico su quello di Viverone. Non era vicinissimo, ma proprio per questo era una località dove non andavamo spesso, e presentava, quindi, una certa allure di novità.

Stipati, come sempre, nelle auto di Chetto, Flavio e Carlo, partimmo per la nostra allegra avventura. Ma se avevamo pensato di trovare poco traffico, ci rendemmo subito conto dell’errore commesso. Arrivati a qualche chilometro dal lungolago, trovammo una altrettanto lungafila di auto incolonnate, e subito la parte femminile del gruppo cominciò ad innervosirsi. Non parliamo, poi, del trovare un parcheggio quando, finalmente, giungemmo più o meno a destinazione: dovemmo parcheggiare ad una considerevole distanza dallo specchio d’acqua, per cui, arrivati finalmente a destinazione, gli spiriti erano già sul bollente andante, complice anche la giornata molto calda.

Inutile dire che la località era affollata come Cesenatico ad agosto: tutti sembravano avere avuto la nostra brillante idea, trovare un bar dove sedersi richiedeva di prendere il numerino come fossimo dal panettiere e certamente non avevamo nessuna voglia di replicare quello che facevamo nelle calde sere estive al paese, ovvero parlare e parlare e camminare e camminare e chiacchierare e chiacchierare (vedi post precedente). Dove trovare un po’ di tranquillità facendo qualcosa di divertente e diverso dal solito? Ma in mezzo al lago, perbacco!

Cosa c’era di più simpatico ed originale di una gita in barca? La cosa avrebbe anche permesso ai nostri maschi accompagnatori di mostrare le loro doti di rematori! Ed affitto di barca (anzi, barche) fu. Naturalmente, io non rientravo nel novero di “maschio accompagnatore rematore”, per cui pensai di rendermi utile diversamente: addocchiata una delle barche che dondolava pigramente, quasi fosse in attesa proprio di noi, mi ci avvicinai per occuparla in attesa che arrivassero tutti gli altri. Un paio di noi salirono, gli altri stavano arrivando.

Senonché, i furbi che erano saliti decisero di mollare la fune che teneva la barca fissata al molicciolo, ed il natante iniziò lentamente ad allontanarsi dalla riva; intrepido, pensando a chi doveva ancora salire, piantai saldamente un piede sul bordo della barca, uno sulle assi del porto, tenendomi con una mano ad uno dei miei amici (seeee, amici…) e con l’altra aggrappato ad un palo: praticamente una versione panzuta (e fortunatamente vestita) dell’Uomo Vitruviano di Leonardo. Ma la barchetta, inesorabile, continuava ad allontanarsi sempre di più, e l’angolazione dei miei arti inferiori e superiori ad aumentare spasmodicamente. “Tenetemi… TENETEMI… T-E-N-E-T-E-M-I!!! Cado… CADO… C-A-D-O!!! Aiuto… AIUTO… A-I-U-T-O!!!” SPLASH!

I miei cosiddetti amici, ancora sulla riva, si erano fermati vedendo la gustosa scenetta, e invece di correre e salire sulla barca si erano piegati in due dal ridere, contagiando ovviamente anche me: “Ahahah… cretini… ahahah… siete proprio dei bastardi… ahahah… non ne posso più… ahahah… tiratemi fuori… ahahah” Se non fosse stato per i capelli lunghi che non avevo, sembravo una versione barbuta della bambina di “The Ring”, bagnato e con alche e licheni varii che mi penzolavano dai vestiti, mentre come Afrodite emergevo non dalla spuma del mare, ma dalla fanghiglia del lago. Diciamo che, se non altro, ebbi il merito di salvare una giornata che, altrimenti, sarebbe stata un po’ storta per tutti.

Sono sempre veri i detti popolari: “Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”.


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La notte vola! (Amici Miei: parte seconda)

Una delle attività preferite delle nostre sere estive era fare infinite camminate per le strade del paese, parlando e parlando e camminando e camminando e chiacchierando e chiacchierando, come criceti che girano incessantemente nella stessa ruota. Eppure a noi sembrava di godere di chissà quale libertà, visto che potevamo tornare a casa addirittura a mezzanotte (!) ed investire i (pochi) soldi disponibili in gelati che rinfrescavano le nostre eterne passeggiate.

Era l’89 (faccio un piccolo salto temporale in avanti per praticità) ed era l’anno di “Odiens”, spettacolo di Canale 5, con la sigla cantata e ballata da Lorella Cuccarini (per maggiori informazioni, potete vedere http://it.wikipedia.org/wiki/La_notte_vola). Ora,non ricordo se l’ho già scritto, ma nel caso tornerò a fare una rivelazione che vi sconvolgerà: sono gay! E noi gay siamo un po’ strani: abbiamo la fissa di crearci delle icone, miti dello spettacolo, di solito donne, che spesso e volentieri con noi fanno fortuna e conseguentemente ci sfanculano appena possono. Si annoverano tra le tante la Zanicchi, Patty Pravo, Amanda Lear. Ed Heather Parisi.Lorella_Cuccarini_La_Notte_Vola_mezzo

A-DO-RA-VO la Parisi. Mi piaceva il suo modo di ballare, il suo famosissimo stacco di gamba, la sua pronuncia americana, il suo modo di sorridere arricciando il naso. Nulla e nessuno potevano e dovevano insidiare il suo primato ballerino televisivo, men che meno una sciacquetta che si affacciava al successo come la Cuccarini (che sarebbe diventata, anche lei, una icona gay e che ci avrebbe, anche lei, allegramente sfanculati)! Non sopportavo le sue mossette, il suo modo di agitare le gambe, così scomposto rispetto a quello del mio mito, e trovavo i suoi passi di danza sinceramente ridicoli. La cosa più assurda era quel modo di muovere le mani che sembrava imitare una papera (e per chi non si ricorda di cosa parlo, ecco il video esplicativo: https://www.youtube.com/watch?v=Sykr0FZZW7s&feature=kp).

Ora, una di quelle famose sere estive, chissà perché, venimmo a parlare proprio di lei; ed io non persi occasione per sbertucciare la sua famosa mossa di ballo con le mani. “Ma dai, ” mi accaloravo “ma seriamente, a chi può piacere una che si agita in quel modo? E come muove le mani poi! Gne-gne-gne!” E mi misi ad imitare, in modo un filo poco ortodosso e ancor meno maschio, l’immancabile movimento. Ora, diciamolo: chi non ha imitato in mezzo alla strada almeno una volta nella vita la Cuccarini? Ecco, quella fu la mia: erano circa le 23.30 di una serata agostana, i miei amici ridevano, in fondo alla strada sfrecciava un’auto parallelamente alla nostra direzione. Intorno, il silenzio.

Silenzio che fu improvvisamente rotto dallo sgommare di ruote nervose. Vedemmo ritornare di gran carriera e in retromarcia l’auto che avevamo visto passare pochi istanti prima. Inchiodò di fronte a noi, in specifico a ME, e si abbassò un finestrino. “Ahò” sbucarono quattro teste rasate ed incazzate “stavi prendendo per il culo noi?” Mentre i miei coraggiosissimi amici, attoniti, avevano fatto un passo indietro, lasciando me in singolare prima fila “No no!”, risposi “Stavo solo imitando la Cuccarini!” E’ evidente che dovevano averlo fatto una volta anche i quattro scimmieschi abitanti dell’auto, perché mi guardarono, si guardarono, mi ri-guardarono, valutarono attentamente se ci facevo o ci ero e, convinti del fatto che ci ero veramente, “Vabbè vah, per questa volta lassamò stà” sgommarono nuovamente via.

In fondo erano abbastanza noiose e monotone, quelle serate… Meno male che c’ero io a movimentarle, ogni tanto.

 


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La domenica, andando alla messa… (Amici Miei: parte prima)

La mia vita non si svolgeva solo tra casa e scuola, ovviamente. Facendo il pendolare e partendo alle 7 del mattino per tornare alle 19, mi restava molto tempo libero (…!). Continuavo a frequentare le lezioni di pianoforte il sabato pomeriggio, e mi esercitavo almeno un paio d’ore tutti i giorni, saltando alcune ricreazioni a scuola; il lunedì sera partecipavo alle prove di canto della corale del mio paese; la domenica mattina, prima che cominciasse la messa, iniziavo le prove col coro che avrebbe accompagnato la celebrazione, per alcuni anni limitandomi a cantare ed insegnare nuovi brani sacri da eseguire, successivamente anche accompagnandolo (molto male, a dire la verità) suonando l’organo (“Ma come molto male”, direte voi, “se suonavi il pianoforte da anni?” Car* lettori/trici, io tanto amavo il pianoforte, quanto detestavo l’organo in chiesa, e tanto amavo suonare per me stesso e pochi intimi, quanto odiavo farlo in pubblico… Quindi le mie performances domenicali facevano oggettivamente schifo). Il pomeriggio della domenica, invece, veniva trascorso in oratorio, con le stesse persone che formavano il gruppo canterino del mattino e che componevano, di fatto, il mio gruppo di amici.

Infatti, dei miei compagni delle elementari era rimasta unica superstite (non nel senso di unica ancora viva, ma unica che ancora frequentavo…) Anna; quelli delle medie erano, ovviamente, tutti a Torino, così come quelli del Ginnasio. Per cui, tutte le nuove amicizie che avevo intrapreso erano all’ombra del locale campanile con oratorio annesso. Non ricordo come avessi iniziato a frequentare l’ambiente, forse era stata la stessa Anna ad introdurmici, visto che non solo lei, ma anche il fratello andavano a trascorrere le domeniche pomeriggio in quei locali un po’ polverosi, ma accoglienti, almeno ai nostri occhi, tra classiche partite di calciobalilla, pingpong, le prime sigarette (e non solo quelle…) fumate sul ballatoio ed i primi amori che iniziavano, come in una classica cartolina da cittadina di provincia.

Il gruppo era alquanto variegato. Anna, appunto, era mia coetanea e ci frequentavamo ormai da anni. Ci si vedeva spesso in giro per il paese, tanto che molti, anche tra i miei parenti, pensavano che ci fosse tra noi qualcosa di più di una semplice amicizia: la cosa ci faceva ridere, e quindi non facevamo assolutamente nulla per smentirla, anzi, in fondo veniva comodo anche a noi: io potevo continuare a pensare ai miei intenti vocazionali senza che zii e zie impiccioni cominciassero a fare domande, mentre lei poteva frequentare chi realmente le interessava, coperta dall’apparente frequentazione affettuosa con me. Dotata di una voce squillante e di una altrettanto squillante risata, era soprannominata “la Neta” (storpiatura del nome “Anna” in piemontese).

Suo fratello Carlo era di 3 anni più vecchio di noi. Me lo ricordavo alle elementari, in un grande stanzone dove ci ritrovavamo tutti man mano che arrivavamo prima che iniziassero le lezioni; aveva imparato a lavorare all’uncinetto (!) ed ho ancora presente la sua immagine sferruzzante intento a preparare una tovaglia da regalare in occasione della festa della mamma; ovviamente, quando lo rividi in oratorio era cresciuto, in altezza e soprattutto in larghezza, e proprio per la sua stazza ricevette (da me) l’appellativo di “Tatone”, in quanto il suo carattere tranquillo e un po’ schivo strideva un po’ con la stazza imponente. In seguito al gruppo si sarebbe aggiunta Monica, che sarebbe diventata la sua compagna ed ormai lo sopporta da più di 20 anni, santa donna.

Carlo formava un quartetto quasi inseparabile con Luca, Flavio M. ed Adriano. Il primo era il classico “vecchio saggio” del gruppo, quello posato, anche un po’ secchione (ebbene sì, PERSINO più di me!), fidanzato storico di Stefania (che sarebbe diventata poi sua moglie): non aveva un soprannome, al contrario di lei, che, essendo molto piccola di statura, era chiamata “Ciripiri”. Il secondo non è mai stato chiamato per nome, ma sempre “Chetto”, diminuitivo del cognome: fidanzato con la sorella di Stefania (ovviamente) Roberta (ebbene sì, anche loro diventeranno marito e moglie), era per stazza molto simile a Carlo. Il terzo era il vero titolare del famoso organo della chiesa; era anche titolare dell’organo di Silvia, che avrebbe impalmato alcuni anni più tardi, ed il più scanzonato tra tutti noi, quello che affettuosamente definirei “bulletto”, ma non in senso offensivo, quanto di atteggiamento nei confronti della vita.

Completava il gioco delle coppie l’abbinamento Flavio V., lui sì chiamato col suo nome, ed Antonella, da lui soprannominata “la Tenera”; lui alto, lei piccola; lui piemontese, lei calabrese; lui alla mano, lei che si atteggiava ad essere un po’ snob. Naturalmente anche loro convoleranno anni dopo a giuste nozze, ma resta ancora oggi nelle nostre memorie epica la volta in cui dovevamo decidere dove andare una domenica pomeriggio: tutti si pensava di andare in montagna, a passeggiare nei pressi di un orrido, senonché lei, sguardo terreo, occhi spalancati, lanciò il suo grido di dolore: “FLAAAA! Ma io non sono vestita da orrido! Sono vestita da pub!” “La Tenera ha detto pub!” venne in soccorso l’intrepido cavaliere… e pub fu.

Completavano l’allegra brigata Paolo R., Paolo D. Angelo e Fabio. Il primo lo conoscevo di vista da anni. Veniva spesso a messa anche durante i giorni feriali, come me, ed io che servivo messa lo vedevo venire a fare la comunione… ma non capivo mai se fosse un ragazzo o una ragazza! Aveva lineamenti vagamente androgini, e la voce tipicamente chioccia della preadolescenza con cui diceva “Amen” ricevendo l’ostia non mi aiutava a definirne il sesso: capii solo frequentandolo gli anni successivi che era un (u)omo. Il secondo era il bello del gruppo: capelli neri ricciolini, intelligente, un po’ schivo, suonava, frequentando il Conservatorio, il flauto traverso, e formava un inseparabile duo con il terzo, Angelo. Inseparabile, quantomeno, fino a quando non litigarono furiosamente anni dopo, guarda caso a causa di una ragazza. Quanto più Paolo era raffinato ed elegante, tanto più Angelo era il Pippo della situazione. Si sforzava di essere il migliore in qualsiasi cosa, con risultati spesso esilaranti, essendo alquanto goffo (ma GUAI a dirglielo!). Fabio, che fu uno degli ultimi ad arrivare in pianta stabile, è sostanzialmente indescrivibile: dotato di uno spirito caustico e sarcastico che adoro, lui ed io formiamo la coppia della sfiga, perché quando siamo insieme accade sempre qualche disastro. Famoso per le sue braccine corte, casa sua divenne una sorta di “oratorio numero due”, luogo di ritrovo e sede di lunghe chiacchierate notturne.

Intorno a quella corte dei miracoli andarono e venirono molte altre persone, ma quello era di fatto lo zoccolo duro. Con alcuni di loro ci si vede ancora, nonostante la vita ci abbia fatto intraprendere strade molto diverse e ci siano stati anni in cui siamo rimasti a lungo separati.

Poi, ovviamente, c’ero io. Il mio soprannome derivò da una gustosa scenetta che ebbe come protagoniste, oltre al sottoscritto, la Neta e la Tenera. Tutti sapevano che desideravo intraprendere la carriera ecclesiastica, e giustificavano così la mia totale mancanza di attrazione per il gentil sesso. Un giorno, eravamo appoggiati alla ringhiera del balcone in oratorio, misi il braccio intorno alle spalle di Anna, che magra non era, ed era dotata anche lei, come l’oratorio, di un balcone sufficientemente sviluppato: la mano cadde LI’… Nessuno di noi due ci fece minimamente caso, ma la Tenera sì. “Il frate (che ero io) tocca le tette ad Anna!” ansimò scandalizzata. “Perché, sei gelosa? Se vuoi le tocco anche a te” risposi, e con estrema nonchalanche le strizzai il seno a mò di ventosa. Lei con uno strillo corse dentro, i maschi cominciarono tutti a ridere e qualcuno venne fuori con un “Hai visto frà clitoride? Mica scemo!” E da qual momento divenni (e continuo tuttoggi a restare) frà Clito.


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The Addams Family

Ok, non proprio Addams, ovviamente, ma Borgialli, cioè la mia famiglia. In effetti, credo sia ora di fare una breve presentazione ufficiale del “Piccolo Mondo Antico” in cui mi trovavo a muovere i miei primi passi. Naturalmente cercherò di omettere nomi di persone e città: non è carino rischiare di ricevere una denuncia per sputtanamento pubblico non consentito.

Intanto, il mio paese: sono nato a Torino, è vero, ma i miei abitavano, ed abitano tuttora, in una ridente (…) località del Canavese a circa 40km dal capoluogo. Ora, 40km possono essere un nulla, oppure una enormità. Nel nostro caso, buona la seconda. Pur essendo relativamente popoloso, circa 12.000 abitanti all’epoca, era il classico coacervo di pettegolezzi, curiosità morbose, sorrisi e sorrisetti che al confronto Wisteria Lane di Desperate Housewifes lèvati, proprio. Ed i miei parenti, o perlomeno parte di loro, ci sguazzavano in pieno.

I miei genitori meriteranno dei post a parte. Per ora mi soffermo sulla corte dei miracoli che ci girava intorno. Del mio nonno paterno ho vaghissimi ricordi; viveva con noi, ma venne a mancare quando avevo poco più di 4 anni, e di lui mi resta solo una foto che ci ritrae insieme in cortile, io bimbetto paffuto, lui vecchietto curvo: ci teniamo per mano, e non si capisce chi conduce chi; ma si sa, bambini ed anziani in fondo sono diversi all’aspetto, ma simili nell’animo. Sua moglie, la nonna paterna, non l’ho mai conosciuta, ma, come accennato in un altro post, in qualche modo la porto sempre con me, in quanto devo il mio nome, Andrea, a lei, che si chiamava Andreina.

Situazione uguale e contraria da parte di madre: mai conosciuto il nonno, presenza attiva (MOLTO attiva) la nonna. Madre di una tribù di 5 figlie (l’ultima delle quali mia mamma) e un figlio, rimasta vedova dovette badare da sola alla famiglia relativamente presto, ma per sua fortuna aveva ascendenze prussiane, e si capiva… Eccome, se si capiva. Era quella che, quando mi vide, decise che ero il bambino più bello del mondo, molto più dei miei cugini suoi nipoti naturali (sì, era dotata di notevole buongusto), ma questo non la esimeva dal considerarsi una specie di generale che doveva condurre le proprie truppe verso le guerra della vita, e prendeva questo incarico molto sul serio. Mi viziava, ovviamente, come tutte le nonne: con quello che dava da mangiare a me (che ero di salute un po’ cagionevole, a dire il vero) probabilmente in anni passati aveva sfamato l’intera famiglia. Ma aveva un cipiglio da generale Radetzky e, soprattutto, sapeva istillare perfettamente quel senso di colpa che sarebbe poi stato il tratto distintivo di mia madre. Ricordo una volta in cui, non so più per quale motivo, ero a casa sua ed ero offeso con lei. Si pranzava là e lei aveva preparato un’insalata di sedano, di cui ero particolarmente ghiotto. Ovviamente, non perse occasione per farmelo notare in tutti i modi: “La nonna, CHE TI VUOLE BENE, TI ha preparato l’insalata di sedano… quella che A TE piace tanto… la NONNA… quella CHE-TI-VUOLE-TANTO-BENE…!” Avevo circa 8 anni, potete ben capire con quali traumi infantili sono cresciuto. E questo è uno di quei casi da manuale in cui l’allieva (mia madre) avrebbe superato la maestra (mia nonna). Purtroppo, anche lei venne a mancare relativamente presto, verso i miei 11 anni.

Poi, loro: gli zii/zie. Due zitelle da parte di padre, altrettante da parte di madre, cui se ne aggiungono altre due sposate, ed un unico maschio rimasto anch’egli signorino. Insomma, una vera invasione! E la parte materna non era particolarmente ben disposta verso quella paterna, che considerava non della stessa altezza sociale. Perciò mio padre non vedeva di buon occhio, cordialmente ricambiato, tutto il parentame acquisito. Intorno a tutti noi si muoveva, poi, un piccolo universo fatto di amici, conoscenti, colleghi di mio padre (mia madre, quando mi adottarono, lasciò il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo al frugoletto) che accompagnarono, negli anni a venire, la mia crescita, ma sempre abbastanza superficialmente. I miei genitori, infatti, da bravi piemontesi DOC, erano un po’ orsi e non amavano molto la vita sociale, tratto che hanno trasmesso in effetti anche a me. Anch’io amo molto gli orsi… i bears, per dirla all’americana… e chi bazzica un po’ il mondo gay sa a cosa mi riferisco, per tutt* gli/le altr* c’è Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Comunità_ursina O_O